I quarantotto giorni di Giovanni Battaglin
In quel periodo, la Vuelta a España si correva tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. Era il 1981 e Giovanni Battaglin, da Marostica, aveva pedalato tre settimane attraverso la Spagna ed a Madrid era arrivato con addosso una strana maglia gialla. Non il giallo felino del Tour, ma qualcosa tendente all’oro: “amarillo”, dicevano in Spagna. Era il simbolo del primato e ancora oggi Battaglin sostiene che fosse bello e riconoscibile, che colpisse l’occhio e non si confodesse tra il caleidoscopio di colori del gruppo. Ma questo è il destino del giallo, in qualunque sfumatura. Già, in quegli anni la Vuelta era il primo grande Giro e Battaglin l’aveva vinto. Era il dieci maggio. Il quattordici, da Lignano Sabbiadoro, sarebbe partito il Giro d’Italia. Battaglin, che correva per la Inoxpran, quel Giro doveva correrlo. Non passò nemmeno da casa, volò subito verso l’Italia e andò a Trieste, in albergo. Poche chiacchiere e menare, è antico motto dei ciclisti. Non c’è spazio per la lamentela e poi Marostica è città degli scacchi e chi gioca a scacchi affina la mente e pensa a nuove mosse, nel silenzio che molti scambiano per noia. Battaglin non parlava ma un’idea l’aveva. Eddy Merckx, nel 1973, quasi dieci anni prima, era stato l’unico ciclista a vincere Vuelta e Giro nello stesso anno. Ora sappiamo che anche Alberto Contador ci sarebbe riuscito, nel 2008. Adesso che in Spagna aveva dominato il plotone, perché non provarci? Era un ragazzo umile, era un ciclista. In Italia avrebbe trovato Giuseppe Saronni, Silvano Contini, Roberto Visentini, Giambattista Baronchelli e via così. In Italia avrebbe trovato, per la prima volta, dei ciclisti, quelli in corsa per la Hoonved-Bottecchia, con pantaloncini azzurri e non neri. Non era una mossa regolare, non si poteva. Per questo, quei corridori arrivarono alla partenza con calzamaglie nere a coprire il dettaglio. Della serie: «Se va, va». E certe cose vanno fatte andare così, altrimenti non si cambia più. Battaglin era lì e chissà di tutto questo cos’ha pensato. Forse niente. Ha solo corso così, in apnea, come ha dichiarato in varie interviste.
Il 5 giugno 1981 si correva la ventesima tappa della Corsa Rosa: da San Vigilio di Marebbe al Rifugio Auronzo sarebbero stati cento chilometri di muscoli accartocciati e smorfie delle notti peggiori. Giovanni Battaglin, il giorno prima, aveva attaccato sul Passo Furcia e si era preso la tappa. Aveva fatto male, molto male: Contini, però, la maglia rosa se l’era tenuta stretta seppur per tre secondi. Un nulla. Ma chi l’ha detto che non si può perdere per tre secondi? Si può, si può eccome. E chi perde per tre secondi ha perso. Il resto è chiacchiera. Mancavano due chilometri al traguardo in quel sabato di quasi estate. Davanti c’era la fuga di giornata: Beat Breu e Joseph Fuchs, in barba alla neutralità Svizzera, sarebbero arrivati esattamente in quest’ordine. Giovanni Battaglin aspettava e con la coda dell’occhio controllava Saronni. Ogni mossa, ogni minima increspatura della pedalata era un dettaglio registrato, ogni respiro differente era un indizio, una chiamata all’assalto. Lo controllava senza voltarsi, poi, ad un tratto, uno sguardo e la prova: Saronni era stremato. Aveva sul volto le rughe della fatica: occhi grandi, lineamenti segnati. Battaglin attaccò e da quel momento ignorò completamente il rivale. Saronni gli prese la ruota, cercò di resistergli, ma non poteva. Non quel giorno. Un ciclista avverte certe cose attraverso sensi acuiti dalla fatica, non ha bisogno dello sguardo. Un ciclista è un animale d’altri tempi. La gente ballava nel caos della salita, Battaglin guidava la bicicletta, leggero, Saronni la trascinava: venti secondi di ritardo che pesavano come una condanna. Il giorno dopo, nella cronometro tra Soave e Verona, Knudsen fece a pezzi la concorrenza. Erano passati quarantotto giorni e Battaglin ce l’aveva fatta. Il Giro dopo la Vuelta. Come Merckx, anche se Merckx era un’altra cosa. Ma a Giovanni Battaglin bastava essere Giovanni Battaglin, dal paese degli scacchi.
SELLE ITALIA - Capsule Collection Opal White
L’opale, gemma di rara bellezza, è spesso associato alla capacità di rafforzare il legame con il proprio sé più profondo. La nuova Capsule Collection Opal White di Selle Italia traduce questa filosofia nel mondo del ciclismo, ridefinendo la relazione tra ciclista e bicicletta.
La collezione include quattro versioni della iconica sella SLR e un nastro manubrio abbinato. La finitura bianca opalescente, arricchita da riflessi iridescenti, richiama la purezza e i colori cangianti dell’opale, offrendo un’esperienza visiva e tattile unica. Non si tratta solo di componenti, ma di punti di contatto essenziali che creano una collegamento armonioso tra chi pedala e il suo mezzo.
La sella SLR Carbon Opal White è un’edizione limitata, progettata per ciclisti che cercano prestazioni elevate e uno stile unico.
Grazie alla tecnologia Superflow, questa sella riduce drasticamente la pressione nell’area perineale, migliorando il comfort anche durante le uscite più lunghe. I binari in carbonio sono realizzati con un nuovo layup ottimizzato e presentano un angolo migliorato che incrementa l’assorbimento delle vibrazioni per una pedalata più fluida. La scocca in composito di carbonio e polimero di nylon di alta qualità garantisce robustezza senza compromettere il peso (118 grammi per la versione S3 e 122 grammi per la versione L3).
La sella presenta una forma neutra, ideale sia per ciclisti con rotazione anteriore del bacino (dinamici) che per quelli con rotazione posteriore (statici), adattandosi perfettamente a diverse esigenze biomeccaniche. A completare il tutto, il rivestimento del pad fatto a mano non solo aggiunge un tocco di eleganza, ma garantisce anche un comfort ottimale grazie ai materiali pregiati utilizzati.
Il nastro manubrio Opal White si distingue per il suo design esclusivo, caratterizzato da una finitura opalescente e dal logo iridescente che aggiunge un tocco di raffinatezza e unicità al manubrio della bicicletta. Oltre all’estetica, questo nastro garantisce una presa sicura, il massimo comfort e una piacevole sensazione al tatto, ideale per le uscite più lunghe. Realizzato con materiali di alta qualità come PU, Gel e Lycra, combina resistenza e elasticità. Con uno spessore di 3 mm, è perfetto per assorbire le vibrazioni, mentre le sue dimensioni di 30 x 2100 mm lo rendono adatto a tutti i tipi di manubrio.
Combinando materiali all’avanguardia al simbolismo dell’opale, Selle Italia ha creato una collezione che non solo eleva il comfort e la performance, ma consolida la connessione tra il ciclista e la sua estensione naturale: la bicicletta.
Volevo essere Giulio Pellizzari
L’attacco era nelle gambe. Giulio Pellizzari aveva questa cosa che gli frullava in testa già da giovedì: voleva andare via da solo, staccarli tutti e vincere a braccia levate come fanno gli scalatori di ogni tempo e di ogni epoca. Al termine della frazione con arrivo a Trento, ci aveva confessato che dopo i problemi dell’inizio di quella tappa con la sua squadra al lavoro per richiudere il buco che si era creato, nella sua mente si era fatta strada l’idea di un attacco. Aveva riflettuto e, alla fine, aveva scelto di rimandare, non di rinunciare. Però l’attacco era nelle gambe e da lì nessuno poteva levarlo. La scintilla doveva scoccare e bruciare.
Pellizzari sta imparando a fare il leader. Non solo nelle dichiarazioni, anche nei comportamenti in corsa. C’è un senso di responsabilità per la propria squadra e per i propri compagni che emerge chiaro in ogni atteggiamento. In questo Tour of the Alps, ha avuto modo di parlare dei giovani e non faceva riferimento solo alla propria persona anche se pure lui è giovane e, in un certo senso, chi glielo fa fare di prendersi sulle spalle la sorte di tutti i giovani ciclisti. Non ha fatto chissà cosa, intendiamoci, però ha preso un discorso che partiva da un particolare e l’ha fatto diventare generale, in modo che ogni giovane corridore potesse riconoscersi e sentirsi rappresentato. Alla partenza dell’ultima tappa, in molti gli hanno chiesto autografi e fotografie. Era atteso alle interviste e, nella fretta, si era dimenticato di autografare un poster ad un gruppo di bambini. Si è voltato, è tornato indietro, ha fatto l’autografo, controllato un’ultima volta che non ci fosse nessuno ed è andato via. Ora sappiamo tutti cosa avesse in testa, visto com’è finita: era nervoso probabilmente, come ogni atleta quando si gioca la gara di cui è al comando, però essere leader significa anche accettare questo aspetto. Ci ricorda qualcuno che, tempo fa, ci ha detto: “Non sai mai da dove arriva chi ti chiede un autografo, forse ha anche più problemi di te quel giorno, eppure…”. Magari anche Pellizzari la pensa così.
I suoi compagni l’hanno preso in giro perché da quando è arrivato a Innsbruck continua a ripetere che non ha le gambe migliori, che non si sente poi tanto bene, che non ha la forma che si aspettava di avere. Poi ha vinto la seconda tappa e gli hanno detto: “Per fortuna che non vai, Giulio”. Lui non si è nascosto: “Loro mi prendono in giro ed io ci rido, però non era pretattica. Davvero non mi sentivo bene all’inizio di questa corsa. Quando le cose non vanno come vorrei, lo dico. Anche per rispetto della mia squadra”. Sì, nell’attacco dell’ultima frazione c’era anche la sua squadra. Ha attaccato per loro, per restituire il lavoro della settimana, Ha attaccato, a venti chilometri dall’arrivo, dopo aver messo Giovanni Aleotti a fare l’andatura per sfiancare gli avversari, e quella solitudine dello scalatore in fuga se l’è tenuta stretta fino al traguardo. Lo inseguiva Egan Bernal, un altro che avrebbe meritato una vittoria per quello che è, per quello che rappresenta nel ciclismo, non solo per quanto ha vinto. Ma è stato un inseguimento vano pur se non privo di significati.
Durante la conferenza di presentazione aveva chiesto a tutti quale fosse l’ultimo italiano ad avere vinto questa corsa. Gli avevano detto che era stato Vincenzo Nibali, nel 2013, ed era rimasto così, senza rispondere più di tanto, perché “signori, parliamo di Vincenzo Nibali”. Alla fine, dal 24 aprile 2026, l’ultimo italiano a vincere il Tour of the Alps è Giulio Pellizzari, il Duca di Camerino. Ma non si fanno confronti, non si fanno paragoni, perché non ha senso e perché, se dai giovani bisogna imparare, Pellizzari è il primo a non volere queste storie. L’ultimo italiano è Giulio Pellizzari che voleva vincere qui perché Andrea, la sua ragazza, è di queste parti e tutti lo conoscono fra le strade. Anche questo è un senso di restituzione, alla fine. Qualcosa che rimanda ad altro: a quanto può essere piccolo il mondo di ciascuno e a quanto sia bello quel piccolo universo anche quando la società parla di sogni enormi e di personaggi conosciuti e riconosciuti ovunque. A Pellizzari interessa essere conosciuto e riconosciuto dove si sente a casa. Il resto si vedrà. L’ultimo italiano è lui che aveva l’attacco nelle gambe e quando l’ha piantato sulla strada ha seminato il caos.
Sembrava di essere a Filottrano
Michele Scarponi amava la Liegi Bastogne Liegi e avrebbe voluto vincerla. Proprio qualche sera fa, Alessandra Giardini, nostra collega, ci ha raccontato della prima Liegi di “Scarpa”. Era curioso di correrla, voleva capire, scoprire, sempre con quell’aria scanzonata che, in realtà, nascondeva un’interiorità piena di cose e di idee. Alessandra ha telefonato a Michele la sera di quella Liegi:
“Allora, Michele, com’è andata?”
E lui: “È bellissima. Mi sembrava di essere a Filottrano. Sì, con tutti quei su e giù mi sentivo proprio a casa mia”
Che storia, Scarpa. Il 23 aprile del 2017, però, a Liegi, non c’eri. Te n’eri andato da casa la mattina del sabato, sceso in garage a prendere la bicicletta in silenzio, senza far rumore, per non disturbare nessuno, per non svegliare nessuno. L’avevi presa ed eri andato a lavorare, felice perché pochi giorni prima eri anche tornato a vincere al Tour of the Alps e ci voleva e la volevi quella vittoria. Eri felice pure perché avevi parlato con il CT della nazionale, Davide Cassani, e ti aveva chiesto di correre ancora, pensando ai prossimi Campionati del Mondo. O, forse, eri felice perché da queste parti è necessario cercare di esserlo per andare avanti. A Liegi non c’eri perché ti avevano portato via a pochi metri da casa, quel sabato mattina. Ucciso dalla violenza stradale di cui parla tuo fratello Marco.
A Liegi, probabilmente, quel giorno, nessuno aveva più il coraggio o la forza di aspettare qualcosa, sebbene tutti, inconsciamente, lo stessimo facendo. Qualche giorno prima, Alejandro Valverde aveva centrato il successo alla Freccia Vallone ed in molti si chiedevano se sarebbe riuscito, per l’ennesima volta, a fare doppietta. Se lo chiedevano fino a quel sabato mattina poi non era più così importante. Valverde ci è riuscito: è scattato ai 400 metri dal traguardo, si è riportato su Daniel Martin. Ha vinto, ha indicato il cielo, ha pianto e ha detto poche parole: “Scarponi… Michele era un mio amico autentico. I premi di questa vittoria sono per lui e per la sua famiglia. Ci mancherà. A me ed a tutto il mondo del ciclismo”. Tutti pensavano a te. E sembrava davvero di essere a Filottrano. Avevi ragione. Anche questa volta.
De Marchi e Pogačar nei nuovi libri di Pagine alvento
All’interno della collana Pagine Alvento, Mulatero editore pubblica in questi giorni due nuovi libri. Si tratta de “Il numero rosso” di Alessandro De Marchi con Filippo Cauz e “Tadej Pogačar. Inarrestabile.

IL NUMERO ROSSO
Come spesso accade nel ciclismo e non solo, tutto parte dagli esseri umani e dalla loro conoscenza. Così è successo tra Filippo Cauz e Alessandro De Marchi che si sono incontrati più volte nel ruolo di giornalista e corridore intervistato, le prime intorno al 2020, proprio alle corse. Sin da quel momento, era chiara una certa propensione al racconto, una profonda voglia di raccontarsi ed uno spirito narrativo pressoché innato nel “Rosso di Buja”, ma nulla più. Il libro, la sua idea almeno, nasce negli ultimi mesi del 2024 quando De Marchi e Cauz ne parlano al telefono e si incontrano, poi, in Friuli Venezia Giulia, a Buja, per una tre giorni di confronto in piena off-season. Più precisamente quell’incontro avviene nella saletta di un’osteria a Gemona del Friuli, accanto ad un camino acceso. Alessandro De Marchi tiene fra le mani un quadernino, Filippo Cauz un registratore. «Avrei scoperto poco dopo che quel quaderno aveva una decina di pagine già scritte. Erano suoi appunti sul libro che sarebbe stato: certo un embrione, tuttavia con già ben chiara la direzione del racconto. Avremmo dovuto scavare, approfondire, ma avevamo una base solida da cui partire per confezionare il nostro lavoro. La chiacchierata, però, non partì da quegli appunti, ma dal “DeMa” che, appena sedutosi, mi parlò chiaramente: “Non lo sa nessuno, nemmeno la squadra, ma non voglio girarci attorno con te: quella che inizia tra poche settimane sarà la mia ultima stagione tra i professionisti”. Sì, mi stava annunciando il suo ritiro. Da lì saremmo partiti».
In realtà, l’idea iniziale di De Marchi era differente: gareggiare ancora nel 2026, anno in cui avrebbe potuto disputare il decimo Giro d’Italia e, mentre lo correva, compiere quarant’anni. Quasi una celebrazione delle cifre tonde. Poi qualcosa è cambiato: l’idea e la percezione, allora i numeri non contavano più così tanto. Da quel momento, spesso, ci si ritrovava per qualche giorno in Friuli e mentre De Marchi raccontava, Cauz scriveva. Il libro, di fatto, è nato nell’ultima stagione di De Marchi in gruppo ed ha anche raccolto un paio di episodi che il friulano non aveva mai raccontato pubblicamente: «Ho fatto lavoro di ricerca e di studio anche autonomamente- prosegue Filippo Cauz- e, anche quando Alessandro era alle corse, alla sera ci scambiavamo vocal in cui bastava una domanda per aprire il fiume del racconto. Proprio per quello spirito narrativo di cui parlavo, il testo del libro è molto fedele alle parole pronunciate da De Marchi che ha una proprietà di linguaggio tale da far sì che la percentuale di intervento mio sia molto inferiore a quella usuale nelle biografie».
Sulla prima pagina di quel quaderno, però, non un testo, ma un elenco di nomi e di incontri che negli anni hanno segnato la carriera e la persona di De Marchi, importanti tanto sportivamente quanto umanamente. Negli anni è stato lo stesso Rosso di Buja a diventare riferimento per gli altri però quelle persone non le ha mai scordate. Gianni Savio, per esempio. Racconta Cauz di un messaggio di De Marchi proprio nel giorno in cui “Il Principe” se n’è andato a fine dicembre del 2024. «C’è un affetto sincero per Savio nel ricordo di De Marchi. Potrei dire che Alessandro avrebbe voluto regalare questo libro a Gianni e, magari, condividere con lui alcune riflessioni durante la stesura. Si tratta di qualcosa che va anche oltre il ciclismo. Il “DeMa” parla spesso di imprinting: lui ha avuto l’imprinting di Gianni Savio, come ha avuto l’imprinting del Cycling Team Friuli. Se ci si pensa, il tempo che i due hanno condiviso non è poi molto, dal 2010 al 2012, ma non è questo a cambiare le cose. Se c’è un fatto che ho capito è che in questo piccolo mondo che è il ciclismo ci si ritrova tra simili e loro si erano trovati, per questo Alessandro, in quei giorni del 2024, ha pubblicato quella foto in Androni per ricordare Gianni e forse anche per questo ha iniziato a scrivere».
Il libro si chiude, in pratica, nei giorni della festa di addio al ciclismo di De Marchi, quella a cui era presente anche Stefano Rizzato, giornalista Rai che del libro ha scritto la postfazione. O, forse, qualche tempo dopo a Milano. «Alessandro De Marchi è un uomo figlio della propria terra per cui nutre un attaccamento molto forte: penso al Cycling Team Friuli, alla bandiera, a tanti ricordi. Però ho capito che non c’è nulla di campanilistico in questo amore. Il suo affetto per i luoghi è un affetto che deriva da quello provato per le relazioni, per i rapporti umani che ha vissuto in quei posti. Questo è un valore che mi ha colpito. L’altro è quello per cui utilizzerei la parola dignità». La dignità di De Marchi si cela in almeno due aspetti. La sua durezza, tipica e friulana, che l’ha sempre portato ad essere tosto caratterialmente, rigido, una persona con cui può non essere sempre facile collaborare proprio per una certa severità che applica e di cui, spiega Cauz, è la prima vittima in quanto non perdona nulla nemmeno alla propria persona. «Ed arriviamo così al secondo punto. Con Alessandro ho spesso parlato di politica e l’ho fatto anche durante la scrittura di questo libro. Ad un certo punto, mi sono accorto che stavo cercando di fargli dire determinate cose che sapevo benissimo essere un suo sentore perché era già capitato di scambiarsi pareri. Lui ha accettato ma solo in parte: “Posso dirti quello che capita a me, la mia visione nella mia quotidianità ma chi sono per fare un comizio? Non ritengo di doverlo fare e non voglio farlo”. In questo ho visto un grandissimo senso di attaccamento alla realtà di De Marchi. Una fedeltà a ciò che è e che è stato che mi è stata confermata quando abbiamo parlato del team Israel. Alessandro non ha fatto alcuno sconto a quella realtà, è stato sincero, duro, però ha anche ammesso: “Adesso sarebbe facile fare marcia indietro e dire che non avrei dovuto fare quelle scelte. Le ho fatte perché ero a casa senza contratto e con dei figli. Sapevo bene quello che stavo facendo quando ho firmato il contratto con loro ed ho scelto di farlo”. Questa è la realtà di De Marchi».

TADEJ POGAČAR. INARRESTABILE.
Nel caso del libro scritto da Andy McGrath, Filippo Cauz è stato il traduttore. Un tratto saliente di questo libro è, senza dubbio, quello di essere una biografia di un atleta ancora in attività: «Non solo. Si tratta di un ciclista che, almeno per una generazione, è il più forte ciclista mai visto al mondo. Chi ha visto Eddy Merckx potrebbe dissentire, ma non entro in questo ambito che nemmeno mi interessa. Per la nostra generazione, se ci basiamo sui numeri, è indubbiamente così. Si tratta di un fatto che caratterizza la scrittura. Un esempio? Uno degli ultimi capitoli del libro parla del tentativo costante di Tadej Pogačar di vincere la Milano-Sanremo, non riuscendoci. Ironia della sorte vuole che questo libro venga pubblicato da Mulatero poche settimane dopo il giorno in cui lo sloveno ha effettivamente conquistato la Classicissima. Ecco cosa può accadere quando parliamo di un corridore che sta scrivendo la storia».
Confessa Filippo Cauz che una delle parti probabilmente più interessanti per molti sarà quella legata all’allenamento trattato in maniera molto tecnica. Allo stesso modo, sicuramente molte chicche potranno riscontrarsi nei racconti della giovinezza del campione sloveno, una parte di vita meno conosciuta, seppur ormai di Pogačar si conosca tutto o quasi. Andy McGrath non ha intervistato Tadej per scrivere il libro: «Ha però incontrato molte persone che l’hanno conosciuto sotto diversi ruoli e sfaccettature: amici, compagni di squadra, professionisti ed ex professionisti, meccanici, allenatori, direttori sportivi e così via. Ad esempio, Davide Formolo e credo che, forse, coloro che non corrono più possano fare un racconto differente dell’atleta e dell’uomo».
Alcuni aspetti sono curiosi. Si ritorna al Tour del 2020, quello che Pogačar ha strappato all’ultimo ad un altro sloveno, Primož Roglič. Si narra la sofferenza provata dallo stesso Tadej che, a tratti, ha avvertito, nella narrazione di chi gli era vicino, anche un certo senso di colpa per quel Tour che, alla fine, riconosceva essere meritato dal connazionale. Ed allo stesso tempo si racconta come molti sloveni non abbiano perdonato mai quella giornata a Pogačar. Un bello spaccato di cui non si è mai trattato.
Adesso rileggere quel capitolo sulla Sanremo assume un altro significato ed allo stesso tempo averlo tradotto ha suscitato delle riflessioni in Cauz: «Non definisco lo sloveno un robot perché di sicuro suscita emozioni osservarlo nelle corse. Però programmatore sì, perché è un programmatore. Vince anche perché programma. Anche la Sanremo dello scorso anno era stata programmata e studiata. Penso all’attacco sulla Cipressa ed al testa a testa con van der Poel. Eppure quel giorno, Tadej ha perso. Quest’anno i suoi piani sono andati all’aria. Ha perso due compagni, è caduto, ha dovuto rimontare ed ha vinto. Alla fine, per salire sul gradino più alto della Sanremo doveva cavalcare il caos».
Un lungo percorso verso la vittoria

Voleva correre e aveva il timore di farlo, soprattutto su quelle strade, così insidiose, così piene di tranelli. A vincere non pensava e che avrebbe vinto non ha creduto fino all’ultimo. Quello che sognava era fare la gara e la gara l’ha fatta grazie alla sua squadra, la Cofidis ed alle sue compagne. Anche quel successo, per dirla con Alzini, «non è avvenuto così, come nascono i funghi, sotto le foglie». Succede grazie a persone molto pazienti, grazie a coloro che restano, che trasformano il sostegno in gesti, in simboli, grazie ai medici ed ai fisioterapisti. Alzini ha accettato in questo modo i giorni no e forse ha compreso per la prima volta, a ventotto anni, il significato di un infortunio grave, duro, lei che non aveva mai fatto fisioterapia prima di quest’estate. «Da atleta so e ho sempre saputo che farsi male è parte del “gioco”, così male però non avevo mai provato. La pazienza di cui parlo è anche quella della squadra che non mi ha mai chiesto nulla o messo fretta. Mi hanno fatto sentire libera. A Tignes, al ritiro prima del Tour de France, non avrei dovuto partecipare, perché non “la muovevo”, faticavo e, soprattutto, non dovevo partire per la Francia. Invece mi hanno voluta, perché anche in quel momento mi ricordassi di essere parte di un gruppo, di non essere sola. Non sempre succede, non tutti hanno questa delicatezza. E io me ne ricordo, me ne ricorderò sempre»

La bicicletta oltre il ciclismo: intervista a Maria Giulia Confalonieri
L'idea si è formata nel tempo, per questo i ripensamenti non ci sono mai stati. Eppure a Maria Giulia Confalonieri l'hanno ripetuto in tanti: «Ma perché non ci ripensi? In fondo, vai ancora bene, le gambe ci sono, la voglia non ti manca, dai, mettiti in gioco ancora per un anno, poi smetti!». L'ultima a ripeterglielo è stata sua madre, non molte settimane fa, e, racconta Confalonieri, forse lei ci spera ancora, ma non accadrà. Dall'8 ottobre 2025, il giorno della sua ultima gara, la Tre Valli Varesine conquistata da Elisa Longo Borghini, Maria Giulia Confalonieri non fa più parte del gruppo: ha detto basta. In Uno-X Mobility, già nel 2024, le avevano proposto un contratto di due anni, inizialmente aveva accettato, successivamente aveva chiesto di poter firmare per una sola stagione. La porta è rimasta aperta, se ne è parlato ad aprile e, ancora, a luglio, dopo il Tour de France, ma le idee così salde, così ben costruite, con radici tanto profonde e motivazioni altrettanto valide, non svaniscono da un giorno all'altro: «Non smetto perché mi manca la performance, i miei numeri sono sempre gli stessi. E, dirò di più, non manca nemmeno la voglia di andare in bicicletta. Giusto ieri ho pedalato, sì, perché non pedalano solo le professioniste. Ritengo di aver disputato un'ultima stagione di alto livello. Non ho vinto molto in carriera, ma quello che ho fatto, per me o per le mie compagne, è sempre stato declinato al massimo della professionalità. Prima o poi la bicicletta mi avrebbe stancato, prima o poi questo lavoro mi avrebbe stancato. Questa è stata la mia più grande paura: dovermi trascinare alle corse, dovermi staccare dopo qualche decina di chilometri e iniziare ad inseguire, dover elemosinare un contratto. Peggio, scendere dalla bicicletta come ciclista professionista e abbandonarla in un garage perché talmente stanca, sfinita, da non sopportarla più, da odiarla. Il momento giusto per dire basta era questo: è semplice».
Ogni tanto, il suo direttore sportivo la affiancava, soprattutto a decisione presa, e le ricordava come "questa" fosse l'ultima volta: di una classica, di una gara all'estero, di una gara in Italia, sino all'ultima partenza, all'ultimo arrivo e all'ultima volta in cui ha disfatto la valigia. Non una valigia a caso, ma quella da ciclista. Le ricordava queste ultime volte e le chiedeva cosa provasse, cosa sentisse, se non vi fosse almeno un residuo di malinconia, di nostalgia o, ancora meglio, di voglia di tornare indietro. La risposta di Confalonieri è sempre stata negativa. Certo, è giovane per smettere, certo, potrebbe fare ancora qualche anno, qualche gara, qualche risultato, ma va bene così. In fondo, è professionista dal 2012, sempre nelle massime categorie, si è stancata di dover dimostrare, di dover fare: ha il desiderio di cambiare forma e divertirsi.
Parla volentieri di tutti i posti che ha visto e di tutte le persone che ha incontrato, parla delle possibilità e del cambiamento del "suo caro vecchio ciclismo": «Tutto attorno a me è cresciuto, è migliorato, almeno a livello organizzativo e di strutture, anche di compensi, di professionalità. Eppure un filo di amaro in bocca l'ho. Si va più forte, più veloci, merito di tutti quei numeri che ci hanno sommerso, di tutti quei dati, le prestazioni migliorano ma sento che si perde un pezzo di umanità, si perde il coraggio di donne e uomini». Ripete di non essere una vincente, di non esserlo stata nella propria carriera, le sue soddisfazioni sono andate oltre il concetto di vittoria. Il podio alla Gent-Wevelgem è «il suo risultato», ma, forse, l'orgoglio più grande è quello di essere stata parte della vittoria mondiale di Elisa Balsamo a Leuven. Dice proprio così Maria Giulia Confalonieri: «sentirsi parte di un bel momento».

A pedalare ha iniziato giovanissima, assieme alla cugina Alice Maria Arzuffi, che ancora corre in bicicletta, ma non era questo il suo sogno. Anzi, a dire il vero quale fosse il suo sogno, diciamo nel periodo delle scuole elementari, non lo ricorda nemmeno lei, forse, dice, avremmo dovuto chiederglielo in quel periodo e qualcosa ci avrebbe risposto. Oggi non sa, ma di sicuro non voleva essere una ciclista. Ha iniziato a pedalare, sono arrivati i primi risultati e di risultato in risultato ha continuato fino a diventare professionista, in un periodo in cui il ciclismo era completamente diverso da oggi e molte atlete dovevano avere un secondo lavoro per riuscire a campare: «Nel ciclismo mi sono trovata e mi sono convinta che potesse essere il mio mestiere, che potevo farcela. Ce l'ho fatta anche grazie alle Fiamme Oro, alla Polizia, in cui ho fatto ingresso nel 2015 e che mi ha permesso di proseguire. Non è stato un amore a prima vista, ma ho imparato ad amare il mio lavoro e sono certa che, quando le gare riprenderanno e la televisione le trasmetterà, qualcosa mi prenderà lo stomaco».
La voce cambia quando parla delle giovani generazioni e si interroga sulle difficoltà che incontrano le atlete quando, senza la categoria under23, passano direttamente da junior a élite, spesso senza la preparazione adeguata. Il calendario minore non è altrettanto performante ma molte squadre, soprattutto quelle più piccole, non hanno la possibilità di gareggiare all'estero ed è un circolo vizioso che non si spezza mai, visto che le gare più importanti sono disputate sempre dalle squadre maggiori e le altre formazioni, a mano a mano, sono destinate a chiudere i battenti o ad avere sempre meno spazio: «Ma non c'è ciclismo senza questa base. Se il gradino è troppo alto, le giovani non riusciranno a superarlo: serve attenzione, molta attenzione. Dimenticarselo sarebbe un errore imperdonabile».
In tutti questi anni, l'idea di smettere, di mollare quel lavoro capitato per caso, non le è mai venuta, nemmeno per sbaglio, nemmeno in un momento difficile. Ce ne sono stati di momenti duri, vari, ma mai così difficile da credere di non riuscire a superarli. Ritiene di essere stata fortunata perché sarebbe bastato un infortunio, magari, per cambiare tutto. Diligente, professionale, talentuosa, ma anche fortunata. In tante persone, in gruppo le hanno detto che mancherà, lei sa che si è chiusa una parentesi, non il libro, e i legami veri resteranno, vorrà continuare a coltivarli anche fuori da quell'universo così piccolo e intenso chiamato ciclismo professionistico. Ora c'è il dopo, senza molte certezze: vorrebbe restare in un gruppo sportivo ed è certa che la miglior cosa che possa fare sia reinventarsi, però restando nel ciclismo. Questi sarebbero stati i mesi della ripresa della preparazione: «Da qui a breve, avrei iniziato a girare come una trottola per il mondo. Ho visto posti bellissimi, li ho intravisti, a dire il vero, e ne sono felice. Però tutto il resto è sempre stato più complicato: perché una ciclista va ovunque tranne che dove vorrebbe andare e, se le capita, deve avere sempre la bicicletta a portata di mano, deve pedalare ovunque, contando e contingentando i tempi. Ho tanta voglia di andare a Bormio, nella nostra casa in montagna, questo inverno e so che potrò farlo in tranquillità». Dalla televisione, gli ultimi istanti di una corsa, di una volata, fanno quasi paura, Maria Giulia Confalonieri lo riconosce e, allo stesso tempo, ammette che sarà proprio quell'adrenalina a mancarle di più, come l'aria, perché nella vita quotidiana non c'è nulla di simile per nessuno «e un giro con gli amici non può certo raggiungere quel livello di sensazioni. Lo sa qualunque atleta e a tutti manca come l'ossigeno una volta che si decide di mettere il punto. Ne ho parlato anche con mia cugina, Alice, quando mi ha chiesto di continuare un altro anno e smettere assieme. Non so quando smetterà lei, penso che nemmeno Alice voglia una carriera infinita in cui, alla fine, ci si trascina, ma non so. Ci mancherà e faremo i conti con quello che c'è e quello che non c'è più. La bicicletta va oltre il ciclismo e questa è una certezza».
Alvento Point: Bikefellas, Bergamo
Sin dai tempi del liceo, Fabrizio Colombi ha imparato il proprio mestiere. Racconta che si usava, soprattutto in estate, iniziare a sperimentare le prime esperienze lavorative e, spesso, questo accadeva nell'ambito della ristorazione: era un ragazzino timido, introverso, un adolescente che, come può capitare e capita di sovente a quell'età, si sentiva frequentemente a disagio, nelle situazioni e nei rapporti. Proprio a causa di quei pensieri, qualche volta, gli è successo di credere che quello non fosse il lavoro ideale, perché lo costringeva al rapporto con gli altri, dietro un bancone che pareva un palcoscenico e nulla è più fonte di ansia dell'esposizione al pubblico per chi vive l'introversione: «Forse cercavo una professione che mi permettesse di rifugiarmi in me stesso, convinto che con quelle paure non sarei riuscito a fare altro, se non analizzarle e continuare a focalizzarmi su di esse. In realtà, mi serviva esattamente l'opposto: la relazionalità mi ha permesso di separare nettamente due sfere, quella privata e quella lavorativa, scindendole e permettendo a ciascuna delle due di trarre respiro, grazie a questo stacco. Una sorta di libertà che prima non avevo. L'empatia di questo mestiere costringe a non concentrarsi solo sulla propria persona, bensì sugli altri e questa relazionalità obbliga a mettere da parte, almeno per qualche ora, i problemi, piccoli o grandi che, ogni tanto, ci affliggono. Non siamo più noi il centro del mondo. All'inizio pare un ostacolo, in realtà è una salvezza, una potenzialità che permette di tornare alle faccende giornaliere più lucido e gratificato. Due dimensioni che hanno imparato a coesistere».
Ormai sono 15 anni che Colombi vive di questo lavoro e ciò che poteva sembrare una teoria è diventata una certezza con molti riscontri pratici. Per esempio, è andato via quel senso di inadeguatezza che lo attanagliava, perché il suo mestiere lo ha costretto a interfacciarsi con molte prospettive. Può essere ancora circospetto, a tratti diffidente, cela bene la propria vera intimità, ma è cambiato, è sereno, tranquillo ed ha scoperto di avere padronanze che nemmeno osava immaginare. Lui la chiama evoluzione e dice che è il lato migliore della sua professione che, dal 2021, si sviluppa all'interno di BikeFellas, a Bergamo, in via Giuseppe Gaudenzi 6: non solo ristorante, non solo officina, ma spazio polifunzionale in cui le materie si incontrano e cercano una sintonia per vibrare allo stesso ritmo, attraverso differenti pareri, prospettive e visuali.
Il progetto BikeFellas, ci spiega Roberto, accanto a Fabrizio, è nato nel 2013, sulle orme della Ciclofficina vicino alla stazione, sorta nel 2009. Lo spazio si è sempre ampliato, partendo da via Paglia, un luogo in cui si riparavano biciclette a chiunque, in viaggio, ne avesse bisogno. Nel 2018, l'idea di integrare questo aspetto con un bar a tema bici. Quel bar è cresciuto ed è alla seconda gestione, affidata, per l'appunto, a Fabrizio Colombi e Francesco Portesi. BikeFellas è un unico mondo, uno spazio aperto, da un lato il bar, con una cucina a vista, dall'altra l'officina, con il suo caos, i suoi attrezzi, i suoi cambi, intorno il negozio con accessori, biciclette. Universi, in realtà, distinti per rispettare le norme, che convivono e si ampliano o si restringono a seconda della situazione, senza soluzione di continuità tra i tavolini del bar e il lavoro nella ciclofficina. Così BikeFellas, se parlassimo di musica, sarebbe una polifonia. Così questo pezzo è una raccolta di voci a raccontare un'unica storia. Francesco e Fabrizio si conoscevano e lavoravano già nella ristorazione, Fabrizio suonava in un gruppo quando, nel periodo post pandemia, si sono scontrati con la ricerca di qualcuno che gestisse il bar all'interno di BikeFellas e hanno pensato che potesse toccare a loro: «Il dialogo è sempre il centro, sia per capire se si è le persone giuste, sia per scoprire di più, sulla propria persona, sugli altri e sul tema che si tratta. Penso al mio caso, concepivo la bicicletta come mezzo solitario, quasi eroico. Mi richiamavo alle gesta ed alle imprese, per questo, oltre che per la mia origine delle valli, prediligevo la mountain bike, i sentieri, le discese e mi piaceva poco la bicicletta da corsa che ritenevo pericolosa, quando forse era esattamente il contrario, ma il pericolo è una percezione soggettiva, inutile imbastirci una filosofia. Cosa voglio dire? Che la bicicletta come mezzo per lo spostamento urbano io l'ho scoperto qui. Scoperto per davvero intendo, perché nel contesto cittadino diverse persone la usano, ma la differenza la fa il numero di coloro che sono davvero convinte che sia sciocco non scegliere la bici per muoversi in città, loro sono fondamentali. In loro questo pensiero è realmente radicato, è davvero una convinzione. E, attenzione, è differente sapere qualcosa ed essere convinti. In quel momento l'idea è parte di noi, pronta a cambiare lo stile di vita: il nostro e, piano piano, quello della società».
All'ingresso, da BikeFellas, gli occhi vengono catturati, in maniera apparentemente rutilante e casuale, da un insieme di biciclette, cappellini, maglie, piante e sedie delle scuole degli anni sessanta. Fabrizio Colombi parla di escursionismo sensoriale, gastronomico e merceologico che si riflette nell'escursionismo vero e proprio, di quando si va da qualche parte, in viaggio, a piedi o in bicicletta. Pare non ci sia una vera e propria direzione nel locale, una stella polare a guidare, e forse è questo il motivo per cui si viene risucchiati nella sua spirale. La luce è il meccanismo attraverso cui il locale prende vita, quella stessa luce che colpisce Fabrizio ogni mattina, quando arriva qui, spesso in bicicletta: «Se il mattino è limpido, come oggi, ed il sole non è troppo alto, la luce fa prendere anche alle spillatrici un aspetto differente, sembrano quasi prendere vita, anche se può sembrare esagerato. Più corretto è affermare che paiono in movimento, come se stesse per accadere qualcosa di bello. Un movimento non frenetico, non schizofrenico, come è in movimento il progetto interno, tra bar e officina ed il loro dialogo costante». Tenere assieme è e resta sfidante, ma la complessità è gratificante, non la complicazione, la complessità.
BikeFellas ci viene descritto come un enorme diagramma ad albero, con parti più in superficie e parti che, invece, si insinuano maggiormente in profondità. Si riesce a interpretare al meglio questo diagramma attraverso la reciproca comprensione, lo scambio, senza la frenesia di dover fare le cose, ma l'interpretazione del lavoro legato al concetto di squadra ed al dinamismo dello spazio che permette una circolarità, un benessere che da esperienza in sella diventa anche interno, per una sorta di coerenza a cui è chiamato chi lo racconta e BikeFellas lo fa, con gli eventi che tiene ogni giovedì sera. Altrimenti la sintonia svanisce e si crea una frattura che ricade a cascata su chi lavora ma anche su chi visita il locale, per un caffè, per una riparazione o anche solo per due chiacchiere. Roberto riprende la parola: «Vogliamo essere inclusivi: ripariamo qualunque tipologia di bicicletta, da quelle più economiche a quelle più ricercate. Non facciamo alcun tipo di selezione, anche perché una bicicletta aggiustata è una bicicletta sicura e una bicicletta sicura mette al sicuro anche chi la guida. Chi fa il nostro lavoro ha una responsabilità che non dovrebbe mai scordare. C'è chi se lo ricorda e chi no, come tra i clienti c'è chi capisce il valore del lavoro che andiamo a svolgere e chi lo sottovaluta o non lo apprezza. Sì, spesso il lavoro del meccanico di bicicletta è sminuito, banalizzato, non se ne afferra la complessità». Anche per questo motivo qualcuno smette di fare officina: molti non fanno aggiustare le loro biciclette, pensando di risparmiare acquistandone una al supermercato, prosegue Roberto, ma non può esservi paragone tra la bicicletta del supermercato ed il lavoro di un professionista.
Quello di cui si occupano Fabrizio e Francesco, per loro stessa definizione, non è ristorazione pura, sarebbe meglio parlare di benessere e accoglienza. Fabrizio dice di più: «La ristorazione sta al nostro settore come la bicicletta sta al giro del mondo: sono sfumature diverse. Torno ai tempi dei corsi di miscelazione, dove ci spiegavano che un buon drink deve avere tre caratteristiche: essere gradevole, essere servito nel giusto tempo e "con interazione". Ecco, l'interazione è ciò che ci fa andare al bar o al ristorante quando con le scelte e le possibilità di informazione di oggi potremmo replicare qualcosa di simile o di identico nella nostra casa. Il contesto familiare, ne sono sempre più convinto, è ciò che fa sì che la gente venga a trovarci. Si tratta di un bisogno sociale a cui non possiamo sfuggire». Se BikeFellas fosse un sapore sarebbe quello della lasagnetta di pane carasau con pomodori confit e crema di burrata perché «è la tradizione scomposta e riordinata, con un piatto nuovo». Se il sapore fosse quello di un drink, sarebbe un Negroni: un terzo di gin, un terzo di vermouth e un terzo di bitter, da sempre, come stare sulle spalle dei giganti, della classicità, ma «con infinite possibilità di variazione che permettono di cambiare ogni volta». La bicicletta, negli ultimi quindici anni è cambiata molto, è arrivato il gravel, l'avventura, non solo la competizione, ma il passatempo, anche per il ciclismo da strada e la mountain bike. Allo stesso modo è cambiato il ciclismo urbano, crescendo anche in Italia seppur in maniera più lenta rispetto ad altri casi, ad avviso di Roberto: «Penso a Parigi e Londra, su tutti. Da noi resta una nicchia, seppur vi sia una maggiore coscienza ecologica. Ora servirebbe più coraggio da parte delle amministrazioni per fare piste ciclabili e sconfiggere una cultura che resta autocentrica. Bergamo ha fatto gli stessi progressi, si fatica a pedonalizzare ma penso che questo dipenda anche da una oggettiva complessità di una città con due centri, uno nella parte alta ed uno nella parte passa ed un hinterland davvero vasto». Il meccanismo della bicicletta, continua Roberto, è il medesimo, da sempre, poi c'è il mercato e ci sono le innovazioni. Fabrizio, ogni tanto, percorre le mura, in sella, e basta la velocità, il vento in faccia e l'ipersensibilità data dal movimento perché anche i posti che esistono da mille anni e che si vedono ad ogni passaggio in auto sembrino completamente diversi. Del resto, Fabrizio ce lo aveva detto all'inizio di questo incontro: «La bicicletta è un mezzo per entrare in contatto col mondo ma anche con noi stessi e, magari, scoprire una parte di noi che nemmeno immaginavamo esistesse». Cosa dire di più? Niente, punto e basta.
Una nuova frontiera per l'Everesting: il Campionato del mondo
Il primo Campionato del Mondo di Everesting si è svolto sabato 20 settembre in Sicilia, accanto alle nere pendici del vulcano Etna, in un'atmosfera surreale. Se il nostro dovere è dare la notizia, la notizia è questa. Ma crediamo ci sia qualcosa in più in questa storia. Il fatto che oltre cento ciclisti abbiano viaggiato da sedici diverse nazioni per raggiungere quel luogo e impegnarsi per la prima volta in una sfida per l'iride è l'ennesima dimostrazione di quanto il ciclismo sia in grado di inventare, di ampliare orizzonti che, solo un tempo, nemmeno tanti anni fa, non erano nemmeno immaginabili, pur scrutando ogni dettaglio in lontananza. Accade così con una bicicletta: qualcuno, magari un giovane o una giovane, ma non necessariamente, un giorno prova a fare qualcosa di strano, di mai fatto prima. Può essere che gli riesca subito, può essere che servano anni prima che gli riesca davvero, ma non conta, ne parla ad altri, ad altre e una scintilla di curiosità si instilla per quella apparente fantasia sghemba su due ruote. Così più persone provano, alcune ce la fanno, altre no, sino al giorno in cui quella bizzarra idea diventa qualcosa di ufficiale, di riconosciuto, forse un Mondiale. Ma non è questo il punto e non è detto che accada. Provate a pensare a quanti siano i nuovi utilizzi della bicicletta. Il meccanismo è sempre lo stesso, nel tempo, però, gli uomini hanno visto altre sfumature: il dovere, il viaggio, la competizione, il divertimento puro, l'equilibrio e così via.
L'Everesting era nato dal basso, dal basso si era sviluppato, non per la maglia con l'iride, ma per spirito di invenzione, di scoperta, di esplorazione, per il tentativo di avvicinarsi al limite e di vedere fino a che punto la straordinaria macchina denominata corpo umano possa arrivare. Un fenomeno globale, partito da un assunto: provare a scalare i metri di altitudine dell'Everest. Un numero magico, un numero enorme per qualunque montagna: 8848 metri. Per questo motivo l'Everesting si svolge ripetendo più volte la stessa salita sino a che il computo totale dei metri conquistati non raggiunge quella cifra. In Sicilia, al Campionato del Mondo, sono servite sette ascese al paese di Linguaglossa e ben 277 chilometri per fare l'impresa: il nome scritto nell'albo d'oro, fra gli uomini, è quello del canadese Jack Burke che ha completato il tentativo in 7 ore e 30 minuti. Fra le donne, invece, a vincere è stata Illi Gardner con un tempo di 8 ore, 28 minuti e 40 secondi. Soli 16 partecipanti hanno portato a termine la sfida del Full Everesting, molti altri partecipanti hanno scelto formati differenti, più brevi anche se ufficialmente riconosciuti: Half Everesting e Quarter Everesting.
Resistenza, l'Everesting è prima di tutto questo. Così non sembra un caso che a primeggiare sia stato Burke, un uomo che a resistere ha imparato ben prima di affrontare gli 8848 metri: voleva diventare ciclista professionista, ci è riuscito, ma una serie di avversità gli ha impedito di proseguire sulla strada che aveva scelto, così è arrivato a cimentarsi nelle prove di ultra endurance ed il risultato l'abbiamo visto tutti. Ma non c'è solo la resistenza, al traguardo, infatti, il primo aspetto su cui Burke si è soffermato è stata la complicità creatasi con gli altri ciclisti che salivano o scendevano dall'Etna. Ha parlato di divertimento in tutte quelle ore in sella, come la fatica venisse dopo, come la fatica fosse un contorno oltre ad essere la protagonista. Non solo chi ha vinto ma anche chi ha partecipato Victor Asenov, ad esempio, bulgaro, non vedente, in tandem con la sua guida, oppure Leonard Borgmann, solo ventiduenne, a cimentarsi in una prova di solito destinata a ciclisti esperti che sanno gestirsi sui lunghi sforzi, ma anche Gemma Rosell e Karen McDonald, che hanno portato storie di resistenza e di ispirazione. Il campionato del Mondo di Everesting è andato in archivio e c'è una frontiera in più, da attraversare, al vento, in bicicletta
Andare in Rwanda: intervista a Soraya Paladin
Era una strada larga, una fase di gara in cui il gruppo andava, come si dice, a blocco: un'atleta superava sul bordo della carreggiata, proprio accanto a Soraya Paladin e, nel ritrovare il proprio posto in gruppo, le sfiorava la ruota facendola franare a terra. Si è rialzata Soraya, al modo delle cicliste, ed è tornata in sella, ripartendo, nonostante il dolore. Qualche chilometro accanto al medico del Tour de France che cerca di tranquillizzarla, di dirle che, in fondo, non si è fatta nulla di grave, poi, probabilmente una buca la fa sobbalzare e, all'improvviso, sente una fitta, un dolore forte e diverso dal solito, un dolore mai provato prima: c'è qualcosa che non va, lo sa, lo sente. Qualche ora e gli esami clinici confermeranno la sua impressione: frattura del gomito e, soprattutto, frattura della clavicola. Inizialmente composta, senza necessità di intervento chirurgico, successivamente scomposta con un intervento da eseguire il prima possibile. Era il primo giorno di agosto, il gruppo proseguiva verso Chambery, Paladin tornava a casa, con molte domande e quasi nessuna risposta: Il primo infortunio serio, sebbene ve ne siano di peggiori, come ci dice lei stessa, fa questo effetto. Ma qualunque infortunio fa questo effetto, perché allontana dal proprio mondo, è una cesura netta.
L'operazione in un venerdì d'estate, in televisione le immagini di quel Tour che Canyon-SRAM Zondacrypto avrebbe voluto vincere con Kasia Niewiadoma: «Volevamo un'altra maglia gialla sul podio finale, non è successo. Ho lasciato il Tour, purtroppo alla vigilia delle frazioni più dure, dopo un Giro d'Italia in cui avevo avuto ottime sensazioni, ma non ho lasciato le mie compagne, non potevo lasciarle. E Kasia ha capito. Ha vinto la più forte, non c'è storia che tenga e la più forte era Pauline Ferrand-Prévot. Se non ci diciamo questo, non stiamo guardando in faccia alla realtà e nello sport la realtà va sempre guardata anche se fa male». Lucida come sempre Soraya Paladin. Ha letto tante cose sulla magrezza della campionessa francese, ha pensato molto e oggi qualcosa vuole dirlo: «Non nascondiamoci dietro ad un dito: i problemi alimentari esistono e nello sport, non solo nel ciclismo, sono diffusi. Non è il caso di Pauline, che è seguita scrupolosamente, ma di tante ragazze e ragazzi. Di più: i problemi alimentari sono diffusi anche nella società, fuori dal nostro piccolo mondo. Credo sia sbagliato ergere una persona a caso, in quanto famosa, e scordare la problematica vera. In primis, perché non è un caso quello di Ferrand-Prévot e a forza di parlarne si causa sofferenza anche alla stessa Pauline. Si causano pensieri negativi, magari complessi. In secundis perché parlando di questo si è oscurata la sua impresa al Tour e di quella sarebbe giusto parlare, perché il merito è la base dello sport. I problemi alimentari? Per quelli serve umanità, da parte della squadra, della famiglia, degli amici. Sono problemi seri, da rispettare e trattare con delicatezza. Non siamo solo watt, numeri, prestazioni, siamo persone e nessuno deve scordarselo. Per fortuna, è stata sdoganata la figura dello psicologo nel nostro ambiente, per ricordare a noi stesse in primis che dobbiamo avere cura di quel che ci succede. Io la penso così. Altro non so dire».

In Francia erano tutti per Ferrand-Prévot, tutti la conoscevano, la aspettavano. Una situazione non facile da gestire per la stessa Pauline. Dice Paladin che anche la presentazione squadre, talvolta, era da brividi, per la tanta gente che c'era, a tifare, in particolare, una persona. Mai accaduto prima, qualcosa di simile, da quando lei è ciclista. Per questo motivo è felice che Ferrand-Prévot parteciperà ai Mondiali in Rwanda, perché ispirerà tante giovani, ragazzine, forse bambine, e perché farà bene ad un movimento, ad un paese, a tanti sogni e anche alle illusioni. E questo a prescindere dal risultato che otterrà, dallo stato di forma e dalla condotta di gara. Alla possibilità di volare in Rwanda ha pensato spesso, Marco Velo, il CT, le ha scritto varie volte, soprattutto nei giorni dell'infortunio, e Soraya Paladin ha apprezzato, perché ha trovato prima l'interesse per la persona, poi per la ciclista. Lei è stata sincera: «Non è facile tornare in forma, Marco lo sa bene. Per qualche tempo mi sono illusa che, una volta tolto il tutore, sarei potuta tornare a pedalare come prima. Niente di più sbagliato: nei primi giorni, faticavo anche a tenere il manubrio in mano. Facevo girare i pedali e basta, sui rulli. La mobilità si riduce, cambia e risalire in sella è difficile. Sempre che non sia la testa a mollare prima che arrivi questo momento L'aspetto mentale è cruciale: i primi giorni erano dolori, dubbi, paure, voglia di ripartire, poca pazienza. Ho dovuto trovare un equilibrio, ora che l'ho trovato posso dire che, tutto sommato, non mi è andata male. Di solito, a settembre non vedevo l'ora che la stagione finisse. Adesso ho voglia di correre, sono fresca. Ma la forma è quella che è. Sono sincera». Vorrebbe volare in Rwanda e di quel paese ha parlato già a gennaio con alcune giovani del Team Development che sono nate proprio in quella terra ed in ogni conversazione ha sempre percepito quanto per loro questi Mondiali siano importanti.
Del Rwanda quelle ragazze parlano con amore, la descrivono come una terra bellissima, forse la più bella, nonostante i problemi, le difficoltà: «Andremo lontano e tutto sarà diverso. Non sarà come un Mondiale europeo. Ci saranno difficoltà e dovremo adattarci, senza inutili lamentele. Dovremo viverlo con lo spirito giusto e, se ne saremo capaci, sarà davvero un'occasione importante. Per noi, perché quante volte può capitare in una vita di fare un viaggio in Africa? Credo che chi partirà dovrà sentirsi un poco privilegiato, come accade ogni volta in cui si veste la maglia azzurra e ancor di più. Magari torneremo con il mal d'Africa. Soprattutto sarà importante per quel paese e per quelle persone, perché possano vedere e toccare con mano l'altro che c'è e, magari, trasformare le speranze in qualcosa in più. Certo, tanti sogneranno di essere ciclisti, quelle mie compagne mi hanno detto che c'è amore per il ciclismo e per la bicicletta. Ma non è l'unica possibilità: qualcuno magari osserverà attentamente le mani di un meccanico e anche quella sarà una possibilità per il futuro, una professione per il domani». In Rwanda si andrà tutte per Elisa Longo Borghini, la capitana.

«Elisa è cresciuta molto e sta continuando a crescere. Si tratta di una leader, non perché qualcuno le consegni questo ruolo ma perché lei è capace di indossarlo e vestirlo perfettamente. Riconosce il lavoro degli altri, che siano le compagne oppure lo staff. Lo fa con profondo rispetto. Il Mondiale è una delle poche cose che le mancano, le auguro possa conquistarlo, in Rwanda o altrove». Non solo Longo Borghini fra le favorite del Mondiale: Pauline Ferrand-Prévot. Demi Vollering e Kasia Niewiadoma su tutte. A giudizio di Paladin, poche possibilità per le outsider, perché il percorso è duro, troppo duro. Se però dovesse fare un nome, azzarderebbe Cédrine Kerbaol, che potrebbe approfittare del controllo che tutte le atlete riserveranno alla recente vincitrice del Tour de France.
Soraya Paladin, invece, si mette a disposizione e in squadra scherza: «Finirà che mi ricorderanno per quella che si piazza sempre, che è sempre lì, ma non vince mai". Ride di gusto mentre ce lo dice, poi riprende a riflettere: «Non posso non dire che questa situazione mi ha amareggiato parecchio, provocato frustrazione. Cosa fare? Continuando a vederla così mi sarei rovinata la carriera e pure al quotidianità. Allora ho pensato che, in fondo, essere fra le prime è il presupposto per vincere, magari accadrà e magari no, ma so di essere nel posto giusto perché possa accadere». Quando la soddisfazione per i risultati è mancata, Soraya Paladin l'ha cercata nel sostegno alle altre atlete, alle compagne, soprattutto alle più giovani e, oggi, racconta che non c'è quasi nulla che la renda orgogliosa del proprio lavoro o del proprio operato come questa capacità di aiutare, consigliare. Basta un grazie a fine gara per ricompensarla di tutto. Ama le giovani e ne parla con piacere: «Mi affascina il loro coraggio nel prendersi sulle spalle la responsabilità di una squadra e lottare a denti stretti, senza timore, Le giovani di oggi sono forti, forse sono le più forti. Le stimo molto. Vorrei solo restassero sempre con i piedi per terra perché una sportiva ha questo obbligo. Le grandi campionesse sono così, umili, nonostante i tanti risultati. Talvolta, invece, accade che le più giovani, ottenendo risultati prestissimo, si sentano arrivate. E il contorno non aiuta, perché anche il contorno cerca l'etichetta, il titolo, la possibilità di trovare nuovi campioni ogni giorno. Facciamo attenzione, tutti, perché è pericoloso. Facciano soprattutto attenzione le giovani perché per fare strada bisogna restare con i piedi per terra, non dimenticarsi mai chi si è, da dove si è partite. Le aspirazioni ed i sogni sono pane, certo. Ma a piedi per terra, altrimenti si fanno danni e ci si perde». Meglio e più di così non si poteva dire. Ora si guarda il telefono, le convocazioni ufficiali potrebbero arrivare molto presto e chissà.





















