1. Come nasce Pansec?
Nasce pedalando, tra il Panaro e il Secchia. Due fiumi, due linee d’acqua che disegnano l’Emilia e che, unite, diventano una traccia. Una linea da seguire, da percorrere, da raccontare. Volevamo costruire qualcosa che fosse prima di tutto un’esperienza: non una gara, non un evento commerciale, ma un viaggio collettivo che unisse bici, paesaggi, storie e persone. Così è nata Pansec.

2. Perché proprio quei fiumi?
Perché sono la nostra spina dorsale liquida. Il Panaro e il Secchia attraversano paesi, storie, campi, ricordi. Li ho percorsi tante volte, in silenzio, ascoltando i suoni della ghiaia e del vento. Sono linee di continuità, ma anche di resistenza. E poi, unendoli, si disegna una ‘U’, come un abbraccio. Come la forma di un sorriso. Come la curva di ritorno a casa.

3. Cos’è un evento unsupported?
Significa che chi parte deve contare solo su di sé. Nessuna assistenza, nessuna macchina al seguito, nessuna classifica. Solo te, la bici, e la strada. È un modo per tornare all’essenziale, per capire cosa conta davvero. E per riscoprire la bellezza della lentezza, della fatica condivisa, del silenzio.

4. Quali sono i percorsi di Pansec?
Tre percorsi: due gravel (uno lungo e uno corto) e uno su asfalto, pensato per chi preferisce la bici da strada o semplicemente un’esperienza meno impegnativa. Tutti e tre si incontrano a Sestola il 31 maggio: è il cuore simbolico di Pansec, perché diventa anche il luogo del confronto, dove le persone possono conoscersi e condividere la storia del loro viaggio. Il giorno dopo si riparte, verso Modena, verso la fine del viaggio.

5. Chi partecipa a Pansec?
Chi ha voglia di mettersi in gioco; chi ha voglia di mettersi in viaggio. Non serve essere atleti, serve avere voglia di pedalare e di farsi attraversare dai luoghi. Chi partecipa lo fa per motivi diversi: c’è chi cerca la sfida, chi cerca il silenzio, chi cerca la compagnia. Ma tutti, alla fine, si ritrovano con qualcosa in più.

6. Cosa rende Pansec diversa da altri eventi?
Forse proprio il suo non voler essere un ‘evento’. Niente palco, niente microfono, niente cronometro. Pansec è uno spazio aperto: fatto di colazioni nei bar di paese, di bici appoggiate ai muri, di incontri casuali. È un modo di raccontare l’Emilia dal basso, pedalata dopo pedalata.

7. Perché farlo partire da Modena?
Perché è casa. Perché è da lì che partono le nostre storie. E perché ogni viaggio che si rispetti deve avere un punto di partenza che assomiglia a un’osteria, a una bottega, a un luogo dove si può tornare. Modena è tutto questo. Ed è anche un modo per dire che non serve andare lontano per viaggiare davvero.

8. Dove porta Pansec?
Porta dentro. Dentro la terra, dentro la memoria, dentro le gambe e dentro il cuore. È un viaggio che non ha un traguardo, ma tante soste. Ogni fontana, ogni panchina, ogni salita è un luogo dove qualcosa cambia. Dove qualcuno ti guarda e ti dice: ‘anche tu sei passato di qui’.

9. Pedalare fa bene al cuore… anche di chi è lontano. Dove andranno i fondi raccolti?
Tutti i soldi delle iscrizioni a Pansec saranno donati a due luoghi speciali, lontani ma vicinissimi al nostro sentire. Il Caritas Baby Hospital in Cisgiordania, unico ospedale pediatrico della zona, dove cristiani e musulmani lavorano insieme per dare cura e futuro a tutti i bambini, senza distinzione. E l’Hogar Niño Dios di Betlemme, una casa per bambini disabili e abbandonati, spesso invisibili agli occhi della società. In entrambi i luoghi, c’è accoglienza vera, c’è amore, c’è speranza. Pedalare può fare la differenza.

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