Era una strada larga, una fase di gara in cui il gruppo andava, come si dice, a blocco: un’atleta superava sul bordo della carreggiata, proprio accanto a Soraya Paladin e, nel ritrovare il proprio posto in gruppo, le sfiorava la ruota facendola franare a terra. Si è rialzata Soraya, al modo delle cicliste, ed è tornata in sella, ripartendo, nonostante il dolore. Qualche chilometro accanto al medico del Tour de France che cerca di tranquillizzarla, di dirle che, in fondo, non si è fatta nulla di grave, poi, probabilmente una buca la fa sobbalzare e, all’improvviso, sente una fitta, un dolore forte e diverso dal solito, un dolore mai provato prima: c’è qualcosa che non va, lo sa, lo sente. Qualche ora e gli esami clinici confermeranno la sua impressione: frattura del gomito e, soprattutto, frattura della clavicola. Inizialmente composta, senza necessità di intervento chirurgico, successivamente scomposta con un intervento da eseguire il prima possibile. Era il primo giorno di agosto, il gruppo proseguiva verso Chambery, Paladin tornava a casa, con molte domande e quasi nessuna risposta: Il primo infortunio serio, sebbene ve ne siano di peggiori, come ci dice lei stessa, fa questo effetto. Ma qualunque infortunio fa questo effetto, perché allontana dal proprio mondo, è una cesura netta.
L’operazione in un venerdì d’estate, in televisione le immagini di quel Tour che Canyon-SRAM Zondacrypto avrebbe voluto vincere con Kasia Niewiadoma: «Volevamo un’altra maglia gialla sul podio finale, non è successo. Ho lasciato il Tour, purtroppo alla vigilia delle frazioni più dure, dopo un Giro d’Italia in cui avevo avuto ottime sensazioni, ma non ho lasciato le mie compagne, non potevo lasciarle. E Kasia ha capito. Ha vinto la più forte, non c’è storia che tenga e la più forte era Pauline Ferrand-Prévot. Se non ci diciamo questo, non stiamo guardando in faccia alla realtà e nello sport la realtà va sempre guardata anche se fa male». Lucida come sempre Soraya Paladin. Ha letto tante cose sulla magrezza della campionessa francese, ha pensato molto e oggi qualcosa vuole dirlo: «Non nascondiamoci dietro ad un dito: i problemi alimentari esistono e nello sport, non solo nel ciclismo, sono diffusi. Non è il caso di Pauline, che è seguita scrupolosamente, ma di tante ragazze e ragazzi. Di più: i problemi alimentari sono diffusi anche nella società, fuori dal nostro piccolo mondo. Credo sia sbagliato ergere una persona a caso, in quanto famosa, e scordare la problematica vera. In primis, perché non è un caso quello di Ferrand-Prévot e a forza di parlarne si causa sofferenza anche alla stessa Pauline. Si causano pensieri negativi, magari complessi. In secundis perché parlando di questo si è oscurata la sua impresa al Tour e di quella sarebbe giusto parlare, perché il merito è la base dello sport. I problemi alimentari? Per quelli serve umanità, da parte della squadra, della famiglia, degli amici. Sono problemi seri, da rispettare e trattare con delicatezza. Non siamo solo watt, numeri, prestazioni, siamo persone e nessuno deve scordarselo. Per fortuna, è stata sdoganata la figura dello psicologo nel nostro ambiente, per ricordare a noi stesse in primis che dobbiamo avere cura di quel che ci succede. Io la penso così. Altro non so dire».

In Francia erano tutti per Ferrand-Prévot, tutti la conoscevano, la aspettavano. Una situazione non facile da gestire per la stessa Pauline. Dice Paladin che anche la presentazione squadre, talvolta, era da brividi, per la tanta gente che c’era, a tifare, in particolare, una persona. Mai accaduto prima, qualcosa di simile, da quando lei è ciclista. Per questo motivo è felice che Ferrand-Prévot parteciperà ai Mondiali in Rwanda, perché ispirerà tante giovani, ragazzine, forse bambine, e perché farà bene ad un movimento, ad un paese, a tanti sogni e anche alle illusioni. E questo a prescindere dal risultato che otterrà, dallo stato di forma e dalla condotta di gara. Alla possibilità di volare in Rwanda ha pensato spesso, Marco Velo, il CT, le ha scritto varie volte, soprattutto nei giorni dell’infortunio, e Soraya Paladin ha apprezzato, perché ha trovato prima l’interesse per la persona, poi per la ciclista. Lei è stata sincera: «Non è facile tornare in forma, Marco lo sa bene. Per qualche tempo mi sono illusa che, una volta tolto il tutore, sarei potuta tornare a pedalare come prima. Niente di più sbagliato: nei primi giorni, faticavo anche a tenere il manubrio in mano. Facevo girare i pedali e basta, sui rulli. La mobilità si riduce, cambia e risalire in sella è difficile. Sempre che non sia la testa a mollare prima che arrivi questo momento L’aspetto mentale è cruciale: i primi giorni erano dolori, dubbi, paure, voglia di ripartire, poca pazienza. Ho dovuto trovare un equilibrio, ora che l’ho trovato posso dire che, tutto sommato, non mi è andata male. Di solito, a settembre non vedevo l’ora che la stagione finisse. Adesso ho voglia di correre, sono fresca. Ma la forma è quella che è. Sono sincera». Vorrebbe volare in Rwanda e di quel paese ha parlato già a gennaio con alcune giovani del Team Development che sono nate proprio in quella terra ed in ogni conversazione ha sempre percepito quanto per loro questi Mondiali siano importanti.
Del Rwanda quelle ragazze parlano con amore, la descrivono come una terra bellissima, forse la più bella, nonostante i problemi, le difficoltà: «Andremo lontano e tutto sarà diverso. Non sarà come un Mondiale europeo. Ci saranno difficoltà e dovremo adattarci, senza inutili lamentele. Dovremo viverlo con lo spirito giusto e, se ne saremo capaci, sarà davvero un’occasione importante. Per noi, perché quante volte può capitare in una vita di fare un viaggio in Africa? Credo che chi partirà dovrà sentirsi un poco privilegiato, come accade ogni volta in cui si veste la maglia azzurra e ancor di più. Magari torneremo con il mal d’Africa. Soprattutto sarà importante per quel paese e per quelle persone, perché possano vedere e toccare con mano l’altro che c’è e, magari, trasformare le speranze in qualcosa in più. Certo, tanti sogneranno di essere ciclisti, quelle mie compagne mi hanno detto che c’è amore per il ciclismo e per la bicicletta. Ma non è l’unica possibilità: qualcuno magari osserverà attentamente le mani di un meccanico e anche quella sarà una possibilità per il futuro, una professione per il domani». In Rwanda si andrà tutte per Elisa Longo Borghini, la capitana.

«Elisa è cresciuta molto e sta continuando a crescere. Si tratta di una leader, non perché qualcuno le consegni questo ruolo ma perché lei è capace di indossarlo e vestirlo perfettamente. Riconosce il lavoro degli altri, che siano le compagne oppure lo staff. Lo fa con profondo rispetto. Il Mondiale è una delle poche cose che le mancano, le auguro possa conquistarlo, in Rwanda o altrove». Non solo Longo Borghini fra le favorite del Mondiale: Pauline Ferrand-Prévot. Demi Vollering e Kasia Niewiadoma su tutte. A giudizio di Paladin, poche possibilità per le outsider, perché il percorso è duro, troppo duro. Se però dovesse fare un nome, azzarderebbe Cédrine Kerbaol, che potrebbe approfittare del controllo che tutte le atlete riserveranno alla recente vincitrice del Tour de France.
Soraya Paladin, invece, si mette a disposizione e in squadra scherza: «Finirà che mi ricorderanno per quella che si piazza sempre, che è sempre lì, ma non vince mai”. Ride di gusto mentre ce lo dice, poi riprende a riflettere: «Non posso non dire che questa situazione mi ha amareggiato parecchio, provocato frustrazione. Cosa fare? Continuando a vederla così mi sarei rovinata la carriera e pure al quotidianità. Allora ho pensato che, in fondo, essere fra le prime è il presupposto per vincere, magari accadrà e magari no, ma so di essere nel posto giusto perché possa accadere». Quando la soddisfazione per i risultati è mancata, Soraya Paladin l’ha cercata nel sostegno alle altre atlete, alle compagne, soprattutto alle più giovani e, oggi, racconta che non c’è quasi nulla che la renda orgogliosa del proprio lavoro o del proprio operato come questa capacità di aiutare, consigliare. Basta un grazie a fine gara per ricompensarla di tutto. Ama le giovani e ne parla con piacere: «Mi affascina il loro coraggio nel prendersi sulle spalle la responsabilità di una squadra e lottare a denti stretti, senza timore, Le giovani di oggi sono forti, forse sono le più forti. Le stimo molto. Vorrei solo restassero sempre con i piedi per terra perché una sportiva ha questo obbligo. Le grandi campionesse sono così, umili, nonostante i tanti risultati. Talvolta, invece, accade che le più giovani, ottenendo risultati prestissimo, si sentano arrivate. E il contorno non aiuta, perché anche il contorno cerca l’etichetta, il titolo, la possibilità di trovare nuovi campioni ogni giorno. Facciamo attenzione, tutti, perché è pericoloso. Facciano soprattutto attenzione le giovani perché per fare strada bisogna restare con i piedi per terra, non dimenticarsi mai chi si è, da dove si è partite. Le aspirazioni ed i sogni sono pane, certo. Ma a piedi per terra, altrimenti si fanno danni e ci si perde». Meglio e più di così non si poteva dire. Ora si guarda il telefono, le convocazioni ufficiali potrebbero arrivare molto presto e chissà.
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