«È una bottega, un piccolo negozietto, molto intimo, quasi romantico, dove la gente non arriva solo per una riparazione o per un acquisto, ma, ancora prima, per raccontare un’uscita, per parlare di bicicletta e biciclette, spesso per riempire l’attesa tra un appuntamento di lavoro e un altro. Mentre i fiori di maggio pullulano nei campi e pendono dai vasi, sui balconi, qualche sedia e, al nostro tavolino, si seguono le cronache del Giro d’Italia, quando, invece, luglio imbiondisce le spighe del grano, le parole arrivano dal Tour de France. Queste pareti non conoscono il silenzio, perché il brusio ed il continuo vociare sono linfa vitale, che corre in ogni nervatura, simile a una pianta in una primavera eterna. Questa bottega è fatta da tante cose, soprattutto, però, dalle persone, che da quel tavolo si alzano, aprono il frigorifero, prendono una birra gelata, in estate, se la versano e, con ancora l’amarognolo a pizzicare il palato, continuano a raccontare». Siamo a Bagnacavallo, in Emilia Romagna, in provincia di Ravenna: il paese del dolce di San Michele, una base di pasta frolla, rivestita di gelatina di frutta o ricoperta con panna, poi decorata con disegni geometrici costruiti con mandorle, noci, pinoli e nocciole, come ci dice un signore, interpellato per cognome o, forse, per soprannome (tal Capucci, assonante nel cognome al ben noto ciclista Chiappucci) da Fabio Conti, al bancone di Bike Line di Mattia Zoli, in via Giuseppe Garibaldi 74. Se cercassimo su un vocabolario Bike Line, troveremmo proprio il lemma che Fabio ci ha esposto poco fa.

La terra è una terra legata al ciclismo, radicato, storico, eroico: un fatto che i nonni trasmettono ai nipoti, ad accompagnarli tra l’infanzia e l’adolescenza, tutti ne parlano e tutti sanno che, poco lontano da qui, a Cotignola, è nato Alan Marangoni. Bagnacavallo è un paese vivo, dinamico, probabilmente il posto giusto per una persona come Fabio Conti che ama la natura e che crede «nell’essenzialità della bicicletta, anche dal punto vista meccanico, un aspetto che, a differenza delle auto, conosciamo approssimativamente tutti, perché quasi tutti abbiamo provato a metterci mano, nella sua capacità di riportare ad uno stato più genuino, sconfiggendo la continua frenesia in cui siamo costretti a vivere ad una velocità accelerata che non è quella degli esseri umani. In bicicletta respiro, sento gli odori, i profumi, sto in mezzo ai boschi, torno bambino. Certo, la bicicletta è essenziale anche nella meccanica, nelle sue componenti, ma l’essenzialità permea tutto ciò che la riguarda». La storia di Bike Line inizia ad essere scritta, da queste fondamenta, nel 2020, nel periodo della pandemia: assieme a Fabio Conti c’è Mattia Zoli, in bicicletta sin da bambino, alle gare, nel dilettantismo, per arrivare ai viaggi ed alle avventure. Quel locale, in fondo, fa come le biciclette che vi sono ospitate, come qualunque bicicletta, come quelle su cui pedala anche Conti: permette di riscoprire il primo contatto con gli altri, dopo l’isolamento, una ritrovata socialità, già a partire dal 2021, fino ad evolversi, in maniera naturale, non pensata o studiata, a diventare quella linfa vitale di cui accennavamo ed a formare, nel tempo, una comunità. «La bicicletta non può essere associata ad una sola idea, è molto di più, e, più pensiamo di conoscerla, meno torniamo vergini rispetto al suo incontro, più perdiamo occasioni. Chiunque sa rispondere ad una domanda su cosa sia una bicicletta, però molte sono risposte incomplete, che non prendono in considerazione tutte le possibilità: è un mezzo di trasporto, prima di tutto, anche se spesso non la pensiamo come tale, ma è anche un mezzo per fare sport, attività fisica, è molto altro, è tutto, azzeriamo le idee che già abbiamo e ripartiamo da zero, forse, allora, scopriremo tutto quel che c’è fra la catena, i freni, i raggi e tutti gli ingranaggi».
A questo azzeramento e ad un nuovo inizio, contribuiscono senza dubbio gli eventi che Bike Line organizza e quelli a cui partecipa: in agenda, ad esempio, Veneto Gravel e Tuscany Trail.


La vigilia è preceduta da tutta una serie di incontri in preparazione, sia a livello di allenamento che di nutrizione, ma anche a livello tecnico, il cambio della catena o della camera d’aria, supporto, quasi psicologico, per i dubbi che, ovviamente, assalgono alla vigilia di una prova a cui, magari, il fisico non è abituato, oppure, semplicemente, laddove si teme la valutazione, il giudizio, anche se ci si sta divertendo: «Ora accade meno, bisogna riconoscerlo, ma parte delle remore di alcune persone nel mettersi in sella erano, e talvolta ancora lo sono, date dall’immaginario dell’atleta perfetto, con un fisico impeccabile, inavvicinabile, a tal punto che, per evitare di “sfigurare”, non sentendosi all’altezza, si evitava a priori di uscire in bicicletta. Questo scenario è stato molto ridimensionato dall’avvento del gravel, una disciplina che, pur comportando fatica e sacrificio, accomuna una vasta platea con caratteristiche differenti». La bicicletta, confessa Fabio Conti, sulle orme di Alfredo Martini, è amicizia: si progettano lunghi giri, chilometri e chilometri, con chi ci è già amico ed allo stesso tempo si conosce chi ancora ci è sconosciuto fino a diventare amici.
La bicicletta è anche sincerità, nulla è più sincero e onesto della fatica, così anche il mestiere di chi ha a che fare con le biciclette deve comprendere questo elemento, sin dal primo incontro, varcata la porta del locale: «All’inizio essere sinceri può fare paura, perché chiunque arrivi qui ha un’aspettativa, probabilmente anche un’idea abbastanza precisa della bicicletta che vorrebbe. Noi dobbiamo avere l’onestà di dire se, filtrata da ciò che chiediamo e dalla nostra professionalità, la scelta del cliente sia corretta per lui oppure no. Talvolta ci si illude, si desidera quel che non fa per noi e, se nessuno ci mette in guardia, può diventare un problema. Noi lo diciamo, sul momento c’è anche il rischio di perdere il cliente, va corso. Ne vale la pena a livello etico e, siccome comunque non facciamo filosofia ma commercio, anche a livello commerciale. Forse la persona in questione andrà altrove, ma, poi, tornerà e la fiducia, costruita su quella sincerità, sarà più forte». Dal negozio parte una sorta di traccia, di percorso permanente, un giro veloce per chiunque voglia mettersi alla prova, dal sito, inoltre, è possibile accedere ad un itinerario di circa trenta chilometri, un’ora e un quarto di pedalate, con partenza e ritorno a Bike Line e lunghi tratti tra le valli e le colline romagnole, denominato “Scaramello”.


Le strade sono tante e portano ovunque, come le biciclette, ma la realtà ha sempre più spigoli di quelli immaginabili: «Pedala la signora che va a comprare il pane, pedala il ragazzino che va o torna dalla scuola, qualche difficoltà in più si riscontra con le distanze maggiori, il problema principale resta, anche se duole dirlo, la mancanza di infrastrutture che rende difficile muoversi in modo sicuro e confortevole. Certo, anche il rispetto è un punto, ma su quello non abbiamo grosse chiavi per agire, se non mettendoci nei panni dell’altro, visto che quasi tutti siamo sia ciclisti, che automobilisti, che pedoni. L’astio che vedo sulle strade è quanto di più assurdo possa esserci». Il pensiero costante ogni volta in cui si mette qualcuno di nuovo in sella, in cui un giovane acquista la sua prima bicicletta ed inizia a progettare viaggi ed avventure, è proprio rivolto a ciò che potrebbe accadere sulla strada, a ciò che chi pedala già conosce, purtroppo. Fabio Conti ha vissuto questi dubbi quando la fidanzata ha iniziato ad andare in bicicletta e a fare uscite in solitaria: «Le prime volte che viaggiava da sola ero in pensiero, purtroppo conosco le nostre strade e, quindi, pongo particolare attenzione ai pericoli».


La tematica della parità di genere è presa in considerazione da Conti che la segnala come uno dei punti principali per il futuro delle uscite in sella, della comunità, ma, a dire il vero, del ciclismo stesso: «Per alcuni anni si è portata avanti l’idea del ciclismo come “uno sport da uomini”. Che fesseria! Per fortuna superata, sconfitta, sicuramente basata sull’ignoranza. Però, almeno da noi, mi sembra che siano meno le donne che pedalano: se ho un desiderio è che questo gruppo si allarghi, è importante. Mi piacerebbe che chiunque passasse di qui e volesse iniziare a pedalare o a viaggiare in bicicletta ci provasse, chiedesse, si mettesse in gioco. Noi siamo qui».
Il tempo in negozio, in effetti, è sempre di più, le pedalate si sono ridotte e anche quando si va in bici, nei giri organizzati o negli eventi, il pensiero che si tratti di lavoro, le responsabilità connesse sono sempre presenti, forti, a tratti invadenti, ma il lato bello continua a prevalere, su e giù dalla sella.


Una sfaccettatura che ha a che vedere con i segreti. Sì, i piccoli segreti che ognuno di noi ha, spesso riguardanti sciocchezze della vita quotidiana, che, tuttavia, custodisce gelosamente e racconta a pochi, pochissimi, spesso solo agli amici più intimi: «Dico sempre che, nel nostro ruolo, dobbiamo ricordarci un sacco di cose: ci sono clienti che, a casa, non dicono o non vogliono dire di aver acquistato una bicicletta, altri, invece, cercano di non dire alle compagne o alle moglie il vero prezzo della bici. A quel punto, siccome il paese è piccolo ed il locale è frequentato da tutti, noi non dobbiamo confonderci, per non creare litigi. Qualche volta, invece, contribuiamo pure a risolvere qualche piccola discussione. Sai, forse è una delle parti più belle del mio lavoro». Quei minuscoli segreti, alla fine, sembrano essere sparsi nell’aria, un poco per tutto il negozio, quella bottega, piccola, intima e romantica, a Bagnacavallo, nel paese del dolce di San Michele.