All’interno della collana Pagine Alvento, Mulatero editore pubblica in questi giorni due nuovi libri. Si tratta de “Il numero rosso” di Alessandro De Marchi con Filippo Cauz e “Tadej Pogačar. Inarrestabile. Origini e storia di un fenomeno del ciclismo” di Andy McGrath, tradotto da Filippo Cauz. Ne abbiamo parlato proprio con Cauz, autore e traduttore, che ci ha offerto un interessante squarcio sul proprio lavoro e sul contenuto di questi libri.

IL NUMERO ROSSO

Come spesso accade nel ciclismo e non solo, tutto parte dagli esseri umani e dalla loro conoscenza. Così è successo tra Filippo Cauz e Alessandro De Marchi che si sono incontrati più volte nel ruolo di giornalista e corridore intervistato, le prime intorno al 2020, proprio alle corse. Sin da quel momento, era chiara una certa propensione al racconto, una profonda voglia di raccontarsi ed uno spirito narrativo pressoché innato nel “Rosso di Buja”, ma nulla più. Il libro, la sua idea almeno, nasce negli ultimi mesi del 2024 quando De Marchi e Cauz ne parlano al telefono e si incontrano, poi, in Friuli Venezia Giulia, a Buja, per una tre giorni di confronto in piena off-season. Più precisamente quell’incontro avviene nella saletta di un’osteria a Gemona del Friuli, accanto ad un camino acceso. Alessandro De Marchi tiene fra le mani un quadernino, Filippo Cauz un registratore. «Avrei scoperto poco dopo che quel quaderno aveva una decina di pagine già scritte. Erano suoi appunti sul libro che sarebbe stato: certo un embrione, tuttavia con già ben chiara la direzione del racconto. Avremmo dovuto scavare, approfondire, ma avevamo una base solida da cui partire per confezionare il nostro lavoro. La chiacchierata, però, non partì da quegli appunti, ma dal “DeMa” che, appena sedutosi, mi parlò chiaramente: “Non lo sa nessuno, nemmeno la squadra, ma non voglio girarci attorno con te: quella che inizia tra poche settimane sarà la mia ultima stagione tra i professionisti”. Sì, mi stava annunciando il suo ritiro. Da lì saremmo partiti».

In realtà, l’idea iniziale di De Marchi era differente: gareggiare ancora nel 2026, anno in cui avrebbe potuto disputare il decimo Giro d’Italia e, mentre lo correva, compiere quarant’anni. Quasi una celebrazione delle cifre tonde. Poi qualcosa è cambiato: l’idea e la percezione, allora i numeri non contavano più così tanto. Da quel momento, spesso, ci si ritrovava per qualche giorno in Friuli e mentre De Marchi raccontava, Cauz scriveva. Il libro, di fatto, è nato nell’ultima stagione di De Marchi in gruppo ed ha anche raccolto un paio di episodi che il friulano non aveva mai raccontato pubblicamente: «Ho fatto lavoro di ricerca e di studio anche autonomamente- prosegue Filippo Cauz- e, anche quando Alessandro era alle corse, alla sera ci scambiavamo vocal in cui bastava una domanda per aprire il fiume del racconto. Proprio per quello spirito narrativo di cui parlavo, il testo del libro è molto fedele alle parole pronunciate da De Marchi che ha una proprietà di linguaggio tale da far sì che la percentuale di intervento mio sia molto inferiore a quella usuale nelle biografie».

Sulla prima pagina di quel quaderno, però, non un testo, ma un elenco di nomi e di incontri che negli anni hanno segnato la carriera e la persona di De Marchi, importanti tanto sportivamente quanto umanamente. Negli anni è stato lo stesso Rosso di Buja a diventare riferimento per gli altri però quelle persone non le ha mai scordate. Gianni Savio, per esempio. Racconta Cauz di un messaggio di De Marchi proprio nel giorno in cui “Il Principe” se n’è andato a fine dicembre del 2024. «C’è un affetto sincero per Savio nel ricordo di De Marchi. Potrei dire che Alessandro avrebbe voluto regalare questo libro a Gianni e, magari, condividere con lui alcune riflessioni durante la stesura. Si tratta di qualcosa che va anche oltre il ciclismo. Il “DeMa” parla spesso di imprinting: lui ha avuto l’imprinting di Gianni Savio, come ha avuto l’imprinting del Cycling Team Friuli. Se ci si pensa, il tempo che i due hanno condiviso non è poi molto, dal 2010 al 2012, ma non è questo a cambiare le cose. Se c’è un fatto che ho capito è che in questo piccolo mondo che è il ciclismo ci si ritrova tra simili e loro si erano trovati, per questo Alessandro, in quei giorni del 2024, ha pubblicato quella foto in Androni per ricordare Gianni e forse anche per questo ha iniziato a scrivere».

Il libro si chiude, in pratica, nei giorni della festa di addio al ciclismo di De Marchi, quella a cui era presente anche Stefano Rizzato, giornalista Rai che del libro ha scritto la postfazione. O, forse, qualche tempo dopo a Milano. «Alessandro De Marchi è un uomo figlio della propria terra per cui nutre un attaccamento molto forte: penso al Cycling Team Friuli, alla bandiera, a tanti ricordi. Però ho capito che non c’è nulla di campanilistico in questo amore. Il suo affetto per i luoghi è un affetto che deriva da quello provato per le relazioni, per i rapporti umani che ha vissuto in quei posti. Questo è un valore che mi ha colpito. L’altro è quello per cui utilizzerei la parola dignità». La dignità di De Marchi si cela in almeno due aspetti. La sua durezza, tipica e friulana, che l’ha sempre portato ad essere tosto caratterialmente, rigido, una persona con cui può non essere sempre facile collaborare proprio per una certa severità che applica e di cui, spiega Cauz, è la prima vittima in quanto non perdona nulla nemmeno alla propria persona. «Ed arriviamo così al secondo punto. Con Alessandro ho spesso parlato di politica e l’ho fatto anche durante la scrittura di questo libro. Ad un certo punto, mi sono accorto che stavo cercando di fargli dire determinate cose che sapevo benissimo essere un suo sentore perché era già capitato di scambiarsi pareri. Lui ha accettato ma solo in parte: “Posso dirti quello che capita a me, la mia visione nella mia quotidianità ma chi sono per fare un comizio? Non ritengo di doverlo fare e non voglio farlo”. In questo ho visto un grandissimo senso di attaccamento alla realtà di De Marchi. Una fedeltà a ciò che è e che è stato che mi è stata confermata quando abbiamo parlato del team Israel. Alessandro non ha fatto alcuno sconto a quella realtà, è stato sincero, duro, però ha anche ammesso: “Adesso sarebbe facile fare marcia indietro e dire che non avrei dovuto fare quelle scelte. Le ho fatte perché ero a casa senza contratto e con dei figli. Sapevo bene quello che stavo facendo quando ho firmato il contratto con loro ed ho scelto di farlo”. Questa è la realtà di De Marchi».

TADEJ POGAČAR. INARRESTABILE.

Nel caso del libro scritto da Andy McGrath, Filippo Cauz è stato il traduttore. Un tratto saliente di questo libro è, senza dubbio, quello di essere una biografia di un atleta ancora in attività: «Non solo. Si tratta di un ciclista che, almeno per una generazione, è il più forte ciclista mai visto al mondo. Chi ha visto Eddy Merckx potrebbe dissentire, ma non entro in questo ambito che nemmeno mi interessa. Per la nostra generazione, se ci basiamo sui numeri, è indubbiamente così. Si tratta di un fatto che caratterizza la scrittura. Un esempio? Uno degli ultimi capitoli del libro parla del tentativo costante di Tadej Pogačar di vincere la Milano-Sanremo, non riuscendoci. Ironia della sorte vuole che questo libro venga pubblicato da Mulatero poche settimane dopo il giorno in cui lo sloveno ha effettivamente conquistato la Classicissima. Ecco cosa può accadere quando parliamo di un corridore che sta scrivendo la storia».

Confessa Filippo Cauz che una delle parti probabilmente più interessanti per molti sarà quella legata all’allenamento trattato in maniera molto tecnica. Allo stesso modo, sicuramente molte chicche potranno riscontrarsi nei racconti della giovinezza del campione sloveno, una parte di vita meno conosciuta, seppur ormai di Pogačar si conosca tutto o quasi. Andy McGrath non ha intervistato Tadej per scrivere il libro: «Ha però incontrato molte persone che l’hanno conosciuto sotto diversi ruoli e sfaccettature: amici, compagni di squadra, professionisti ed ex professionisti, meccanici, allenatori, direttori sportivi e così via. Ad esempio, Davide Formolo e credo che, forse, coloro che non corrono più possano fare un racconto differente dell’atleta e dell’uomo».

Alcuni aspetti sono curiosi. Si ritorna al Tour del 2020, quello che Pogačar ha strappato all’ultimo ad un altro sloveno, Primož Roglič. Si narra la sofferenza provata dallo stesso Tadej che, a tratti, ha avvertito, nella narrazione di chi gli era vicino, anche un certo senso di colpa per quel Tour che, alla fine, riconosceva essere meritato dal connazionale. Ed allo stesso tempo si racconta come molti sloveni non abbiano perdonato mai quella giornata a Pogačar. Un bello spaccato di cui non si è mai trattato.

Adesso rileggere quel capitolo sulla Sanremo assume un altro significato ed allo stesso tempo averlo tradotto ha suscitato delle riflessioni in Cauz: «Non definisco lo sloveno un robot perché di sicuro suscita emozioni osservarlo nelle corse. Però programmatore sì, perché è un programmatore. Vince anche perché programma. Anche la Sanremo dello scorso anno era stata programmata e studiata. Penso all’attacco sulla Cipressa ed al testa a testa con van der Poel. Eppure quel giorno, Tadej ha perso. Quest’anno i suoi piani sono andati all’aria. Ha perso due compagni, è caduto, ha dovuto rimontare ed ha vinto. Alla fine, per salire sul gradino più alto della Sanremo doveva cavalcare il caos».

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