Gli otto trasferimenti del 2025 di cui è necessario parlare
A CURA DI CARLO GIUSTOZZI
Dopo aver parlato dei trasferimenti più importanti del ciclismo maschile nella newsletter della scorsa settimana, oggi parliamo di quelli nel campo femminile. I nomi che citerò sono meno, ma sono anche migliori per valore assoluto.
Nel 2025 vivremo un World Tour profondamente diverso, in cui ci dovremo abituare a vedere due delle migliori cicliste al mondo (stiamo parlando di Demi Vollering ed Elisa Longo Borghini) con una maglia diversa. Potrà essere l’anno dell’affermazione di qualche nuovo talento, ma la Notizia (con la n maiuscola) è il ritorno dal ritiro di Anna van der Breggen!
Anna van der Breggen (SD Worx-Protime)
Iniziamo barando, perché non si tratta esattamente di un trasferimento di mercato, ma di un clamoroso rientro dal ritiro. Tre anni dopo aver lasciato il ciclismo pedalato per dedicarsi all’attività di direttrice sportiva della SD Worx, Anna van der Breggen nella scorsa estate ha annunciato il suo ritorno in gruppo. Vestirà sempre i colori della compagine olandese, che potrà contare su una delle migliori cicliste di tutti i tempi. Van der Breggen ha vinto quattro Giri d’Italia, la medaglia d’oro nella prova olimpica di Rio ed è stata per tre volte iridata (due volte in linea e una volta a cronometro). E questo è un elenco assolutamente parziale, visto che ha nel palmares più di 60 vittorie tra le professioniste.
Il punto interrogativo sarebbe lo stato di forma con cui potremmo ritrovare un' atleta professionista dopo tre anni di stop. Uso però il condizionale, perché per van der Breggen non sarebbe sorprendente ritrovarla subito tra le migliori al mondo. Secondo Lorena Wiebes, un’altra che non va certamente piano, van der Breggen continuava a essere sempre la migliore quando si allenava con le ex compagne.
La SD Worx, che può contare sulla due volte campionessa del mondo Lotte Kopecky ma ha perso Demi Vollering, avrà un talento di assoluto livello per tutte le corse più importanti dell’anno, dai grandi giri alle classiche di un giorno.

Demi Vollering (Team SD Worx ➡ FDJ - SUEZ)
L’addio di Demi Vollering alla SD Worx, in aria da tempo visto il contratto in scadenza, è stata la notizia più importante di questo inverno nel mondo del ciclismo. Vollering viene da un 2024 in cui, seppur vincendo tanto, non si può ritenere soddisfatta fino in fondo. Ha trionfato alla Vuelta Espana, nei Giri di Svizzera, Paesi Baschi e Burgos. Ma per la ciclista più forte del mondo sono arrivate anche parecchie delusioni. Nelle classiche di primavera è rimasta dietro alle dirette avversarie: Longo Borghini, Niewiadoma e soprattutto l’ormai ex compagna di squadra Lotte Kopecky.
Non è facile avere nella stessa squadra due talenti di quel calibro. La gestione delle gare diventa complicata, visto che gli obiettivi sono spesso gli stessi. Parlando a NRC, l’olandese ha detto che il loro rapporto era cambiato molto nell’ultimo anno, e che Kopecky l’ha evitata, e ha iniziato a pensare a quando non sarebbero state più compagne di squadra. L’atleta belga si è fatta sentire a sua volta, dicendo che l’olandese avrebbe dovuto mostrarsi più riconoscente verso la SD Worx.
SD Worx che Vollering ha lasciato per accasarsi alla FDJ - SUEZ. La compagine femminile della FDJ si prepara a un ruolo di assoluta protagonista nel World Tour. Oltre a Vollering, sono arrivate anche le firme di Juliette Labous ed Elise Chabbey. E la squadra sta stringendo anche contratti di sponsorizzazione importanti. Il più significativo è quello con la Nike, che fa il suo ritorno nel ciclismo professionistico dopo 15 anni.
Pauline Ferrand-Prévot (Ineos Grenadiers ➡ Visma-Lease a Bike)
Nella sua carriera lunga già un quindicennio, Pauline Ferrand-Prévot è stata una delle migliori cicliste del mondo in tutte le specialità in cui si è cimentata. Ha vinto i campionati mondiali di ciclocross e di gravel, oltre a quello su strada nel 2014, ma i risultati migliori li ha raccolti nel mountain bike. Negli scorsi anni PFP si è concentrata soprattutto sul cross country, togliendosi la grande soddisfazione di vincere la medaglia d’oro nelle Olimpiadi di casa.
Arrivata a 33 anni, Ferrand-Prévot ha scelto di tornare alla strada, dove le soddisfazioni più grandi se le è tolte da giovanissima, più di dieci anni fa. E per farlo ha cambiato squadra, e ha firmato un contratto triennale con la Visma-Lease a Bike.
Come ha raccontato lei stessa negli ultimi giorni, il grande obiettivo dei prossimi tre anni sarà il Tour de France, in cui vuole riuscire a vincere per coronare una carriera straordinaria.
Non mancheranno ovviamente le classiche, a partire dalla Strade Bianche del prossimo marzo. Gli obiettivi di Ferrand-Prévot sono altissimi, ma se c’è una che è riuscita a raggiungere tutto ciò che aveva in mente, quella è proprio lei.
Elisa Longo Borghini (Lidl-Trek ➡ UAE Team ADQ)
Delle tre migliori atlete del 2024 secondo i ranking World Tour, due hanno scelto un cambio drastico per la stagione ai nastri di partenza. Oltre a Demi Vollering, anche Elisa Longo Borghini vivrà nel 2025 un nuovo inizio in UAE Team ADQ. La squadra degli Emirati vuole diventare una delle migliori anche nel ciclismo femminile, e trova nella campionessa di Ornavasso un capitano di assoluto spessore.
Il 2024 è stato l’anno migliore nella carriera di Longo Borghini, che ha vinto, tra le altre cose, il Giro delle Fiandre, la Freccia del Brabante e, soprattutto, la maglia rosa al Giro d’Italia. Ha dimostrato che si può continuare a migliorare anche dopo i 30 anni, e anche per questa stagione si è posta gli obiettivi massimi.
Secondo quanto riportato da Ciro Scognamiglio, Longo Borghini ha in programma la partecipazione a Giro e Tour. Inizierà la stagione nell’UAE Tour, la corsa di casa della nuova squadra, per poi difendere il Trofeo senza fine vinto l’anno scorso. Non ci sarà invece alla Parigi-Roubaix, che ha vinto nel 2022.

Cat Ferguson (Shibden Apex RT ➡ Movistar)
La giovanissima ciclista britannica si è unita alla Movistar nello scorso agosto, ma ci perdonerete se la mettiamo comunque in questa lista. L’hype che circonda Cat Ferguson è troppo grande, e nel 2025 ci si aspetta un ulteriore salto di qualità.
Nell’anno appena trascorso Ferguson ha dominato a livello juniores, dove nessuna è riuscita a competere con lei. Ne sono un chiaro esempio gli ultimi Mondiali, in cui ha vinto la prova in linea e quella a cronometro dedicate alla categoria. Ma ha figurato benissimo anche quando si è trovata a correre contro le professioniste. È arrivata seconda al La Choralis Fourmies, la sua gara d’esordio nel circuito Europe Tour, e ha vinto la Binche Chimay Binche.
Nel 2025 farà il suo esordio nel World Tour. Passerà del tempo prima che riesca ad affermarsi anche nelle gare più importanti del mondo, ma secondo molti il destino è proprio quello di diventare un talento generazionale.
Cecilie Uttrup Ludwig (FDJ-Suez ➡ CANYON//SRAM)
La 29enne danese viene da un anno particolarmente negativo, in cui, tra cadute e problemi di salute, non è mai riuscita a esprimersi al livello a cui ci aveva abituato. Dopo la vittoria di tappa al Santos Tour Down Under, Ludwig non ha raccolto altri successi, e il miglior piazzamento è stato un terzo posto in una tappa del Giro.
Con la FDJ che ha piazzato il colpo Vollering, Ludwig ha scelto di lasciare la squadra francese per cui ha raccolto tanti ottimi risultati nelle ultime cinque stagioni, e si unirà alla Canyon-Sram. Il progetto della squadra tedesca è entusiasmante, e Ludwig potrà ritagliarsi il proprio spazio a fianco di Kasia Niewiadoma, fresca vincitrice dell’ultimo Tour de France.
Marion Bunel (St Michel-Mavic- Auber93 ➡ Visma-Lease a Bike)
Nel 2023, gli organizzatori del Tour de l’Avenir hanno deciso di lanciare anche la versione femminile della corsa a tappe dedicata ai migliori talenti under 23, e che ha consacrato tanti campioni nel corso degli anni.
La protagonista della seconda edizione della corsa è stata la normanna Marion Bunel, classe 2004, che ha vinto due tappe, la classifica generale e quella di miglior giovane. Il successo più impressionante è stato quello arrivato nella frazione conclusiva, in cui ha trionfato sul Colle delle Finestre dando più due minuti alla rivale Isabella Holmgren.
Marion Bunel può essere la next big thing del ciclismo francese, e nel 2025 farà il grande salto nel World Tour con la maglia della Visma-Lease a Bike. Visma che, con le scelte di Bunel e PFP, ha scelto di affidarsi al ciclismo d’oltralpe per brillare.

Chiara Consonni (UAE Team ADQ ➡ CANYON//SRAM)
A casa Consonni sono state delle Olimpiadi uniche, con Simone in grado di accaparrarsi un argento e un bronzo, mentre Chiara ha fatto anche di meglio, vincendo l’oro nell’americana a fianco di Vittoria Guazzini.
Chiara Consonni è nel giro della nazionale italiana su pista da quando aveva 16 anni, ed è proprio in questa disciplina che si è saputa togliere le soddisfazioni più importanti. Ma è un grandissimo talento anche su strada, come ha fatto vedere allo scorso Giro d’Italia. Ha vinto la seconda frazione, dove è stata in grado di battere in volata due fenomeni come Lotte Kopecky ed Elisa Balsamo.
Consonni dà il suo meglio proprio negli sprint e nelle classiche del nord, una tipologia di corse che si sposa ottimamente con le sue caratteristiche e in cui ha già avuto modo di brillare. Alla Canyon-Sram trova un ottimo ambiente in cui crescere, per puntare proprio ai successi nella campagna di primavera. Il suo obiettivo è la Parigi-Roubaix: un obiettivo difficile ma alla portata, per una campionessa olimpica che deve ancora compiere 26 anni.
Atelier Boldrini, Aosta
La parola atelier deriva dal francese antico "astelier" che, a sua volta, proviene da "astelle" ovvero piccola scheggia di legno di quelle che cadono a terra durante le ore di lavoro degli artigiani del legno nei loro laboratori, scarti di lavorazione che parlano di un mestiere antico. A Le Pont Suaz, Aosta, presso l'omonima frazione, al civico 51, nasce, nel 2008, proprio un atelier. Nel linguaggio comune la parola si riferisce in generale al lavoro artigianale, può essere adottata per le confezioni, la sartoria, la pittura oppure l'arte in generale, ma questa bottega riprende le origini del vocabolo, quasi fosse lo studio di un linguista, il lemma di un vocabolario.
Si chiama, infatti, Atelier Boldrini perché è un ricordo di quando si era bambini e si trascorrevano interi pomeriggi nella falegnameria di nonno: storia di Roberto che, cresciuto, era diventato istruttore di sci e non c'è nulla di strano, anzi, forse è proprio naturale perché fuori da quella falegnameria la neve cadeva densa e le cime delle montagne, tutte intorno, la custodivano fino a tarda primavera, cullata dal freddo. Roger e Mathieu, i suoi figli, intanto crescevano: avevano una bicicletta che usavano per andare a scuola e per recarsi agli allenamenti sulle piste da sci, magari per fare resistenza. Forse fu questa "l'America" di quei ragazzini che, qualche anno dopo, quando Roberto abbandonò il lavoro sulla neve ed iniziò a lavorare in un negozio di biciclette, avevano già familiarità con quel mezzo. La rivoluzione copernicana, però, l'ha attuata Roberto decidendo di mettersi in proprio ed ecco, come in un cerchio, siamo tornati all'inizio di questo racconto. Ad "astelle", alle schegge di legno e ad un atelier della Val d'Aosta. Da quel momento, le estati di Mathieu erano fra quelle mura, anche se aveva solo poco più di sedici anni. L'anno della maturità è quello in cui inzia a tutti gli effetti a collaborare in negozio, dove, dal 2020, si unirà anche Roger: «Un fratello è quella persona con cui è tutto più facile: discutere, gridare, litigare, non parlarsi, ma anche chiarisi ed abbracciarsi. Roger conosce ogni aspetto della meccanica, a lui devo l'ordine e la precisione. Non è facile, certo, perché portare il lavoro in famiglia non lo è mai. Allo stesso tempo, però, qualunque cosa accada qui dentro ci riguarda tutti: il traguardo è comune. Le discussioni si oltrepassano così».
Era un piccolo negozio in una piccola città quanto è piccola Aosta: è cresciuto con il passare delle stagioni ed ora, cinquecento metri più in là, sono duemila metri quadrati di attività, su due piani, con un'officina di centocinquanta metri poco distante dal negozio: «L'ingresso dell'officina si affaccia sull'unica ciclabile che passa in Valle d'Aosta: qualunque pedalatore che abbia un problema può richiedere assistenza. I nostri meccanici possono usare i martelli e noi possiamo conversare con i clienti nel silenzio. Così è più bello». Atelier Boldrini crede nella possibilità di ascoltare le persone e cercare di farle tornare a casa soddisfatte per la qualità del lavoro svolto e la qualità coincide con il rispetto della parola data, in modo preciso, con la fiducia nel fatto che ciò che si dice diventerà un'azione, che le promesse, di Roger, Mathieu, di Roberto e del ragazzo dipendente, non sono vane. «Noi ascoltiamo con molta attenzione le richieste di ciascuno e agiamo su quella base, non cambiamo nulla, se non avvisando il cliente. Penso al nostro ruolo come ad una guida: ci sono le domande, ci sono le risposte e credo ci sia un'etica precisa. Personalmente consiglio sempre al cliente la bicicletta più adatta a lui, in base al suo livello di abilità e di esperienza in sella: non mi interessa vendere una bici che costa di più, anche se l'avventore può permetterselo, anche se il nostro guadagno sarebbe maggiore». La bellezza deve andare d'accordo, essere in perfetta sintonia, con la comodità perché se manca quest'ultima le persone smettono di pedalare, anche fosse per spostarsi in città e sbrigare le commissioni di giornata. Molti ciclisti arrivano in atelier con notizie acquisite da internet: in questo caso il dialogo è importante, ma non si forza più di tanto la mano, perché è sbagliato e perché il miglior modo di comprendere, anche quanto siano erronee certe convinzioni è di farlo da soli, da qui nasce la fiducia.
«Alcune volte si discute, succede che qualcuno vada via, senza acquistare nulla, magari deluso. Altrettanto vero è che è già capitato che, poi, ritorni e si fidi, magari diventi un cliente fisso. Ecco: non esiste soddisfazione maggiore. Tenere la barra dritta, non rinunciare alle proprie idee e constatare che, alla fine, vengono comprese, fatte proprie. Questa è la nostra filosofia». Un tavolo, all'interno di Atelier Boldrini, è il luogo destinato alla lettura, magari a vedere la televisione, dove le gare vengono trasmesse a ciclo continuo. Ogni tanto succede una cosa speciale: alcune persone entrano in atelier e non lo fanno per riparare una bicicletta, per noleggiarla o per acquistarla, ma solo per parlare, per chiacchierare, per trascorrere qualche minuto di buon tempo. Anche perché nella zona di Aosta e dintorni, da novembre a marzo le biciclette vengono usate ben poco a causa delle temperature spesso rigide: «Purtroppo non siamo nel Nord Europa, dove si pedala anche con cinque gradi sotto lo zero e con la neve che cade. Da noi, talvolta, si preferisce avere la bicicletta bella e non usarla: una logica che non capirò mai. Nel nostro caso, parlo della Valle d'Aosta, siamo una piccola regione che necessiterebbe di una struttura comunicativa più vasta per i tanti turisti che transitano da queste strade. Magari un sistema di app più semplice per scaricare tracce nei dintorni che permettano di pedalare tutti i giorni, perché non è raro che si scelga l'automobile per percorrere un tragitto molto breve che in sella sarebbe percorribile anche più velocemente, sicuramente in maniera più salutare». Per chi pedala nella zona, il consiglio di Mathieu è quello di esplorare la zona della salita del Gran San Bernardo, dove fino a qualche anno fa si organizzava anche una gara: 36 chilometri di salita, percorsi a cronometro.
Ora quella gara non c'è più, ma resta un posto "magico": «Inoltre siamo vicini alla telecabina che porta a Pila: chi noleggia qui le bici, può salire lassù e lassù c'è davvero tutto quel che si può sognare in bici, compresa una piccola mappa con il tracciato delle piste da downhill e di quelle per le famiglie. Vero che noleggiare è più facile in alta montagna, ma questo è indubbiamente un punto a nostro favore». Al piano superiore è presente un vero e proprio showroom, un open space con anche abbigliamento e scarpe.
In estate, in officina, lavorano tre ragazzi: quando un nuovo cliente arriva con una bicicletta, si compila una scheda, con tutti i dati necessari: la raccomandazione di Mathieu è quella di scrivere ogni dettaglio in fase di accettazione, dalla "a alla z", in quanto la chiarezza permette di lavorare meglio. Vi sono tre postazioni: «Al termine di ogni operazione bisogna ripulire ed ordinare tutto: le biciclette, invece, vanno lavate e pulite prima di aggiustarle. Mi sembra il minimo e non solo perché in questo modo non si perde tempo a cercare attrezzi nel disordine: pensiamo ad un ristorante con una cucina sporca, chi ci andrebbe? Che impressione ne avrebbe? Ovviamente vi sono delle differenze, ma il ragionamento è lo stesso, l'idea che si trasmette la stessa. il cliente viene poi avvisato con un messaggio su whatsapp della conclusione del lavoro e con l'occasione può anche richiedere il conto o altre specifiche». Quando Mathieu ha iniziato a lavorare era giovane ed ha imparato tutto da suo padre, da un paio d'anni ha preso in mano le redini dell'atelier ed ha così affrontato la realtà di un mestiere tanto bello quanto complesso, per esempio nel far quadrare i conti e nel conciliare quella che era una passione con quello che è un lavoro con tutti gli obblighi ed i doveri che ne conseguono: c'è meno tempo per le pedalate, resta intatta la voglia di far bene quel che si fa, con il giusto equilibrio, senza dimenticare mai che, in fondo, la bicicletta è lo strumento che gli permette di mantenersi e questo fatto deve meritare tutta l'attenzione possibile, in dedizione e studio.
Mathieu non è mai stato un "fanatico" del ciclismo, però l'ha sempre praticato ed è particolarmente attento ai più giovani che salgono in sella. Il vento sta soffiando a favore, per usare una metafora, perché indubbiamente tutti i campioni dell'ultimo periodo sono fonte di ispirazione per i bambini ed i ragazzi: «Sono fiducia pura, stimoli che giungono che li invitano a provare questo sport. Da bambini colgono soprattutto il valore legato all'amicizia, più avanti, diciamo dai quindici anni in su inizia ad esserci qualcuno che vuole che il ciclismo diventi un lavoro o comunque anche solo la possibilità di competere, di fare a gara. Si tratta di qualcosa di speciale perché la bicicletta, da un lato, permette la fatica, la esalta, dall'altro è anche la possibilità di liberarsi dalla fatica stessa, magari attraverso una discesa, liberi al vento». Le tradizioni sono importanti in atelier, così importanti che si parla in dialetto valdostano e ci si sente a casa: anche l'altro ragazzo che Mathieu vorrebbe assumere dovrà abituarsi a questa consuetudine.Roberto ora ha sessantacinque anni, va ancora in atelier, anche se Mathieu e Roger continuano a dirgli che non potrà lavorare per sempre. Lo si guarda in volto mentre li osserva all'opera e si comprende, a vista d'occhio, quanto sia orgoglioso del fatto che i suoi figli lavorino assieme. Già, Mathieu e Roger che hanno compreso sino in fondo il suo insegnamento rispetto all'onestà, a costo di essere anche troppo buoni. Mathieu e Roger che lo vorrebbero vedere più spesso a pedalare e faranno di tutto perché sia così. Del resto, cosa c'è di più bello di vedere in bicicletta qualcuno a cui vogliamo bene.
Il bisogno di essere ancora ciclista
Il 13 luglio del 2019 eravamo a Malga Montasio, accanto al podio di una corsa. Nulla di strano, se non per il fatto che, questa volta, il podio riuscivamo a vederlo a metà, in ciascuna delle sue prospettive: il fronte ed il retro, come chi osservasse un volto di profilo. Quel podio, ancora non lo sapevamo, sarebbe stato per noi una sorta di Giano Bifronte. Il podio era quello del Giro d'Italia Internazionale Femminile e su quel podio stava salendo Anna van der Breggen che, quel giorno, era riuscita, per la prima volta in quel Giro, a levare di ruota Annemiek van Vleuten: la rivale, laddove il concetto di rivalità si estende e si esaspera. Entrambe olandesi, entrambe con in dote un talento fuori dal comune ed in eredità il peso dell'essere all'altezza della loro bandiera che si sostanzia nella necessità di essere prime, ad ogni costo, sempre. Un destino che stanca, ma ci arriveremo.
Accanto al podio una domanda ci solleticava la mente: dov'era il sorriso di Anna van der Breggen, quello mostrato ai fotografi ed alle telecamere, una volta giunta nel retro del palco premiazioni? Non un semplice cambio di espressione, quasi un cono d'ombra in cui era risucchiata nel momento esatto in cui nessuno, o quasi, poteva più vederla. Eppure aveva vinto, era riuscita a staccare "quella là" di quasi venti secondi, ma un'inquietudine residuava ancora. La risposta è arrivata solo anni dopo ed ha a che fare con il Giano Bifronte di cui accennavamo: Giano è il dio degli inizi, materiali ed immateriali, ed i due volti con cui è rappresentato simboleggiano la possibilità di guardare al futuro, in avanti, ed al passato, indietro. Allo stesso tempo, però, l'impossibilità di osservare il presente, di assaporarlo e di goderne. Il dio dai due volti se da un lato pare un privilegiato è, in realtà, un condannato. Quel giorno di luglio, Anna van der Breggen era in questa situazione.

Poco più di un anno dopo, a Imola, in un fine settimana che le aveva consegnato la maglia iridata in linea dopo quella a cronometro, affermò con sicurezza spietata: «Non cambia nulla e non cambio idea: nel 2021, mi ritiro». Non siamo avvezzi agli elenchi, ma ogni tanto si può fare uno strappo alla regola e snocciolare un palmares, in parte almeno: quattro edizioni del Giro d'Italia, sette della Freccia Vallone, un regno incontrastato dal 2015 al 2021, due Campionati del Mondo in linea, una maglia iridata a cronometro, una Amstel Gold Race, una Ronde van Vlaanderen, una Strade Bianche, due Liege-Bastogne-Liege, una medaglia d'oro olimpica, a Rio, nel 2016, lo stesso giorno della caduta e del temuto dramma di Annemiek van Vleuten. Anna van der Breggen non riusciva più a vivere quei successi. Fa riflettere il fatto che spesso abbia parlato delle nuove generazioni, con curiosità e ammirazione: non solo per il talento, forse soprattutto per l'approccio. Chissà se quel pomeriggio a Malga Montasio stava pensando al motivo per cui molte giovani atlete erano in grado di festeggiare un quindicesimo posto e lei, che a tentoni, sul prato, dopo aver vinto, cercava di recuperare il fiato, in fondo non riusciva nemmeno ad essere così soddisfatta ed un poco avrebbe voluto essere in loro. Anche a costo di togliersi l'etichetta di campionessa, di fuoriclasse olandese. Scattare in testa al plotone, da liberazione, quando tutte le ruote si allontanano sullo sfondo, era diventato obbligo, routine. Che senso aveva?
Van der Breggen ricordava le pedalate di bambina a Zwolle, la sua città natale, dove la bicicletta è mezzo quotidiano. Ricordava le prime gare: non aveva l'attrezzatura adeguata per essere in testa alla corsa, improvvisava, ogni tanto qualche risultato arrivava, spesso era esattamente il contrario, ma allora non importava a nessuno. Ripensandoci aveva trovato una risposta al perché essere olandesi fosse così, al perché delle aspettative, delle richieste e la risposta era nel suo passato, come nel passato di tante ragazze cresciute in Olanda: l'emancipazione. Ovvero la possibilità di prendere la propria strada, di seguirla, di provare, in libertà, anche fosse sbagliata, senza aspettare niente da nessuno. La spiegazione doveva essere questa: e se era possibile diventare professioniste grazie a quella libertà, perché non avrebbe dovuto essere possibile mettere un punto con altrettanta libertà? Ha smesso così nel 2021 ed è salita in ammiraglia del team in cui correva, la SD-Worx. Da quella macchina è riuscita, forse per la prima volta, dopo tanto tempo, a vedere il ciclismo da un'altra prospettiva. Forse è riuscita a guardare il ciclismo più che a vederlo. Attraverso i propri occhi, alla guida di una macchina, e attraverso gli occhi delle "sue" atlete, quelle che ha accompagnato tanto nei successi quanto nelle sconfitte. Emancipazione vuole anche dire avere il coraggio di dire basta e di cambiare quando una situazione "pesa" troppo, quando la bicicletta che sa solo andare avanti rischia di far tornare indietro.
Da ragazza, studiava infermieristica, si immaginava con un camice addosso, una volta cresciuta. Il primo salto di qualità nel ciclismo l'ha fatto quando si è trovata davanti ad un aut aut: senza un consistente passo avanti, rischiava di smettere. Il secondo passo avanti, anche se per molti pareva solo una parola fine troppo anticipata, l'ha fatto quando ha smesso. Il terzo potrebbe averlo fatto qualche mese fa, quando ha annunciato che sarebbe tornata e con un'idea nuova. Cercherà ancora la vittoria, poche storie, perchè è quello l'istinto di un'atleta, ha detto, però, che lo farà solo in certe gare, senza che diventi un'ossessione, perché adesso come non mai capisce quelle giovani cicliste che gioivano per un piazzamento mentre lei era troppo stanca del proprio lavoro per riuscire a gioirne. Si sente fortunata di poter essere una ciclista, di poter faticare al modi delle cicliste. Ora riesce a vedere il presente. Forse Giano aveva un bel vantaggio nel vedere futuro e passato, nello stesso tempo, ma Giano era un dio: a suo modo, in sella, anche van der Breggen è stata qualcosa di simile, poi, quando ha smesso, ha capito che era meglio essere semplicemente una ciclista che, anche nel mezzo di una salita dolomitica, per qualche secondo, forse una frazione, può guardarsi attorno. E lo farà.
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Attraverso il pacchetto On Location si potrà vivere in maniera esclusiva in ogni aspetto la manifestazione olimpica, la rassegna per antonomasia insomma. Nelle parole di Emilio Pozzi, amministratore delegato di On Location Italia si comprende il valore delle proposte: «Siamo orgogliosi di essere i primi a realizzare un’esperienza di questo livello nella storia del nostro paese e mostrare al mondo l'eccellenza della cultura, della cucina e dei paesaggi italiani». Del resto affidarsi a On Location è il massimo visto le esperienze olimpiche trascorse e visto soprattutto l’offerta di livello straordinario. (Parigi 2024, Milano Cortina 2026, LA28, Coppa del Mondo FIFA 2026, NFL, NCAA, UFC e PGA of America). E’ arrivato allora il momento di scendere dalla sella e riposarsi per godere appieno questo evento.
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Programma di Hospitality
Programma di Ticketing
A lezione da Elena Cecchini
Il cambiamento per Elena Cecchini è la variabile principale della quotidianità e questo vale anche per i suoi tredici anni abbondanti di professionismo. Quando ha bisogno di staccare, ad esempio, l'unico modo che trova per essere sicura di riuscirci è partire e andare lontano da casa, ma nella declinazione della costante identificata dal cambiamento questo è poco più che un dettaglio. Nata il 25 maggio del 1992 a Udine, è il proprio ruolo che le ha insegnato ad accettare il cambiamento: «Nel mio carattere non è molto presente la flessibilità, non lo è mai stata, so essere abbastanza rigida, anzi, perchè cambiare non mi è mai piaciuto, l'ho sempre vissuto con difficoltà. Tuttavia trascorro circa duecento giorni l'anno lontana da casa e accanto non ho la mia famiglia: certo, mi trovo bene con la squadra e lo staff, ma non sono le persone che ho scelto, non sono sempre quelle che vorrei in quel momento. Se non avessi familiarizzato con il concetto di cambiamento, se non fossi diventata flessibile, non staremmo facendo questa intervista, perché avrei smesso, probabilmente». In Sd-Worx, Cecchini doveva essere una sorta di mentore per le atlete più giovani, lo è stata e lo è tuttora, però attraverso questo compito non ha saputo solo insegnare, è riuscita anche ad imparare. Sì, il vecchio motto secondo cui "di imparare non si finisce mai" lo recita a memoria anche lei, poi aggiunge una considerazione: «In squadra, devo anche far funzionare le cose e, per farlo, è necessario comprendere il carattere di ciascuna, l'indole e ascoltare molto: c'è chi cerca di fare di testa propria e chi chiede maggiormente consigli, penso all'umiltà di Kata Blanka Vas, oppure di Vittoria Guazzini, in nazionale, per esempio. Anche le reazioni di fronte a vittorie, sconfitte ed incidenti sono differenti. Bisogna considerare tutto questo quando si tratta di tenere assieme un gruppo». Qualche volta si sorprende ad osservare le più giovani del plotone e un poco si mangia le mani perché vede una fame che anche lei aveva anni fa e ora non ha più, nonostante mantenga la professionalità e l'attenzione ai dettagli. «Mi manca quella voglia di impegnarmi solo per me stessa. Nelle classiche riesco ancora a non pormi limiti, ma in molte gare, diciamo il sessanta percento delle corse, parto solo con l'idea di aiutare le altre e per me non sogno nulla. Loro tengono duro, vanno oltre ogni cosa, desiderano. Ero così, una volta».
Questa estate, dopo tanto tempo, ha risentito quel sano egoismo di un traguardo tutto proprio. È accaduto quando ha saputo che sarebbe stata convocata alle Olimpiadi di Parigi, allora è tornata a dire no a tutto ciò che, magari, le veniva richiesto per la squadra, ma metteva a rischio la sua preparazione, che si trattasse di gare o di altro non faceva differenza. A Parigi, la camera in cui dormivano lei ed Elisa Longo Borghini era in un vecchissimo istituto per non vedenti, trasformato in dormitorio, immerso in un silenzio surreale, senza alcuna possibilità di distrazione, di svago: «La nostra gara si svolgeva nel pomeriggio, per cui erano molte le ore di attesa, quelle in cui si vive tutto in maniera amplificata. Bene, a livello sportivo ho provato emozioni che non provavo da tanto tempo. Ho sentito sensazioni antiche, di cui custodivo solo il ricordo». Alle giovani cicliste, Elena Cecchini pone, però, una questione: quella fame è cosa buona se non sfocia nel sentirsi arrivate quando si raggiungono i primi risultati, e la sua sensazione è che, talvolta, questo accada. Anche perché, prosegue, almeno fino all'età degli studi scolastici, i risultati contano solo in parte: «Parlo di un'atleta che conosco bene: Demi Vollering. I primi risultati importanti sono arrivati quando aveva ventitré, ventiquattro anni. Se a sedici, diciotto anni non vinci, non cambia nulla nella tua carriera, come potrebbe non decidere nulla nemmeno una vittoria, pur se importante, perché è presto, si cambia, fisicamente e mentalmente. Non credo abbia senso la fretta che c'è di approdare alle squadre World Tour: un anno in più in una Continental può solo aiutare nell'apprendimento. Tanto più che queste squadre "minori" sono ossigeno per il nostro ciclismo», Poi una precisazione, secca, convinta: «Ascoltare ed imparare non significa obbedire sempre e comunque, sia ben chiaro: una ciclista deve volere ed essere in grado di far di testa propria, il punto è che si può agire autonomamente quando si è imparato a considerare tutti gli elementi, a comprendere la situazione di corsa in ogni aspetto. Questo è possibile osservando. Certo che, se per salvaguardare una top ten personale personale, si impedisce alla leader del team di vincere, non si è fatto un buon lavoro. Si è badato al proprio orticello, ma una squadra non funziona così». Scherza Elena Cecchini, «non è nonnismo, assolutamente, non mi permetterei mai, parlo solo della mia esperienza».

Allora si ritorna al 2011, agli inizi in Chirio Forno d'Asolo: lì il riferimento era Giorgia Bronzini, ciclista che aveva già una visione da direttore sportivo della gara. In pista era l'ombra di Marta Tagliaferro, successivamente gli esempi da osservare sono stati, nel periodo alla Cipollini. Tatiana Guderzo, Monia Baccaille e Marta Bastianelli. "Potrei portare l'esempio di Elisa Longo Borghini: noi abbiamo un anno di differenza, abbiamo fatto strada assieme, ritiri in altura insieme e, almeno fino al 2016, le nostre programmazioni erano simili, poi i programmi sono cambiati, ma, quando ci capita di parlare di ciclismo, parliamo della stessa cosa: il nostro ciclismo. Quello che negli anni è cambiato tanto, mentre noi siamo diventate atlete di esperienza". Una fotografia ritrae un loro abbraccio al termine della prova di Parigi: avevano condiviso il ritiro di preparazione e ogni giornata in terra francese. Elena Cecchini si rimprovera qualche errore in gara: non aver sfruttato l'attimo decisivo e non capito cos'era successo nel momento della caduta che aveva frazionato il gruppo. Dice che avrebbe potuto stare con le prime e dare ancora una mano e ammette tutta l'amarezza di quell'abbraccio: «Ora penso che dovremmo essere orgogliose di quel giorno, nonostante tutto, ora direi questo ad Elisa». Se dovesse identificare i cambiamenti principali avvenuti nel ciclismo ne sottolineerebbe prioritariamente due: uno riguarda proprio il periodo di pausa al termine della stagione. Il primo stravolgimento è avvenuto intorno al 2016, il secondo post pandemia: «Anni fa, a settembre era già possibile staccare, andare in vacanza, riposarsi. Adesso, in alcuni casi, si fa non più di una settimana di ferie e, sono sincera, io patisco questa situazione ed i miei dati descrivono alla perfezione questo mio sentire: più posso riposare nella stagione invernale, più rendo durante la stagione, altrimenti, alcune volte, in primavera accuso il calo. Spiace dirlo, ma in questa rivoluzione anche i social hanno avuto un ruolo decisivo».
Elena Cecchini si riferisce alla condivisione della propria attività sui social ed al sentimento di frustrazione o di ansia che questa può generare in chi in quel momento, magari, è in ferie. A lei accadeva qualche anno fa, poi la piena maturità atletica l'ha portata a concentrarsi solo sul proprio allenamento, soprattutto perché sui social «è possibile ingannare, postare una foto di giorni prima, sono giochi mentali molto spesso». L'altro cambiamento, racconta Elena Cecchini, ha un doppio volto ed è legato ad un ciclismo femminile che è diventato sempre più professionale, con conseguenti aumenti di stipendio: «Certamente è un dato positivo, non ci sono dubbi, tuttavia l'aspetto "gruppo squadra" ne risente. Spesso si cambia team ogni due anni perché, tra le altre cose, altrove si guadagna di più. Si tratta di una scelta legittima, non è una critica, è un dato di fatto. Assomigliamo più al ciclismo maschile perché un ciclomercato così intenso da noi non era nemmeno immaginabile».
Dalle analisi ai bilanci, guardando al 2024. La prima immagine è quella di Lotte Kopecky che, al Blockhaus, al Giro d'Italia Women, riesce a tenere la ruota di Elisa Longo Borghini in una giornata che per la squadra è stata di grande ottimismo, "quasi un miracolo sportivo": «Diciamocelo: Lotte non ha le caratteristiche e, al Giro, non aveva neppure la squadra per conquistare una corsa a tappe. Tuttavia, durante la prima riunione aveva parlato chiaro: "Ragazze, io non sono qui per la classifica generale, però voglio stare il più possibile vicina alle prime in classifica, non perdere secondi e provare a tenere duro. Poi si vedrà sul Blockhaus se potrò giocarmela". La sconfitta all'ultima tappa è stata un duro colpo, durissimo, ma Kopecky non ha perso lì, ha perso alla cronometro inaugurale quando ha lasciato per strada più secondi di quelli che concede abitualmente». Pochi giorni prima di partire per il Giro, Cecchini le aveva chiesto che preparazione avesse fatto, la risposta l'aveva sorpresa in quel momento, ma, oggi, accresce ancor più la considerazione del valore della belga: «Mi disse di essersi allenata a casa, sui cavalcavia e sugli strappi nei dintorni: è la dimostrazione della capacità di soffrire di questa atleta, molto più alta della media, perché, sul Blockhaus, Lotte ha sofferto tanto». L'altra istantanea va subito al Tour de France, conquistato da Kasia Niewiadoma e perso da Demi Vollering per soli quattro secondi: Cecchini racconta dei primi anni di Niewiadoma e quanto soffrisse la pressione, motivo per cui spesso "falliva" proprio gli appuntamenti a cui teneva di più. La sua fragilità era nell'aspetto mentale: «Non fosse cambiata, in quell'ultima tappa del Tour sarebbe crollata, invece non ha mai mollato e sull'Alpe d'Huez, nel finale, ha persino recuperato lo svantaggio accumulato.

Ovviamente sono dispiaciuta per Demi, ma mi fa piacere per Niewiadoma e Canyon-SRAM». In realtà, nella riunione del mattino le indicazioni erano state differenti: Vollering avrebbe dovuto solo saggiare Niewiadoma sulla prima salita e, anche se l'avesse vista in difficoltà, non avrebbe dovuto proseguire l'affondo, salvo attaccare nuovamente sull'ultima asperità. «Alla fine, però, l'unica spiegazione è nel fatto che doveva andare così. Mi spiego meglio: a mio avviso l'errore di Demi è avvenuto il giorno della caduta. Perché era troppo nelle retrovie del gruppo e perché, in maglia gialla, avrebbe dovuto ripartire subito e controllare solo al traguardo le proprie condizioni fisiche. Serviva maggiore lucidità e reattività. Però, detto questo, sono stati troppi gli avvenimenti durante il Tour che hanno remato in direzione contraria, dal primo all'ultimo giorno. Piccole o grandi. Certe volte non deve andare e, leggendo in maniera razionale il nostro Tour, probabilmente non doveva andare. Sicuramente però l'ultima tappa è stato un inno al ciclismo e uno spettacolo per chiunque».
Impossibile non chiedere ad Elena Cecchini un suo parere sull'accaduto durante la quinta tappa del Tour: quella della caduta di Vollering non attesa dalla squadra: giornata che ha suscitato molte polemiche e rispetto a cui le atlete SD-Worx hanno sempre negato qualsiasi problematica interna al team: «Siamo state molto attaccate e quando accade, soprattutto le donne squadra hanno l'istinto di proteggere il gruppo. Diversi hanno detto che è accaduto perché si sapeva che Demi avrebbe cambiato casacca e da fuori capisco il retropensiero, ma non è stato così. Rispetto alla dinamica è difficile dare un giudizio per chi non era presente. Io mi sarei fermata? Certo, io mi sarei fermata. In corsa, però, dicono di non aver sentito alcuna comunicazione e si sa che un conto è giudicare la situazione dall'esterno e una dall'interno. Blanka Vas era davvero sorpresa al traguardo e Bredewold mi ha detto di aver sentito la notizia dalla radiolina solo diverso tempo dopo perché la radio non funzionava». Si arriva così a proiettarsi sulla nuova stagione, quella del 2025: da un lato la mancanza di Demi Vollering, per Cecchini anche una mancanza a livello umano, oltre che sportivo per l'indubbio talento dell'olandese passata a FDJ SUEZ, un rapporto che la friulana vuole preservare anche ora che saranno rivali, dall'altro una squadra che cambierà molto, con nuove atlete in arrivo e, forse, soprattutto con il ritorno in sella di Anna van der Breggen: «Ho già avuto Anna come compagna di squadra ed è stato facile perché lei è così come la si vede: in bicicletta o giù dalla bicicletta. Credo ci sia la possibilità di divertirsi, anche se l'inizio sarà strano, con tanti cambiamenti, come nel 2021. In più mancherà Christine Majerus, che si è ritirata, e lei era una di quelle atlete uniche nel fare gruppo, nel tenere unito il team: una vera e propria colonna. Però, se siamo brave a gestire il cambiamento, abbiamo carte per fare bene: penso a Kopecky, a Wiebes, ma anche a Vas. Per le classiche a mio avviso Marta Lach sarà un'atleta fondamentale, le sue caratteristiche faranno la differenza». Van der Breggen, spiega Cecchini, era stata bravissima ad entrare nel ruolo di direttore sportivo, qualcosa che sembrava naturale per lei: sembrava strano a tutte che, a cena, si sedesse al tavolo dei direttori e non assieme alle ragazze, tuttavia lei riteneva giusto farlo, consentendo alle atlete di stare assieme e, allo stesso tempo, familiarizzando con lo staff, visto che, ora, faceva parte proprio dello staff. Ora, continua l'atleta friulana, dovrà essere altrettanto brava a mentalizzarsi nuovamente sul fatto di essere una ciclista.
Molte voci hanno sollevato la problematica delle tante campionesse in un'unica squadra e del rischio che questo, per paradosso, possa portare più difficoltà che risultati nella prossima stagione. «In termini generali è una considerazione comprensibile, calata nel contesto credo non si porrà il problema. Personalmente ritengo che la nostra forza sia sempre stata nella squadra, nonostante i numeri impressionanti delle singole atlete. I nostri direttori sportivi ce lo hanno sempre detto: singolarmente nessuna avrebbe raggiunto questi risultati. Ed i risultati li abbiamo davvero costruiti assieme, anche rispetto alle tattiche ed alle riunioni di squadra. Certo che il direttore sportivo espone la propria idea sulla corsa, ma la decisione viene sempre presa attraverso un confronto, uno scambio. Guardiamo alle vittorie di Wiebes: senza Kopecky sarebbero state più difficili. Reciprocamente lo stesso vale per i successi di Kopecky. Io ricordo come ora il giorno in cui Lotte espose alla squadra alcuni traguardi su cui avrebbe voluto fare bene. La prima a parlare fu Lorena: "Lotte, quando hai bisogno, io sono al tuo servizio, la volata te la tiro io". L'una senza l'altra non vincerebbe così tanto».
Dopo aver spaziato in lungo ed in largo sui tanti aspetti del ciclismo, Elena Cecchini si concede una parentesi personale: «Sono masochista, da anni. Mi sembra non sia mai abbastanza e quando arriva qualcosa di buono o di bello non me lo godo mai perché ho l'impressione di non meritarmelo. Così, negli ultimi tempi, quando sto vivendo un bel periodo mi ripeto: "Sì, è la vita che mi merito”. Devono passare gli anni per capire quanto si vale: sono sempre stata onesta, ho lavorato duramente per le squadre per cui ho lavorato, ho fatto il possibile. Forse per questo trovo rispetto e considerazione e, quando succede, mi sento orgogliosa. Strano, ma vero».
Motovelodromo Fausto Coppi, Torino
In qualche cassetto di fotografie di qualche vecchia casa torinese si ritrovano fotografie di quando, in Corso Casale, al Motovelodromo "Fausto Coppi", le voci e le mani a rumoreggiare nell'aria erano tutte per il momento d'oro del football americano ed i rugbisti, con le loro mete, erano di ispirazione per le nuove generazioni. Un signore anziano narra di aver incontrato Fausto Coppi, qualcuno, più audace, racconta di aver corso con l'Airone. Magari, come è accaduto a Benedetta Lanza, un vicino di casa, in una mattina come tante altre, si lascia andare ad una confessione: «Sai che ho aggiustato biciclette per trent'anni in quel Motovelodromo?». Non lo sapeva Benedetta, pure se il quartiere è lo stesso e mattine di autunno, ancora buie, prima di andare a lavoro, ne ha viste tante, mentre anche quel signore saliva in auto. Diari dei ricordi che, casualmente, ogni tanto riaprono coloro che oggi hanno dai sessant'anni in su. I più giovani parlano dei mercatini dell'usato che si svolgevano ad inizio degli anni 2000 proprio laddove una volta le biciclette sfidavano il vento. Memorie, memorie storiche che hanno in comune un luogo e tante vite, tante quotidianità, giornate andate, tanto tempo fa, al Motovelodromo. Ma nelle scuole, nei licei, cosa resta di tutto questo? Perché quei ragazzi non erano ancora nati negli anni venti del novecento e questa storia la possono conoscere solo attraverso qualche libro, se sono curiosi, appassionati forse. Ma è giusto così? Il tempo passa e non può fare nulla, le persone, invece, sì. «Ad una certa età è possibile restituire- ci dice Fabrizio Rostagno- ed è un verbo molto bello, perché si avvera solo ad un certo punto della vita: quando hai tante fortune ed anche tante sfortune ma, in ogni caso, tanti giorni alle spalle. Perché anche gli studenti del 2024 abbiano la stessa memoria, pur declinata in un tempo diverso, è necessario restituirgliela ed il modo per farlo è restituire a tutti il luogo storico in cui si è costruita ovvero il Motovelodromo "Fausto Coppi".
Parliamo di due ettari e mezzo di terreno in centro a Torino, di un immobile storico, ma non è pensabile restituire nulla se non rendendolo attuale, dinamico, animato». Fabrizio Rostagno è ora CEO di Sport4Good, società che si occupa del restauro architettonico del bene, e presidente della SSD a RL Motovelodromo di Torino, Benedetta Lanza, invece, è responsabile delle relazioni con il territorio e della progettazione sportiva con carattere sociale, la cosa più importante da dire, però, è che, senza un bando del comune di Torino per la concessione per sessant'anni del Motovelodromo, questa storia non sarebbe mai esistita. E in Corso Casale sarebbe rimasto un cumulo di ricordi, attaccato ad un luogo abbandonato di cui la memoria non si è presa cura. Era il mese di dicembre del 2019 e Fabrizio, torinese doc, proprietario di vari circoli di padel, nessuno dei quali a Torino, partecipava al bando, quasi per gioco. La realtà spiazza ed invade i disegni degli esseri umani: quel bando lo vince. Il possibile nasce in quel momento.
La successione di eventi è mirabile, nonostante una pandemia di mezzo: il bando Muoviamoci della Compagnia San Paolo, assieme all'impegno di Rostagno, permette il restauro della facciata storica. L'idea centrale è quella di rispettare la storicità del luogo, di valorizzarla e di iniziare l'attività sportiva al più presto. Passano mesi e per le tante volte in cui Benedetta Lanza, che inizia a collaborare nel giugno del 2020, si chiede se mai ce la faranno, altrettante volte Fabrizio le ripete di essere sicuro di farcela: «Per me è una visione: quando hai una visione, spesso non c'è nulla e gli altri possono anche non crederti, ma la visione resta, lì, nel cassetto. Se trovi qualcuno, anche solo poche persone che riescono ad immaginarla con te, ne trai una forza enorme e diventi sicuro. Insisti». Tra giugno e luglio del 2021 la firma, chiavi in mano, così si inizia a ristrutturare e si riaprono le porte al pubblico, da ottobre: campi da padel e da beach volley, i primi spogliatoi sono container, si ristruttura la curva, nasce l'idea del bar e del ristorante e le scuole del territorio iniziano a trascorrere al Motovelodromo le ore di educazione fisica. Anche se è novembre, fuori fa freddo, eppure quei ragazzi sono così felici. Nell'aprile del 2022 viene ristrutturata la pista, le bici tornano a girare, si tengono i centri estivi ed il bando Con.bi.na, dalle parole conoscere, bicicletta e natura, porta cento ragazzini a pedalare lungo il fiume con guide ed istruttori che raccontano le varie caratteristiche della flora e della fauna. A dicembre del 2022 gli spogliatoi veri e propri prendono il posto dei container, nel febbraio del 2023 è il turno del ristorante, a luglio nasce la piscina estiva, la possibilità di praticare triathlon, in una piscina regolamentare di 25 metri. E servirebbero dei puntini di sospensione, anche se non ci piacciono, perché le tribune sud e nord sono ancora in divenire. «Succede lo stessa cosa che accade nelle nascite: qualcosa che non c'è, all'improvviso, arriva. In questo caso, la meraviglia è stata vedere un posto in completa rovina rinascere, cambiare di pezzetto in pezzetto- spiega Benedetta- e aggiungere un pezzettino diverso ogni giorno, nuove potenzialità ogni settimana», La parola giusta è ispirazione e Fabrizio Rostagno se ne intende di ispirazioni. Dice che partono da un qualcosa che lui ha sempre saputo fare bene: copiare. Ride di gusto e aggiunge: «Anche a scuola, eh».

Rostagno si occupava di impianti fotovoltaici nel 2001, ben prima che il loro business prendesse piede. Il "pionierismo" è in quell'indole: quando conobbe il padel in Spagna, ne vide i numeri, le potenzialità e lo portò in Italia e poi a Torino oppure quando a Copenaghen, dopo essere stato con i figli a Legoland, capitò in questa sala, a pedalare con i simulatori. L'ha replicata al Motovelodromo: con i garmin, gli schermi e sette postazioni, per allenarsi come ci si allenerebbe a casa ma con una socialità maggiore. La sua legge è fare le cose bene, badare alla sostenibilità economica, in primis, altrimenti è tutto vano, poi guardare a realtà più grandi, magari ai velodromi con 12000 persone, al Nord Europa, voler arrivare lì e pensare che arrivarci sia possibile, partendo da quel manufatto fisico che è la bicicletta e da tutto ciò che implica il ciclismo, almeno in questo caso. E andare, parlare, narrare, quel che è stato e quel che sarà. Un libro scritto da Beppe Conti contiene la storia del Motovelodromo, un altro nascerà con i racconti delle persone che l'hanno vissuto. Poi accogliere, ascoltare le domande, cercare le risposte: in questo modo migliaia di ragazzi hanno assistito alla presentazione di Lidl-Trek in occasione dello scorso Giro d'Italia, nonostante la pioggia ed il tempo inclemente. Perché Fausto Coppi è un ricordo, bellissimo ma pur sempre ricordo, mentre il Giro d'Italia c'è e passa sempre. Un inno all'importanza dello sport, al suo valore sociale, all'inclusività, alla cultura, quando lo sport è in un libro, in pagine e parole. Benedetta Lanza aggiunge: «Non è facile ma stiamo cercando di coinvolgere sempre più le scuole e con i docenti di educazione fisica, piano piano, ci stiamo riuscendo, con un reciproco adattamento alle necessità gli uni degli altri. Gli istituti scolastici più vicini vengono a trovarci. A gennaio, sono stati qui i licei: gli studenti che avevano materie da recuperare, da potenziare, si sono dedicati a quello, altri hanno potuto staccare, godersi la libertà e dalle nove del mattino alle quattro del pomeriggio hanno sperimentato ogni tipologia di sport che pratichiamo in questa struttura». Al Motovelodromo si iniziano a svolgere anche le discipline aeree ed è grazie a quel pionierismo di Fabrizio, su cui ora pesa una grossa responsabilità, quella della storia trascorsa che, forse, sarà sempre più grande e più importante di quella futura, ma poco importa.

«Stiamo lavorando su una scuola di ciclismo, strutturata, in cui tutti i ragazzi possano accedere, affinché corrano in un luogo sicuro e la sicurezza deve essere un cardine. La responsabilità è aprire il Motovelodromo e renderlo accessibile a tutti, far crescere anche la parte agonistica, per questo abbiamo coinvolto Fabio Felline, con una squadra corse dai 6 ai 12 anni. Bisogna lavorare ad un tessuto che permetta al ciclismo di continuare a crescere, di sperimentare e farsi conoscere da chi non pedala, da chi non ha mai provato. Il territorio è dalla nostra parte, penso a Superga, alle nostre colline: lì si può diffondere la cultura e raggiungere chi ancora non l'ha». C'è la Gran Fondo Torino, la Milano-Torino a scatto fisso, il Giro d'Italia con le biciclette storiche, che ha portato una ventata d'antico in questa modernità, ci sono gli eventi di triathlon, la Nightri, il 21 giugno, nella notte, dalla sera alla mattina, senza contare i tornei internazionali di padel, a squadre, in carrozzina, ed ancora eventi di sensibilizzazione, nelle scuole, anche a tema sicurezza stradale. L'apporto della Federciclismo è fondamentale, come l'apporto di coloro che hanno praticato il ciclismo come lavoro perché «solo parlando la stessa lingua è possibile capirsi al meglio e se vogliamo che il ciclismo torni al centro abbiamo l'obbligo di rivolgerci a chi quella lingua, per restare nella metafora, la conosce bene». Sembra strano ma accade: quando le classi arrivano al Motovelodromo, in qualche giorno d'inverno, c'è sempre qualche ragazzo che ammette di non utilizzare la bicicletta, qualcuno, addirittura, spiega di non essere capace di andare in bicicletta: «Stupisce- spiega Benedetta- perché per la mia generazione pedalare è come camminare, però è bello che accada e che imparino qui. Anche questa è cultura sportiva». Allo stesso modo è cultura sportiva l'idea di provare a diffondere tutti gli sport: «Spesso si va dove è più facile: credo che in molti abbiano scelto uno sport non basandosi sulla totalità degli sport praticabili, bensì su quelli più accessibili. Noi vorremmo ampliare questo panorama, fare in modo che tutti possano almeno provare, anche solo un anno, poi è possibile cambiare». Si arriva così al ruolo sociale della bicicletta ed ai corsi di manutenzione organizzati con il sostegno del ministero, piuttosto che a quelli per diventare guide cicloturistiche: «Torino è una città molto legata all'automobile, ma vediamo tutti come il mercato dell'automobile inizi ad essere in difficoltà: io sono certo- afferma Fabrizio Rostagno- che la bicicletta possa aiutare anche in questo senso, creando posti di lavoro».
All'interno del Motovelodromo, il bar, a propria volta, propone e organizza eventi, Fiab collabora e le associazioni non vedenti si mettono in gioco con esperienze belle, significative: provare a guidare un tandem, aiutare un non vedente, mettersi nei panni di chi non può vedere e lasciarsi accompagnare. Altra parola chiave è accoglienza, comprendere quanti più professionisti nel progetto, senza gelosie, senza egoismi. Forse, ci dicono, qualcosa di simile non poteva che accadere a Torino, «forse questo è proprio il posto giusto, per la bellezza e per l'importanza riconosciuta alla bellezza, perché siamo vicino al centro e, per i numeri, questo è fondamentale, ma anche accanto alla natura. C'è unicità, autenticità e continuiamo a credere nell'unicità e nell'autenticità, è il nostro carattere di piemontesi e di torinesi. Il nostro essere sabaudi fa in modo che ci voltiamo spesso a guardare il passato, lo consideriamo e quando iniziamo a fare qualcosa cerchiamo di farlo con cura, con spirito di appartenenza». I problemi restano, la burocrazia è sempre molta e a volte gli ostacoli paiono insormontabili, Fabrizio e Benedetta hanno capito che l'unica via per farcela è restare concentrati sul progetto, dedicandosi a quello e pensando a quel che è possibile realizzare. Alcuni momenti hanno la capacità di far dimenticare ogni cosa e di metter ancor più in risalto il bello: Fabrizio pensa a quella madre, davanti alla scuola di suo figlio che, conoscendolo, lo ha avvicinato per dirgli «grazie, perché il Motovelodromo mi ha cambiato la vita». La sua bambina lo frequenta. Oppure, ancora, alla conoscenza di Fabio Wolf, ai progetti che riguardano disabilità e sport in cui lo ha coinvolto e ad una pedalata spensierata, verso Mantova, dove hanno trascorso la notte in tenda. Sono stati contenti, ed a ripensarci lo sono ancora. Probabilmente è anche questo il segreto della restituzione, il motivo per cui provare a restituire esperienze e passioni fa stare bene.
«Senza cross, come farei?»: intervista a Giorgia Pellizotti
Qualche volta Giorgia Pellizotti si rivolge a suo padre Franco, magari durante un viaggio in auto, oppure a casa, davanti a quel televisore attraverso cui da bambina, al ritorno da scuola, seguiva le tappe del Giro d'Italia: «Papà, secondo te potrei diventare una ciclista professionista?». Lui la guarda negli occhi: «Non so, le cose non vanno sempre come vorremmo...». Lei riprende a parlare e rafforza la domanda: «Quindi? Qual è la tua idea? Non mi hai risposto». Allora Franco cambia tono: «Vedremo, tu, intanto, impegnati, se ti impegni sei già a metà dell'opera». Pare che Franco Pellizotti non le abbia mai detto chiaramente di sì, eppure chi lo conosce bene è consapevole del fatto che sia il primo a crederci.
D'altra parte, Giorgia ha letto recentemente una dichiarazione in cui il padre spiegava che sapendo bene, per averlo vissuto sulla propria pelle, cosa voglia dire essere ciclisti, ha scelto di lasciarla libera, anche di sbagliare se necessario, purché sia tranquilla e non avverta anche la sua pressione. «Potrei dire che papà è la mia ispirazione come ciclista, ma sarei imprecisa, perché lui ha corso su strada ed io sono impegnata con ciclocross e mountain bike, specialità completamente differenti. Sembrerà strano, ma di ciclismo parliamo raramente e, quando lo facciamo, c'è di mezzo l'ironia: ci prendiamo in giro, magari gli rinfaccio le maglie che io ho vinto e lui no. La serietà la riserviamo ad altro. Papà forse non era il più forte, ma di certo era il più "intelligente" a livello tattico, questo mi è chiaro. Però Franco Pellizotti per sua figlia è un modello come persona, come padre. Non c'è altro». Prima di sedersi davanti a quel televisore, nei primi giorni di quei mesi di maggio, Giorgia, da bambina, piangeva forte: non ha mai accettato del tutto quei bagagli di Franco e l'idea che per un mese non l'avrebbe più visto, così non voleva lasciarlo partire. La promessa era che presto mamma avrebbe accompagnato lei ed il fratello a qualche tappa non lontana da casa e lì avrebbero rivisto il padre: «Nel mio immaginario quei bus, quelle divise e quegli occhiali erano ben più di quel che erano davvero. Per me i ciclisti erano esseri umani speciali che partivano con così poco per tutta quella fatica. Poi, fra loro, c'era papà ed io volevo assomigliare a papà».
Descrive minuziosamente i fiori disegnati sulla sua prima bicicletta da passeggio, descrive con altrettanta attenzione la prima bicicletta da gara, tutta bianca, regalatale proprio da Franco Pellizotti, «piccola, anzi davvero minuscola, ma pure io ero minuta». Crede di essere nata in sella, perchè i primi ricordi sono lì e a sedici anni, la sua età, i primi ricordi sembrano così lontani, ma sono dietro l'angolo: «Fino alla categoria G6 era solo un divertimento e mi divertivo come non riuscivo a divertirmi in nessun altro ambito: in più, io avevo la prova che potevo farcela, di qualunque ostacolo si trattasse, perché ce l'aveva fatta mio padre. Al passaggio da esordiente, però, qualcosa è cambiato, forse perché era maggiormente impegnativo, forse per i risultati che non arrivavano, il divertimento era svanito. Se corro ancora, è grazie al passaggio alla Sanfiorese ed alla scoperta del ciclocross e di ciò che più gli somiglia, la mountain bike». A dire il vero, il cross lo praticava già, ma è il modo a fare la differenza: «Senza cross non so cosa farei. Ho cercato la mountain bike per riempire le estati: è qualcosa di magico. Anche in allenamento, in mezzo ai campi, al verde, mi sento in armonia con il tutto, e questo, forse, non è nemmeno il motivo principale. Sai, mio fratello è molto impegnato con l'università e anche papà è sempre fuori casa. Il cross riunisce la nostra famiglia: so che nel fine settimana siamo tutti assieme e per me fa la differenza».

Il fratello è maggiore e sin da piccola l'ha sempre vista impegnarsi e fare sacrifici per quella bicicletta: non riusciva a capirla. Ora che si è appassionato anche lui, le ripete spesso una frase: «La fatica preferisco farla fare a te, ma anche se sei tu a correre è come se ci fossi anche io lì». Giorgia ci crede, perché lo vede. È accaduto anche all'Europeo di ciclocross di Pontevedra, dove ha conquistato una medaglia d'oro nel Team Relay e un bronzo nella prova individuale.
«Del Team Relay non cambierei nulla: è stata una giornata perfetta. Ho fatto tutto ciò che mi è stato chiesto e sono stata ricompensata in un modo insperato. Dirò qualcosa che forse non ci si aspetta rispetto alla prova individuale. Sia chiaro, la medaglia di bronzo è un risultato importante e ne sono orgogliosa, ma rivedendomi credo che avrei potuto insistere di più nel finale, invece, quando ho capito che il terzo posto era a portata di mano, mi sono seduta, rilassata. Un pizzico di combattività in più non avrebbe guastato: la vittoria era lì, era possibile». Si è rivista in televisione e si è emozionata ripensando alla sua quotidianità: sei ore di scuola, all'uscita, in autunno ed in inverno, subito agli allenamenti, per sfruttare le ore di luce, pranzo all'orario in cui gli altri ragazzi fanno merenda, compiti e studio, cena e ancora studio fino all'ora di andare a letto. In mezzo le trasferte all'estero, le lezioni da recuperare, le interrogazioni e le verifiche da incastrare e una sensazione ben precisa: «Non basta mai».
«I miei genitori non saranno d'accordo, per me, però, la scuola ed il ciclismo sono esattamente sullo stesso piano. Loro sostengono che la scuola venga prima del ciclismo e se non studio non mi permettono di uscire in allenamento. Sono competitiva, sia nello sport che nello studio: voglio vincere e ottenere voti alti a scuola. I sacrifici, per me, sono nella quotidianità, non nel ciclismo: non correrei se lo avvertissi come un peso. Non posso uscire la sera? Va bene così, sono ripagata di tutte le sere trascorse a casa se posso essere una ciclista e, al momento, non conosco un altro ambito del quotidiano che riesca a emozionarmi in questo modo».
Al suo ritorno a scuola, al liceo Scientifico, una piccola amarezza che la fa riflettere. Ai suoi insegnanti aveva spiegato che sarebbe stata assente qualche giorno per una competizione, l'Europeo: «Alcuni miei compagni si sono ricordati, mi hanno fatto i complimenti, mi hanno chiesto com'era andata, si sono interessati, insomma. Purtroppo nessun insegnante ha dimostrato questa attenzione. Mi è dispiaciuto, anche se so bene che la vita di un atleta spesso non viene compresa, anche perché è difficile capire quel che non si prova. So essere molto estroversa se mi apro, se mi fido, eppure non ho molte amicizie in ambito scolastico. Le ho fra atleti, dove si condivide la stessa vita, le stesse esperienze, ci si supporta. Mi è dispiaciuto, ma inizio a credere sia normale».
Sui libri, la materia che preferisce è Scienze dell'alimentazione in ambito sportivo e un domani, al termine della carriera, vorrebbe fosse il suo lavoro, magari proprio nel ciclismo. Dice che Mathieu van der Poel è fra le cose più belle capitate nel ciclismo, una sorta di modello da provare a replicare, di utopia da inseguire «perché van der Poel va davvero forte ovunque». Altra ispirazione le proviene da Demi Vollering, per come affronta il ciclismo e non solo. Pensa alla nazionale, ai Campionati Italiani, al Mondiale. Vorrebbe imparare a saltare gli ostacoli in bicicletta, dote che potrebbe esserle molto utile, soprattutto alla luce del fatto che in poche riescono a farlo in scioltezza: lei fa ancora fatica, ma continua a lavorarci.
Un aneddoto la racconta meglio di altri: al secondo anno da esordiente, sfidava spesso Luisa Bianchi, una ragazza di una superiorità netta rispetto alle avversarie, anche fisicamente più avanti. Una gara terminò in volata e ad affrontare Bianchi c'era proprio Giorgia Pellizotti: «La superai, riuscii a superarla. Forse quel giorno ho davvero capito di poter vincere». E piano piano Giorgia somiglia sempre più a Franco, proprio come desiderava. E assieme ci scherzano su.
Ora che le cose vanno meglio: intervista a Silvia Persico
Per Silvia Persico, quando le telefoniamo, sono i primi giorni di riposo dopo una stagione intensa, ci confessa che sente già la mancanza della vita movimentata da ciclista, mentre la bicicletta, per ora, la lascia da parte, tranquillamente. Del resto, saranno solo dieci giorni e poi si riprende perché a gennaio l'aspetta l'UAE Tour ed è necessario entrare subito in forma: è stata qualche giorno a Gran Canaria, con la famiglia, e ad Abu Dhabi per il primo ritiro con la squadra, dove si è cimentata in molte attività. Ora, a casa, rilassata, si concede del tempo per pensare: «Ho, forse, meno persone accanto e la colpa è di questi mesi, di questa stagione difficile. Si dice spesso che quando si vince tutti "saltano sul carro", salvo scendere alla prima difficoltà, alle prime sconfitte. Si dice ed è vero, perché sono poche, pochissime le persone che restano nonostante tutto: la famiglia e pochi amici. In qualità di atleti lo sappiamo e non c'è molto da dire, fa parte del nostro lavoro e dell'avere così tanta gente attorno, non accanto, però, quando succede, fa pensare.
Corriamo questo rischio ma, al tempo stesso, possiamo essere sicuri di chi resta perché, a forza di selezionare e di persone che se ne vanno, i legami di un atleta, forse, sono i più sicuri». Il 2024 per Persico è stata una stagione sotto le aspettative: dopo un buon inizio, diciamo fino fino al Fiandre, dapprima la mancanza della nonna, successivamente un periodo in cui si trova ad inseguire di continuo. Anche i valori degli esami del sangue sono sballati, a maggio: in altura, pre Giro d'Italia Women, sta bene, ma al termine del Giro scopre di avere il Covid. Si allena, si prepara, è pronta per l'Olimpiade e tutto sembra perfetto fino al giorno prima della prova in linea: è un dolore al fianco il giorno stesso a bloccarla. Al Tour de France Femmes arriva stanca, si fermerà dopo il Tour e non correrà i primi giorni di settembre, fino alla Tre Valli Varesine e alle competizioni gravel, Mondiali ed Europei: «L'anno scorso vedevo il gruppo dalla testa, quest'anno mi sono spesso ritrovata in coda ed è difficile, mentalmente ancor più che fisicamente. Se non arrivano risultati è complesso continuare a lavorare con la stessa intensità, fare le cose per bene. Io molte mattine non avevo voglia di alzarmi, di uscire in allenamento. Ti chiedi perché devi farlo, perché non puoi stare nel letto, tanto non cambia nulla. Non mi divertivo più in bicicletta». Tutti hanno sempre lodato la grinta di Silvia Persico ed anche lei se la riconosce, la sente, «ma non sapevo come utilizzarla per uscire da questo tunnel, ho messo in strada tutto quello che avevo eppure per un periodo mi sono persa completamente. E, mentre ero persa, mi chiedevo quando sarei tornata, come sarei tornata e, soprattutto, se davvero era possibile tornare». Una parte di serenità e divertimento è ricomparsa cimentandosi nel gravel, a settembre, ed era da aprile che non accadeva.
Le manca il cross e anche nel gravel vorrebbe poter fare più gare, ma il suo è già un calendario intenso e tutto non si può fare, anche perché la stagione si allunga sempre: «Essere leggera in sella vuol dire sentirsi a proprio agio. Ho sperato a lungo di ritrovare quella voglia di pedalare genuina, senza la pressione del dover dimostrare che ti assale quando i risultati non ci sono ed è successo. Era la fine della stagione, ma è accaduto. Così anche da quest'anno mi porto via qualcosa di buono: la capacità di gestire gli alti ed i bassi e la consapevolezza che si ritorna. Bisogna credere che si starà meglio. Sembra banale, ma non lo è». Pensate al giorno della Tre Valli Varesine, sotto una pioggia torrenziale, dopo tanto tempo, qualcosa si era riacceso: il piano era lavorare per Eleonora Camilla Gasparrini, invece Persico entra nella fuga decisiva e insiste fino all'ultimo metro, arriverà un secondo posto, cercava la vittoria ma, oggi, quel piazzamento per lei è importante, è una testimonianza. In particolare in un anno ricco di cambiamenti: dopo otto anni, Silvia Persico ha cambiato coach, da Davide "Capo" Arzeni a Luca Zenti. Significa anche un cambio di metodologie di allenamento: da una parte l'intensità di Arzeni, dall'altra la quantità, le tante ore di allenamento di Zenti. Ora sente di essere pronta a gestire quel che verrà, ad affrontare una stagione importante, la prossima.
Scadrà il suo contratto con UAE Adq, a fine anno, e questo è indubbiamente un pensiero: «Avere un contratto è importante, allo stesso tempo però un contratto a lungo termine può spegnerti, può farti sedere, toglierti fame. Non è il mio caso, però è un dato di fatto. Troverò in questo anno la motivazione per continuare a dimostrare, per portare risultati, per mettermi a disposizione, se necessario, poi ci si siederà ad un tavolo e si vedrà, cosa mi proporranno e cosa vorrò».
La prossima stagione sarà anche quella dell'arrivo in UAE Adq di Elisa Longo Borghini. Persico l'ha saputo nel periodo dell'Olimpiade di Parigi, ma c'è di più: un giorno è stata proprio Longo Borghini a prenderla da parte e parlarle. Le ha posto una semplice domanda: «Silvia, sii sincera: dimmi cosa ne pensi del mio arrivo in squadra». La risposta è semplice; sin da piccola, Longo Borghini era un modello per Silvia Persico e ogni momento condiviso ha contribuito a farla crescere, ad ispirarla. L'ultima storia è recente: il ritiro al San Pellegrino prima del Giro d'Italia Women, poi conquistato dalla campionessa di Ornavasso. Dopo quel periodo di lavoro duro, concentrazione e sacrifici, ognuna con la propria squadra, per la propria strada. Erano in questa situazione il 14 luglio, a L'Aquila. «Certo che ciascuna lavora per il proprio team, ma lo confesso: sono stata contenta che il Giro lo abbia vinto Elisa, da italiana e da ciclista. Ci pensavo quel giorno e aver condiviso quella fatica ha fatto in modo che mi sentissi parte di quella vittoria, di quel successo. Non ho mai avuto una leader di questo tipo, un'atleta così forte, e sono certa che crescerò proprio grazie a lei. A Wollongong è già capitato ed io sarei davvero contenta di mettermi a sua disposizione e magari, chissà, di ritagliarmi qualche possibilità. Vorrei essere all'altezza della mia responsabilità, ovvero esserci quando servirà e ne avrà bisogno. Ad Abu Dhabi abbiamo condiviso la camera, stiamo continuando a conoscerci». Chi viene e chi va, perché la contentezza per Longo Borghini è controbilanciata dall'addio di Chiara Consonni che correrà in Canyon-SRAM.
«Non sarà facile vederla con un'altra maglia, anche perché noi non eravamo solo compagne di squadra, siamo migliori amiche. Le auguro il meglio, a livello personale e sportivo, tanti risultati, tante vittorie». Proprio ad Abu Dhabi ha incontrato Tadej Pogačar, nel corso di una conferenza: le ha fatto effetto pensare di correre per la sua stessa squadra. Lo descrive come un ragazzo di una normalità straordinaria, nonostante i tanti successi ed una carriera eccezionale: «Tadej spiega che con l'impegno e l'abnegazione chiunque può arrivare a fare certe cose. Io personalmente la vedo diversamente e penso ci sia bisogno di un talento fuori dal comune per ottenere certi risultati. Il lavoro è importante, fondamentale, ma non tutti possiamo fare certe cose, certe imprese. Tuttavia un fatto è certo: bisogna essere resistenti, consistenti e questo a prescindere dai risultati, bisogna esserlo perché è giusto, nei confronti della propria persona e del proprio dovere».
Foto: Sprint Cycling Agency
Karhu, Cuneo
La noia non fa bene alla quotidianità dei giorni ed Enrico Arese, pur tra i tanti dubbi di un mestiere che ne pone di illimitati, ha la certezza che le sue giornate non saranno mai noiose. A casa lo prendono in giro: «Enrico ed i suoi amori, Enrico ed i suoi continui innamoramenti», entrambi frutti di un entusiasmo ontologico sin dall'adolescenza, e tante storie che non entrerebbero in un libro. Le mattine di adesso sono simili a quelle mattinate estive da ragazzino, quando se ne inventava sempre qualcuna nei suoi giochi e, poi, partiva con il padre Franco, verso le Olimpiadi, i Mondiali oppure gli Europei, dall'atletica, al tennis, alla pallavolo, al ciclismo. Era felice perché quegli atleti, che i suoi amici immaginavano supereroi, erano solo esseri umani ed erano a tavola con lui, a pranzo, a cena. A lui era successo di perdersi dietro ad un amore, mentre assieme al papà era rimasto travolto dal passaggio di Roger Federer proprio lì accanto: nessuno aveva avuto il coraggio di dire una parola, di chiedere una foto, un autografo. Era bello guardarlo, solo guardarlo.
La realtà pareva una fantasia, per lui e per i suoi fratelli, Emanuele ed Edoardo, ma ci ritorneremo. Ora ci basta dire che ciò che è rimasto uguale è un lavoro che si rinnova continuamente, come quello in ambito sportivo: dalla cura della parte tecnica, al prodotto, al marketing, ai distributori, ai negozianti, ai prototipi, alle installazioni. E ancora gli eventi, gli incontri con il pubblico, i viaggi, le notti in ufficio, le corse, metaforiche e reali, perché il brand finlandese Karhu di corsa si occupa. Queste tutte le sfaccettature, belle, faticose e sfidanti, delle sue giornate e dei suoi risvegli. Impossibile stufarsi, annoiarsi, così anche in questo tardo pomeriggio Enrico Arese è nel suo ufficio del Karhu Store di Cuneo, in piazza Boves 7, dove lo incontriamo.
Quella giovinezza speciale è derivata dal ruolo del padre: Franco Arese è stato per venticinque anni presidente di Asics, ha introdotto il marchio in Italia, ha lavorato a stretto contatto con il Giappone, è stato ed è un padre «che non ne ha sbagliata una» e, a livello imprenditoriale, l'assioma è pressoché identico. Nel frattempo, Emanuele era il responsabile commerciale dell'azienda, colui che si occupava della linea moda per l'Europa: un ragazzo con la passione per il duro lavoro, con l'etica del sacrificio e la consapevolezza che sia la via maestra per raggiungere i traguardi nati nell'immaginazione. Tutto questo fino al momento in cui Franco non decide di lasciare. E di tutta quell'esperienza? Di quegli anni di lavoro? Non si poteva gettare tutto al vento e non lo si è fatto. Franco avrebbe voluto ideare il marchio "Arese", Emanuele gli ha sottoposto la situazione di Karhu: una realtà storica, nata nel 1916, in Finlandia, gloriosa, al centro del mondo running negli anni settanta, ottanta e novanta, tuttavia da ripensare. «Mio padre aveva corso il mezzofondo agli Europei di Helsinki nel 1971. Di più, aveva vinto e conservava una maglietta Karhu, sponsor dell'evento, donatagli per l'occasione. Quella maglietta è oggi nel suo ufficio. Sì, perché in quei giorni ha accettato la sfida, rilevando il 75% dell'azienda. Oggi ha ottant'anni, pure lui rifugge la noia, e ogni tanto passa di qui, altrimenti telefona: "Allora? Si vende? Cos'hai venduto oggi?" Un martello pneumatico che ricorda che per stare in piedi bisogna vendere». Emanuele lavora ad Amsterdam, ha ripensato il prodotto ed ispirato i fratelli. Vero, i competitori sono giganti, ma la loro realtà familiare è più veloce, snella, cura la distribuzione passo dopo passo e per gli Europei di atletica di Roma, dove l'Italia ha stabilito un nuovo record di medaglie, cinquantatré anni dopo il successo di Franco, si è tolta la soddisfazione di essere sponsor. Il sogno è rivivere qualcosa di simile agli anni dell'adolescenza di Enrico e chissà che non accada.
Le domeniche a Genova, al Marassi, a vedere giocare la Sampdoria, le sere in trasferta, le Olimpiadi di Atene, quelle invernali a Torino, il basket, la maratona di New York, la Mercatone Uno di Marco Pantani che «come facevi a non innamorarti del ciclismo? Faceva innamorare anche le pietre», lo sci e così via: bastava aprire il giornale e scegliere dove andare. Fino al 2012, a quel cambio di rotta: «Ho sentito il vuoto, ma mi ha fatto bene, grazie a quel periodo sono rimasto un ragazzo con i piedi per terra, ho compreso che nulla era dovuto. Siamo una famiglia unita, legata alle cose semplici, con poche cose in cui credere ma ben salde. Lo sport è una di queste, magari vissuto dalla strada, dal vivo. Mio padre viene da una famiglia di contadini, dal nulla. Lo sport ci ha "costruito", tenuto lontani da brutte compagnie, dagli errori che si possono fare da ragazzi. Lo sport ci ha aperto un mondo diverso da quello degli aperitivi serali, dalle discoteche, dagli svaghi che diventano vizi e ti bloccano. A casa, la nostra televisione trasmetteva sempre le voci di una telecronaca: mia madre ci ha sopportati».
Il lavoro ha unito questa famiglia, in cui i componenti hanno imparato a conoscersi e volersi bene anche grazie al sacrificio e alla fatica. Enrico, «quello con le idee meno chiare in casa», avrebbe voluto diventare un grande sportivo: voleva studiare all'Isef, non l'ha fatto su consiglio del padre. Si è iscritto ad architettura all'università, ha smesso prima di laurearsi, ma, oggi, sa che va bene così e ai suoi figli racconta in questo modo quel che può fare lo sport, anche se non si diventa campioni. Si cresce, ecco il punto. Si va a letto presto, ci si allena per diventare come Federer, anche se Federer si fatica anche ad immaginarlo, si hanno idoli differenti: ragazze e ragazzi che spesso non hanno avuto quasi nulla, eppure il talento li ha portati dove li ha portati. Enrico Arese pensa ad Antonio Cassano e a tutte le volte che lui ed Edoardo lo hanno visto giocare a Marassi: loro tifosi della Sampdoria, perché la Sampdoria era sponsorizzata da Asics.
«Dal Real alla Sampdoria, sembra assurdo. Quel ragazzo, che la gioventù aveva messo a dura prova, mandava fuori di testa con le sue giocate, il suo modo di stoppare la palla e valorizzava i suoi compagni di squadra che altrove parevano irriconoscibili. Senza scuola, senza insegnamenti, con tanti nodi da sciogliere, ti incantava. Mi porto addosso delle emozioni che non so cancellare. Siamo arrivati in Champions League con lui. Vorrei incontrarlo, sperando di non restare senza parole come con Federer. Mi accontenterei di una foto simile a quella che ho con Usain Bolt, altro genio totale». L'idea è quella di un'attività sportiva che plasma la comunità, la riunisce, permette l'incontro: allora è logico che, il 21 settembre, sia stato inaugurato un Karhu Store a Cuneo, nella loro città, dopo la sede di Helsinki e l'esposizione di Tokyo. In piazza Boves, laddove ci si può riscaldare prima di iniziare a correre insieme oppure laddove si può fare colazione al ritorno da una sgambata, magari verso il Parco Fluviale. All'interno, non solo l'attrezzatura e l'abbigliamento per il running, ma anche libri e riviste, scritti e fotografie, altra parte essenziale di quel senso di insieme, di aggregazione, di cui abbiamo scritto. Il tutto a declinare nella maniera più completa il termine esperienza. Perché è vero che in un negozio oggi bisogna saper fare tutto, dalla contabilità, alla selezione dei prodotti, alle fotografie, alle vendite, ma non è possibile trascurare questo aspetto che, nella "filosofia degli Arese", è il punto fondamentale. Anche per Enrico è un'esperienza nuova, da cui continuare a imparare ogni giorno e, un domani, forse, da replicare altrove.
L'inizio è a Cuneo, città di persone con voglia di fare, di quelle che non intraprendono un'opera se non hanno la certezza di poterci mettere qualità, città di persone affezionate ad ogni via, ad ogni piazza. Talvolta rustiche, ma vere, concrete, belle, verrebbe da dire. Cuneo è casa della famiglia Arese e molto di ciò che possono raccontare deriva dal fatto dell'essere nati e cresciuti da queste parti: tutti li conoscono e loro conoscono tutti. Enrico era seduto ad un tavolo, davanti ad un aperitivo con un amico, Roberto Ricchiardi quando l'idea è balenata nella sua mente: «Sai che i locali di Urban Jungle -l'attività di Roberto- sarebbero perfetti per Karhu?», ha detto Enrico. «Cosa aspetti? Mettiamoci al lavoro», ha risposto Roberto. Ed eccoci qui, partiti meglio di quanto si potesse pensare. Certo è solo l'inizio, certo c'è ancora tanto lavoro da fare, ma solo con il principio è possibile credere in un qualcosa di ancora migliore, diversamente non c'è storia. A Cuneo anche perché un luogo simile mancava, bisognava per forza andare fuori città ed era un peccato. Ora c'è e ci sono anche eventi collaterali per ricordare alle persone quanto è bello correre: la mezza maratona, ad esempio. Prolungamenti necessari di questa storia per mantenere vivo il ricordo e la consapevolezza, per non smettere, ma, anzi, alimentare l'entusiasmo.
Sono ormai cinque fine settimana che Enrico resta in negozio a lavorare: «Forse dovrei correggere il tiro, ad un certo punto bisogna rallentare, perché non va bene esagerare. Rallenterò, mi riposerò un poco e, poi, riprenderò. La corsa mi supporta in questo: una volta la detestavo, mia moglie mi ha aiutato ad apprezzarla e mi è utile anche per il lavoro. Corro al mattino, mi aiuta a stare bene, anche perché spesso fino all'una di notte non sono a casa. Viaggio molto, devo organizzarmi».
Quando qualche dubbio bussa, Franco, il padre, è una certezza, perché ha già vissuto tutto quello che i suoi figli stanno sperimentando ora ed i suoi consigli sono sempre proiettati in avanti. Anche il legame di Karhu con il ciclismo proviene da lui: dall'Asics-CGA, più precisamente, dove correvano Michele Bartoli e Paolo Bettini, squadra che ha disputato il Giro d'Italia e ottenuto non pochi risultati. Non solo: c'è la partnership con la GF Fausto Coppi ed il legame con il Cuneo Bike Festival. L'eco è lontano, sia perché Karhu produceva anche biciclette ai suoi inizi, sia perché abbinare corsa e pedalata è la base di molte discipline, quali duathlon e triathlon, su tutti. Un amore riacceso quello per il ciclismo, proprio nell'epoca di Tadej Pogačar, Mathieu van der Poel e Wout van Aert: atleti di forza ed istinto, per questo vicini alle persone. «Il sogno sarebbe quello di essere sponsor ad un'Olimpiade: so che è difficile, diciamo pure quasi impossibile, ma ho la certezza che sia proprio quel "quasi" a far la differenza in tante storie. Comunque vada, su tutto, noi vorremmo restituire qualcosa alla città, perché Karhu è di questa città. Vorrei accadesse come negli incontri, dove ci si conosce, si trattiene qualcosa dell'altro e poi si continua la propria strada, tornando di tanto in tanto e scoprendo qualcosa in più. Sarebbe bello». Sì, sarebbe bello e sarebbe la prosecuzione di questa storia partita da lontano, nei giorni e nei luoghi.
Tra passato e futuro: intervista a Martina Fidanza
I mesi che hanno accompagnato la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno, diciamo dalle Olimpiadi di Parigi al Campionato del Mondo su pista di Ballerup, sono stati fra i più complicati per Martina Fidanza, anche se, dall'esterno, quasi nessuno lo sapeva. Un indizio era nei suoi fogli e nelle sue matite che non disegnavano da troppo tempo: l'ultimo quadretto l'ha completato in primavera, poi basta. Anche se ammette che le sarebbe servito e le servirebbe, tornare a vedere dipinti impressionisti ed espressionisti: a Copenaghen si è presa un paio d'ore di tempo ed è andata a vedere la città e le sue mostre. Lo ha sempre fatto, a Parigi era stata al Louvre ed al Museo d'Orsay, vicino alle "sue" opere d'arte, quelle che la ispirano, ma di disegni no, non ne ha più fatti. Eppure erano mesi che era a casa, di tempo libero ne aveva, ma le sembrava che non valesse la pena ritrarre nulla. «Dopo i Giochi Olimpici ero letteralmente svuotata, un black out, buio totale. Avevo creduto ad una medaglia che non è arrivata ed il grosso problema è che non esiste un evento tanto grande, tanto importante. La sfortuna, poi, era che il traguardo successivo, il Mondiale per l'appunto, era quasi due mesi dopo. Facevo fatica ad allenarmi, facevo fatica a fare tutto, quasi senza motivazione, con la mente che era rimasta a Parigi. Il 12 settembre avevo una giornata di allenamento intenso, quattro ore e diversi lavori da fare e per la prima volta dopo vari giorni mi sentivo diversa». Martina Fidanza prende il cellulare ed in un attimo di sosta scrive al proprio ragazzo: «Sto bene ed è passato così tanto dall'ultima volta in cui sono stata bene». Poche ore prima è stato ufficializzato il passaggio in Visma I Lease a Bike a partire dal prossimo anno e pare il giorno in cui si riparte: la realtà, invece, è diversa. Mezz'ora dopo, mentre scende a ritmo sostenuto da una discesa, viene investita da un automobilista che arriva dal senso di marcia opposto e non si accorge di lei nella svolta.
Lo spavento, ma non solo. Nella ripresa dall'infortunio, Fidanza si accorge di pedalare male, con dolore. Servono vari esami per capire quale sia il problema: si tratta di una lacerazione del muscolo per cui è necessario sottoporsi a varie terapie per accelerare la guarigione in vista della partenza per Ballerup. «Sopportare il dolore è sempre difficile, soprattutto quando non c'è alternativa perché non esiste rimedio per non provarlo. Mi sono raccontata tante bugie, mi dicevo che stavo bene, per arrivare al Mondiale, per ricominciare, ma non era vero. Faceva molto male, però quelle bugie mi permettevano di ingannare la mente, altrimenti chissà». Martina Fidanza sorride, ora sta bene, ma, se torna con la mente al giorno in cui è stata investita, la coglie un senso di rassegnazione: «Sì, è triste, non è bello da dire e nemmeno da pensare ma, purtroppo, sono giunta alla conclusione che, per come vanno le cose in Italia, l'unica possibilità per una ciclista o per un ciclista di tutelare la propria incolumità sia quella di prevenire, di anticipare le mosse degli automobilisti. Mi considero invisibile, visto che spesso ci dicono che "non ci vedono", e alla luce di questo mi oriento. So che è sbagliato, so che l'ottica corretta è quella olandese, dove il ciclista, colui che è più debole, più fragile, viene tutelato, viene posto al centro, in Italia, però, non funziona così e dobbiamo proteggerci: è possibile che tutte le tragedie di questi anni non siano servite a far capire che non è possibile continuare così? Certo che bisogna sensibilizzare, certo che bisogna parlarne, ma quando cambieranno davvero le cose?». Dopo l'amarezza, dopo lo sfogo, la riflessione prosegue: «In quanto professionisti, spesso, noi arriviamo a velocità superiori a quelle che si tengono normalmente in sella ed anche questo va compreso e considerato perché aumenta il pericolo in quanto effettivamente siamo più veloci di quanto un automobilista possa aspettarsi. Detto questo, però, credo sia necessario rivedere profondamente il modo in cui concepiamo le nostre strade, forse un passo verso la convivenza reciproca: servono più ciclabili o, comunque, zone in cui si possa pedalare in sicurezza. Anche se, soprattutto pensando a chi è ciclista per mestiere, questa è una soluzione relativa perché sulle ciclabili ci sono anche pedoni e persone a passeggio e sarebbe difficile gestire la situazione senza rischi».
L'interesse di Visma I Lease a Bike era presente da molto tempo, pur se mai ufficializzato: i contatti ufficiali nel periodo dell'Olimpiade, qualche settimana per riflettere a casa e successivamente le visite in Olanda a settembre. Da un lato il dispiacere di lasciare il clima familiare trovato in Ceratizit, dall'altra una delle migliori squadre al mondo, quella di Marianne Vos, suo idolo sin da bambina, e di Wout van Aert. Da un lato i miglioramenti di questi tre anni, testimoniati dai risultati: ricorda come ora le prime gare World Tour e la difficoltà che aveva per mantenere le ruote del gruppo. Ora in gruppo riesce a stare bene e, se il percorso le si addice, riesce anche a dire la sua, progressi figli dell'esperienza. Dall'altro lato la possibilità di un supporto al 100% per proseguire nel miglior modo possibile il proprio percorso. «Ho ancora tanto da lavorare, soprattutto sulla tenuta. Essendo una velocista è importante perché mi consente di essere maggiormente brillante negli sprint: quest'anno ho un poco privilegiato la pista, ma tornerò a lavorarci in vista delle volate». Sarà affiancata alla velocista più giovane già presente in squadra, le due dovranno supportarsi a vicenda. Non sa ancora quando avrà modo di incontrare Marianne Vos e quante gare farà con lei, perché i calendari saranno differenti, ma, ogni tanto, ci pensa. Probabilmente accadrà durante il primo ritiro e, forse, in quell'occasione le confesserà anche quanto resti sempre ammirata dalla sua bellezza stilistica in sella.
Dopo l'Olimpiade, si è seduta al tavolo con Arianna, sua sorella: «L'avrei voluta al mio fianco in Visma I Lease a Bike ma avevano bisogno solo del mio profilo. Sono sincera, ho chiesto anche a lei cosa ne pensasse e mi ha detto che era un'occasione da non perdere, che era contenta per me e che avrei dovuto rispondere sì senza altri dubbi. Sarà tutto diverso per me, mi spiacerà non averla accanto, allo stesso tempo, però, sapere di avere il suo appoggio è una carica importante». Altra questione su cui Fidanza si sofferma è quella legata alla pista: la Visma è una squadra abituata ad atlete che praticano la multidisciplina, di conseguenza, osserva la bergamasca, anche i preparatori che lavorano con lo staff sanno bene come gestire questa situazione. Lei vuole continuare l'attività nei velodromi, anche se sa che dovrà esserci più strada nel suo programma. Il Campionato del Mondo di Ballerup è stato particolare, come sempre negli anni olimpici e forse di più: «Di solito tante nazionali non si presentano nell'anno dell'Olimpiade, in questo caso invece le individualità erano ben presenti. Non abbiamo raccolto un argento con il quartetto per un errore che abbiamo commesso, allo stesso modo i ragazzi sono stati sfortunati, però credo ci sia da essere orgogliosi, considerando che tante nazionali sono arrivate al Mondiale con una forma olimpica. In pista ho tanta più esperienza, penso alle Coppe del Mondo, agli ori che ho ottenuto, ma anche ai piazzamenti. Penso allo scratch e al ruolo che ho potuto svolgere nel quartetto, qualcosa che mi rende orgogliosa. Sono certa che il nostro sia un futuro importante, dobbiamo solo lavorare tanto e dobbiamo avere tutti la volontà di lavorare per quel futuro».
Ogni tanto, alle corse, in qualche pausa, alla partenza o all'arrivo, Martina incontra suo padre Giovanni, ex ciclista e direttore sportivo. Ora che non sono più nella stessa squadra, si parlano solo come un padre ed una figlia: «C'è stato un periodo in cui papà doveva essere ancora più severo con me e mia sorella, per non fare favoritismi, per essere professionale, per rendere chiaro a tutte che noi eravamo come le altre in quel momento. Ora può essere semplicemente papà e saperlo in carovana per me è sempre bellissimo».
Foto: Sprint Cycling Agency

























