Cycle Lab, Conegliano Veneto
«Noi abbiamo sempre voluto promuovere la bicicletta in senso lato, ovvero nella concezione più ampia possibile. La bicicletta, a nostro avviso, andrebbe utilizzata a prescindere, che sia per fare sport, per la propria salute, per la comodità di uno spostamento. Il principio dovrebbe essere: vorresti pedalare, facciamo tutto il possibile perché tu possa andare in bicicletta. Le persone si riconoscono in questo mezzo, lo sentono vicino e vorrebbero farlo entrare sempre più nella propria quotidianità, purtroppo è ancora poco utilizzato in sostituzione dell'automobile perché mancano piste ciclabili e la struttura viaria, in Italia, non permette spesso di muoversi in sella senza avere paura. Ma, a parte questo, la spinta ideale della gente c'è, come il desiderio di avere una bicicletta non solo per fare attività fisica, ma anche per una necessità giornaliera». Le prime parole di Paolo Monai descrivono, da subito, la filosofia di Cycle Lab, una sorta di "boutique della bicicletta", nata esattamente dieci anni fa, in Viale XXIV Maggio, a Conegliano, dall'idea di tre soci, successivamente divenuti due, provenienti da mondi, spesso, lontani dal ciclismo: Paolo è agente di commercio nell'ambito arredamento di altissima fascia, uno dei soci si occupava di design, solo Andrea era all'interno dell'universo bicicletta, però «usava la bicicletta anche per andare al supermercato». Cycle Lab è nato ed è cresciuto così perché questo era il progetto iniziale ed esistere aveva senso per avverarlo: «Un impegno a cui cerchiamo di tenere fede è quello della spiegazione, l'unica possibilità che un professionista ha se davvero vuole il bene del settore di cui si occupa. Chiunque arriva in negozio con delle convinzioni, perché legge, chiede agli amici, magari su qualche forum: non è negativo, lo facciamo tutti. Poi, faccia a faccia, ci si confronta e le persone capiscono, magari studiano. Solo i "bicchieri pieni" non ci interessano: chi è già convinto di essere dalla parte della ragione e non vuole ascoltare. Lo lasciamo ad altri, ad un altro approccio. Diversamente, le parole d'ordine sono chiedere e spiegare».
Sì, insieme ad altri imperativi legati all'etica del lavoro: se la bicicletta ideale per il cliente non è in negozio, lo si dice, si ammette, non si vende ciò che si ha, pur di vendere qualcosa. Il meccanismo, precisa Paolo, si guasta spesso all'origine: «Se è vero che molte volte i negozi acquistano in maniera errata, è altrettanto vero che le aziende continuano a produrre materiale che devono vendere per pagare fornitori: è un mercato in cui sopravvivere è difficile. Basta un cambio di colore e di poco altro perché la bicicletta precedente veda dimezzato il proprio valore, nello spazio di alcuni mesi. Gli standard cambiano velocemente, le bici invecchiano, allora i negozianti si trovano quasi "costretti" a vendere per vendere. Non è una giustificazione, ma una spiegazione». In una sorta di reazione a catena, le persone iniziano a non fidarsi più del professionista e la catena si inceppa, ecco la necessità di un cambio avvertita e messa in pratica da Cycle Lab. Il bisogno di farsi ascoltatori si è reso evidente di fronte ad una realtà che, spesso, non prestava attenzione alle richieste o ai bisogni dei clienti, chiusa in un guscio impermeabile, incapace di guardare altri mondi, di farsi influenzare e quindi migliorare: dall'aspetto esteriore, al modo di pensare e di agire. Quando si arriva da Cycle Lab, tornano in mente i negozi nord europei, infatti, da lì arriva il disegno su cui si sono basati Paolo e Andrea: «La prima reazione deve essere quella suscitata dalla bellezza, dalla meraviglia: il rispetto per il prodotto bicicletta passa da qua, dalla sua valorizzazione. Anche un prodotto meno bello esteticamente, se valorizzato racconta un'altra storia. Per molto tempo, le biciclette sono state vendute in luoghi che somigliavano a supermercati. Quando parlo di boutique della bicicletta intendo esattamente questo: poche bici e ben esposte. Divisioni molto nette fra zone: dalla bicicletta in senso stretto, a tutto quello che le ruota intorno, all'abbigliamento. Soprattutto, chiarezza e visibilità: le postazioni dei meccanici a vista in modo che il cliente possa parlare con l'operatore mentre lavora, chiedere e magari imparare. Non sempre funziona così, ma abbiamo il dovere di muoverci in questa direzione».
Gli altri mondi conosciuti, per lavoro o per altre vicissitudini, entrano in gioco proprio qui: il confronto fra quello che accade in un'officina meccanica che si occupa di automobili ed in una che si occupa di biciclette, ad esempio. Storicamente, nelle officine di biciclette, racconta Paolo, il meccanico ritirava la bicicletta, eseguiva le riparazioni, successivamente telefonava, ci si recava a ritirare la bici, si pagava una cifra, si tornava a casa, spesso non avendo neppure ben chiaro quale fosse il problema. Altrettanto spesso, qualche giorno più tardi, la problematica si presentava nuovamente e si era da capo. «Forse qui siamo stati fra i primi ad avere l'accettazione, come accade per le automobili: registriamo tutti gli interventi sul mezzo, rilasciamo un foglio con gli interventi effettuati e con il costo orario. Da quel momento, la persona ha scritto nero su bianco quel che abbiamo fatto e, se il problema si ripresenta, può contestarcelo, la fiducia si accresce così. Se trattiamo in questo modo la macchina, perché non dovremmo farlo con la bici? Si torna al rispetto: il cliente, pagando, deve poter misurare il lavoro svolto». Il cardine della conoscenza è sempre al centro, soprattutto quando con la propria bicicletta si uscirà da Cycle Lab e, da quel momento, bisognerà prestare attenzione a vari fattori, non sempre dipendenti dalla propria volontà, soprattutto su strada. Due le raccomandazioni principali che non possono mancare ed a cui non vi è alibi: indossare il casco e rendersi visibili con una luce posteriore sempre accesa. Il casco, precisa Paolo, è accettato senza dubbi in ambito sportivo, meno in ambito urbano, soprattutto con il salire dell'età, ma le cose stanno, lentamente cambiando.
«Nello stesso momento in cui sottolineiamo questi doveri, dobbiamo essere lucidi e ribadire che una grossa parte di problematica deriva da una rete viaria non adeguata e da ripensare in tutte le città. L'esempio l'ho sotto gli occhi: il negozio si trova a Conegliano, io abito a Vittorio Veneto. Due città e circa 70000 abitanti, nel raggio di 15 chilometri abbiamo circa 100000 persone. Bene, tra le due città non esiste una rete viaria adeguata con piste ciclabili ben collegate: ove ci sono, sono tutte interrotte. In questo modo, i micro-spostamenti sono scoraggiati in sella e si continua a preferire l'automobile, anche su tragitti di cinque minuti di tempo. Se manca la sicurezza, manca tutto». In realtà, il problema infrastrutture non è l'unico: Paolo parla anche dei parcheggi per mettere in sicurezza le biciclette: in Italia sono ancora attrezzature vecchie, all'estero hanno lucchetti adeguati e sono appositamente progettati.
Il problema, precisa, è che spesso i comuni non sono aiutati con professionalità adeguate per occuparsi di queste tematiche: «Si parla sempre di bicicletta legandola al viaggio, ci sta, ma io vorrei più Germania, più Olanda, più Spagna, anche, in Italia. Da noi si allargano le corsie delle auto a discapito dei ciclisti, all'estero si progettano le strade con un principio chiave: il ciclista deve andare dal punto "a" al punto "b" e compito dello stato è consentirglielo. L'ottica è completamente diversa. Qualche realtà si salva anche nel nostro paese: penso a Parma, a Ferrara, dove tutti si sono sempre mossi sulle due ruote, però sono eccezioni, altrimenti l'auto viene sempre prima nelle priorità». Accanto a questo, una serie di blocchi che originano da pigrizia o chiusura mentale: in primis, il fatto di non pedalare nella quotidianità per il freddo, piuttosto che per la pioggia, cosa che nei paesi del Nord non è assolutamente concepita. Altro fatto da sottolineare è la mancanza di attenzione e di progettazione rispetto a strade che permettano anche alle cargo bike di percorrerle in sicurezza, perché se il ciclista non è aiutato e sostenuto tenderà a non scegliere più la bicicletta.
Paolo Monai osserva il divanetto vicino alla macchinetta del caffè, l'area relax in cui i clienti possono aspettare che vengano effettuate le riparazioni, proprio accanto ad un piccolo spazio dedicato ai libri ed alle letture, un'altra via per riposare e riflettere, poi riprende a parlare: «La consapevolezza cresce discutendo e raccontando, facendo rete, lavorando assieme. In questi dieci anni ci siamo spesso sentiti soli, ma non abbiamo mai mollato e quell'idea, alla fine, ha preso forma ed è una certezza per tante persone, qualcosa che ci auguriamo possa ispirare. La bicicletta è, di fatto, un divertimento: perché non rendiamo sempre più piacevole parlarne? Credo sia la strada per metterla sempre più al centro della realtà, perché di ciò che piace si narra sempre volentieri e dalle storie si può modificare il circostante». E, chissà, magari proprio questa chiacchierata può essere un inizio.
La madison racconta una storia: Leth e Dideriksen
In caccia e non solo nel velodromo di Ballerup, in una sera di ottobre, durante la rassegna iridata. Julie Leth e Amalie Dideriksen erano "in caccia" sin da ragazzine, nei giorni difficili, umidi, freddi, bui dell'inverno danese, ma, ancor prima, nelle inquietudini dell'adolescenza, di quando tutto è possibile eppure nulla è certo. In sostanza una pagina bianca su cui iniziare a scrivere e nulla è più difficile della prima parola, della prima frase. Allora quei venti giri, poco più o poco meno, in fuga dal gruppo eppure all'inseguimento del gruppo stesso, in caccia, per l'appunto, sono sì bellissimi, ma hanno una radice lontana, simili alle cose tanto volute e per riprendere il gruppo principale durante l'americana di volontà ne serve, tra cambi, doppiaggi e quella ellissi da girare senza freni, laddove nelle curve e negli ingorghi ai freni viene da pensare.
Julie Leth era lontana in tutti i sensi: dalla casa in cui è cresciuta al velodromo in cui si allenava c'erano circa tre ore di auto. Un viaggio continuo in quelle stesse giornate umide e buie del freddo inverno danese. Lei fantasticava su quando sarebbe arrivata al velodromo: tanto più là fuori faceva freddo, tanto più sognava quell'istante. Al parcheggio, scendendo dall'auto, vedeva le luci accese in pista, entrava, si toglieva il giubbotto, il cappello, indossava la divisa da pista e iniziava a correre. Alle sue colleghe, cicliste di mestiere come lei, parlava dei velodromi con addosso quella stessa sensazione. Non tutte capivano, non tutte sentivano le stesse cose: qualcuna aveva timore di quei velodromi, qualcuna, semplicemente, era indifferente. Non c'era quel freddo, non c'erano quei giorni-notte, non c'era quell'attesa. Non c'era quel passato che l'aveva costretta ad inseguire. Differenza notevole.
Amalie Dideriksen correva con i ragazzi, negli stessi inverni. Ha imparato in quel momento a "ridefinire i ruoli": sì, perché in quel gruppo gareggiava e avrebbe dovuto gareggiare solo il fratello, invece no. Lei non solo gareggiava, ma vinceva. Voleva vincere, doveva vincere per dimostrare di essere all'altezza, di essere, comunque, nel posto giusto. Quei ragazzi, invece, si arrabbiavano perché a superarli era proprio una ragazza. Rivalità adolescenziali, certo, forse qualcosa in più, perché con quella rabbia iniziò a convivere, reagendo con altrettanta rabbia, per cambiare i ruoli, per togliere etichette e lasciare solamente il merito. Ha imparato in questo modo ad andare veloce, a non tirare i freni, anche di fronte alle spallate del gruppo, alle volate, a chi, affiancandoti, crede che ti sposterai, che lascerai strada. Amalie Dideriksen non molla un centimetro. Sua madre ha paura, prova a far modificare la sua bicicletta da corsa, come fosse una normale bicicletta da città, senza la parte bassa del manubrio, dove si appoggiano le mani quando si sprinta. Quella donna, però, dovette presto abituarsi ad avere paura, a convivere con quel timore, per amore della figlia. Ciclista era, ciclista è.
Julie Leth e Amalie Dideriksen sono partite in caccia a 37 giri dal termine della prova mondiale della madison, una mano a prendersi e a portarsi avanti, reciprocamente. Ormai hanno trentadue e ventotto anni, hanno vinto ori europei e mondiali, un argento all'Olimpiade di Tokyo, l'hanno fatto sempre assieme, in pista, nell'americana, e assieme corrono questa volta che è l'ultima volta, almeno per Leth. Le piccole storie che le hanno formate, cresciute, lasciano un residuo in quei venti giri a tutta: conquistano uno sprint, non si arrendono, restano "fuori". Conquistano il secondo sprint, non si arrendono, restano "fuori". Mentre l'acido lattico monta anche nei pensieri di chi osserva e quasi tocca il momento in cui molleranno la presa, si faranno riprendere e aspetteranno una nuova occasione, tirando il fiato, loro rientrano sul gruppo principale, conquistano il giro, venti punti e balzano in testa alla classifica. Non l'abbandoneranno più.
Dopo alcuni giri di pista, in festa, il rallentamento delle biciclette consentirà loro di fermarsi: lo faranno nella parte alta del velodromo, vicino alle famiglie, agli amici, con una bandiera ad avvolgerle. Si grideranno qualcosa in faccia, perché la felicità può anche essere un grido, di una lontana rabbia, di un lontano orgoglio, plasmato dal tempo. Lontano come il velodromo di Ballerup e le sue luci da quel parcheggio, una quindicina di anni fa. Sì, il velodromo era lo stesso, anche se ora tutto sembra differente, da campionesse del mondo. Eppure nelle mani di Julie Leth sul petto, come quando il cuore batte all'impazzata, si scorge una reminiscenza di quei giorni, di quella speranza. In Amalie Dideriksen che le parla all'orecchio, quasi le racconta questa storia, nulla di differente. Il passato si somiglia, non serve aggiungere altro. Il pubblico dell'arena, ad un certo punto, intona l'inno, perfettamente all'unisono, parola su parola. Si dice che negli alberi, osservando il tronco, dai suoi "giri", si possa intuire l'età della pianta stessa. In pista non vale lo stesso ed ogni essere umano ha i propri numeri, già impressi sulla carta d'identità o in memoria, tracce di ciò che è, che è stato e che diventerà, però tanti giri, in testa, in caccia, non passano invano. Soprattutto all'ultima volta, all'ultimo giro, quando voltandosi si vede esattamente come si concludeva quella storia che, all'inizio, pareva senza senso, strana o sghemba.
Foto: Sprint Cycling Agency
TOR330 in sella: nuove prospettive in montagna
Il TOR330 - Tor des Géants è un'avventura da percorrere a piedi, una gara di trail, un vero e proprio giro dei giganti, dove i giganti sono monti e montagne, altitudini verso il cielo settembrino della Valle d'Aosta. Sì, TOR330 è affine alle camminate e alle corse, eppure la mente degli esseri umani ha la capacità di cancellare confini, di ridisegnare mondi e adattarli a nuove fantasie: Fabio Caldaro, l'8 settembre 2024, ha realizzato questo disegno proprio tra i giganti e le loro difficoltà.

Alla partenza si è presentato in sella ad una mountain bike ed ha anticipato tutti pedalando, ovviamente fuori gara, con il desiderio di rispondere a una domanda che si faceva da tempo ed a cui non aveva ancora dato soluzione: «Mi chiedevo se fosse possibile percorrere in sella il Tor des Géants, restando all'interno delle 150 ore di pedalata. La risposta è sì, perché ce l'ho fatta, in 148 ore e 24 minuti, ma c'è una precisazione doverosa: non è cosa per tutti, non è facile e serve adeguata preparazione. Vi sono salite durissime, dislivelli complessivi che, in realtà, non si conoscono precisamente e questo accresce il fascino, ma che oscillano tra i 23000 ed i 29000. Di questi, se si pedala, almeno 19000 sono di portage, con la bicicletta in spalla. La verità è che in bicicletta le difficoltà di un sentiero aumentano sempre, a piedi, tendenzialmente, si semplificano».
A fare da cornice a questa avventura un meteo folle e pioggia su pioggia, acqua su acqua che inzuppa i vestiti ed i volti sin dalla prima mattina.
Il primo sonno per Fabio Caldaro sarà al rifugio Chalet de L'Epée, raggiunto all'una di notte, ma traumatico sarà soprattutto il risveglio. Pochi gli abiti che Fabio ha di scorta, per non appesantire la bici e quindi raddoppiare la fatica: la mattina i suoi vestiti saranno ancora fradici e così dovrà indossarli. La tosse che Caldaro svilupperà inizierà in quel frangente e si svilupperà nei giorni successivi, il terzo, ad esempio, quando la pioggia e la neve lo accoglieranno nuovamente, rendendo impossibile pedalare nelle discese e costringendo così a camminare con la bicicletta fra le mani, con il reggisella telescopico danneggiato. Saranno ore ed ore in cui proverà a sistemarlo, fino a quando si romperà, costringendolo ad una regolazione manuale. Una camera e sette ore di sonno, autoimposte, saranno l'unico modo di lenire le "ferite" prima del giorno successivo, quello dell'arrivo, con il sole ed un vento tanto forte a spazzare le vette.
Ce l'aveva fatta. «Ricordo il momento in cui indossavo le scarpe al mattino: il dolore delle fiacche mi faceva venire voglia di piangere. I muscoli non avevano davvero più nulla da dare, allora interveniva la testa, la mente. In queste circostanze capisci che la testa può salvarti, può farti continuare anche se sei svuotato. Si tratta di una consapevolezza importante che serve anche nella quotidianità». Nel frattempo sono accadute varie cose che, probabilmente, hanno a che fare con il vero motivo per cui Caldaro ha iniziato a percorrere TOR330 in mountain bike, perché il senso non poteva essere solamente in un numero.

Allora citiamo tutte le persone conosciute che hanno provato ad aiutarlo, lasciando una barretta, dando una mano in ogni modo, qualcuno offrendosi di portargli lo zaino al rifugio successivo: ha rifiutato perché voleva fare tutto da solo, ma ne ha memoria e sorride ripensandoci. Le persone sono state contente di vederlo fare qualcosa di diverso, insolito ed inusuale, e non è un caso, succede sempre così perché gli esseri umani si somigliano un poco tutti e apprezzano l'inventiva, il cambiamento, anche quando non hanno il coraggio di attuarlo.
«L'idea centrale era uno sprone alla condivisione dei sentieri di montagna da parte di pedoni e ciclisti, qualcosa che spesso fa storcere il naso, ma è il bello del vivere la strada. Il ciclista sui sentieri di montagna non è un intruso e non è nemmeno un impedimento, bisogna capirlo. Spesso sento dire dai pedoni che i ciclisti vanno troppo forte oppure transitano troppo vicino a chi cammina: può essere vero in certi casi e bisogna cambiare atteggiamento. Detto questo, però, spesso c'è anche una sorta di "gelosia" da parte del pedone, di mancanza di comprensione. In altri casi è vera e propria ignoranza. Chi va in bici non rovina i sentieri, anzi, talvolta i sentieri sono manutenuti proprio dai pedalatori. I ciclisti sono una risorsa anche per le nostre montagne».
In questo senso, la forza, l'incoraggiamento è nella contentezza della gente, nella voglia di parlare e di chiedere cosa si stesse facendo e perché lo si stesse facendo in quel modo. All'interno del Cai, Fabio Caldaro continua l'opera di sensibilizzazione, invita le persone a fare attività insieme, qualunque sia il mezzo che le accompagna e spera che in Italia ci si possa muovere sempre più in questa direzione, anche dal punto di vista turistico. Lui stesso sta già pensando di partecipare ad altri eventi in sella.

Qualche raccomandazione per questa convivenza non manca di segnalarla: «L'attenzione al sorpasso e al farsi sorpassare deve essere massima. Un inciso secondo me lo merita il discorso precedenze: passare, fermarsi e ripartire a piedi è più facile che farlo in bicicletta, per questo motivo credo sia necessario dare precedenza alle bici, al di là di chi la abbia effettivamente nel contesto preciso. Il rispetto dei sentieri e della velocità deve essere un dato di fatto, come il prestare attenzione agli animali ed ai cani che devono essere tenuti al guinzaglio e controllati per evitare incidenti, pericolosi tanto per loro quanto per gli esseri umani».
In tutta la soddisfazione, c’è anche spazio per un poco di delusione. Caldaro pensa a tutta l’immondizia, ai rifiuti che ha incontrato durante il tragitto: «Perché non si raccolgono? Se ho potuto farlo io, con venti chili di peso tra bici e zaino, cosa lo impediva agli altri camminatori o pedalatori? Non è bene per la natura questo e la natura è l’unica casa che abbiamo». Resta il ricordo del profumo di umido, del fango, del colore delle bandierine catarifrangenti, vere e proprie stelle della notte di TOR330. Questa è la strada della condivisione delle montagne.
Rando Imperator: un'occasione per conoscersi
La mente era ancora sulla bicicletta, nonostante dall'arrivo in Piazza Castello, a Ferrara, alle 22:54 del 5 maggio, fossero passati diversi giorni. Il cervello continuava a pedalare e a calcolare il chilometraggio mancante alla conclusione della Rando Imperator, partita per Luca Ballarini e Gloria Pizzo a Bolzano, alle 05:32 del mattino. Erano trascorsi 308 chilometri, diciassette ore e ventidue minuti, eppure la testa non voleva saperne di fermarsi. Troppo legata all'esperienza intima della fatica per lasciarla andare, era necessario ancora un poco di tempo e poche parole di cui prendere coscienza, parole che ora Luca dice anche a noi: «È umano voler restare attaccati al bello che ci accade, provare un senso di vuoto quando tutto finisce e si torna alla normalità e la quotidianità non basta più, dopo quell'intensità. Però bisogna lasciar scorrere, andare avanti, essere felici del buono che ci è successo, senza malinconie».
Luca e Gloria si conoscevano già, da tempo, da alcune Bike Night a cui avevano partecipato e, avendo la medesima andatura, si erano ritrovati fianco a fianco. Ma ad accomunarli, ad accrescere il senso di condivisione, è qualcosa di più forte, una condizione comune: la sindrome di Ehlers Danlos, che, colpendo il tessuto connettivo, impedisce la naturale costituzione del collagene. L'hanno scoperto parlando, chiacchierando, confrontandosi, mentre assieme vivevano quell'esperienza intima chiamata bicicletta, l'amicizia è arrivata dopo, così hanno scelto di affrontare assieme una nuova sfida, la Rando, per l'appunto. Con loro il padre di Gloria che non ama questo tipo di eventi, corre in bicicletta, si cimenta in vere e proprie gare: a dirla tutta, a Bolzano non ha nemmeno portato la sua bici ma una vecchia bicicletta storica, in stile "eroico", con ancora il cambio con le levette, proprio per riuscire ad avere un'andatura più tranquilla, più adatta alla situazione. «Gloria ed io ci siamo conosciuti meglio nelle nostre esigenze. Abbiamo capito di avere molto in comune ma anche di essere profondamente diversi: io avevo necessità di non andare troppo veloce, lei di arrivare il prima possibile, per questo aumentava la velocità. Le differenze servono per aumentare il feeling e, se si vuole, una strada comune la si trova. Abbiamo messo a punto in questo modo un ritmo ideale».
L'obiettivo della partecipazione è anche quella di raccogliere fondi per la sindrome di Ehlers Danlos, una malattia di cui purtroppo si conosce ancora poco o, forse, non ciò che serve per curarla: la terapia genica sarebbe una soluzione, ma bisognerebbe individuare i geni mutati e in questo caso sono davvero molti. L'attività fisica è un modo per lenirne i sintomi: «Fino a dieci anni fa- prosegue Luca- usavo il bastone per aiutarmi a camminare, ora percorro più di 300 chilometri in sella, un cambiamento notevole, non facile». Sì, perché il dolore causato dai movimenti, dalle sublussazioni continue, fa sì che maturi un certo timore nel muoversi, allora si pensa al movimento che si effettua, quando, di solito, il movimento è naturale, spontaneo: la differenza è importante. «Faccio un esempio: dopo circa cento chilometri, a quaranta chilometri da Trento, più o meno, ho iniziato ad avvertire un dolore al ginocchio sinistro. Ho provato a continuare, con la promessa che, se non mi fosse passato da lì a poco, mi sarei fermato. Ad un certo punto, ho capito che stavo pedalando male: spingevo troppo, caricavo eccessivamente, dovevo alleggerire, mollare un attimo. Ho fatto così e nel giro di qualche chilometro mi è passato quasi completamente. A quel punto iniziava la salita di Affi: mi è bastata qualche piccola pausa, per tirare il fiato e sono arrivato in cima con tranquillità. La bicicletta non permette solo la conoscenza degli altri, ma anche la propria. Del proprio corpo che vive con noi, ma, molte volte, ci è estraneo, quasi totalmente». In quel momento con Luca e Gloria ci sono anche Fabio e Davide, amici di Ballarini, incontrati quasi per caso all'uscita da Bolzano: un caso che, anche fosse stato studiato non si sarebbe verificato così, come tante altre cose in questa avventura.
Dal meteo, un clima non troppo caldo e non troppo freddo, solo il vento a spazzare le strade, «ma il vento è compagno di chi pedala», a quelle cinque magliette, create e disegnate per il progetto: due per Gloria e Luca, una per il disegnatore e altre due che non si sapeva a chi sarebbero andate: cinque era, infatti, il numero minimo di magliette per poterle stampare. Alla fine, sono stati proprio Fabio e Davide a riceverle, sino a un bar nuovo, scoperto per caso. Fabio, alla nona volta alla Rando Imperator, era sempre stato abituato alla sosta al solito bar che, però, quest'anno ha cambiato orario.
«Dovevamo aspettare circa quaranta minuti, non volevamo, così siamo andati in cerca di un altro bar, lì vicino e abbiamo scoperto dei prodotti buonissimi. Ne siamo stati felici. Sono appunti per quando torneremo». Un'altra forma di conoscenza, da ricordare, mentre si attraversano le valli e si vedono i monti, lassù, in alto, oppure quando si arriva a Mantova e finalmente si gusta il risotto alla pilota che tanto si era atteso, con l'acquolina in bocca: «Quando si ha fame, è tutto buono, se, poi, quando hai fame effettivamente mangi qualcosa di buono si tratta di un ristoro non solo per il palato, ma anche per l'anima. Come fa bene all'animo la gentilezza con cui si viene accolti appena si scende di bici: mi ha ricordato quando da piccoli andavamo dalla nonna e non sapeva più cosa fare per farci contenti».
Le difficoltà maggiori sono arrivate alla fine, lungo la ciclovia della Burana, quella strada in cui le radici dei pioppi hanno reso scosceso il terreno e si avanza a fatica, nel buio, con le luci dei fari a rischiarare il percorso. La stanchezza, però, blocca le idee, la direzione della bici: «A volte si riesce a proseguire solo in linea retta, come se la mente fosse offuscata, anche se si sa perfettamente cosa bisogna fare. In quei momenti abbiamo rallentato, andavamo pianissimo ma era l'unico modo per arrivare. Nel frattempo, provavamo ad ingannare la mente, dicendoci che Piazza Castello era vicina, per trovare la voglia di pedalare ancora». Allora, dopo questa parentesi, la strada sembra "scivolare" verso la piazza, dove gli amici e le compagne fanno rumore, ad accogliere l'arrivo di questo gruppetto di ciclisti per cui, alla fine, non poteva andare meglio. Ora le forze possono anche mancare, si può restare a terra, seduti, nel buio della sera, con la luna alta in cielo e rilassarsi.
Luca tornerà a percorrere la Rando Imperator? La domanda è naturale dopo questo racconto. La risposta fa riflettere: «Non ho mai pensato di fermarmi, non perché abbia una forza particolare, ma perché non ne sentivo il bisogno, tanto a livello fisico quanto a livello mentale. Però è stata senza dubbio una prova difficile e non so se mi sarà possibile replicarla senza mettere troppo alle strette il mio fisico, senza farmi male. Su questo è necessario essere chiari: se si tratta di mandare un messaggio a chi ha questa sindrome bisogna fare attenzione a che tipo di messaggio si manda. Sarebbe da incoscienti rischiare un infortunio solo per la cocciutaggine di non voler fare i conti con una situazione oggettiva. Ci sono molti eventi simili, vogliono provarne anche di nuovi. La bicicletta continuerà ad aiutarmi nella conoscenza: di me stesso, delle persone e dei luoghi. Questo è quel che conta».
Foto: Fabio Carlini
Una storia verticale: Napoli obliqua
Napoli è una città che si arrampica, è la sua morfologia, dal mare alle colline, a caratterizzarla: dal centro, da Piazza Plebiscito, si gira un angolo e sono le stradine ed i vicoli a ispirare. Insomma, Napoli è una città verticale ed è da questa percezione che nasce "Napoli Obliqua", un evento, una pedalata in mountain bike, in gravel per i più esperti, per quelle stesse stradine alla scoperta di un'altra dimensione. Senza maschere, senza filtri, affidandosi alla realtà e mostrandola per quella che è, lasciando poi a ciascuno il compito di trarre pensieri ed idee: «Lo chiamo-racconta Luca Simeone di "Napoli pedala"- viaggio antropologico nella città perché saranno le persone l'elemento chiave, ma, allo stesso tempo, sarà una pedalata lontano dal traffico, in zone pedonali dove saranno i gradini, talvolta gradoni, a segnare l'ascesa o la discesa. Una vasta letteratura sulla "città verticale" aggiunge qualcosa a questa interpretazione, non solo in senso geografico: anche in un condominio, solitamente, c'è una differenza, di posizione sociale talvolta, tra chi vive al piano terra e chi all'attico del piano superiore. La bicicletta è il "fil rouge" ideale per osservare, addentrarsi e comprendere: veloce quanto un pedone in salita, un poco più veloce in discesa. Certamente connessa all'essere umano più di un'automobile».
L'importante, il 27 ottobre, sarà soprattutto non nascondere nulla perché Napoli è stata spesso raccontata attraverso il suo fascino da cartolina, però serve un passo in più visto che Napoli è una città che cambia: basta guardare al Rione Sanità e alle sue domeniche, dove una volta era solo il ragù a bollire nelle pentole sin dal primo mattino, mentre, ora, anche le spezie orientali, quelle del curry, lasciano il loro profumo nell'aria. Storie di migrazioni e di una città che, anche dal punto di vista sociale, si arricchisce.
Non ci sarà alcun ordine d'arrivo, non un podio alla fine della giornata. Anzi, Simeone commenta: «Probabilmente, chi la percorrerà più lentamente potrà guardare meglio, vedere più particolari. La "lentezza" farà più bella l'esperienza, più intensa». L'autunno vivrà il suo pieno in quelle settimane e a Napoli l'autunno significa una temperatura mite, sentieri ripuliti dall'effervescenza della primavera e dell'estate che, talvolta, li scompiglia, alberi che si spogliano delle proprie foglie rendendo le fronde un altro squarcio da cui godere del paesaggio, mentre, nelle giornate nitide, si vede il Golfo, ci si affaccia sulle catene montuose del Matese e del Partenio e si esplora anche la zona interna della Campania. Periodo in cui i visitatori diminuiscono, ci sono più camere libere negli alberghi, ovvero maggiore opportunità di vivere questa esperienza, ultimo anello del Napoli Bike Festival che, quest'anno, è "sparso" nei vari mesi al fine di permettere di partecipare a quanti più eventi si desideri.
«I luoghi non si censurano, ma si indagano, semmai, con cura, soprattutto in sella, provando a portare all'attenzione dell'opinione pubblica e delle istituzioni anche ciò che non va, i problemi, oppure ciò che si potrebbe conoscere meglio. Questo è il ruolo sociale della bicicletta, il motivo per cui è più che mai necessario credere alla bicicletta in questa società. Faccio l'esempio del rione Materdei, dei quartieri enclave, che si perdono in un dedalo di strade, tra scale e gradoni: tanti pezzettini di città che, come in un gioco, mentre i pedali frullano, si uniscono e diventano un unicum pur con le loro differenze. Guardiamo anche al Petraio, sulla collina del Vomero, ma in generale a Napoli nella sua interezza, ai giardini, ai parchi, a Posillipo, alla casa di Pino Daniele, da cui transiteremo, ed ai principali hotspot della città, sino a Piazza del Plebiscito. Qualche salita più dura, un poco di fatica, ma immagino la bellezza della scoperta per chi viene da fuori ed è alla sua prima volta da queste parti».
Sono due i percorsi studiati dagli organizzatori per questa manifestazione giunta alla quinta edizione, rispettivamente di 70 e 40 chilometri: il primo di circa mille metri di dislivello, il secondo tra i settecento e gli ottocento metri di dislivello. Si pedalerà, quindi, verso zone di cui non si parla abbastanza, promuovendo aree di pregio paesaggistico: la zona di Capodimonte, le sue abitazioni storiche, la natura bella e rigogliosa. Ci si inoltrerà nei boschi di Napoli, con le colline che cingono e circondano la città partenopea: «Basti pensare che da Piazza Plebiscito ad uno dei punti più alti della città, l'Eremo di Camaldoli, ci sono non più di otto chilometri e lì si apre un mondo di opportunità legate al trekking. Chi conosce davvero bene via del Serbatoio dello Scudillo? Lì sotto transita l'acquedotto napoletano, da lì si diramano le vie dell'acqua in città: un altro tesoro nascosto».
La cultura è anche cultura dei profumi e dei sapori, la loro storia: i dolci, il celebre Fiocco di neve, il ristoro presso il Parco Giugliano e successivamente l'area Flegrea, un'area vulcanica in cui il bradisismo è realtà, nonostante tutto sembri tranquillo. La leggenda racconta che l'ultimo tra i tanti crateri emersi, che hanno alleviato questa ferita, sia stato il Monte Nuovo, formatosi nel 1538, pare in una sola notte: probabilmente sarà servito più tempo, lo sappiamo, ma così si racconta ed è bello ascoltare. «Chissà, forse per porre fine al bradisismo dovrà emergere un altro cratere, magari in mare, dove non farà danno a nessuno». Una storia obliqua, dal basso verso l'alto, tra salite e discese, dove ci si perde e ci si ritrova: comunque in bicicletta, a Napoli. A Napoli Obliqua.
Foto in evidenza: Giuliano Montieri (da Napoli Pedala)
Tutte le altre foto: Antonello Naddeo (da Napoli Pedala)
Casa Conte Rosso, Avigliana
Lassù, sbattuto contro il cielo sopra Avigliana ed il suo centro medievale, sono ancora ben visibili i resti del Castello dei Savoia: la piazza, lì sotto, è denominata Conte Rosso, nel ricordo della storia di Amedeo VII di Savoia, soprannominato, per l'appunto, Conte Rosso. Questo dettaglio è avvolto tra storia e leggenda: qualcuno parla della sua folta barba rossa, altri dei suoi capelli rossi, qualcuno menziona gli abiti rossi vestiti per la nascita del primogenito, altri ricordano invece la sua ferocia, senza pietà alcuna, in battaglia. Pare, infatti, fosse uno spavaldo, il Conte Rosso. Qualunque sia la realtà di questa storia di un passato lontano, quando Alfredo Di Giovanni e Maria Teresa Vecchiattini ci accolgono in Casa Conte Rosso, nell'omonima piazza, al numero 20, quel nome ci colpisce ed il racconto della sua leggenda avvolge il pomeriggio di un qualcosa di misterioso.
«Non abbiamo voluto cambiare il nome perché è parte di questi luoghi, è identità, ma, allo stesso tempo, abbiamo scelto di aggiungere la parola casa per raccontare una ricerca costante, quella che tende sempre più alle esigenze di chi varca quella porta, che si tratti di un singolo o un gruppo. In ogni caso, si tratta di un ospite e l'ospite è al centro di questa casa».
L'ospite è, tendenzialmente, un viaggiatore e l'idea, nata prima della pandemia, era proprio quella di dar forma a una "casa del viaggiatore", qualcosa di solido e stabile in mezzo alle tante incertezze e alle tante sorprese di ogni viaggio. Qui, ogni persona può parlare di viaggi, lasciar libera la fantasia, sfogliare libri e guide di paesi lontani, magari incrociarsi per le scale con chi vende viaggi per il tour operator "Viaggi solidali", conversare, entrare in comunione con le possibilità e la conoscenza che offre agli umani la vastità del mondo, ma, allo stesso tempo, può distendersi su un letto, ascoltare il silenzio, guardare fuori dalla finestra, cenare al ristorante della Ciclocucina, con i piatti di Fabrizio Platzer e la caratterizzazione riguardante il mondo della bici delle pareti. Nel dehor sulla piazza, ai tavolini, basta una birra fresca, dal Nord del Belgio, nelle Fiandre, una sorta di "madeleine" di Proust per ogni straniero ad Avigliana, un panino con le acciughe, un piatto di spaghetti alle vongole, una cucina casalinga, familiare, dalla carne alla cucina vegetariana, per aver voglia di fermarsi e farsi raccontare tutto quel che si cela dietro la storia del Conte Rosso: il suo mistero e la sua bellezza.
Alfredo sostiene che qui si sia chiuso un cerchio, iniziato in Viaggi Solidali, a Torino, a Porta Palazzo, nel cuore multietnico della città: «Non è stato facile abbandonare il posto in cui siamo cresciuti, ma, un bando ci offriva questa possibilità e sebbene talvolta ci chiediamo chi ce lo faccia fare, poco dopo, torniamo a metterci tutta la cura di cui siamo capaci, perché vogliamo bene a questa idea. In fondo, Torino è solo a mezz'ora di treno, Avigliana è il punto di partenza ideale per andare sui monti, in Val di Susa, in bicicletta o a piedi, e qui il progetto si completa, sulle orme di qualcosa già avvenuto in Francia: la cucina e l'ospitalità assieme. L'ospite e l'oste non sono estranei che si incrociano per caso. All'inizio può essere così, tuttavia noi crediamo in un reciproco interesse umano, nelle domande e nelle risposte, nel lasciarsi qualcosa. Noi crediamo alle porte aperte». In effetti, a ben guardare, la reception dell'ostello è all'interno del ristorante e Fabrizio lavora così, affacciato sulla sala: un'accoglienza differente, in paesi di grande impegno e poche parole. La porta scorrevole tra i due ambienti riporta una gigantografia di Nelson Mandela, attorno scorgiamo stampe originali della Domenica del Corriere di Torino, dedicate alla pista, a Maspes, a Bartali, a Coppi, al Giro d'Italia, alle biciclette e a chi dura fatica in sella, in generale.
Siamo ad agosto, il periodo delle Olimpiadi di Parigi, Fabrizio esce dalla cucina, ha qualche minuto di pausa, poi accenderà il televisore e seguirà le gare di ciclismo su pista: «Volevamo rendere vivo questo posto. Qualcuno si chiude nella propria realtà, noi vogliamo uscire, in semplicità, come siamo, con la musica che ci piace e le voci e le gesta dello sport in televisione, senza la classica tenuta, legati al territorio. Qualcuno ci resta male, perché si aspetta altro, un'altra cucina, un'altra bottiglia di vino. Noi siamo questi ed in questa piazza abbiamo provato a portare quel che non c'era». Il legame con il territorio vive in ogni dettaglio dell'ostello, come narra Alfredo: «I letti sono fatti da un fabbro di Almese, le tende da un'azienda di Avigliana, c'è un tocco industriale, il respiro della storia trascorsa e camere accoglienti per ogni tipologia di visitatore. Spesso ci dicono che non sembriamo un ostello, ma più una sala relax». Alfredo prende il cellulare, cerca un messaggio in una vecchia chat, sono parole di una psicologa della Fondazione Elice di Milano che è stata qui con diversi ragazzi. Rilegge a voce alta una frase: «Non siamo stati ospitati solo da un ostello, ma da una comunità di persone che si sostengono e supportano vicendevolmente e offrono supporto e aiuto ai loro ospiti». Fa una pausa: «Vedi? Qui c'è tutto». Ed è vero, c'è tutto, come c'è tutto in quei ragazzi che, alle loro famiglie, hanno parlato di quei giorni.
In fondo, si sono incontrate due storie simili, perché anche la Ciclocucina di Fabrizio non è nata qui, bensì proprio a Torino, la città in cui nacque la Lancia ed in cui, da giovane, per ben vent'anni, Platzer operava come termoidraulico. In seguito, il licenziamento e, dodici anni fa, un piccolo angolo, circa trenta posti, in zona San Paolo e una trattoria a tema per unire, come si fa con i puntini, due passioni: l'arte della cucina e la libertà della bicicletta nel vento. Undici anni ed il trasferimento ad Avigliana, in Casa Conte Rosso, con gli stessi ideali, perché, l'abbiamo detto, cucina e accoglienza sono in perfetta armonia: la pedalata resistente, dalla zona San Paolo verso il Col del Lys, i libri da presentare e quelli già presentati, le serate musicali, campioni del ciclismo e giornalisti, ma anche gruppi parrocchiali, le nazionali giovanili del baseball, i primatisti del mondo, il triathlon, il pentathlon, le ciclopedalate degli studenti. Nella Ciclocucina dei primi anni, il bancone, le sedie ed i tavoli erano stati lavorati da gruppi di amici: ognuno aveva messo la propria opera in qualcosa, in una sorta di opera collettiva. Successivamente il progetto è stato affidato a professionisti, ma la linea guida è rimasta la medesima: stessi colori, tra il grigio, il giallo ed il nero, una lavagna scolastica appesa al muro, i vecchi tavoli, le strutture in ferro ideate da un fabbro, molti oggetti costruiti recuperando parti di vecchie bici, ma anche portachiavi, magliette e un pensiero costante alla beneficienza, a progetti solidali. E, ogni volta che Fabrizio la raccolta a qualcuno, termina sempre con un invito: «Dovresti venire a vederla». La chiave dell'ospitalità. Un'altra chiave sono le parole e la parola più importante, tra queste mura, è responsabilità, in primis sotto forma di turismo responsabile: «Siamo in territori poco battuti, è necessario dare a chi viene da queste parti la possibilità di conoscerli, attraverso l'interazione e la collaborazione con altre realtà della ristorazione, ma anche con chi si occupa di arte, di laboratori. Siamo una piccola realtà ma, compatibilmente con il nostro mestiere, giriamo molto il territorio e si tratta di un territorio pieno di itinerari: la ciclovia francigena, il Colle Braida, la Sacra di San Michele, la Val di Susa, la collina morenica, poco più in là Bardonecchia e altre infinite possibilità, tra mountain bike e strada».
L'edificio, come detto, è suddiviso in due: ostello e ristorante, sotto, nel salone interrato, un deposito in cui lasciare le biciclette e diverse attrezzature per le riparazioni più piccole, perché davvero tante persone giungono qui in bicicletta. Sono presenti 42 posti letto e ben 52 biciclette possono essere ospitate, qui, sotto le camere, inoltre è in lavorazione una bike room maggiormente funzionale per il futuro, per rendere ancor più completo il progetto e porre ancor più al centro bici e ospitalità, anche quando da questi parti transitano eventi di ciclismo. Alfredo, in realtà, non era un appassionato di ciclismo, però la vicinanza di Fabrizio lo sta coinvolgendo e anche lui si trova a fantasticare sulle imprese di grandi ciclisti: in questo c'è il racconto di quando Platzer andò a vedere Vincenzo Nibali alle Tre Cime di Lavaredo nel 2013, ma anche quello del suo ultratrail delle Dolomiti e la sensazione di fatica senza parole, mista a meraviglia, quando, all'arrivo, ci si guarda attorno. C'è il vento in faccia dei viaggi in Corsica e molto altro. Allora Alfredo immagina uno scambio sempre maggiore tra esperienze e racconti della Namibia, del Perù e di altri paesi dall'altra parte del mondo e storie vicine, delle valli e dei borghi.
Questa, dice lui, è la più grande possibilità che offre la bicicletta e, in Casa Conte Rosso, sta già accadendo. Basta sentire tutte le persone che arrivano qui dall'estero e conoscono il progetto, conoscono la realtà di questa casa del viaggiatore: «Vorremmo svilupparla maggiormente anche all'esterno questa struttura, ma non è facile, perché ci troviamo in un centro storico e siamo sottoposti ai vincoli della sovrintendenza. Noi, tra l'altro, siamo una realtà complessa, perché uniamo più aspetti. Non c'è solo l'ostello, non solo l'agenzia di viaggi e nemmeno solo la cucina: siamo un insieme di cose e abbiamo il dovere di raccontarlo e più riusciremo a raccontarlo più funzionerà. Sogno una navetta che, partendo da Avigliana, possa girare in queste zone e arrivare fino a qui, facendo visitare il borgo medievale, aprendo ulteriormente alla conoscenza di questi posti e, quindi, a nuove possibilità». Il futuro è, per Alfredo, Maria Teresa e Fabrizio, ancora una volta nella parola responsabilità, connessa ad un ostello responsabile: «Responsabilità implica confronto con la realtà in cui si è ed il tentativo e la voglia di intervenire, per consolidarla o cambiarla. Un ostello responsabile è un ostello che si confronta con le difficoltà, che, ad esempio, sostiene chi ha più bisogno, aiuta nella ricerca del lavoro. Difficile, certo, ma essere casa significa anche accettare questa sfida e continuare il proprio cammino».
La dolce vita, Narvik, Norvegia
All'aeroporto di Narvik, era atterrato da poco l'aereo da cui sarebbe scesa Nadia Vaudagna. In auto, in un parcheggio, la aspetta Bruno: è sera inoltrata, ma la luce non abbandona la terra di Norvegia, è luglio, è l'estate del 2023. In città, si dice che Bruno sia l'italiano che vive qui da più tempo, dal 1965, per la precisione, quando vi arrivò, ancora ragazzo, dal Friuli Venezia Giulia, giovane musicista, all'avventura. Nadia è partita da Cavaglià, nella zona di Biella, con lei due ragazzini, i suoi figli, la loro vecchia casa ormai è lontana e non vi farà più ritorno. Fra qualche giorno, a Narvik, anzi, arriverà un vero e proprio bilico con all'interno «tutta la nostra vita precedente». Riccardo Perazzolo, il padre di quei giovani, ha un biglietto aereo prenotato e ben presto seguirà lo stesso volo verso il paese dei fiordi: un volo reale, nel cielo, come quello di un aeroplano, un volo di fantasia come quello delle persone che vanno via e ricominciano da zero, con solo il coraggio. "La dolce vita" è il titolo, una reminiscenza di Fellini, di questa storia ed è il nome di un locale, un bar, caffetteria, gelateria, con le sedie colorate, i dehors più chiari, gli ombrelloni bianchi e i fiori tutto intorno.
Un luogo dove si viene accolti da un bancone con linee che ricalcano un container, su cui sono incisi dei numeri: la latitudine di Narvik, quella di Cavaglià e la distanza dall'Italia alla Norvegia, quasi fosse realmente un container, in viaggio da un porto A ad un porto B: un omaggio al porto di Narvik, affacciato sulle montagne. Chissà, forse, un domani, da queste parti, esisterà anche una rainbow street, una strada colorata dai colori dell'arcobaleno, così sognano Nadia e Riccardo. In città è tutto sfumato tra il grigio ed il nero, questione di storia: della miniera di Kiruna, del ferro che vi si ricavava, della guerra, dei tedeschi, degli inglesi e del centro città raso al suolo. Allora, per "La dolce vita" si cerca il colore, lo si porta. Ma la storia è anche la loro storia, quella di una famiglia nata e cresciuta in Italia che, un pomeriggio, ha chiesto ai propri figli: «Noi vorremmo fare questa scelta, voi sareste d'accordo? Basta un vostro no per bloccare tutto e restare qui, basta un vostro sì per iniziare a muovere passi più decisi». Quei bambini hanno risposto sì e, a distanza di otto anni da una vacanza in Norvegia, sui fiordi, nell'aria leggera e nella natura incontaminata, di un verde intenso, dopo tanti pensieri, altrettanti progetti e molti cambiamenti, un altro volo si è alzato sopra le nuvole.
«La dolce vita non è la nostra. A sera siamo stanchi: la luce continua, in questa stagione, non permette di riposare bene, si perde il senso del tempo. Alle ventuno siamo ancora nel locale e, talvolta, alle due di notte, ci sorprendiamo ancora intenti a fare qualcosa. Non è facile. Forse immaginavamo una vita più semplice, meno impegnativa: non è così. Il tempo non c'è mai, le giornate non bastano. La dolce vita è quella che si nasconde tra le piccole cose d'Italia, che tutti conosciamo perché siamo diventati grandi respirando queste atmosfere: i pranzi e le cene come una festa, a tavola assieme, il caffè ad un tavolino, la possibilità di tirare il fiato e guardarsi attorno, pur con mille problemi. L'Italia è anche questo. Noi vorremmo raccontarlo, a chi a Narvik abita, ma anche a chi vi transita per lavoro o per un viaggio, perché, è vero, la dolce vita non è la nostra eppure non ci manca niente, siamo felici e, soprattutto, guardando avanti, negli anni, non vediamo una nebulosa indefinita, ma una strada, un posto o un tempo verso cui camminare». Nadia, la sera, frequenta i corsi di norvegese organizzati dai volontari della Croce Rossa, e, piano piano, sta imparando la lingua. Riccardo, ormai, conosce le persone che abitualmente varcano la soglia di ingresso del locale e non ha più quel timore che aveva all'inizio, quando le vedeva austere, inespressive, quasi fossero arrabbiate o deluse dal gelato o da quell'affettato. Non lo ha più perché questa è la loro essenza, ma, sulla porta, si voltano sempre e dicono qualcosa di bello sulla loro esperienza. Non a caso, Bruno cita spesso un vecchio detto norvegese: «Meglio farsi perdonare, che chiedere». La musica è in sottofondo e copre i silenzi, la voce bassa di chi conversa nel locale. A Capodanno, invece, i fuochi d'artificio illuminano il cielo e anche nelle case si fatica a sentirsi parlare. Dicono sia un classico, una sorta di tregua dal silenzio.
All'interno di questo locale, l'origano di Pantelleria, i vini della zona di Asti e di Cuneo, l'olio che proviene dall'Umbria, la pasta, molti gusti di gelato, con la frutta ed il latte fresco, al modo in cui Nadia ha imparato l'arte del gelato da sua cognata e come, successivamente, ha studiato, il caffè, quello italiano, per cui non serve il "siru", le essenze di vaniglia e caramello, che vengono miscelate al caffè norvegese, così tostato, così dorato, da essere troppo forte, con un sapore che si cerca di coprire e così via, tutto di origine italiana, fino al pesto ligure con cui vengono condite le bruschette. Qualche tempo fa, il pesto era finito e, per qualche giorno, non sono state servite più nemmeno le bruschette, per quel principio per cui tutto è, per scelta, italiano. «La nostra missione- raccontano Nadia e Riccardo- è quella di portare qui odori e sapori della tradizione mediterranea e provare a diffondere una cultura differente riguardo al cibo. Spiegando, raccontando e ascoltando». Una missione per cui sono necessari tempo e progetti da sviluppare: «L'Italia, purtroppo, a nostro avviso ha smesso di investire sui giovani, sull'istruzione, sulla sanità, e, quando manca questa visione, automaticamente viene a mancare la possibilità di progettare un futuro, allora si va altrove. Oltre che di sci, sono un appassionato di calcio: è già la seconda volta che non riusciamo a qualificarci al Mondiale. Cosa stiamo facendo per modificare questa realtà? Qui ci sono campi a disposizione dei bambini gratuitamente. Lo stesso vale per la scuola. Non una questione economica, ma di immagine e di visione ampia sulla realtà, di sicurezza. L'esempio è pratico: le porte che ci sono qui, basterebbe una spallata per abbatterle, eppure tutti hanno la certezza che non accadrà. Tutto è connesso, si tiene per mano». Già, le connessioni, spesso casuali, tuttavia capaci di legare storie apparentemente distanti.
Allora, Narvik, la città con la stazione ferroviaria più a nord del mondo, con un porto libero dai ghiacci e l'aeroporto, è stata scelta quasi per caso, prima che succedessero tante altre cose: il comune stava rinnovando dei locali che voleva adibire a caffetteria. Nadia e Riccardo conoscono un signore, il cui nonno, nel 1950, in veste di esploratore, arrivò da Bormio, a caccia di pellicce di foca: quell'anziano signore divenne anche console. Il nipote, invece, aiuta la coppia in questo trasferimento, ma non è l'unico. Un'impiegata del comune li sostiene con la ricerca della casa, una delle poche colorate, rossa, in cui ora vivono, e con l'inserimento a scuola dei figli. Si sentono cercati, voluti, a tratti attesi, nonostante il comune abbia altre proposte. Qualcuno ha dato una mano con il trasloco, oppure nel trasporto di un divano. Prezioso, in ogni caso. Fino al momento in cui, come dei paracadutisti esperti, bisogna lasciarsi andare e avere il coraggio di volare: «Non sappiamo come vivranno questa situazione i nostri figli, con il passare degli anni: noi siamo convinti che possa essere una grossa opportunità anche per loro, pur con le difficoltà che sono naturali». Fuori scorrono le ruote delle biciclette che, nonostante le temperature, a volte molto rigide, girano praticamente ogni giorno in gran numero: c'è sempre uno spazio per i bambini e una strada che porta alle Lofoten, dove si tiene la Cicloturistica. Sulle montagne, anche nei mesi di crepuscolo, la neve è sempre pronta ad accogliere gli sciatori, magari con una luce ad illuminare il percorso. Le piste da sci arrivano quasi fino alla città e Riccardo è uno sciatore provetto: quando si scende, pare quasi di sciare sul mare, è suggestivo. Altre volte, sono lunghe camminate ad allietare le giornate, verso i laghi.
"La dolce vita" resta lì, a Narvik, in quel punto esatto, che sembrava casuale, invece non lo è, è perfetto, perché, anche solo cento metri più in là non avrebbe funzionato come, invece, accade, e ogni giorno continua a raccontare: «Ci piacerebbe che questo fosse un angolo in cui mettere da parte gli orologi, le loro lancette ed il ticchettio che pare ci insegua sempre. Perché il tempo che si dedica al cibo, al buon cibo, non è tempo buttato via, non è tempo perso per cui bisogna mangiare di fretta, senza quasi sapere cosa si stia mangiando, senza gustarsi le vivande, senza assaporare il momento. Al contrario, si tratta di un tempo prezioso, però servono anni per impararlo. Dobbiamo dire che qualche segnale c'è e qualcuno, dopo aver sperimentato questa dimensione, la sceglie». Le missioni, si sa, sono affari un poco speciali, per cui serve dedizione e pazienza: un pezzetto di Italia nell'Artico sta provando ad avverare la propria e sembra ci stia riuscendo.
L'ultimo ballo di Rigoberto Uran
Articolo di Carlo Giustozzi
I primi colombiani arrivarono nel grande ciclismo europeo negli anni ‘80. Il precursore, per onor di cronaca, fu in realtà il Cochise Martín Emilio Rodríguez. Ottimo passista, gregario di Felice Gimondi tra Salvarani e Bianchi, vinse due tappe al Giro nel ‘73 e ‘75 e un Trofeo Baracchi. Fu anche campione del mondo nell’inseguimento individuale tra i dilettanti e detenne, nella stessa categoria, il record dell’ora.
Un decennio dopo, al Tour iniziava a partecipare la Café de Colombia, squadra sponsorizzata dalla federazione colombiana dei coltivatori di caffè. Il primo successo di tappa arrivò nel 1984 con il capitano Luis Herrera, che tre anni dopo vincerà anche la classifica generale della Vuelta. I colombiani erano piccoli, mingherlini, ottimi scalatori. Se in salita vanno così bene, pensò Bernard Hinault, li attaccheremo in pianura, li batteremo nelle cronometro. E andò proprio così: la Colombia ha dovuto aspettare Egan Bernal per la prima maglia gialla sul podio di Parigi.
Nel frattempo, però, tanti ciclisti colombiani si sono affacciati in Europa. Il paese sudamericano ha iniziato il processo di “internazionalizzazione” del ciclismo: l’apertura a nuovi talenti provenienti da ogni parte del mondo. Tra questi, un posto speciale nel cuore degli appassionati ce l’ha uno scalatore che si ritirerà a fine stagione, e che sta nel frattempo correndo la sua ultima Vuelta. Stiamo parlando di Rigoberto Uran Uran, per gli amici italiani Ciccio.
Prima degli ottimi risultati raggiunti e dei piazzamenti nelle classifiche generali, di Uran ricorderemo la sua genuinità, l’ottimismo, quel modo simpatico di parlare e di pensare che lo ha sempre contraddistinto. E pensare che il colombiano della EF, un uomo che tutti descrivono solare, ha dietro di sé una storia difficilissima.
È nato nel dipartimento di Antioquia, a oltre 1800 metri di altitudine, in una famiglia molto povera. Il padre vende i biglietti della lotteria, la prima bicicletta gliela regala la zia. In una vecchia intervista al Corriere della Sera, Uran raccontò che alla prima gara non sapeva neanche cosa fosse una cronometro. Lo hanno messo semplicemente in sella dicendogli: “Fai più veloce che puoi”. Quella gara Rigoberto la vinse, mettendo subito in mostra il suo immenso talento. Ma i festeggiamenti per i suoi successi durarono poco: dopo pochi mesi il padre venne ucciso da una pallottola vagante, una tragica fine comune a tanti negli anni della guerra per il narcotraffico.
A soli 14 anni Uran si trova a dover mantenere la propria famiglia. Comincia lui a vendere i biglietti della lotteria per le strade, ma non lascia mai la bici. Tra gli juniores raccoglie molti successi, tra cui il campionato nazionale di categoria su strada. La disciplina in cui va meglio è però la pista, e sembra quasi un errore se si pensa che poi sarà tra i migliori scalatori del mondo.
Finite le categorie giovanili, Rigoberto ha un grande dilemma davanti. Se vuole continuare la sua carriera nel mondo del ciclismo e tentare il salto nel professionismo deve andare in Europa. Non è una decisione semplice: vorrebbe dire lasciare in Colombia madre e sorella, che dopo aver perso già il padre rimarrebbero sole. In una situazione così difficile, Uran mostra un grande coraggio. Sa che questo è un sacrificio importante, ma è anche l’unico modo per provare a migliorare le condizioni proprie e della famiglia.
Tante volte leggiamo delle storie di ciclisti del passato, per i quali la bicicletta è stata un’ancora, un’occasione di salvezza per uscire da una vita che dà poche possibilità. Qui ci troviamo in un passato molto più vicino, una condizione di grande povertà in cui si trovano tutt’ora miliardi di persone nel mondo.
A 19 anni firma con la Tenax-Salmilano e si trasferisce a Brescia. L’inizio non è facile, ma anche con l’affetto della sua famiglia “adottiva” riesce a superare le prime difficoltà. Come raccontato da lui al Corriere: “Dopo due mesi mi mandano in gara sul pavè e mi rompo subito la clavicola. Però a fine stagione il contratto arriva. Merito anche di Melania e Beppe, la mia “famiglia” italiana, di Brescia. Mi hanno sempre aiutato, anche quando ho fatto un incidente gravissimo al Giro di Germania 2007, che mi costò diverse fratture. Anche grazie a loro il rapporto che ho con l’Italia è speciale”.
Da quel lontano 2006 non si è più fermato, correndo da capitano i grandi giri nelle squadre più importanti. Prima la Caisse d'Épargne, poi il Team Sky, la Quick Step e infine la EF, dove è arrivato nel 2016, quando si chiamava ancora Cannondale, e dove è rimasto fino a oggi. Nel tempo ha raccolto un palmares molto importante: due vittorie di tappa al Giro, una al Tour e una alla Vuelta, diverse classiche di spessore e tre secondi posti nei grandi giri (alla Corsa Rosa nel 2013 e 2014, e al Tour nel 2017, a neanche un minuto da Chris Froome). Il piazzamento a cui è più legato rimane la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Londra 2012, arrivata con la maglia del suo paese sulle spalle.
In un’intervista a inizio stagione, Uran ha comunicato la sua volontà di lasciare il ciclismo a fine 2024. Il colombiano ha ritenuto che la sua avventura sia giunta al termine dopo 19 anni nel mondo del professionismo, in cui ha raccolto quattordici vittorie e una miriade di piazzamenti. Ha detto che le ragioni sono diverse: “Il primo motivo è la famiglia. Il ciclismo professionistico ti richiede impegno e sacrifici, togliendo tempo alla famiglia e ai figli. Il secondo è l’età: è difficile mantenere un rendimento elevato e questa generazione di giovani è veramente troppo forte”.
Qualcuno dirà che avrebbe potuto vincere di più, che i mancati successi nella generale non gli permetteranno di essere considerato tra i migliori dell’ultimo decennio. Ma i risultati sono solo una piccola, minima, parte della storia di uno sportivo, e ancora più di un uomo con un passato difficilissimo alle spalle. In Colombia è una celebrità, è ancora oggi molto più amato di altri che hanno vinto di più come Nairo Quintana o Egan Bernal. Per tanti, tantissimi è un esempio di qualcuno che si è fatto da solo, che invece di lavorare per le bande di trafficanti si è dedicato tra mille sacrifici allo sport che amava, mantenendo nel frattempo la propria famiglia lavorando per strada. E che, diventato famoso, non si è dimenticato delle proprie origini, aprendo imprese e fondazioni benefiche a vantaggio dei suoi compaesani bisognosi.
Il gruppo non perderà il ciclista più forte, ma sicuramente non conterà più su un hombre vertical. Buena suerte, señor Rigoberto.
Fonti:
Tuttobiciweb, Dal «Corriere della Sera». Uran: corro per salvarmi dai narcos
Dal canale Youtube di EF Pro Cycling, Gracias, Rigo | Rigoberto Urán's retirement interview | Explore series | Presented by Wahoo
Cyclingnews, ‘In the end, what you’re looking for is satisfaction’ – Rigoberto Urán and the fear of the final phase
Procyclingstats.com, Rigoberto Urán
Foto: Sprint Cycling Agency
Place to be: Ticino
Paesaggi alpini o clima meridionale: in Ticino una scelta non preclude l’altra, a favore di una stagione ciclistica da 365 giorni.
- 27 percorsi ufficiali per MTB
- 4 piste ciclabili su asfalto
- 815 chilometri di pista ciclabile per MTB
- 13 impianti di risalita con trasporto di biciclette
- oltre 30 Bike Hotel pronti a offrirvi ogni tipo si servizio
C'è un luogo davvero a pochi passi da noi, dove quasi non ci si rende conto di essere all'estero, se non per qualche minima differenza linguistica. Così vi capiterà di sentir parlare di medicamenti invece che di medicine e di bilzo balzo invece che di altalena. Le ciabatte vengono dette ziblette e il meteo assume forma femminile: la meteo. Il telefono è il natel, l’ascensore il lift, e se un ristorante cambia proprietà, si dice che cambia gerenza. A parte queste piccole, e decisamente innocue differenze, pedalare in Ticino sarà come sentirsi davvero a casa.
Per prima cosa c’è il treno che da Milano ci porta direttamente lì, nel cuore del cantone svizzero. Sì, una scelta che fa sicuramente bene all’ecologia, ma che ci da subito quell’emozione e quella sensazione di essere in viaggio, già partendo da casa.
Una volta arrivati a Bellinzona, si apre un mondo di opportunità. Si può iniziare subito a pedalare, dirigendosi verso Lugano o verso il Mendrisiotto, oppure verso Ascona e il Lago Maggiore. O ancora proseguendo verso le vicine valli di Bellinzona. E se il chilometraggio diventa troppo importante, si può utilizzare la fitta rete ferroviaria gratuita. Si chiama Ticino Ticket, ed è un semplice biglietto con cui viaggiare all’interno della regione durante il soggiorno, che si ottiene pernottando in uno degli oltre 500 alloggi partner, tra alberghi, ostelli della gioventù e campeggi del Canton Ticino. Attenzione però, le biciclette sono escluse dall’offerta Ticino Ticket; il che vuol dire che se vuoi portare la bici con te devi informarti in anticipo circa eventuali costi e limitazioni definiti dalle imprese di trasporto sulle quali desideri viaggiare.
Noi, per rendervi tutto più comodo, abbiamo pensato a tre itinerari da consigliarvi.
1. Il giro del Lago di Lugano
Una volta arrivati in treno a Capolago, si parte per un tour che tocca la regione di Lugano, il Mendrisiotto e, per una parte, anche l’Italia. Da percorrere in senso orario o antiorario, la scelta sta a voi.
Periodo consigliato: tutto l’anno.
77 km, 680 m d+
2. Blenio – Lucomagno
Raggiunto il paese di Biasca con il comodo servizio ferroviario, parte una lunga salita che lungo la Valle di Blenio arriva fino al Passo del Lucomagno, uno dei valichi più belli e panoramici di tutta la Svizzera.
Periodo consigliato: estate.
28 km, 660 m d+
3. Locarno – Palagnedra – Bordei
Il giro parte da Locarno, raggiungibile con il treno. La zona è più selvaggia e testimonia la povertà del passato, con una strada che sale moderatamente attraverso la valle fino al lago artificiale di Palagnedra. Dopo aver svoltato in direzione Palagnedra e Bordei, inizia la salita vera, con una serie di tornanti, seguiti da una discesa e da un'ulteriore salita fino a Bordei.
Periodo consigliato: primavera, estate e autunno.
50 km, 890 m d+
Le Alpi, i fiumi, i laghi, le curatissime vigne: che sia asfalto o gravel, qualunque itinerario sarà una piacevole scoperta. E, siamo sicuri, alla fine del vostro piccolo viaggio capirete perché tanti professionisti delle due ruote hanno scelto il Ticino come casa, anche per gli allenamenti quotidiani.
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Il sogno delle cinque gare più dure al mondo
Il giorno in cui suo padre, ciclista e appassionato di ciclismo, gli ha regalato la prima bicicletta da corsa, la reazione di Giorgio Emanuel è stata un misto di paura e di "odio" verso quel mezzo che aveva sempre vissuto in casa e a cui addossava diverse colpe, quella di non giocare a calcio come tutti i suoi amici, ad esempio. Dietro casa, c'era il campo in cui lavorava suo nonno e un trattore appena avviato, Giorgio corse da lui, con la bicicletta sotto mano: «Nonno, per favore, tagliala, distruggila, passaci sopra con il trattore, però portala via da me. Non la voglio e basta». Quell'uomo, ora malgaro, aveva avuto una vita piena e difficile: a causa dei bombardamenti, subiti in guerra, non sentiva bene e, a causa di una scarica elettrica che l'aveva colpito nei campi, poteva camminare solo molto piano, a piccoli passi, eppure, quando parlava delle sue montagne, tutto passava in secondo piano. Le montagne sapeva anche odiarle, per i loro inverni freddi, per la neve "cattiva", i ghiacci e gli animali, ma da lì non se ne sarebbe mai andato. Ogni tanto, si sedeva con Giorgio, nei campi dei pascoli, e con la mano iniziava ad indicare: «Vedi l'Argentera? Se osservi bene, noterai due punte, ecco, quello in mezzo è il Corno Stella». Sembra di sentirla ancora oggi la sua voce e quelle descrizioni, quei racconti. Per questo, quel giorno chiese a lui di distruggere quella bicicletta, perché si fidava ciecamente, ed il nonno disse solo «abbi pazienza, ancora un poco di pazienza» eppure, col suo tono, quasi lo convinceva, come già gli era successo, quando aveva iniziato a pensare che di tutte quelle montagne, segnate da quelle dita, avrebbe voluto esplorare la cima, poi tornare a raccontargliela.
La prima mountain bike, qualche anno dopo, forse era più simile al suo carattere, libera nei boschi, fra la terra e le pietre, "più feroce", ma, alla prima gara, cadde male e suo padre gliela levò di mano. Pareva finito tutto lì, mentre giocava a beach volley in spiaggia e la nazionale di tiro con l'arco lo convocava. Finito? Sì, almeno sino ai diciotto anni. «Lo sappiamo bene, è l'età della patente, delle serate in discoteca: dormivo due ore per notte e, al mattino, mi presentavo agli allenamenti con gli occhi gonfi e la testa frastornata. I miei genitori lavoravano e non riuscivano ad accompagnarmi ovunque per le gare: presi quella scusa e cercai di convincerli che era meglio rinunciare al tiro con l'arco. In realtà, non avevo la testa per una carriera professionistica e non avere la testa, a certi livelli, significa non avere la stoffa. Preferivo divertirmi in spiaggia e non pensare a nulla». A suo padre, però, di quelle sensazioni di ragazzino alle prese con la prima bicicletta, di quella sofferenza, non aveva detto nulla e non ha mai detto niente: «In fondo, lui mi sognava in quell'ambiente, già non ero riuscito a realizzare il suo sogno, mi sembrava profondamente ingiusto ferirlo, spiegando questo dolore. Alla fine, col senno di poi, sarebbe stata anche una ferita inutile, perché la bicicletta è ancora nella mia quotidianità».
La bicicletta l'aveva portata sulle vette, ma, in quel senso, era quasi diventata un limite, nonostante ci avesse percorso il Cammino di Santiago, perché su certe cime è necessario essere soli, altro non serve, è troppo. Era stato un breve ritorno, l'ennesimo. Le cime delle montagne le ha esplorate scalando, arrampicando, assieme a Maurizio, amico e maestro, e ora è sicuro che nonno non aveva inventato proprio nulla, era tutto vero, un misto di saggezza e di esperienza. Poi una proposta di lavoro da parte dell'azienda in cui era cresciuto, un lavoro lontano, in Cile, nelle centrali idroelettriche, il rifiuto, un nuovo lavoro e un posto di responsabilità. Giusto due settimane dopo, un dialogo con un amico.
«Sai, voglio fare l'Iron Bike. Mi aiuti?».
«Giorgio, ma sei tutto matto. Hai fatto una vita ad arrampicare, come pensi di fare? Dai, si tratta di una sciocchezza».
«No, non mi interessa. Voglio farlo, semmai cammino con la bici fra le mani. Mi aiuti? Sennò faccio da solo».
Quell'amico, messo alle strette, l'ha aiutato, lungo nove mesi di preparazione e, alla fine, il giorno delll'Iron Bike è arrivato, proprio poche mattine dopo il giorno in cui Maurizio se n'era andato per sempre, durante una scalata all'Himalaya, e non sarebbe più tornato. Una mattina sin troppo triste, dopo tanta attesa: le montagne di casa, il ritmo della pedalata, il respiro affaticato, la fatica che morde, l'unico modo per non pensare e, all'arrivo, un'emozione difficile da raccontare che ricorda ancora oggi, mentre ripensa a tutte le volte in cui anche lui ha odiato le montagne, che pur ama, e la bicicletta, che pur era tornata: «La bicicletta insegna la pazienza, i tempi sono lunghi, per andare da una città all'altra o per scalare il Colle Fauniera. Anche a me è capitato di pensare di tornare indietro, per la stanchezza o la noia, non l'ho fatto come non lo fa quasi nessuno in bicicletta. Per me sono stati preziosi gli insegnamenti dei miei genitori, mi dicevano: "Non devi subire la vita. Le scelte sono materiale complesso, difficile, anche rischioso, se vogliamo, però gli esseri umani hanno il dovere di scegliere, non di essere perfetti: noi vogliamo che tu scelga e puoi scegliere quel che preferisci, senza giudizio alcuno, ma una cosa vorremmo la ricordassi. Devi essere responsabile delle tue decisioni e provare a portarle fino in fondo". Quando una salita è troppo tosta, ci ripenso». Gli capita al colle di San Bernardo del Vecchio, dove pedala almeno una sessantina di volte l'anno, nella chiesetta lassù, gli è successo sul Galibier, sulla Bonette, soprattutto nelle gare in condizioni maggiormente estreme. Sì, perché l'idea a cui ha dato vita in cui è sfociata questa storia è stata quella di competere nelle cinque gare più dure al mondo: ha gareggiato in Nepal, in Europa con l'Iron Bike e, se non ci fosse stata la pandemia, sarebbe partito per una corsa in Australia che, ora, non si svolge più. All'Atlas Mountain Race, in Marocco, forse, i momenti più difficili: «Alle due di notte, le mie gambe sprofondavano in mezzo metro di neve. Contavo di arrivare al "campo uno" in sei ore, ne ho impiegate dodici. Chi me lo fa fare? Non lo so, però so che farlo è l'ultimo passo. Penso che alle persone sia necessario raccontare l'emozione del percorso, della volontà, del progetto. Forse è quella che spinge a fare cose che razionalmente difficilmente si capiscono, come l'ultracycling che costringe a non dormire ed a pedalare nel buio della notte». Suo padre è sottilmente orgoglioso di questo figlio pedalatore, ma non è abituato a mostrarlo, anzi, a volte, gli dice che è un folle, come quando, su una fettuccia sospesa a tremila metri, in Valle Varaita, percorse, a piedi, lo spazio tra due montagne, però, racconta a tutti le sue avventure: «Al bar, con gli amici, divento una sorta di figlio-eroe e le mie avventure sono vere e proprie imprese. Mi ricompensa di quel dolore che, forse, gli ho dato anni fa ed è bellissimo così»,










































