La speranza di un ciclista
Lasciate ogni speranza voi ch'entrate, era scritto sulla porta dell'Inferno. I Pirenei sono solamente salite e qui di dantesco c'è solo il tempo, tra pioggia, freddo e nebbia. L'auspicio è che non debbano mai essere i ciclisti ad abbandonare le speranze, altrimenti è dura. In una giornata con cielo da lupi e nel programma Tourmalet, Aspin, Peyresourde e ascesa conclusiva a Superbagnères, iniziare a perdere contatto con le ruote del gruppo sul Tourmalet non è certo segno confortante. In questa situazione si trova Remco Evenepoel, dopo le difficoltà della prima tappa pirenaica, quella di Hautacam, e dopo la brutta prova di ieri, salendo verso Peyragudes. Verso Hautacam aveva provato a recuperare, aveva stretto i denti, aveva fatto il possibile, a certe condizioni date. Ieri, nel momento del sorpasso di Vingegaard pareva quasi rassegnato. Ha ammesso, poi, di aver meditato il ritiro già durante la cronoscalata. Oggi, la speranza era altrove. Non ci credeva più. Bello, bellissimo il gesto compiuto poco prima di scendere di sella e salire in ammiraglia: Evenepoel rallenta, un bambino gli corre accanto, un altro si volta. Lui prende la borraccia e quasi a passo d'uomo la mette nelle mani del ragazzino che gli corre accanto. Non ne ha due, deve scegliere. Bello, bellissimo eppure amaro. Quello è l'ultimo gesto prima del ritiro, l'attimo in cui lascia ogni speranza. "A nuovi giorni stanco non so crescerla", scriveva Montale e proseguiva "l'offro in pegno al tuo fato che ti scampi". Dalla casa al mare, si cercavano con la vista la Corsica dorsuta e la Capraia. Su queste rampe si spera solo di incontrare l'arco che indica un chilometro in meno, ma, con tutte le differenze del caso, l'eco c'è. Si affida la borraccia, anch'essa speranza di un ciclista, e si va a casa. Evenepoel lascia il podio, Evenepoel lascia il Tour.
Qualche chilometro più sopra, Julian Alaphilippe, in procinto di affrontare la discesa, vorrebbe una mantellina, forse un foglio di giornale, per ripararsi dal freddo. Non lo trova. Vede però un cartone scritto da una tifosa. Ne strappa un pezzo e lo infila sotto la maglia. Successivamente porgerà quel cartone alla moto di ripresa, dopo aver trovato la mantellina. Un ciclista spera, deve farlo. E sperando si aggrappa a tutto quel che trova per strada, perché i chilometri lo portino al traguardo. Jonathan Milan ha addosso la maglia verde, quella della classifica a punti, è in suo possesso, ma dietro di lui, a poca differenza di punti, c'è un certo Pogačar e tutti sanno com'è lo sloveno. Allora scatta Milan: i primi chilometri sono pianeggianti e c'è uno sprint per assicurarsi ulteriore punteggio. Non funzionerà la fuga, funzionerà, invece, il lavoro della sua squadra e quei punti saranno suoi. Prova e riprova, ecco la sintesi della speranza dei ciclisti. La ricetta, il testo, la parafrasi. E cosa c'è di più legato a doppio filo alla speranza della fuga? Quasi nulla, almeno nel ciclismo.
Thymen Arensman ha vinto perché ha attaccato. Ha vinto perché ha avuto gambe e testa e fiato e coraggio, perché solo con la speranza non si va da nessuna parte. Ma Thymen Arensman ha vinto anche perché ha avuto speranza a cui ha dato gli strumenti giusti per non essere vana. Quando c'è un corridore che mette in atto un dominio incontrastato ed incontrastabile come quello di Pogačar pure questo può diventare complicato. Sapeva anche Arensman che qualunque vantaggio poteva essere vano, perché sarebbe bastato un attacco dello sloveno per ribaltare la corsa. Lo sapeva ma non ci ha rinunciato ed è arrivato all'arrivo. Incredibile, ha detto. Era incredulo e felice. Era stanco e soddisfatto. Pogačar l'ha cercato, gli ha fatto i complimenti, mentre Arensman cercava di riprendersi dallo sforzo, a tentoni, per terra. Anche Jonas Vingegaard ci ha creduto: ha attaccato il re sloveno, quello ha risposto e lui ci ha riprovato. A viso aperto. La volata a due, conquistata da Pogačar, per il modo in cui si è svolta, fa credere che, se avesse voluto, forse, anche oggi avrebbe dato minuti ai rivali. Ha scelto di lasciar fare e comunque qualche secondo se l'è guadagnato. Non lo scenario migliore per pensare di attaccarlo ancora, perché i fatti sono fatti e con i fatti quel signore mette tutti a tacere. Anzi, li lascia in croce, sulle gambe, a inseguire. Ma manca ancora più di una settimana di Tour de France ed oggi che la maglia gialla compie gli anni è bene ricordare che pure la follia ha le proprie ragioni.
Foto: Poci's Pix
Uno per uno
Uno per uno. Li hanno visti salire così, le tante persone in attesa lungo la strada verticale che da Loudenvielle si arrampica fino a Peyragudes. E se la cronometro amplia la possibilità di chi osserva di scorgere uno ad uno i profili dei ciclisti, figuratevi una cronoscalata che si svolge laddove, per forza di cose, la pedalata si fa più pesante e, quindi, rallenta. Anche se, pensando all'epilogo della tappa odierna, non è certamente questa la parola più adatta da utilizzare. Ma ci arriveremo. Verso l'Altiporto di Peyragudes c'è tutto quello che c'è sulle montagne quando arriva il Tour: cappellini, magliette colorate, sedie ripiegabili, camper, tavolini e cartelloni. Qualcuno chiede di "scegliere la propria maglia", chissà tra quali poi, altri scrivono un nome, una parola, fanno un disegno. Magari anche per terra. Chi con la vernice, chi con pennarelli, chi con gessi. C'è tutto e ci sono i ciclisti che transitano uno ad uno: si fissano negli occhi, si gridano i nomi, si salta, si urla. Ci si fa sentire. Nessuna tappa di montagna, per quanto sgrani il gruppo, lo restituisce così. L'orizzonte dell'osservazione si amplia e la salita toglie anche quel solito ritornello della "noia" delle cronometro.
Le persone guardano i ciclisti ed i ciclisti, se non si giocano la tappa, si concedono di guardare le persone, di sfiorarle. Biniam Girmay batte il cinque a chi lo attende all'arrivo, qualcuno impenna anche e, soprattutto negli ultimi trecento metri, ce ne vuole anche per impennare. Quinn Simmons, capelli lunghi e sciolti, baffi dorati e sorriso sornione, se la gode e almeno quaranta, cinquanta persone stasera, scendendo in funivia, potranno raccontarsi di avergli dato la mano.
Sepp Kuss vede un cartello a lui dedicato e alza il pollice in segno di ringraziamento. Che chi attende prepari un cartello per il proprio idolo non è raro, che quest'ultimo lo veda e riesca anche a ringraziare lo è decisamente di più. Succede in giorni così, in cui si transita uno per uno. Lo stesso Sepp Kuss, in quei trecento metri da garage, raggiungerà Simon Yates, lo affiancherà, gli dirà qualcosa e proseguirà verso il traguardo. Eppure non è una giornata banale, non è una giornata scontata nemmeno per chi sta solo pensando a domani od a dopodomani. Sarà l'organizzazione a comunicare l'aumento del tempo massimo, dal 33% al 40% sul risultato del vincitore. E il vincitore, oggi, si sa, si sente, sarà Tadej Pogačar. E siccome dallo sloveno ci si può aspettare di tutto, meglio prepararsi.
Sia chiaro: non ci è mai piaciuto il vizio di quelle vecchie sintesi televisive in cui il telecronista annunciava nelle fasi iniziali chi aveva vinto la corsa o la partita, magari dopo ore ed ore in cui avevamo cercato di non saperlo, isolandosi da tutto e tutti, ma qui non c'è mistero e Sherlock Holmes non potrebbe neppure dire "elementare, Watson", per cui ci perdonerete la poca suspance. Tadej Pogačar è stato ancora una volta inavvicinabile.
L'Equipe stamani lo definiva "inarrestabile", a noi è venuto in mente "insostenibile", ripensando all'insostenibile leggerezza dell'essere e non solo. Serve leggerezza per salire quassù, non solo nei muscoli, soprattutto nella bici. Lo testimonia quella persona dell'organizzazione che, al traguardo, sostiene i corridori, appena concludono la prova. Tadej Pogačar ha addirittura coperto con una sorta di manica aggiuntiva le bende sul braccio, piccolo omaggio all'aerodinamica, ma sono le gambe a macinare un ritmo impossibile per gli altri. Pare ci pensasse dall'inverno, ha vinto con un tempo monstre e distanziato ulteriormente i rivali. Come si prosegue fronteggiando un rivale così senza perdere stimoli e forze mentali prima che fisiche? Forse, ad un certo punto, ignorandolo e cercando la propria corsa. Jonas Vingegaard non ha guadagnato su Pogačar, anzi, stasera avrà 36" in più di ritardo, eppure c'è del buono.
Vingegaard ha reagito dopo la giornata di ieri e ha messo in piedi una cronoscalata di tutto rispetto: nel finale si è riportato su Evenepoel e lo ha superato. Un'altra giornata no per il belga e quel sorpasso brucia, eccome se brucia. La speranza è che non "consumi", ma accenda idee di rivalsa. Il primo degli umani, si sarebbe detto in altri tempi per Vingegaard e si potrebbe ripetere. Non fosse che Pogačar, nonostante questo dominio totale, ha ben delineati i caratteri dell'umanità, in ogni sfaccettatura. Umano troppo umano eppure forte troppo forte. Chi volesse vederlo da solo, all'attacco, sa esattamente dove andare e sa, con quasi altrettanta certezza, che lo sloveno non deluderà e qualcosa proverà. Una sorta di devozione alle salite, alla bicicletta, a certe cose che paiono impossibili. Uno per uno fin quassù, fino all'ultimo che è poi stato il primo. Uno per uno e ognuno, almeno per qualche istante, si è sentito importante, imprescindibile. Un campione. È l'effetto che fa la gente quando si accorge del tuo dorsale.
Foto: Poci's Pix
Cent'anni di solitudine
Oggi, ad Hautacam, Tadej Pogačar ha fatto esplodere il Tour de France: si è ripreso la maglia gialla e ha lasciato a minuti e minuti i più diretti rivali in classifica generale. Oggi, ad Hautacam, iniziavano i Pirenei, c'era il sole, persone e persone, suoni, rumori e tanto colore. Si notavano le venature più scure delle strade che, da queste parti, il calore scioglie, lasciando i segni dell'asfalto più scuro a riparare le rotture.
In bella vista erano anche le bende ed i cerotti sul corpo di Pogačar a coprire e proteggere le escoriazioni dopo la caduta di ieri, a causa di un repentino cambio di traiettoria di Tobias Johannessen. Era dispiaciuto e preoccupato il corridore norvegese, avrebbe voluto tornare indietro, avrebbe voluto cancellare quel momento, se solo avesse potuto. Invece non si può cancellare nulla e non lo scopriamo di certo qui, ma oggi, al Tour de France, o da qualunque altra parte, vicino o lontano dal ciclismo, vorremmo questa possibilità e accettare di non averla è difficile.
Samuele Privitera non aveva nemmeno vent'anni: non c'è più, dopo una caduta al Giro della Valle d'Aosta, nella giornata di ieri. Cosa può importare del resto? Siamo abituati a parlare di ciclisti che si staccano, che attaccano, che si ritirano, che vincono o che perdono. Non è concepibile l'idea che un ciclista, un ragazzo, non arrivi, non parta o non torni. Che non sia a ridere e scherzare, pure senza quella bicicletta. Non si può pensare. Ma la bicicletta, chissà perché, non possiede retromarcia, le persone nemmeno; allora l'una e le altre muovono in avanti. Per dovere, per necessità. Tadej Pogačar ha pensato negli ultimi chilometri ai giorni di dolore che lascia il ciclismo. Oggi, ad Hautacam, è uno di quelli. Silenzio, rispetto. La cronaca di quel che accade. non serve a nulla, non cambia nulla, ma tant'è.
Ben Healy non è più la maglia gialla di questo Tour e ce lo si poteva anche aspettare. All'arrivo, a circa 14 minuti da Pogačar, ha alzato una mano, in segno di rispetto per il Tour, in segno di rispetto per la maglia gialla. Ha ceduto sul Soulor, Healy, a più di cinquanta chilometri dal traguardo. La telecamera lo cercava impietosa. Accanto a lui è rimasto per lungo tempo Harry Sweeny: impotente di fronte a quella fatica. Oltre al caldo ed al sudore, c'è solo l'acqua, nelle borracce. Non abbiamo tenuto il conto di quante borracce abbia preso dall'ammiraglia, di quanta acqua abbia spruzzato in volto, sulla testa, sulle gambe, sulla schiena e sui capelli di Healy. Non sarà servito a molto, però è un gesto gregario che fa bene, un piccolo attimo in cui pure il male fisico della salita concede respiro. Il resto lo fanno le gambe, se ci sono, e la testa. Così Evenepoel è riuscito a rientrare sul gruppo pur essendosi staccato ai 53 chilometri dal traguardo, sul Soulor, la prima volta. Così non è riuscito a resistere al ritmo di Pogačar e della sua squadra sull'Hautacam. I Pirenei segnano la strada del Tour da oltre cent'anni e, più o meno da quel momento, segnano le crisi ed i giorni no. Segnano le gambe con il loro caldo appiccicoso che screpola le strade. Ci si arrende all'evidenza: non si può tenere quel passo, meglio accorgersene e salire del proprio passo che fare fuori giri. Cent'anni di solitudine quando quassù non è il giorno buono.
Soli. Oggi, al Tour de France, ci si sente soli e non è certo solo la salita ad affaticare gli occhi ed il cuore. In altre occasioni avremmo parlato di duello con Jonas Vingegaard. Se duello è stato, è stato un duello a distanza. Pogačar non dimentica: ricorda quel giorno del 2022, quando proprio il danese lo lasciò sul posto, proprio in questa salita. Non dimentica e sa che certe cose vanno sistemate il più presto possibile altrimenti resta qualcosa fuori posto. Vingegaard l'aveva staccato attraverso il ritmo di Wout van Aert, lui l'ha levato di ruota attraverso quello di Wellens e Narvaez, prima di agire in prima persona e andarsene via. Solo. Crediamo che Vingegaard pensasse di perdere meno tempo. crediamo tutti i suoi tifosi, sulla curva danese, fossero tanto dispiaciuti dal vederlo così staccato, quanto ammirati dallo sloveno. Perché è una corsa in bicicletta e si può restare a guardare uno di quei gesti da matti messi in piede da un rivale e pensare che, alla fine, è bello così. Pogačar non dimentica e ha la consapevolezza, come ognuno di noi, che nello sport sono possibili tante cose impossibili nella quotidianità.
Dove certe giornate storte proprio non si riescono a mettere a posto, anche se ci si racconta com'è andata la tappa al Tour de France. Anche se il cielo d'estate e la carovana possono trarre in inganno per qualche istante o poco più. Anche se davanti, in fuga, ci sono 52 corridori e l'ultimo a resistere è un certo Bruno Armirail, dal cognome di mare, all'avventura sulle vette. Anche se ci sono cartelli con la scritta "bidon" e piccoli e grandi canestri in cui fare centro. Dopo le montagne ancora montagne e una cronoscalata. La prossima pedalata, serve quella. Nelle salite o altrove. La speranza è che porti lontano, che porti via da quel che non vorremmo. Spesso non è possibile, ma la prossima pedalata arriva comunque. E poi un’altra e un’altra ancora. Tocca agli esseri umani.
Foto: Poci's Pix
Quelli come Abrahamsen
Quelli come Jonas Abrahamsen sono perfetti per giorni come questo. Eppure, o forse proprio per questo, spesso, quelli come Jonas Abrahamsen rischiano di non essere presenti nei giorni che fanno per loro, perché quelli come Jonas Abrahamsen "sono i pazzi di vita, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e bruciano" di cui parlava Jack Kerouac. Ha scritto "Sulla strada", Kerouac, e sulla strada Abrahamsen, quattro settimane fa, era caduto in Belgio e ci aveva lasciato la clavicola. Non pensava di volare in Francia, poi ha continuato a sentirsi meglio e, com'è arrivato al Tour, è partito, non per andare a casa, ma per andare in fuga. In questo mercoledì d'estate che segna l'inizio della seconda settimana, fantasie temporali ciclistiche di Francia, altrove la settimana inizia al lunedì, ha "creato" la fuga di giornata e, nonostante tutto, l'ha portata al traguardo di Tolosa, vincendo davanti a Mauro Schmid e Mathieu van der Poel.
Tolosa, Ville Rose per il colore dei mattoni delle sue case, ma qui intorno è tutto giallo, dai campi di grano bruciato e dorato, ai girasoli, alla maglia gialla di Ben Healy, rampante e rivoluzionario. Tolosa ovvero il Cassoulet, anche se con questo caldo si ha più voglia di una granita o di un gelato. Tolosa-Tolosa ovvero una bagarre senza fine per andare in fuga, per portare via la fuga. Ci riescono in cinque: Wright, Schmid, Ballerini, Burgaudeau e, per l'appunto, Abrahamsen. Giornata da mal di gambe in fuga, con il gruppo pronto a morsicare, a inghiottire, ad azzerare tutto. Ci riusciranno altri cinque e che cinque: van der Poel, van Aert, Laurance, Simmons e De Lie. Sarà un inseguimento. Tolosa ovvero la Cité de l'Espace per esplorare le possibilità del volo, del cielo e dell'atmosfera, ma, quando arriva il Tour, non serve volare, anche se sarebbe bello vedere le scenografie dei campi dall'alto. Quando arriva il Tour, i marciapiedi e gli spartitraffici sono tutto lo spazio che serve. Le costellazioni sono sull'asfalto, nomi su nomi: Pacher quello prevalente sulle rampe da garage della, pur breve, Côte de Pech David.
Quelli come Abrahamsen, lì, sono già davanti: in fuga dalla fuga. E anche Mathieu van der Poel può fare poco, se non inseguire. Quelli come Abrahamsen spesso perdono, perché l'improvvisazione, come la poesia, è roba da starci attenti. Roba per cuori forti. Pure il ciclismo lo è. Gambe e teste forti, per non farsi troppo male. Abrahamsen, da ragazzo, per il ciclismo faticava a mangiare. Voleva vincere e per vincere, per andare forte in salita, doveva essere leggero. Giorni difficili, da ricordare per non ripeterli, ora che il gusto del cibo è tornato. Arnaud De Lie, quarto a fine tappa, per essere qui, ma ancor prima per continuare a pedalare, è andato a pescare quel che l'aveva fatto innamorare della bicicletta e l'ha trovato. Perché è difficile e senza questo nemmeno quelli come Abrahamsen o De Lie possono correre, ancor prima che vincere. Si parlerà della caduta di Pogačar, del gruppo che lo aspetta, se ne discuterà. Domani si sale ad Hautacam. E quelli come Abrahamsen dormiranno bene stanotte: servono giorni come questo per sentirsi perfetti per il ciclismo e continuare ad essere "quelli come Abrahamsen".
Ben, il rivoluzionario
L’ultima tappa di questa lunghissima prima settimana di Tour iniziata dieci giorni fa si correva il 14 luglio, giorno della festa nazionale francese, anniversario della presa della Bastiglia.
Si attendeva dunque una tappa battagliera, pirotecnica, accesa anche dall’imminente giorno di riposo. E anche, naturalmente, dal percorso: 165 chilometri con 4500 metri di dislivello da Ennezat a Le Mont-Dore Puy De Sancy, su e giù per il Massiccio Centrale.
Più precisamente l’itinerario si sviluppava lungo la Chaîne des Puys, un complesso che racchiude un centinaio di vulcani estinti, i più giovani di tutta la Francia.
Ad appiccare il fuoco fin dall’inizio sono una trentina di corridori, tra cui alcuni con cuore e gambe roventi. Simon Yates e Campenaerts della Visma, Ben Healy e Neilson Powless della EF, Julian Alaphilippe e Michael Storer della Tudor, e poi Lenny Martinez, Ben O’Connor, Michael Woods e Thymen Arensman, solo per citarne alcuni.
Il gruppo lascia fare e presto si capisce che oggi sarà festa anche per la fuga.
Tutti loro sono partiti pensando alla tappa, ma mano a mano che i chilometri e i vulcani passano ce n’è uno che si accorge che oggi in può cogliere l’occasione della vita e dare l'assalto alla maglia più regale del ciclismo mondiale.
Ben Healy, tra i cacciatori di tappe più graffianti del gruppo, capisce che almeno per un giorno può trasformarsi in regicida.
Quindi si spoglia dell’usuale spirito barricadiero, rivoluziona la propria tattica fumantina, e negli ultimi chilometri si mette diligentemente in testa al gruppetto superstite, sapendo che la posta in gioco per lui potrebbe essere qualcosa di molto più sontuoso della vittoria di tappa.
Così non segue lo scatto di Simon Yates a 3500 metri del traguardo, né quello di Arensman e continua del suo passo, osservandoli a poca distanza andare a prendersi il primo e il secondo posto sull’arrivo posto all’ombra dell’ultimo vulcano.
Mentre tutto questo stava accadendo, delle scintille venivano accese anche nel gruppo dei migliori.
Nella salita verso il penultimo Gpm di giornata ci prova la Visma prima con Kuss poi con Jorgenson, giusto a vedere - si sa mai - se il 14 luglio possa crollare anche il re sole del ciclismo mondiale. Lo isolano, ci riprovano lungo le pendici del Puy De Sancy dove un colpo lo battono anche Evenepoel e Lipowitz.
Ma Pogačar a differenza di Luigi XVI ha la testa ben salda sulle spalle e alla fine ad attaccare è lui. Lo segue solo il viceré Vingegaard, ma si tratta tutto sommato di pochi lapilli e pochi secondi di distacco, nessuna scossa tellurica, nessuna eruzione spettacolare.
L’unico che paga, nonostante fosse anche per lui festa nazionale, è Kevin Vauquelin che dal terzo posto in generale scivola al sesto.
Nel giorno della presa della Bastiglia una piccola rivoluzione l’ha fatta un giovane e vulcanico irlandese, che da stasera guarda tutti dallo scranno più alto.
Domani arriva per tutti (anche per noi) il giorno di riposo. Ma dopodomani ricomincia la battaglia, con l’assalto ad un luogo ancora più nobile di Versailles: i Pirenei.
Foto: Fabio Dal Pan
Avenue Merlier
La nona tappa, la Chinon-Châteauroux, 174.1 chilometri fin dentro il cuore profondo della Francia, doveva essere la seconda giornata per i velocisti in questo strano fine settimana tutto dedicato agli sprinter.
Doveva esserlo non solo per l’altimetria (nemmeno un misero Gpm di 4^ categoria in programma) ma per un motivo in più.
Châteauroux oggi sarebbe diventata eccezionalmente “Cavendish City”, con tanto di installazione di cartelli stradali ufficiali (seppure, dicono, provvisori). Questo perché qui Cannonball vinse la sua prima tappa al Tour de France nel 2008, bissò nel 2011 e fece tripletta nel 2021.
Pare che entro l’anno vogliano dedicargli anche un tratto dell’Avenue de La Châtre, il rettilineo dov’era posto l’arrivo allora come oggi.
Ma nel ciclismo, che fa parte della vita, c’è sempre qualcuno che cerca di sabotare anche il piano meglio architettato, e se ieri sono stati due corridori della Total Energies a farsi vedere in fuga, di altro calibro sono i due che oggi al chilometro 0 prendono e vanno. Di nuovo due compagni di squadra, stavolta però della Alpecin-Deceuninck, e che rispondono ai nomi di Joans Rickaert e, soprattutto, Mathieu van der Poel.
Il gruppo lascia fare, vorranno solo far prendere all’olandese i punti del traguardo volante, pensano i gregari di Jonathan Milan, deputati a tenere controllata la corsa.
Ma quando poi i due compagni di squadra invece di rallentare tirano dritto, e il loro vantaggio invece che calare cresce fino ad oltre 5 minuti, forse iniziano a pensarlo un po’ di meno.
Anche se oggi si arrivava a “Cavendish City” forse volata non ci sarebbe stata se a dare una mano agli inseguitori non fosse intervenuto, calato in scena come un deus ex machina, il vento.
L’aria che spazzava la pianura francese ha scosso il peloton, costretto anche gli uomini di classifica a farsi vedere a turno in primissimo piano, con nessuno che stavolta voleva replicare la figuraccia della tappa di Lille: né Roglic, né Evenepoel, né Milan, né Merlier.
E che la figuraccia l’abbiano evitata solo per un soffio i velocisti è certificato da quanto poco è mancato a van der Poel per sabotare i loro piani.
Ha ancora 50 secondi di vantaggio a 10 chilometri dall’arrivo, 40 secondi ai meno 6 chilometri - quando il compagno Rickaert dice basta - 8 secondi a 3 chilometri dal traguardo, e infine viene ripreso ben dopo la flamme rouge, quando di metri alla fine ne mancavano soltanto 700.
Così alla fine su Avenue de La Châtre (tra poco, a quanto pare, Avenue Cavendish) vince Tim Merlier, sfruttando uno sprint lanciato forse un po’ troppo presto da Jonathan Milan.
Quello che doveva essere è stato in questo strano fine settimana tutto dedicato alle ruote veloci.
Ma domani è 14 luglio, la festa nazionale francese, e in programma c’è il traguardo di Le Mont-Dore, sotto la cima del Puy de Sancy, la più alta montagna del Massiccio Centrale, dove il Tour non è mai arrivato.
Un altro luogo che aspetta di intrecciare per sempre la sua storia e il suo nome a quello del Tour de France.
Foto: Sprint Cycling Agency
Vive la naïvite
All’ottava tappa, la Saint-Méen-le-Grand – Laval di 171,4 chilometri, la Grande Boucle compie il primo giro di boa.
Dopo molto nord, si inizia a virare verso sud-est. Dopo sette frazioni di attacchi, ventagli, muri e muretti, forse la prima vera giornata pianeggiante, di quelle da dormicchiare tranquilli sul divano il sabato pomeriggio.
Ma anche la noia, al Tour de France, ha la dimensione della grandeur.
Saranno le fatiche dei giorni precedenti, sarà il primo caldo, ma nessuno ci prova nemmeno ad andare in fuga. Se state pensando: “Ehi, ma come la terza tappa!” La risposta è no; oggi molto, molto di più.
Al punto che la UAE Emirates, prima tra tutti la maglia gialla, può restarsene serenamente compatta a fondo gruppo a scortare Joao Almeida che oggi è ripartito incerottato dopo la caduta negli ultimi chilometri della tappa di ieri. Anche se non sono i cerotti sulle braccia e sulle gambe a preoccupare, quanto una frattura alle costole che dalla tv non si può vedere. Quell’inusuale posizionamento della formazione del leader della generale racconta comunque molto dello spirito presente nella squadra: che un grande giro si vinca anche con gesti come questi?
Al punto che dopo 20 chilometri dalla partenza anche l’ammiraglia della Red Bull-Bora-Hansgrohe, non sapendo bene come passare il tempo, si improvvisa servizio pubblico e via radio dà ai propri corridori qualche pillola educational sulla Mayenne, la regione che stanno attraversando. Geografica (si tratta della regione più grande della Francia), faunistica (ci sono moltissime mucche) e culturale (a Saint-Méen-le-Grand c’è un museo dedicato a Louison Bobet, che lì nacque nel 1925). Mens sana in corpore sano.
Le squadre dei velocisti controllano, placide come le mucche al pascolo della Mayenne, e non si scompongono troppo nemmeno quando due corridori della Total Energies, Mathieu Burgaudeau e Mattéo Vercher, rompono il torpore generale e si avvantaggiano.
Ma il traguardo di Laval doveva essere affare per velocisti puri, e così sarà.
Se la città di partenza ha dato i natali ad un grande della storia del ciclismo, quella d’arrivo ha visto nascere un grande della storia dell’arte.
Henri Rousseau venne alla luce a Laval nel 1844, si trasferì a Parigi ventiquattrenne e lì cominciò a dipingere di notte, mentre di giorno lavorava nell'ufficio comunale dei dazi.
Oggi i suoi quadri che ritraggono per lo più soggetti esotici come volatili, tigri, leoni e foreste, sono famosissimi (i suoi “Fenicotteri” sono stati venduti all’asta nel 2023 ad oltre 43 milioni di dollari) ma per buona parte della vita non se la passò benissimo, il buon vecchio Henri.
Il suo stile naïf, semplice, quasi ingenuo, a prima vista non raffinatissimo, non fu subito capito dai colleghi contemporanei e ci mise degli anni ad affermarsi come un precursore dell’avanguardia surrealista, apprezzato da gente come Apollinaire, Braque e Picasso.
Quasi come gli anni (sei) che mancavano dall’ultima vittoria italiana in una tappa del Tour de France.
A porre fine al digiuno è stato oggi Jonathan Milan, alla sua prima partecipazione alla corsa a tappe più importante del mondo. Lui, con il suo stile invero un po’ naïf, ha lanciato una volata feroce e dominante come le tigri nei dipinti di Rousseau tanto che nemmeno Wout van Aert, che certo naïf non è, è riuscito anche solo ad affiancarlo.
Perché anche nel ciclismo, oltre che nell’arte, ogni tanto si può dire ad alta voce: vive la naïvite.
Foto: Poci's Pix
Stairway to destiny
Allo scoccare del chilometro 1000 di questo Tour, quando di chilometri alla fine della settima tappa, la Saint-Malo–Mûr-de-Bretagne, ne mancavano 178, la maglia a pois di Tim Wellens riportava il gruppo sui due fuggitivi van Aert e Schmidt.
Oggi sarebbe stato un giorno per gli uomini da classifica, sembrava dire quel momento, come d'altronde aveva già detto a parole ieri pomeriggio Tadej Pogačar: «Domani è un buon traguardo per me».
E infatti, anche se poi una fuga viene lasciata andare, e se anche quella fuga contiene corridori come Geraint Thomas, maglia gialla al Tour del 2018, la Alpecin-Deceuninck e la UAE Team Emirates XRG non lasciano mai più di un minuto e mezzo.
Per un motivo tanto semplice da sembrare scontato: oggi si arrivava in cima al Mûr-de-Bretagne, l“Alpe d'Huez bretone”.
A guardarlo da sotto il Mûr-de-Bretagne è un drittone che pare infinito, anche se la parte più dura è lunga solo un chilometro. Quando lo imbocchi guardi in su e lì dove spiana intuisci solo il cielo, sembra una piccola stairway to Heaven dalla cui cima forse si vede l’Oceano, forse il proprio destino, forse chissà.
Qui il proprio destino lo incontrò - se lo prese, verrebbe da dire - quattro anni fa van der Poel, quando indossò la sua prima maglia gialla in memoria di nonno Raymond "Poupou” Poulidor. Sempre qui oggi sogna di difenderla, sapendo bene, però, di avere come avversario uno (forse l’unico al mondo) capace di sogni più grandi dei suoi.
Il primo a godersela tutta, questa stairway to destiny, è Ewen Costiou, bretone di Brest, della squadra Arkéa-B&B Hotels, bretone di Bruz, che approfitta del luogo più sublime della sua regione per staccare i compagni di fuga.
Ma è solo il primo dei due passaggi sul Mûr, e quando inizia il secondo di spazio per i comprimari non ce n’è più.
Quando il solito commovente Wellens si sposta, a metà della parte più dura, in cima alla quale si vede il cielo, il suo capitano parte e assieme a lui restano solo Vingegaard ed Evenepoel, il secondo e il terzo del Tour dell’anno scorso.
Ma Pogačar oggi sembra voler usare il calcolo più che la forza, lascia passare davanti il belga, e quando la strada spiana, lì dove forse già si vede l’Oceano e forse anche il proprio destino, attende l’arrivo del compagno Narvaez che immediatamente si mette in testa per tenere alto il ritmo nel gruppetto superstite.
Narvaez, Evenepoel, Pogačar, Vingegaard, poi tutti gli altri.
Nelle ultime centinaia di metri il campione del mondo si guarda indietro una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte, come in uno sprint su pista per controllare che nessuno cerchi di anticiparlo prima del momento che lui ha deciso essere quello giusto.
Al momento giusto, cioè ai 250 metri, parte con la solita eleganza, con la solita sinuosità da gazzella predatrice, con uno stile che solo van der Poel può avvicinare a questo mondo, i due esseri umani più belli sopra una bicicletta dell’epoca moderna.
E allora forse non è un caso che da giorni la maglia più bella faccia la spola tra le spalle di uno e dell’altro, con l’olandese che nonostante i sogni oggi finisce per cederla di nuovo allo sloveno che sul traguardo in cima al Mûr-de-Bretagne, dopo essere partito ai 250 metri, dopo aver calcolato ogni cosa stacca tutti, anche Vingegaard che pure non perde secondi, e coglie la sua seconda vittoria a questo Tour - il quarto piazzamento tra i primi due nelle prime sette tappe.
Il Mûr-de-Bretagne sembra una piccola Stairway to Heaven dalla cui cima forse si vede l’Oceano, forse il proprio destino, forse chissà.
Quel che è certo è che stasera la classifica generale recita: Pogačar primo, Evenepoel secondo a 54’’, Vauquelin terzo a 1’11’’ e Vingegaard quarto a 1’17’’.
E che sarà tutt'altro che facile, da qui a Parigi, allontanare il ragazzo di Komenda da un destino che pare voglia vederlo sempre più in giallo.
Foto: Poci's Pix
Un'eccezionale normalità
Per capire cosa sia il Tour de France, l’impatto che ha in chi lo guarda e in chi lo corre, basterebbe una delle prime immagini arrivate a noi dalla sesta tappa, la Bayeux-Vire Normandie.
Si partiva dalla città natale di Kévin Vauquelin, terzo in classifica generale dopo la crono di ieri, e il fun club dell’enfant du pays si è fatto notare in tutto il mondo per una coreografia piuttosto indimenticabile. Oltre al classico spot con bandiere e cartelli delle più disparate dimensioni, si sono presentati a bordo strada con una mongolfiera dedicata al loro beniamino. Non uno striscione, non una scritta sull’asfalto: una mongolfiera vera, cioè enorme (seppur ben ancorata a terra, concreta come le ambizioni di Vauquelin di portare a casa un’ottima classifica generale).
Perché ogni cosa, al Tour de France, ha una magnitudo diversa, una scala geometricamente più grande rispetto ad ogni altra corsa ciclistica.
Così è anche per la prima tappa adatta alle fughe della Grande Boucle 2025. Con 201 chilometri e 3500 metri dislivello davanti, se fuga sarebbe stata si sarebbe trattato di una fuga di gente dura, tosta, con gambe e cuori ardennofili.
Ma anche le fughe, al Tour de France, in cui ogni tappa si corre come una classica monumento che può cambiare la carriera di un corridore, non si comportano come quelle normali.
Oggi ci vogliono quasi 100 chilometri di corsa matta e disperatissima, di braccio di ferro all’arma bianca con il gruppo, perché un tentativo di otto corridori riesca finalmente a prendere il largo. Dopo tutta la fatica che hanno fatto, meritano di essere citati uno per uno: Ben Healy, Mathieu van der Poel, Quinn Simmons, Harold Tejada, Will Barta, Eddie Dunbar, Simon Yates e Micheal Storer.
A poco più di 40 chilometri dall’arrivo Healy decide di provarci a modo suo, seguendo la sua eccezionale normalità, cioè scattando da solo, all-in, e poi vada come vada.
Storer e Simmons si buttano alla sua rincorsa, guadagno qualcosa all’inizio ma poi basta, e anzi iniziano a perdere.
A 20 dalla fine il suo vantaggio è sopra il minuto. All’imbocco dell’ultima delle innumerevoli salite di oggi, la Côte de Vaudry, è salito a 2”.
E così Ben Healy, nato in Inghilterra ma con passaporto irlandese, lui che era stato il primo a scattare a 170 chilometri dal traguardo è anche il primo ad arrivare in cima allo strappo feroce di Vire Normandie, solitario e felice. Dopo una tappa al Giro, anche una tappa al Tour, chapeau.
Anche le tappe normali, al Tour de France, sono eccezionali. La riprova è il divino Mathieu che arriva sfinito, spingendo a forza di smorfie fino all’ultimo metro per riprendersi una maglia gialla che, seppur virtualmente, sembrava ormai comodamente tornata sulle sue spalle.
Missione compiuta, seppur per un solo secondo dal solito Pogačar, che arriva assieme al gruppo dei migliori - anche se mezzo metro davanti a tutti, come sua abitudine.
Domani dunque van der Poel si presenterà in giallo nella tappa con arrivo al Mur de Bretagne, lì dove l’aveva indossata per la prima volta quattro anni fa.
La terrà? La perderà? Nulla è dato a sapere, in una corsa in cui anche la normalità, quando accade, è eccezionale.
La pietra più solida
La quinta tappa del Tour parte e arriva a Caen, in Normandia, una cronometro di 33 chilometri praticamente tutti pianeggianti, per specialisti puri.
Caen è famosa per lo sbarco in Normandia, avvenuto a pochi chilometri da lì.
Meno nota invece è forse la pietra di Caen, estratta nei dintorni, un calcare giallo chiaro che è stato utilizzato per costruire, tra gli altri, la Cattedrale di Canterbury, il Big Ben e la Torre di Londra. Un materiale per edifici sontuosi dunque, imponenti e raffinati.
E sontuosi, imponenti e raffinati erano anche i corridori che tutti noi aspettavamo di vedere oggi misurarsi uno contro l’altro nella prima corsa contro il tempo di questa Grande Boucle.
Perché le crono sono delle bestie strane e crudeli. Non conta più la tattica, non conta la scia, contano solo le gambe e la testa.
In una corsa in linea si può anche bluffare e sperare che gli avversari ci caschino e di passarla liscia in una giornata storta. Ma contro un cronometro invece, anche avendo la più grande poker face del mondo, bluffare non si può. Le crono sono bestie crudeli e bellissime perché, al di là di ogni possibile speculazione, obbligano i corridori a passare attraverso il setaccio finissimo della verità.
Sarebbe riuscito Remco Evenepoel, specialista puro tra gli specialisti puri, a colmare il distacco di quasi un minuto che lo separava da Pogačar?
Il campione del mondo (in linea) avrebbe migliorato rispetto alla cronometro del Delfinato dove prese secondi non solo da lui, ma anche da Vingegaard? Van der Poel avrebbe tenuto la gialla, o almeno contenuto il distacco per provare a riprenderla nelle tappe successive?
E Roglič risorgerà? E van Aert si impegnerà?
Queste alcune delle domande a cui attendevamo che rispondesse l’arrivo di Caen.
Le ultime due sono le prime a trovare risposta, che poi è la stessa: no.
Primoz, campione olimpico a Tokyo nel 2020, anche se pare un secolo fa, parte piano e finisce così così, chiudendo comunque a 1’e19’’ dal vincitore.
Wout, che sembrava bellissimo nella posizione e anche nella pedalata, ma questo perché lui su una bicicletta bellissimo lo è sempre, nemmeno ci prova ad andare forte: addirittura 100° a 4’’e 32’.
Le altre risposte invece arrivano intrecciate, un po’ alla volta.
Evenepoel - in maglia iridata e con casco e bici d’oro, a manifestare al mondo come lui sia
il detentore di ogni possibile titolo nella specialità - parte bene, secondo nel primo e nel secondo intertempo, ma poi vola nella seconda parte e si mangia tutti. Senza una sbavatura e senza un errore, sempre solido e sempre inespugnabile, come la Torre di Londra.
Ma la sfida vera, e la risposta che tutti aspettavamo davvero, era quella tra Pogačar e Vingegaard.
E qui, mano a mano che i chilometri e gli intertempi passavano, si è concretizzato qualcosa che nessuno, soprattutto dopo le prime quattro tappe, dopo il terzo posto in volata di ieri, si aspettava: il crollo di quel saldo e bellissimo edificio che fino a stamattina era stato il capitano della Visma-Lease a Bike.
Non è mai facile interpretare una crono dalla pedalata dei corridori, ma oggi guardando Vingegaard pareva davvero vederlo soffrire, con la bocca non solo aperta ma spalancata, e le spalle che oscillavano e non per il vento, e il sedere avanti indietro a cercare una posizione che sembrava non trovare mai.
Nel frattempo Pogačar, partito due minuti dopo, non aveva forse la postura tetragona di Evenepoel, ogni tanto muoveva la testa in su e in giù, ma come può oscillare pur restando solidissimo il Big Ben, con una leggerezza e una forza che piano piano sono state tradotte in vantaggio anche dalla crudeltà del cronometro.
19’’ il distacco fra i due al primo intertempo, 30’’ al secondo, 52’’ al terzo e 1’05’’ sul traguardo, con Vingegaard ha terminato la tappa a 1’21’’ da Evenepoel: non tanto, non tantissimo: di più.
Ma quando qualcosa crolla, qualcos’altro ascende, e allora c’è da rendere atto della gran giornata della maglia bianca Kevin Vauquelin, quinto oggi a 49’’ dal vincitore, una prestazione che lo proietta al terzo posto della classifica generale.
Come anche a quella di Edoardo Affini, rimasto per tre ore seduto nella cosiddetta “hot seat”, la poltrona di chi detiene il primato provvisorio, e che alla fine ha centrato un grande terzo posto.
Quando qualcosa crolla, qualcos’altro ascende e la bellezza crudele della cronometro di Caen ha decretato che Tadej Pogačar, nuova maglia gialla (ma anche a pois e verde), è l’edificio più solido del ciclismo mondiale, e ora guida la classifica con 42’’ di vantaggio su Evenepoel e 59’’ su Vauquelin. Vingegaard, scivolato al quarto posto, segue con 1’13’’.
Ma se anche Caen, dopo la guerra, è stata ricostruita utilizzando il calcare chiaro che si estrae nei suoi dintorni, è bene ricordarsi che il Tour de France è ancora lunghissimo, e c’è tutto il tempo per ricostruire.
Foto: Poci's Pix









