Polvere e ciclisti: una giornata in sella alla Strade Bianche

Un serpentone di ciclisti che si snoda intorno alla Fortezza Medicea. Manca ancora quasi un’ora alla partenza della decima edizione della Granfondo Strade Bianche, ma le griglie sono praticamente sature. Seimila al via per uno degli appuntamenti amatoriali più partecipati al mondo, con una massiccia presenza di stranieri che supera il 35%.

In griglia con nella mente e nel cuore la progressione di Pidcock a Monte Sante Marie, con l’accelerazione di Pogačar a Colle Pinzuto. Del resto l’emulazione è una spinta, uno stimolo, un elemento che carica. L’unicità della Strade Bianche si basa sullo sterrato che, seppur quest’anno ben battuto e asciutto, rimane un tratto distintivo tanto spettacolare quanto insidioso da affrontare. Se i professionisti quasi galleggiano sulle crete senesi, accelerano come se fossero su un tavolo da biliardo, gli amatori sobbalzano, sbracciano, si ripiegano sul manubrio, saltellano.

I professionisti sono gatti che danzano sullo sterrato quasi in silenzio. Noi invece traballiamo, intenti a guidare al meglio la bici per cercare comunque di riuscire a fare velocità. Strade Bianche è pedalare nella polvere sui tratti pianeggianti, mossi o collinari, procedere in queste strade ancora immacolate che tagliano la campagna senese.

Una marcia dal sapore bucolico, che piace, però, perché i ciclomotori la affrontano con mezzi e strumenti di oggi. Eccola la miscela vincente: pedalare nella storia, ma con l’atteggiamento e l’animo da agonista. Agonismo già dalle prime battute, dalla partenza in discesa, dal primo sterrato piatto, dalle rampe che si susseguono a ripetizione, dai vicoli stretti in picchiata. Agonismo mentre affronti l’uno-due che fa la storia di questa corsa. Prima Colle Pinzuto e poi Le Tolfe: rampe verticali, lingue di terra che ti si impennano davanti, muri leggendari che raccontano le imprese dei più forti ciclisti contemporanei. In poche corse amatoriali come la Strade Bianche pedali, ti immergi, vivi nella consapevolezza di far parte del mondo del ciclismo. Il giorno prima ogni angolo a fianco dei settori sterrati è ridondante di tifosi impazziti per le gesta dei corridori che battagliano. E c’eravamo anche noi, che oggi quelli sterrati cerchiamo di aggredirli. L’unicità del fine settimana senese, che da dieci anni ad inizio marzo si presenta, è l’appartenenza alla famiglia del ciclismo. Non vecchia, ancorata a quello che fu, a nostalgie con poco senso, ma alla realtà di questo sport che porta ancora sulle strade parecchie persone.

Alla gara dei professionisti la parte alta della città era invasa proprio dai piedi di via Santa Caterina fino alla mitica Piazza del Campo. Aver pedalato sul quel finale così massacrante, appesi al manubrio e alla buona sorte mentre aspetti che spiani la salita, rende questa esperienza inimitabile. Il ciottolato così ripido di via Santa Caterina ti consegna a una delle piazze più belle al mondo, in festa anche per la nostra corsa. E questo ti rende ancora più parte del mondo del ciclismo.


Gocycling, Città di Castello

Federico Rossi è nato e cresciuto a Città di Castello, poi, le circostanze della vita l'hanno portato a Milano e lì, nella grande metropoli, ha conosciuto Anna, così una parte della sua quotidianità, negli ultimi quindici anni, ha fatto radici nel capoluogo lombardo. La città, qualunque città, prende, dona, talvolta toglie: da un lato le opportunità dell'agglomerato urbano, dall'altro le mancanze ed è ciò che manca ad essere seme per quel che verrà. A mancare è la natura, l'outdoor, in cui sperimentare quelle biciclette che, anche a Milano, per Federico sono pane, per mestiere e per passione. Ad un certo punto la domanda che si fa strada: «Siamo sicuri che davvero non ci sia altro? Siamo veramente certi di non desiderare qualcosa in più per la nostra esistenza?». Un'esistenza simile pare quasi mutilata e la risposta arriva presto, con all'interno la consapevolezza che altro c'è, deve esserci per forza. Allora torna in mente l'Umbria selvaggia, in cui la natura cresce ed esplode, talvolta divora i sentieri, li ridisegna. Un luogo dove, a otto chilometri dal centro, già ci si perde, tra alberi, rovi, animali selvatici, pastori maremmani: si chiama Città di Castello ed è l'origine.

Federico e Anna ripartono verso una nuova casa, forse due: quella in cui abitare e quella da cui diffondere biciclette e racconti di bici. La seconda sarà in Via Mario Angeloni 7, in pieno centro storico, ed è di questa che vogliamo parlare: in un palazzo storico, dai muri bianchi, dalle volte a crociera, con grandi stanze piene di luce, quasi la portassero dentro, e muri spessi, in cui scavare e riporre libri, quasi fossero piccole cripte riservate alla conoscenza. Al centro della stanza un tavolo da falegname enorme, qua e là vecchie bici appese, quelle del padre di Federico, il primo telaio mtb Bianchi, prodotto negli Stati Uniti d'America, quello di alluminio incollato, una piccola opera d'arte, e ancora numeri delle granfondo e chicche di storia, in un ambiente minimale per scelta. Il locale l'ha scelto Anna, si chiama GoCycling e nasce nel centro storico di Città di Castello, non per un caso, ma per una precisa filosofia, con forti elementi etici, di non facile comprensione immediata.

«Non è una scelta comune, soprattutto in un mondo autocentrico, anche perché la stradina che conduce qui è stretta, in pietra serena, difficile da percorrere con la macchina, caratteristica delle città rinascimentali. Il venditore ci ha subito scrutato stranito, noi abbiamo proseguito- raccontano i due- e ne siamo orgogliosi, altrimenti nei centri storici cosa resta? Solamente bar e tavolini per gli aperitivi serali?». Il territorio che circonda GoCycling è pieno di bellezza, di storia e cultura: San Francesco, Raffaello, Piero della Francesca, musei e chiese di valore inestimabile. La nuova realtà, che ha aperto le porte ai visitatori lo scorso 20 settembre, cerca di restare in sintonia con questo sottofondo: lo spazio commerciale e di "rent a bike" si sovrapporrà con qualcosa che somiglia più a un centro culturale per tutto quel che è outdoor, ovvero piacere e scoperta della natura, delle attività nuove, di nuove idee e nuove invenzioni. La metafora di Federico è esemplificativa: succede come se la provincia, dopo tanto tempo, decidesse di spalancare le proprie porte e di aprirsi all'altro. «Forse è una caratteristica insita in certe zone quella di restare un poco chiusi all'altro, al resto, come se l'altro non interessasse o non fosse importante. La verità è l'esatto contrario: abbiamo bisogno come l'aria di condividere, di chiamare qui persone e bici, sogni, avventure».

Perché, proseguono Anna e Federico, se vi è una sicurezza, un punto fermo, quando si inventa un progetto simile, questo non è certamente in un riscontro economico, necessario, ma sempre sottoposto ai tempi e alle circostanze, bensì da piccoli piaceri quotidiani che un mestiere simile è ancora in grado di consegnare: «Il sollievo del sorriso di chi acquista la prima bicicletta, ad esempio, cancella tante cose che non vanno: più è la prima volta, più il brivido è forte. Si costruisce così una sorta di bagaglio culturale nel rapporto con il cliente: prima di parlare di bicicletta, si parla di dove si vuole andare, di quanto si vuole pedalare per arrivare in quei posti e di come si immagina il percorso. L'anima delle persone e delle cose, per noi, non è solo importante, è fondamentale. La sfera tecnica viene dopo, nonostante anch'io abbia sempre montato e smontato biciclette per capirle meglio. Amo alla follia qualunque bicicletta, per questo proietto questo mezzo in una sfera umana: quella del dialogo continuo, anche con i turisti, del racconto continuo anche delle proprie esperienze».

L'analisi di Federico Rossi è lucida: se il settore bici, a tratti, sembra implodere è perché per lungo tempo si è considerata la bicicletta in maniera troppo fredda, distaccata, come si considererebbe una lavatrice. Allora la bicicletta è divenuta un oggetto asettico, lontano e, quando questo accade, prevale una forma di "machismo" che si concentra solo su numeri e cifre, soprattutto in un tempo in cui è avvenuto un grosso cambiamento e le informazioni tecniche arrivano a getto continuo da qualunque fonte, rispetto ad ogni bene materiale: si tratta di informazioni commerciali, massificate e ultra dettagliate. «Talvolta i clienti possiedono anche informazioni che tu stesso non conosci, ma il gesto della pedalata va oltre quel tecnicismo. Io dico sempre: "Prima fai un giro su quella sella, poi mi racconti se ti è piaciuto, se ti sei divertito". Se ne parla e si interpreta il dato che, altrimenti, non vuol dire nulla: una bicicletta deve comunicare qualcosa. Colui che si interfaccia con il cliente ha il compito di leggere le emozioni del cliente e proiettarle su un mezzo piuttosto che un altro. Questo non potrà mai accadere in un centro commerciale, con turni lunghi, talvolta sottopagati, la domenica pomeriggio: non potrà mai accadere perché quel tipo di logica non lo permette, nonostante la buona volontà del lavoratore».
L'Umbria è una regione che sta crescendo e sta cambiando: il turismo è in aumento, ma anche la scelta di vivere in questa terra viene presa da sempre più persone. La bellissima Toscana, raccontano Federico ed Anna, è sempre colma di persone, qui il processo è differente, tuttavia è in corso. Si esce dal garage di casa e, nel raggio di qualche chilometro, ci si ritrova nel selvaggio, dove è necessario anche fare attenzione ai cinghiali, tra sentieri carrabili, mezzadri, luoghi disabitati che il ciclista medio tifernate, ovvero originario di Città di Castello, conosce. Tuttavia il suo giro classico è di un paio d'ore, con ritorno a casa verso le undici: «Pensiamo sia un peccato e, anche qui, portiamo un dato. Nella zona di Milano, seimila chilometri in mtb corrispondo a 17000 chilometri in auto per giungere in luoghi in cui è possibile pedalare: magari a Biella o in Lomellina. A queste condizioni, si capisce bene quanto sia difficile scegliere la bicicletta, anche il gravel, attraversando le campagne, che, visto il problema sicurezza che vivono le nostre strade, è, senza dubbio, maggiormente indicato, da questo punto di vista. In Umbria la storia è differente. Allora la domanda è: perché non ampliamo quelle due ore di pedalata? Anche qui si tratta di uscire, di aprirsi al resto, all'altro. Vorremmo smuovere le acque, proponendo una giornata e mezza di viaggio, un bikepacking con una notte fuori, magari al sabato ed alla domenica».

Il papà, adesso, è un signore novantenne e Federico si sente fortunato all'idea di averlo vicino, anche in GoCycling, perché è bello e perché è un valore aggiunto, come il tempo che si dedica ad un genitore e come il tempo che un genitore dedica ad un figlio. È felice vedendo le sue biciclette appese al muro, quelle biciclette viste, amate e poi acquistate. Anche gli amici del liceo e dell'università hanno ritrovato Federico e per loro è stato come incontrare l'uomo di città che, per amore, torna in provincia, dopo tanti anni. «Molte volte si ha il timore di iniziare qualcosa di nuovo soprattutto per quel che potrebbe dire la gente se non funzionasse. Abbiamo il timore di essere considerati un poco "sfigati". No, non si è sfigati: se si fa qualcosa con il massimo degli intenti, con passione, senza fare i furbi, senza fare scorrettezze, non si è sfigati nemmeno se non va. Certo, così facendo ci sono notti insonni con le bollette da pagare e tanti pensieri, ma pazienza, va bene così. Me lo ripeto spesso». Nel frattempo la bicicletta per Federico ed Anna continua ad essere avventura, a coincidere con la domanda "chissà com'è quel sentiero?" e con la voglia di andarci. La bicicletta è la meraviglia di quando si vede una bici caricata su un aereo per volare da un'altra parte ad esplorare strade, è risata quando, nel 1999, non si sapeva esattamente cosa fosse un "single track", lo si chiedeva a chiunque ed in molti non avevano risposta eppure tutti non vedevano l'ora di pedalarlo. La fitta rete stradale umbra pone varie alternative, così i ciclisti possono sentirsi maggiormente sicuri, non trascurando mai l'alternativa del gravel, che abbina sicurezza e natura. La raccomandazione è sempre la solita: rendersi visibili ed indossare il casco, anche nei pacchetti turistici che Federico, Anna e GoCycling propongono e dove la responsabilità di garantire la sicurezza di ciascuno è prioritaria. L'auspicio, invece, è che sempre più persone possano conoscere meglio il codice della strada, perché spesso è proprio la cultura di base a difettare.
I piedi, per Federico, devono essere sempre ben saldi a terra, mentre lo sguardo deve avere il più ampio orizzonte immaginabile per sperimentare, creare, inventare. GoCycling è sempre lì e cerca di essere presente nel modo migliore possibile, ovvero con quell'apertura di cui tanto Federico Rossi ci ha parlato. Aperti per un caffè, una chiacchierata, per l'inaugurazione e un prosecco, per consigli e scambi di idee. Probabilmente è per questo motivo che molte persone si sentono proprio partecipi del negozio e quando ne parlano usano il noi: «Dobbiamo fare...». In realtà, a metterci mano saranno sempre Federico ed Anna ma questa voglia di far parte di una realtà è così bella che nessuno osa mai dire nulla e quel "noi" sperano tutti di sentirlo spesso, più spesso ancora.


FVG Bike Trail: dal 4 al 7 settembre 2025 ritorna il grande evento bikepacking alla scoperta del Friuli Venezia Giulia

Annunciate le date e presentate le due nuove tracce dell’edizione 2025 di FVG Bike Trail: a partire dal 4 settembre si pedalerà tra Udine, Gorizia, Nova Gorica, Trieste, Grado e Aquileia, a scelta lungo un percorso da 200 o 380 km. La maglia ufficiale dell’evento è firmata dal Maestro Giorgio Celiberti e celebra l’affascinante commistione di diversità linguistiche, culturali e paesaggistiche del Friuli Venezia Giulia. Iscrizioni aperte da marzo.

Udine, 19 febbraio 2025 – La data da segnare sul calendario di tutti gli appassionati di bici e viaggi è il 4 settembre 2025, giorno in cui avrà ufficialmente inizio la seconda edizione di FVG Bike Trail, il grande evento bikepacking alla scoperta del Friuli Venezia Giulia. Dopo l’incredibile successo del 2024, ritorna anche quest’anno l’appuntamento cicloturistico made in FVG, che invita i suoi partecipanti a salire in sella a una bicicletta per pedalare al proprio ritmo lungo strade bianche e secondarie, attraverso boschi, colline, litorali e centri urbani dell’estremo nord-est italiano.

Un debutto memorabile
Lanciato per la prima volta nel 2024, l’evento FVG Bike Trail ha riscosso enorme successo fin dalla sua prima edizione: 475 iscritti (tra questi circa il 23% proveniente dall’estero) e oltre 180 mila km percorsi in bici, in una media di tre o quattro giorni consecutivi. L’edizione 2025 conferma il formato unsupported non competitivo, ma introduce interessanti novità e punta al raddoppio dei partecipanti. “Abbiamo raccolto feedback estremamente entusiasti da parte di chi ha pedalato l’anno scorso, non solo per l’organizzazione dell’evento, ma anche e soprattutto per l’effetto sorpresa regalato dalle tracce che avevamo studiato. Quest’anno abbiamo lavorato sodo per non tradire le aspettative dei nostri partecipanti, curando l’evento nei minimi dettagli e studiando due nuovi percorsi capaci di emozionare e di lasciare un ricordo indelebile del Friuli Venezia Giulia, pedalata dopo pedalata”, dichiara Giacomo Miranda, ideatore e organizzatore di FVG Bike Trail.

I due percorsi 2025 alla scoperta della regione Capitale del Cicloturismo 2025
FVG Bike Trail 2025 offrirà ai suoi partecipanti due percorsi ad anello completamente nuovi, rivolti a cicloturisti di diverso livello e grado di preparazione: il più lungo da 380 km e 4.300 D+, il più corto da 200 km e 2.000 D+. Punto di partenza e di arrivo per entrambi i percorsi sarà la città di Udine. Da lì, le due tracce si snoderanno verso Est e attraverseranno Cividale, Nova Gorica e Gorizia (Capitale europea della cultura 2025), la bellissima Trieste e poi Grado, Aquileia, Palmanova. “Il Friuli Venezia Giulia, Capitale del Cicloturismo 2025, è una regione bellissima da pedalare e offre una grande varietà di paesaggi, culture e storie da scoprire. Basti pensare che la traccia Unlimited di quest’anno, ovvero quella più lunga, attraverserà ben tre diversi siti patrimonio UNESCO (Cividale, Aquileia e Palmanova)”, commenta Miranda.

La maglia dell’evento
Ispirata all’opera “Labirinto dei sogni” del grande Giorgio Celiberti, poliedrico artista friulano di fama internazionale, la maglia ufficiale dell’edizione 2025 di FVG Bike Trail celebra la ricca diversità di lingue, culture e paesaggi del Friuli Venezia Giulia. Lettere e numeri, impressi con segni essenziali e materici sul tessuto dei modelli Supergiara Jersey e Flow Giara Tee di Sportful (partner tecnico dell’evento), si mescolano tra di loro, dando vita a un linguaggio universale, un intreccio di emozioni, incontri e ricordi che racchiude l’essenza di FVG Bike Trail.

Come partecipare
Per prendere parte alla prossima edizione di FVG Bike Trail, è necessario effettuare l’iscrizione tramite il portale www.fvgbiketrail.com:
Dal 3 marzo 2025 - iscrizioni in modalità early bird riservata ai partecipanti FVG Bike Trail 2024
Dal 27 marzo - iscrizioni aperte a tutti
Il pacchetto di iscrizione comprensivo di maglia ufficiale FVG Bike Trail x Giorgio Celiberti sarà disponibile in pre-order solo fino al 31 maggio 2025.

FVG Bike Trail è un evento ideato e organizzato da It Takes Two srl società benefit, con il supporto di PromoturismoFVG, il patrocinio della Regione FVG e in partnership con PM2 agenzia di comunicazione e marketing, X-Zone Bike, PrimaCassa Credito Cooperativo FVG, Marzocco Assicurazioni, Sportful e Udog. Per maggiori informazioni visitare www.fvgbiketrail.com.

It Takes Two srl società benefit che opera nel campo degli eventi. La società è guidata da una purpose: rendere il business coerente con la propria vocazione. La società ha sede a Udine e integra nell’oggetto sociale lo scopo di avere un impatto positivo sulla società, a beneficio di persone, comunità e ambiente. Con l’obiettivo di creare valore sostenibile, per tutti.


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Locanda Hirondelle, Aosta

Quel nido di rondini, in un angolo, sotto il tetto della locanda, c'era già ai tempi di Rita e Aurelio. Poi le rondini erano tornate, come ogni primavera, e quei due signori avevano pensato che fosse un segno, per questo la loro locanda l'hanno chiamata "Hirondelle", ovvero rondine in lingua d'oltralpe. Qualche anno più tardi, anche Nathalie e Alice Pellissier, le loro nipoti, dopo tanto studiare, viaggiare, provare diversi lavori, avevano fatto ritorno in quel luogo, dove erano cresciute. I nonni se ne erano andati e i ricordi che ne hanno queste ragazze che, oggi, gestiscono questa attività ad Aosta, sono testimonianze, perché di loro hanno spesso raccontato i genitori, Vanda e Livio, magari a sera, comunque in quella locanda visto che Alice e Nathalie, sin da bambine, sono cresciute in una casa che era un albergo, quell'albergo dove lavoravano mamma e papà, dopo nonno e nonna. Erano gli anni degli 883 e di una canzone che recitava «questa casa non è un albergo» e con gli amici, a scuola, ne ridevano, si prendevano in giro. Ricordavano quando, ancora piccole, giravano per i corridoi in pigiama, disseminavano giocattoli ovunque, si avvicinavano ai tavoli mentre i clienti facevano colazione, pranzavano, cenavano e, qualche volta, venivano invitate ad uscire in gita, forse per quella naturale simpatia che suscitano i bambini. «Mamma e papà erano sempre impegnati, di corsa, di fretta, perché questo è un lavoro difficile, un lavoro che toglie tempo alla sfera privata e diventa il centro, assorbe qualunque cosa con cui venga a contatto: nella ristorazione, nell'accoglienza, non esiste il sabato, non esiste la domenica e nemmeno il Natale o la Pasqua. Se queste mura sono sopravvissute a decenni e decenni, lo dobbiamo ai loro sacrifici. Nell'infanzia, però, si desidera un adulto accanto, con cui giocare oppure uscire a camminare. Noi non potevamo chiederlo a loro, così lo chiedevamo agli ospiti che, alla fine, si affezionavano». Allora, fra tanti pomeriggi afosi d'estate, bui di inverno, tempestosi d'autunno e freschi di primavera, indirettamente, continuando a respirare quelle abitudini, Alice e Nathalie avevano imparato quel mestiere. Una consapevolezza arrivata d'improvviso: «Alla fine, noi quello sappiamo fare. E, forse, proprio quello dovremmo fare». Sì, le rondini che tornano a casa, con i primi cieli azzurri della bella stagione.

In gergo si parla di ristrutturazione ed è questo ciò che fanno le sorelle Pelissier appena presa in mano l'attività. Ristrutturare significa mettere a nuovo, pur facendo i conti con quello che già c'è stato, con il passato. L'impostazione di base viene mantenuta, ma alcune scelte si distanziano abbastanza da quello che è l'arredamento classico delle case in Valle d'Aosta, con molti orpelli ed un particolare legno tipico: «L'idea comune è che così si trasmetta calore. Noi abbiamo sempre seguito una filosofia: less is more. Meglio togliere che aggiungere e, togliendo, alla fine aggiungerai. La semplicità, se ben interpretata, non priva di nulla, anzi porta altri significati e le persone se ne accorgono. Il calore qui giunge attraverso la luce ed uno stile nordico: sono chiare le pareti, è chiaro il legno. I colori vengono dai tavoli, dalle sedie, dalle poltrone, dagli elementi d'arredo. Il tutto crea luminosità». All'ingresso si incontra subito la reception a destra ed il bar a sinistra, spazi che, di solito, sono anonimi, poco abitati negli alberghi, in quanto, di base, luoghi di transito per pochi minuti, il tempo di fare il check in oppure di bere un caffè: in locanda "Hirondelle" proprio in questi luoghi vi è una libreria, vi sono dei giochi, per favorire la socializzazione fra gli ospiti stessi e fra gli ospiti ed i gestori dell'hotel. Il sottofondo è in una parola che Nathalie, Alice e Beatrice, loro fidata collaboratrice, hanno fatto propria: sostenibilità.

«Si tratta di un discorso a 360 gradi. Parte dall'alimentazione, ad esempio, dalla nostra scelta vegana, anche se l'etichetta non ci piace, però non si ferma lì: intendiamo un modo di vivere che non causi sofferenza ad altri esseri viventi, che ci rimetta in pari con la natura e con i nostri ritmi naturali. Quelli umani che, troppo spesso, dimentichiamo». Nathalie e Alice parlano anche di loro stesse, del loro modo di affrontare quel lavoro, ad esempio. Il primo impatto le ha messe a dura prova, perché, come i genitori, si stavano lasciando trascinare nel vortice di un'attività che annullava tutto il resto, che prosciugava, attraverso lo stress che c'è, in ogni mestiere, ma era tanto, troppo: «Riconosciamo il merito di mamma e papà, senza alcun dubbio, però ricordiamo anche come passavano le loro giornate. Siamo state distanti per diverso tempo, vivevamo in paesi differenti, ma, quando siamo ritornate ad "Hirondelle", ci siamo dette che, pur ammirando l'esempio, dovevamo staccarcene, per il nostro bene. Solo un'altra strada ci avrebbe permesso di continuare a lavorare qui. La persona deve essere al centro, nonostante il lavoro sia importantissimo. Tuttavia prima noi stessi, poi il lavoro, qualunque lavoro». Di fatto, aprire un'altra via vuol dire lasciare la via maestra, il percorso ed il modo di vivere segnato dai genitori e non è mai facile. Racconta Alice che il cambiamento è stato impattante, soprattutto quando ne ha parlato con la madre che, per cultura, non ha mai detto no al lavoro, ha sempre cercato di accontentare tutti e ha rinunciato a molto per quella locanda, senza rammarico, era soddisfatta: «Ha patito questa nostra volontà di cambiare completamente approccio, soprattutto all'inizio, ed era normale. Per lei è stata quasi una messa in discussione personale. In realtà, alla fine, è come se avessimo vissuto una sorta di psicoterapia transgenerazionale e anche mia mamma, così ansiosa, piano piano ha capito ed ha acquisito morbidezza. Ha compreso che è possibile dire no, che talvolta è necessario farlo».

Un passaggio che non riguarda solo Nathalie e Alice, ma anche Beatrice Durantini, «energia nuova e travolgente», che si è unita all'attività da qualche anno, provenendo dalle Marche ed avendo alle spalle studi in giurisprudenza, perché si era stancata di quel tipo di vita "standard" e cercava altro. A lei i genitori hanno ricordato gli studi pagati, la carriera che avrebbe potuto avere e quella scelta di un lavoro che, a fronte di molto impegno, spesso restituisce poco. Beatrice non ha avuto dubbi e, oggi, "Hirondelle" è una locanda gestita da tre donne: «Ognuna di noi ha portato e porta una propria parte, una propria peculiarità in questo progetto: io con la mia passione per il ciclismo e la bicicletta, Nathalie con lo yoga e la meditazione e Beatrice con questa ventata di aria fresca, attenta alle nuove generazioni, alla città, alla stand up comedy, alla cinematografia. Non a caso organizzeremo delle rassegne cinematografiche, tra cui una retrospettiva su David Lynch, ma anche dei corsi di ceramica e delle cene con delitto. Non mi piace usare la parola orgoglio, tuttavia, sono contenta di questo esempio di imprenditoria femminile, per la sinergia che poniamo in atto, per l'attenzione alla questione di genere e alla questione sostenibilità. Senza perdere la delicatezza». Sì, le persone che entrano in locanda si confrontano con questi temi, spesso, attraverso l'occhiata ad un libro nella libreria, piuttosto che per avere sfiorato l'argomento, senza che nessuno lo imponga, perché non sarebbe giusto e perché dalle imposizioni nasce il conflitto, il rifiuto e questo Nathalie, Alice e Beatrice lo sanno, perché hanno sbagliato anche loro, hanno alzato i toni anche loro per un'idea, pur giusta, e poi sono state male. Da una parte c'è il messaggio che Hirondelle prova a trasmettere, dall'altro, la quotidianità.

«Io e Nathalie fatichiamo ancora a trovare il giusto equilibrio. Qualche volta, soprattutto in estate, quando il lavoro è sempre più ed il tempo libero sempre meno, Nathalie e Beatrice mi vedono stanca e mi propongono di andare a farmi un giro in bici. Bastano un paio d'ore e torno rigenerata». Alice confessa che il suo luogo preferito è un sentiero chiamato Ru Neuf: parliamo, il più delle volte, di antichi percorsi di ruscelli, canali di irrigazione in epoca medievale, che si addentrano nei boschi, nella natura, nel silenzio, per, magari, venti chilometri, sempre in pianura. Democratici, perché possono essere percorsi da chiunque, basta una gravel, una mountain bike, talvolta a piedi. Anche Nathalie e Beatrice, quasi per osmosi, hanno iniziato ad interessarsi di biciclette e ciclismo. Beatrice, poi, avendo anche un compagno pedalatore è «circondata» e non può che imparare cose. Per Alice è iniziato tutto da una vecchia bicicletta e da un viaggio in Sardegna: da quel momento non è più riuscita a viaggiare al ritmo di aerei, bus e macchine. Ha sempre cercato una bicicletta, più simile a lei, con la possibilità di scoprire, addentrandosi in paesini e vicoli che altrimenti non sarebbero esplorabili. Una bicicletta come inno alla lentezza ed alla riflessione.


«Mia sorella Nathalie, invece, è la nostra parte spirituale. Ogni tanto la prendiamo anche in giro, perché i nostri ospiti avvertono questa sua vocazione e si confidano molto con lei, la cercano. Grazie a lei non mi abbatto quando arrivano i momenti difficili, perché mi ha insegnato che se arrivano c'è un motivo, ed è giusto affrontarli e proseguire, trarre ciò che possono darci. Nathalie è il motore di tutto questo. La locanda è un luogo tranquillo, in cui organizziamo anche incontri di yoga, invitando insegnanti, cercando di coccolare chi viene a trovarci, come proviamo a fare sempre».

Inclusività è la parola chiave ed è attraverso questa inclusività che, spiega Alice, dalla locanda "Hirondelle" si guarda il mondo. Certo, perché chi fa il suo lavoro conosce il mondo attraverso le persone che, soggiornando, lo portano fra quelle mura. Bisogna restare curiosi, attenti, è necessario averne cura, proprio mentre si lavora. «La nostra strada è iniziata da poco, impareremo molto e probabilmente cambieremo anche. Però non modificheremo mai la sincerità verso i clienti: non è stato facile intraprendere la via vegana, perché comunque è un lavoro e la preoccupazione di perdere una fetta di clienti poteva esserci. Non li abbiamo persi, nonostante la nostra clientela sia per la maggior parte onnivora, perché hanno compreso la nostra sincerità. Il lavoro crediamo sia questo e speriamo resti sempre questo. Ci sono i problemi, le avversità, le difficoltà, ma il lavoro può nutrire. Anzi, deve nutrire qualcosa nelle persone». Il nido di rondini là sopra, sul tetto, c'è ancora e le rondini continueranno a tornare perché, ormai, è casa loro.

Foto: Tommaso Longo


Palo Alto Bikes, Rivignano

Palo Alto era Palo Alto Market, a Poblenou, Barcellona: una vecchia fabbrica tessile di mattoncini rossi, con una ciminiera che svetta alta nel cielo, il cosiddetto Palo Alto, per l'appunto. Questo spazio, un tempo simbolo dell'industria, oggi pulsa di nuova vita, ospitando giovani artigiani e creativi che ogni mese danno vita a un mercatino, un magico equilibrio tra modernità e tradizione. In Spagna, a Barcellona, Lorenzo Sandrin era arrivato per incontrare Michela, la sua attuale compagna, ma quello strano nome e la scelta di quegli artigiani l'avevano, da subito, meravigliato.

Che a Palo Alto, in California, esistesse già un negozio di biciclette dal nome Palo Alto Bicycles, l'avrebbe scoperto solo anni dopo, quando in via Umberto 79, a Rivignano, in provincia di Udine, i vetri di una piccola vetrina si affacciavano già su un altro Palo Alto Bikes, quello nato dalla sua idea di ricreare quell’atmosfera magica di artigianato moderno. In California, Lorenzo non è mai stato, ma Italo, un signore all'epoca ottantenne, gestore della ferramenta del paese, sì, per trovare suo figlio che vive negli Stati Uniti. «Italo aveva un inglese incerto e le movenze di un padre anziano, ma in quel negozio lontano, riuscì a spiegare che pure nel suo paese c'era una realtà con lo stesso nome. Non so quanto quel titolare, con svariati dipendenti e un giro d'affari importante, potesse essere interessato al racconto della mia storia, ricordo però l'ultima volta che Italo venne da noi e mi narrò questo fatto. Purtroppo Italo non c'è più, ma io lo rivedo orgoglioso come quel giorno e, nella mente, risento la sua descrizione, mentre lo immagino che parla in inglese del proprio paese e del nostro negozio». Così questa è la storia di quel nome curioso, dietro a cui se ne nasconde un'altra, schietta e sincera, come sono i friulani: senza fronzoli, senza retorica.

La verità è che Palo Alto Bikes è nato da una necessità, di più, è nato da diverse insoddisfazioni lavorative. Suo padre faceva il lamierista carrozziere, un mestiere quasi ormai scomparso, dedito alla riparazione degli oggetti in lamiera: che fossero pezzi di una vecchia Alfa Romeo Giulia, di una Lambretta o di un trattore non faceva differenza. Li portava a casa e ci lavorava pazientemente, mentre Lorenzo e suo fratello imparavano. All’epoca uno scooter usato, con qualche sistemazione e una riverniciatura, pareva come nuovo. Lo spazio per tutto questo era l'officina sotto casa, fino a che, un giorno, papà tornò con un telaio in acciaio datato, montato Campagnolo: era il periodo delle biciclette a scatto fisso, della Red Hook. Quell'officina diventò improvvisamente dedicata a quella e ad altre biciclette: Lorenzo montava, smontava, lucidava e costruiva ruote. Michela, di tanto in tanto, passava da quelle parti e le sue parole erano sempre più o meno le stesse: «Che bella la tua manualità, perché non ne fai qualcosa in più? Dovresti provare».

«Di fatto, fu un salto nel buio, un azzardo, seguendo un’ispirazione e un modo diverso di vedere il ciclismo. Ho viaggiato per le principali capitali europee, oppure a Barcellona e Berlino, ad esempio, cercando ispirazione ed imparando tutto quel che potevo captare, per poi applicarlo nel mio progetto. Avevo uno studio di produzione che, però, non riusciva a fornirmi alcun sostentamento a livello economico: dove c'era l'attrezzatura audio, ora ci sono attrezzature per biciclette, la musica degli strumenti è diventata vento tra le ruote e la passione è divenuta un lavoro».

Palo Alto Bikes è cresciuto di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno: nel primo periodo vi trovavano casa biciclette molto standard, ora in esposizione è possibile trovare brand di nicchia (come BROTHER Cycles, O.P.E.N. e Bombtrack) e qualche ruota in carbonio assemblata a mano. Col tempo sempre più persone sono arrivate qui attratte dalla passione e dalla cura che Lorenzo mette nel suo lavoro. L'attenzione di Lorenzo è stata quella di rimanere al passo coi tempi, ricercare prodotti e soluzioni interessanti e dedicare tempo alle esigenze dei clienti e ai loro montaggi personalizzati. «Credo che questo mondo, quello del ciclismo, si possa dividere in tre macrocategorie: gli amatori, gli agonisti e gli appassionati. Da questi ultimi si trae sempre nuova linfa per le giornate: conoscono ogni salita e ogni altimetria, in vacanza, a tempo perso, vanno in bicicletta, magari salgono al Galibier o al Mont Ventoux, soprattutto conoscono cose a cui gli agonisti non fanno nemmeno più caso, presi dal risultato, dai numeri. Il mio lavoro mi ha permesso e mi permette ogni volta di vedere le diverse facce di questo piccolo universo chiamato ciclismo».

Un gestore, specifica Lorenzo, nel 2025, non può fermarsi alla vecchia logica del negoziante o del meccanico, bisogna, invece, entrare nell'ottica di una sorta di "meccanico 2.0", perché «mi si permetta il gioco di parole, fare solo ciò che paga, in realtà, non paga. Le persone ormai acquistano tutto dal divano di casa: bisogna aiutarle a fidarsi e, al giorno d'oggi, non è facile». Lorenzo non si sente venditore, anzi, narra che quella è la cosa che ha più difficoltà a fare, lui si diverte a costruire bici su misura, per quella persona o per quell'evento, quando, tuttavia, si trova a dover vendere inizia a fare domande, a chiedere, a rovistare fra le varie esperienze, fra le vecchie biciclette per reperire le misure corrette: qualche cliente non è rimasto al passo con i tempi, allora Lorenzo improvvisa, sa farlo bene, gli riesce, e così cerca di capire la persona che ha davanti, quel che vuole, che desidera.

«Mi interfaccio anche io con quello che chiamo "l'arrangismo friulano", un atteggiamento ben riassunto da una frase tipica: “fasin di bessôi”, ovvero "facciamo da soli", omaggio alle capacità ed ai talenti friulani e forse anche un poco alla proverbiale diffidenza di questo popolo. Mi capita che mi arrivino qui persone con biciclette in condizioni abbastanza precarie che, magari, hanno intenzione di fare lunghi viaggi, all'altro capo del mondo: in quel caso serve spiegare, è necessario mettere davanti alla realtà dei fatti. Non sempre capiscono perché è un qualcosa di ancestrale quel modo di fare, quello del pensare di non aver bisogno di nessuno, ma talvolta si riesce a cambiare. Dalla stessa origine deriva l'avversione che spesso, anche sui social, si ha nei confronti dei meccanici, quasi non fossero idonei ad occuparsi delle nostre biciclette perché "faremmo meglio da soli". La problematica è la stessa e vale per ogni zona d'Italia». Il friulano, inoltre, è diffidente, anzi, forse, molto diffidente, ma, una volta che si riesce a fare breccia nel suo scudo, si rivela una persona aperta e calorosa. Bene, in quel momento diventa impossibile anche solo passare dalla regione senza avvisare: ci tiene a mantenere il contatto, la conoscenza, l'amicizia.

Il locale è articolato in due ambienti distinti, caratterizzati da altrettanti, spazi, come fossero due mondi: uno relativo alla vendita con qualche bici in esposizione, l'altro all'officina, con una piccola vetrina ad attirare l'attenzione sul negozio. L'idea è sempre quella di cercare di offrire non solo prodotti e servizi ma anche un’esperienza divertente ed originale al cliente: «Penso, ad esempio, alla Cimiteri Ride, la nostra gravel annuale che organizziamo nel periodo della festa di Ognissanti. Sarà per il nome assurdo o il periodo particolare ma ogni anno attira sempre più partecipanti. Non serve molto: una traccia particolare, i ristori con prodotti appetibili, magari locali. La chiave è mantenere tutto semplice, genuino, anche se non è così scontato: alla fine, si tratta solo di una pedalata insieme, nulla di più. Un altro esempio potrei portarlo parlando delle uscite che organizziamo in notturna, al mercoledì, e, visto che siamo un poco distanti dalle principali città, ci siamo inventati una sorta di tour: siamo stati ad Udine, a Pordenone e in altre località. Sapete il bello? Alcune di quelle persone, che hanno pedalato nei nostri eventi, si scambiano nomi e numeri di telefono e, successivamente, si ritrovano per correre assieme: questo per me è un risultato, forse il più importante».

L'invito di Lorenzo è quello di restituire il maggior potere possibile all'utente finale, un potere che, di fatto, gli appartiene. Per farlo, spiega, è necessaria una sorta di involuzione, un ritorno alle origini. Si tratta di riscoprire le botteghe, dove trovavi non più di una ventina di biciclette, in contrapposizione ai grandi negozi, dove spesso «si vendono scatole vuote». In quelle botteghe, l’utente si riconnetteva con l’artigianato e con una dimensione più umana e autentica. Secondo Lorenzo Sandrin, quando queste due strade – tecnologia e artigianalità, modernità e tradizione – torneranno a incontrarsi, sarà stato fatto un grande passo avanti. È una visione in cui crede fermamente.
Intanto, da quel 9 marzo 2019, sono già trascorsi ben più di cinque anni, quasi sei, a dire la verità, mesi e giorni in cui quel salto nel buio e quella scelta coraggiosa si sono rivelati un successo. Di passi avanti se ne sono fatti e tanti e se ne vorrebbero fare ancora. Crescere, certo, ma con un punto fermo: la natura artigianale, che, ancora oggi, è preziosa e da preservare. Nelle pieghe dell'artigianalità ci sono le origini e le origini sono la base da cui costruire qualunque cosa: anche Palo Alto Bikes, dal nome californiano, dal ricordo spagnolo, dalla base friulana, dalla realtà a due ruote, come due ruote hanno le biciclette di qualunque ordine e grado.


Specialized e Zerosbatti insieme per proteggere i ciclisti: un progetto che fa la differenza nel 2025

Specialized Italia ha annunciato una collaborazione esclusiva con ZeroSbatti, associazione non-profit leader nell'assistenza legale ai ciclisti coinvolti in incidenti. Questo progetto innovativo dimostra la vicinanza e l’impegno di Specialized nei confronti dei rider, per garantire loro sicurezza e supporto in ogni situazione.

La mission del progetto: prendersi cura dei ciclisti.

Nel 2025, tutti coloro che acquisteranno una bicicletta o un telaio Specialized riceveranno un anno di assistenza legale gratuita in caso di incidente stradale in bicicletta. Grazie a questa iniziativa, i clienti potranno contare su un supporto professionale e tempestivo, in grado di guidarli passo dopo passo nel processo di gestione dei danni materiali e fisici.

Come funziona?
Ogni cliente riceverà una cartolina dotata di QR code che permette di registrarsi facilmente online. Una volta inseriti i dati richiesti e il numero di serie del prodotto, l’accesso al servizio sarà immediato. In caso di incidente, il team ZeroSbatti, in sinergia con i punti vendita Specialized, offrirà supporto completo: dalla valutazione dei danni al dialogo con periti e assicurazioni, fino alla migliore gestione dei risarcimenti.

Un valore aggiunto per i nostri clienti
Oltre a offrire protezione legale, questa collaborazione punta a diffondere una maggiore cultura del rispetto tra gli utenti della strada. ZeroSbatti, con il supporto di atleti professionisti, porterà avanti campagne di sensibilizzazione per promuovere la sicurezza e l’educazione stradale.

Specialized e ZeroSbatti credono che ogni ciclista meriti non solo la migliore tecnologia, ma anche un’assistenza che lo accompagni ovunque, sia in sella che nelle situazioni più difficili. Questo progetto rappresenta un ulteriore passo avanti nell’impegno di Specialized per un futuro più sicuro e sereno per tutti i rider.


Coco Cycle, Milano

Colin Nicolas Buckley ha compiuto cinquantatré anni nei giorni del Natale e da circa quaranta notti di Natale c'è la bicicletta nei suoi pensieri. Cambridge, dov'è nato, è una città di ciclisti, con al centro l'università, luogo di studio o di ricerca: a scuola smontava e rimontava biciclette da corsa, assieme ai compagni di classe, tuttavia, come ogni amore, c'è una data precisa in cui ci si incontra ed il sentimento si materializza. Per Colin è il 1984 e le coordinate sono quelle del Tour de France, la corsa che ancora oggi è la più bella del mondo nelle sue parole e nei suoi ricordi. Nella memoria quei giorni sono anche quelli del vento in faccia, della velocità in sella e della sua ebbrezza, del suo brivido tipico della giovane età. Ai banchi di scuola si sostituisce il mestiere di meccanico, i suoi attrezzi, la sua pazienza, il suo legame con il ridare vita ad un oggetto: «Se qualcosa non funziona, la mia idea è quella di capire il perchè e agire di conseguenza per sistemarla, perché "riparare" è un bellissimo predicato verbale. Ciò che è guasto è semplicemente fuori posto, fuori dall'ordine naturale delle cose e gli esseri umani, con il loro lavoro, possono ristabilire quest'ordine, in questo modo le cose tornano a funzionare e riacquisiscono la propria luce. Si tratta di una missione».

Non è un caso che le biciclette di Colin siano per la maggior parte datate, antiche, in acciaio, magari plasmate quarant'anni fa: attorno a loro si racchiudono le varie esperienze che ha raccolto in giro per il mondo e, poi, al suo arrivo in Italia, nel 1992. Parla perfettamente in italiano, si scorge l'inflessione britannica e con orgoglio ed un lieve tremore delle corde vocali afferma: «Molte persone mi cercano e se io cambio luogo, città o paese, loro viaggiano per portarmi nuove e vecchie biciclette. Viaggio con un bagaglio di esperienze che riapro non appena tocco una bicicletta». Colin Nicolas Buckley smette per un attimo di parlare e si affaccia alla vetrata che guarda via Gerolamo Tiraboschi, a Milano.

Cosimo Capobianco ha conosciuto Colin circa vent'anni fa, mentre lavorava nel settore librario, tra librerie e case editrici. In quel periodo Cosimo era in una libreria tra via Indipendenza e Piazza Vetra proprio a Milano, Colin, invece, aveva appena scoperto Granciclismo, la casa delle biciclette fra le più belle che c'erano, le Cinelli di Antonio Colombo. Una sede era a Cesena, un'altra proprio in Piazza Vetra: duecentocinquanta metri di negozio e vetrate e vetrine su tutte le tre facciate. Il design era innovativo, si potevano acquistare le prime borse provenienti da America e Giappone ed anche Colin nel 1993 aveva comprato qualche bicicletta da loro, spendendo gran parte dei propri risparmi. Colin e Cosimo si incrociavano tra la via e la piazza: tra chi cercava un libro e chi ammirava quell'universo a due ruote. Il caso volle che la libreria venne chiusa e Granciclismo dovette trasferirsi e finì proprio in quei locali, accanto al parco delle Basiliche di Milano, ancora tra vetri e vetrate. Forse è quello il momento in cui le strade di questi due uomini tornano ad incontrarsi: Cosimo non vorrebbe più «dipendere da nessuno» se non dalle persone che entrano nel negozio, sogna un locale pieno di bici e ciclismo perché è anche la sua passione. Di più: vorrebbe costruire qualcosa di nuovo, partendo dall'inizio e crescendolo come si crescerebbe una creatura. Quanto a Colin è sempre stato meccanico, non ha mai abbandonato le sue biciclette, e pare la persona giusta, al momento giusto. Anche Cosimo guarda fuori, verso via Gerolamo Tiraboschi: ad agosto è nata una società, il 12 settembre hanno preso possesso dei locali al numero 8 e da quel momento, piano piano, stanno mettendo assieme Coco Cycle. Sì, Coco come Colin e Cosimo.

Si tratta di un'officina di riparazioni in cui chiunque arrivi può domandare qualunque tipo di riparazione, per ristabilire quell'ordine e riportare quella luce di cui parlava Colin: «Il nostro- raccontano i due- vuole essere un lavoro onesto, spinto dalla passione. Il progetto è quello di offrire un servizio di un certo livello, atto a soddisfare le aspettative delle persone. Le domande sono semplici: perché si continua a cercare il nuovo, si vende e non si ripara più nulla? Perché la vecchia bicicletta di papà o di nonno viene definita cancello? Perché le botteghe dei genitori vengono abbandonate al loro destino e nessuno vuole più prendersene cura? Perché il mondo corre veloce, forse anche troppo veloce, si acquistano pezzi nuovi su Amazon, magari non si sa nemmeno come utilizzarli, si è disposti a pagare qualcuno per montarli, non per aggiustare e questo fa perdere l'anima agli oggetti». La realtà è che, non appena si scopre il restauro e la nuova vita che ne deriva, le persone restano entusiaste. Ogni tanto Colin prende un libro, smette di maneggiare ingranaggi e attrezzi e inizia a sfogliarlo, a mostrarlo, a raccontare quel che c'è scritto e da lì spera derivi la consapevolezza, in chi ascolta mentre aspetta la propria bici, dell'altra lezione che consegna il riparare, l'aggiustare: la possibilità di conservare la storia di una bicicletta: «Le persone hanno un tempo limitato sulla terra, se ne vanno e portano con loro tutto il vissuto. Penso a Coppi, a Maspes, a Gaiardoni, a Magni: quanto hanno vissuto e custodito? Io lo dico ai ciclisti: dovete scrivere libri perché non si può sprecare tutto ciò che provate sulla vostra pelle, è un patrimonio. Quando le persone scoprono degli scritti, si fermano, pensano, ascoltano, leggono. L'universo è immenso, eppure la bicicletta compie questo piccolo miracolo, avvicina, cancella anche le distanze interpersonali. Se restaurata, sistemata, preserva la memoria di ciò che scompare o potrebbe scomparire».

Per questo la maggior parte dello spazio in Coco Cycle è dedicata all'officina e le pareti sono attrezzate con accessori e ricambi: le bici nuove sono poche, solo alcune in vetrina. Lo spazio non è moltissimo, ma è un piccolo mondo in cui c'è tutto quel che serve per custodire una bicicletta. Sono partiti da zero ed il “piatto”, questa è la metafora culinaria utilizzata, non era già pronto da servire a tavola, bensì da costruire passo passo, come il locale, dandogli forma di giorno in giorno ed aggiungendo accessori, scelti e collocati personalmente. Il palazzo è antico, risale ai primi del 1900, ristrutturato solo ultimamente, molto luminoso, perfetto per un mezzo "verde", legato alla natura, come la bicicletta: la pavimentazione è uniforme, consiste in un mosaico colorato, di quelli dei vecchi tempi, facile da pulire, il soffitto è alto.

Si stanno sbrigando le ultime pratiche burocratiche e l'insegna non c'è ancora, ma il messaggio a chi arriva lo trasmette l'accoglienza: «Ognuno si relaziona con la bicicletta in un modo personale ed è a maggior ragione per questo che ciascuno deve essere ascoltato e rispettato. A noi interessa l'individuo: nulla cambia che pedali contro il vento, correndo su strada, oppure che accompagni i bambini a scuola. La porta è aperta a tutti, cerchiamo di mettere a proprio agio perché nessuno deve avere timore qui dentro ed il rapporto che si può instaurare attraverso una riparazione è differente da quello che si crea con la vendita: in quest'ultimo caso, si parla solo di quel che si ha, della novità per l'appunto, nel caso di una riparazione, invece, il dialogo è a tutto tondo. Il cliente chiede quali prodotti utilizzare, cosa cambiare, se un copertone da strada piuttosto che un altro, nascono idee, ci si scambia suggerimenti, si pensa a come personalizzare quella bicicletta, magari con una sella particolare. Spesso il cliente ritorna e chiede ancora un parere: è il modo di rendere partecipi di quella storia, di quella piccola antichità. La cultura della bicicletta è anche questa e si diffonde proprio così, nello scambio di esperienze». Il rapporto e la conoscenza del mezzo variano a seconda del tipo di utilizzo: raccontano Colin e Cosimo che talvolta chi pedala per utilità, per spostamenti, di fatto quasi non conosce il mezzo, qualcuno ha confessato di non sapere che le ruote andassero gonfiate. Diverso è il caso di coloro che della bicicletta hanno fatto uno stile di vita, una delle tante letture della quotidianità: certamente l'approccio è cambiato, soprattutto da parte dei giovani.

Cosimo pensa a suo nipote: «Ha quattordici anni e vedo la sua generazione; pedalano poco, utilizzano la bici solo per necessità, noi la consumavamo da quanto la sperimentavamo. Sto pensando ai parchi pubblici, negli anni settanta, quell'innamoramento che pare andato perso. Qualcosa di simile mi pare di vederlo rispetto ai libri, alla lettura ed è una piccola malinconia, una forte nostalgia». Ogni tanto qualcuno cambia idea e quello che un tempo era considerato un "cancello" viene d'un tratto visto come un prezioso gioiello: è l'opera di un meccanico a cambiare la visione. Allora tutti se lo tengono stretto, non lo mollano più.

Colin, a Cambridge, lavorava in una piccola officina, erano i primi tempi ma una cosa la ricorda chiaramente ed è un'eco che persiste: la felicità non arrivava con lo stipendio, ma era una sorta di restituzione che si sviluppava quando qualcuno sorrideva contento vedendo la propria bici di nuovo in ordine. Ha imparato lì l'etica del lavoro: fare bene, a prescindere da tutto e tutti, perché è un dovere, perché, a sua volta, fa bene a chi di quel lavoro usufruisce. Lì fuori c'è sempre Milano, una città in cui per le biciclette, per i ciclisti si dovrebbe fare di più, ma i primi passi si stanno muovendo: «Parliamo delle migliorie alla ciclabilità, dei restringimenti di strade larghe e di una consapevolezza che è crescente rispetto alla necessità di proteggere i ciclisti e, magari, a diminuire le automobili, perché in sella si respira meglio, si viaggia meglio, si arriva anche prima, Tuttavia parliamo di una città che si blocca completamente ogni volta in cui piove, piena di sensi unici, con strade con pavè e qualche volta con asfalto non troppo curato, con i binari dei mezzi pubblici. A volte sembra quasi non ci sia il desiderio di aiutarti a pedalare, di permettertelo, a forza di frapporti ostacoli, laddove invece sono necessarie infrastrutture e talvolta anche multe: sì, i controlli sono fondamentali perché ciascuno rispetti la legge, perché si possa creare una sana convivenza».

Quando piove, Colin si veste, si copre, poi sale in bicicletta e pedala verso Coco Cycle: si bagna? Certo, ma dice sempre che qualche goccia d'acqua non è nulla rispetto al piacere di respirare l'aria fresca, di non chiudersi in un'automobile per minuti e minuti, talvolta ore. La sua felicità è condivisa, perché di storia in storia racconta anche questo a coloro che entrano nel locale e tutti quelli che provano iniziano a sentirsi bene, a non temere più qualche goccia d'acqua: può anche essere piacevole. Intanto Cosimo e Colin continuano a lavorare, ad aggiustare, a sistemare, a rimettere a posto, in ordine. Del resto ce l'hanno detto; riparare è un bellissimo predicato verbale.


«Ho cambiato le mie priorità»: intervista a Marta Cavalli

La prima domanda non può che essere «come stai?», perché è così che si fa quando si telefona a qualcuno e perché l'ultima intervista con Marta Cavalli risale a molti, forse troppi, giorni fa. Ma le abitudini non sono cambiate: la sincerità, prima di tutto: «Bene, ma, forse, non è nemmeno questa la cosa più importante da dire dopo tutto questo tempo. Confesso, piuttosto, di aver imparato tanto su di me. Diversi errori nel mio passato mi hanno impedito di amare e continuare ad amare il lavoro dei miei sogni. Forse perché l'ho amato troppo ed in un modo sbagliato. Il ciclismo non era solo il mio lavoro, era la mia vita: facevo tutto, sempre e solo, per vincere, per tornare dove la gente mi diceva che avrei potuto essere. Ogni istante della mia vita era legato al ciclismo: l'allenamento, l'alimentazione, la preparazione mentale. Sono crollata. Ad un certo punto non uscivo di casa in certi orari per non incontrare ciclisti, non guardavo i giornali per non leggere del ciclismo e, se, per caso, dalla cucina, sentivo la pubblicità di qualcosa legato alla bicicletta, avevo il rigetto. Ho disconesso tutti i miei social. Lo scorso luglio, dopo l'incidente che mi ha coinvolta, ho lasciato la bicicletta distrutta in garage e non volevo più andarci per non vederla. In quei giorni, avevo già gli scarpini sganciati ed un piede giù dalla sella. Sì, ho pensato di smettere e non ho alcun timore a dirlo: la situazione non era più sostenibile».

Il ghiaccio, probabilmente, si rompe proprio dopo queste parole, di nuovo, dopo mesi, proprio come quando si racconta qualcosa di duro, di difficile e si lascia andare ogni paura nel far uscire le parole. Inutile nascondersi dietro un dito, avevamo intuito, come tutti, la pesantezza del momento, ma un conto è pensare, credere, altro è sapere, ascoltare. L'intervista diviene, a dire il vero, un flusso di coscienza. «Se non è accaduto è perché sono cambiata. Ho compreso che il mio benessere deve essere prioritario, poi viene l'atleta e la soddisfazione individuale e della squadra per l'operato come ciclista. Si tratta di una forma di egoismo? Può essere, ma è necessaria. Mi sono resa conto che, da quando sono una ciclista, non ho mai avuto passatempi fuori dal ciclismo. Forse nessuno me lo ha mai chiesto, tuttavia, se l'avessero fatto non avrei saputo rispondere. Allo stesso modo, non avrei saputo dire la data dell'ultimo aperitivo con amici. Non è bello, non è ciò a cui auspicare, anche in cambio delle vittorie. Gli aperitivi non saranno mai la mia quotidianità, però, oggi, non fuggo e, se lo desidero, mi concedo anche questo sfizio. Non sarà, di certo, un aperitivo a precludermi un risultato: non ha questo potere. L'esasperazione, invece, sì. Può precludere un risultato, può precludere una carriera. Il benessere della mente precede quello del corpo e lo influenza».

Torniamo indietro, per un istante. Torniamo a quell'incidente ed alle sue conseguenze, tra cui un ginocchio particolarmente gonfio, che non permettono a Marta Cavalli di fare nulla, se non di vivere una forma d'ozio che non aveva praticamente mai vissuto in quanto, per indole, le è sempre stato impossibile restare con le mani in mano, in un costante bisogno di fare, inventare, progettare. In quel momento, gli stimoli per rialzarsi e salire in bici non c'erano più, ma una domanda la assillava: «E adesso? Cosa farai? Non sarai più una ciclista, dovrai tornare nella società e collocarti in un altro ruolo. Quale?». Confida Marta Cavalli che la fiducia nel fatto che quella risposta sarebbe arrivata non è mai mancata e, anzi, di risposte, nella mente, se ne sono affollate diverse. Era pronta ad accoglierle, con l'idea di stare bene, di stare solamente bene. «Non appena ho ripreso a pedalare con Mirco, il mio compagno, abbiamo assemblato assieme la mia bicicletta. "Tu hai ancora una fiamma negli occhi quando hai a che fare con la bicicletta, Marta. Sei forte. Perché vuoi precluderti tutto?": questa era la sua domanda. E la mia risposta era sempre: "Sono stanca, troppo stanca per continuare". Eppure, nelle uscite casuali, senza tabelle, a tratti ignoranti, mi divertivo. Ho pensato così che avrei potuto fare sport unicamente per passione, come tante persone».

Tour Cycliste Feminin International de l'Ardeche 2023 - Marta Cavalli (ITA - FDJ - SUEZ) - Foto Alessandro PerroneSprintCyclingAgency©202

All'ultimo momento, prima che i giochi fossero chiusi, e quindi che venisse messo un punto alla carriera di Cavalli, è giunto il contatto con il Team Picnic PostNl, la seconda opportunità che non stava attendendo e che, tuttavia, si è aggiunta agli spunti dati dalle persone a lei attorno: una nuova squadra, tanta serenità, soprattutto nessuna tempistica e nessun obiettivo prefissato, solo il desiderio di riprendere e riprovarci. «Ho accettato perché non avevo niente da perdere. Anzi, non ho niente da perdere. Però, almeno inizialmente, l'ho fatto con "il piede sollevato dall'acceleratore", quasi a volermi assicurare di poter tornare indietro, per questo sono rimasta in silenzio, non l'ho detto a nessuno. Era una sorta di protezione. Ho detto che ho una visione differente di questo lavoro, ed è vero, però non sono un'illusa. So bene che alcune difficoltà si riproporranno, forse anche lo spettro di quella che ero prima, ma sono fiduciosa nel fatto di essere una persona diversa e di essere in grado di porre in campo un atteggiamento opposto. Non è una ripartenza, perché ripartire significa che delle partenze ci sono già state. Piuttosto è una costruzione differente e quando si costruisce si parte dalle basi e tutto è nuovo».

Il nuovo capitolo in Picnic PostNl è caratterizzato da un approccio differente anche da parte del team: sono cambiate le persone, i meccanismi, le nazionalità delle atlete, le abitudini ed anche la stessa matrice della squadra, non più francese ma olandese. Marta Cavalli distingue due fronti: quello tecnico, estremamente articolato e complesso, con una miriade di aspetti e sfaccettature e con uno staff che si dedica a qualunque dettaglio, dal nutrizionista, all'esperto di analisi dati, ad una fitta rete di comunicazione, e quello umano, in grado di distaccarsi dalla freddezza dei numeri e di creare un rapporto e accompagnare l'inserimento di qualunque nuova atleta: «L'allenamento, per me, è di nuovo un modo per divertirsi, sorridere. La sera c'è anche il tempo di giocare con le compagne. In questo modo, riesco a concepire ogni uscita in bici come una via per migliorarmi, senza la sensazione di essere sotto giudizio, sotto valutazione costante: è anche quella a frenare un atleta. Senza alcuna preparazione, dopo un anno di stop, mi sono messa nelle mani dello staff. L'ho proprio detto: "Mi fido di voi". E dopo l'insoddisfazione, è arrivata l'innovazione e la voglia di scoprire».

Il bisogno, qualcosa che ha anche a che fare con un sogno, ma uno di quelli semplici, genuini, è di essere nuovamente in gara, con quella spensieratezza agonistica che fa dire "vado, me la rischio": «In realtà, si accompagna anche ad un leggero timore, ad una leggera ansia. Sai il detto "tolto il dente, tolto il pensiero"? Ecco, non vedo l'ora che la corsa esploda, in una situazione di gara complicata, per scoprire come reagirò, magari per essere lì davanti e capire cosa proverò. Per me è una sorta di pensiero ricorrente». La brutta caduta al Tour de France 2022, afferma, è stato l'inizio di questo periodo buio, ma ora è alle spalle: «Non tutto il male viene per nuocere, penso sia vero e credo anche sia un augurio da ricordare. Quell'incidente ha poi innescato tutta una serie di conseguenze, con il punto peggiore nell'estate del 2024, ma le cose passano, alcune in tempi brevi, altre in tempi più lunghi. Fintanto che le viviamo dobbiamo provare a utilizzarle per crescere e avere pazienza, come devono avere pazienza le persone a noi vicine. Voglio dire una cosa: non ho una persona in particolare da ringraziare nel mondo del ciclismo, ne ho tante e sono coloro che fanno parte della mia "community". Quelle che mi hanno aspettato in questo anno, senza, però, aspettarsi nulla. Alcune nemmeno le conosco dal vivo, forse nemmeno le conoscerò mai, però so che ci sono. Confesso che non è stato facile per me interrompere in anticipo il rapporto con FDJ-Suez, era una situazione delicata ed a me piace la correttezza. Quando l'ho annunciato, mi sono subito chiesta come l'avrebbe presa il mondo che mi seguiva. Bene, a loro non sono servite spiegazioni e questo mi ha resa più forte. Lo sport è necessario anche, forse soprattutto, per veicolare messaggi ed io sono contenta che il mio messaggio sia stato quello di rimettere al centro la propria persona e di smettere di essere un robot».

Si sente fuori dalla "tavola rotonda" delle atlete che si giocheranno le classiche e le grandi corse a tappe, anzi, sottolinea che questi due anni lontana dal suo mondo l'hanno portata a perdere di vista molte dinamiche, per cui non sarebbe in grado di fare un pronostico: certamente è interessata al ritorno di Anna van der Breggen, si chiede come si comporteranno Lotte Kopecky e Demi Vollering, ora in due squadre differenti, e osserva con curiosità i diversi giovani talenti che stanno emergendo. Ora è sicura che continuare sia stata la scelta migliore, perché il suo percorso nel ciclismo l'ha costruito con fatica e sacrifici e quel finale non sarebbe stato il finale adatto, troppo brusco, troppo secco, non deciso, ma subito. «In passato ho vinto tanto, è vero, e le persone spesso non sono comprensive e non hanno mezze misure. Non hanno pazienza ed è difficile far fronte a questa richiesta di "tutto e subito". Io non so se e quanto vincerò ancora, ma, se arriveranno, saranno vittorie completamente diverse, non paragonabili. Per questo il mio passato non mi pesa. Perché Marta è un'altra Marta. Non c'è più quel rumore assordante nelle orecchie, con tutte le pressioni e le aspettative, quando salgo in bicicletta le priorità sono completamente diverse: tornare a casa, riabbracciare le persone a cui vuoi bene, su tutte». La doccia, qualcosa da mangiare post allenamento e basta, poi c'è la quotidianità, perché «il ciclismo non è solo un lavoro, ma è anche un lavoro e una persona non può farsi definire solo dal proprio mestiere, qualunque sia».


Determinazione e sogni: intervista a Carlotta Borello

Carlotta Borello, BTC City Ljubljana Zhiraf Ambedo, sostiene che, spesso, il sacrificio sia inquadrato in maniera errata in quanto si tende a concepirlo come rinuncia, ma per un'atleta agonista quale è lei il sacrificio è solamente un ponte tra ciò che desidera e ciò che è disposta a fare per ottenerlo. Allora il sacrificio non è più rinuncia, ma scelta che contiene diversi ingredienti. Borello ritiene che racconti «una storia di amore, passione e dedizione, non un peso bensì una modalità per raggiungere la miglior versione dell'atleta che sono». Classe 2002, ammette che il suo inizio di stagione nel ciclocross, nel 2024, non se lo aspettava praticamente nessuno: ad aggiungere un ulteriore sprone il cambio di casacca e di preparatore atletico, alla ricerca di una crescita continua, gara dopo gara, per migliorare anche su percorsi più impegnativi. Un ruolino di marcia che, a ben vedere, mette in fila una serie notevole di primi posti tra cui la vittoria a Brugherio, una gara internazionale in cui era spesso arrivata vicino al podio, la più grande soddisfazione di sempre, a suo avviso. Nel fango si ispira a Fem van Empel e Puck Pieterse, sue coetanee che abbinano il talento nel cross a quello su strada, riuscendo anche, talvolta, a togliersi la soddisfazione di superare atlete maggiori di età ed esperienza. Per provare ad assomigliare ai suoi modelli, ha già posto un focus su quel che vorrebbe cambiare, sottolineato da un predicato verbale che ne mette in risalto la volontà: «Devo assolutamente migliorare ed essere più convinta nei tratti più difficili del percorso: penso al salto dei fossi, ad esempio, oppure ad affinare la tecnica nel fango, come nei percorsi meno nelle mie corde». Idee chiare, insomma. Se possibile rafforzate da alcune delusioni che non dimentica, su tutte il Campionato Italiano di ciclocross perso da junior secondo anno. Un'amarezza ancor più forte perché arrivata dopo aver conquistato buona parte delle gare stagionali, non riuscendo poi a ben figurare in uno degli appuntamenti più importanti dell'annata. Ma Carlotta Borello non fugge e guarda in faccia il valore della sconfitta: «Credo che le sconfitte ci offrano l'opportunità di restare umili, con i piedi per terra. Bisogna essere forti, perché fanno male: sono lezioni, nulla più. In veste di atleti siamo chiamati a trasformare il fallimento in motivazione per migliorare».

In questo modo, pochi giorni fa, dopo tanto desiderare, è riuscita a conquistare quella maglia tricolore al Campionato Italiano di cross che inseguiva da anni, dopo una gara vissuta da professionista, con l'accelerazione decisiva piazzata già al secondo giro. Nulla ha potuto fare Rebecca Gariboldi, pur impegnata in un bellissimo inseguimento, più lontana Letizia Borghesi.

La prima bicicletta di Carlotta Borello è stata una Colnago «vecchiotta» tutta in alluminio, «molto pesante, con il cambio al telaio», aveva dieci anni e suo fratello, più piccolo di due anni, aveva scelto di provare con il ciclismo. Pochi allenamenti e se ne era appassionato, finendo per parlare spesso di ciclismo alla sorella, sino a convincerla a provare. Carlotta praticava ginnastica artistica, fino ai dodici anni, anche conciliandola con le due ruote e andava a cavallo, cimentandosi nel salto ostacoli: «Dopo il diploma al liceo linguistico, mi sono iscritta a Scienze Motorie all'Università per conciliare al meglio lo studio con l'attività in sella. Ho fatto la scelta migliore che potessi fare, perché lo sport mi piace tutto e, dirò di più, provo molta soddisfazione nell'insegnare ai bambini in palestra. Tornerò anche a fare equitazione: il cavallo è un animale molto comunicativo che utilizza ogni parte del corpo per relazionarsi con noi umani». La bicicletta coincide ed ha sempre coinciso con l'unico momento della giornata in cui è possibile liberare la testa, una valvola di sfogo dallo studio e dagli esami universitari, tuttavia dopo il diploma è diventata qualcosa in più, come sono aumentate le ore da dedicarle. «Le mie caratteristiche su strada mi rendono una ciclista versatile e combattiva. Le salite non troppo lunghe esaltano la mia capacità di gestione dello sforzo, mentre nelle gare selettive posso sfruttare la mia resistenza e lucidità tattica per emergere nei momenti decisivi» Ha conquistato in questo modo la sua prima vittoria ad una gara da allieva secondo anno, vincendo la volata del gruppo, tuttavia residua in lei qualche attimo di paura del gruppo, soprattutto nei finali in volata quando il plotone procede compatto a tutta velocità e sta lavorando per cambiare approccio. Il ciclocross è arrivato dopo vari anni di ciclismo su strada, nella categoria allieve, una sfida «nuova, dinamica e tecnica, perfetta per mantenere alta la motivazione durante la stagione invernale» pur nelle difficoltà di un cambiamento che l'ha portata dal perfetto controllo della bicicletta su strada, alla gestione della stessa nel fango, nella sabbia oppure sull'erba.

UCI Elite Cyclo-Cross World Cup 2024 -Carlotta Borello (ITA) - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2024

«Ho dovuto imparare subito a scendere e salire dalla bici, a correre con la bici in spalla nei tratti più difficili e a guidare su terreni sterrati con una pressione degli pneumatici inferiore rispetto a quelle da strada. Un errore da evitare è farsi prendere dalla foga nelle partenze esplosive perché si rischia di andare in crisi troppo presto. Le gare vengono svolte su terreni e percorsi differenti: la tempistica nel ciclocross è di massimo sessanta minuti con un’intensità maggiore, ricca di sforzi più esplosivi e continui cambi di ritmo. Il ciclocross prevede anche momenti di discesa e risalita sul mezzo, ostacoli e percorsi molto tecnici e impegnativi, le condizioni atmosferiche sono più estreme: pioggia, neve e freddo». Parole decise e ben scandite, a definirne la determinazione, la principale qualità che si riconosce e che la porta a mettersi costantemente in discussione ed alla prova. Vuole vincere, questo è il suo imperativo e il Campionato Italiano ha riscattato quell'antica ferita. Non ha timore dei sogni grandi: «Ho ventidue anni, voglio arrivare a competere ai massimi livelli mondiali, vincere una competizione prestigiosa, un Campionato del Mondo, ed essere riconosciuta come una delle migliori atlete nella mia disciplina». Definisce Marianne Vos "donna multidisciplina" e proprio sulla multidisciplina si sofferma «perché è veramente importante, soprattutto in questi ultimi anni, in quanto variare l'attività ciclistica la rende molto più proficua e meno monotona». Da un paio d'anni, il fratello ha smesso di correre in bicicletta dedicandosi ad un altro sport, e Carlotta Borello è l'unica a portare avanti quella passione che in famiglia ha trovato applicazione proprio con i due figli: i genitori l'accompagnano spesso alle gare e i suoi amici sono altri atleti, che vivono la stessa quotidianità. Ha intrapreso la magistrale di Scienze delle attività motorie preventive ed adattate e, nel tempo, ha trovato la giusta ricetta per coniugare ciclismo e studio.
Continua ad insegnare ginnastica artistica, legge, legge molto ed il suo libro preferito è "Cose che nessuno sa" di Alessandro D'Avenia, forse quella frase sul timore come momento in cui si inizia davvero a familiarizzare con la vita la tocca particolarmente. In squadra è capace di motivare le compagne, di spronarle, è estroversa, ama parlare, raccontare e, scherzando, dice che in corsa è un grosso difetto perché rischia di deconcentrare e di distrarre. Attraverso il ciclismo ha compreso che i momenti no arrivano, esattamente come quelli positivi ed esattamente come questi vanno affrontati, aumentando la fatica, se necessario, e mettendo in strada il meglio che quel giorno o quel momento consentono. Questo è uno dei significati dell'essere ciclista.


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