In quel periodo, la Vuelta a España si correva tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. Era il 1981 e Giovanni Battaglin, da Marostica, aveva pedalato tre settimane attraverso la Spagna ed a Madrid era arrivato con addosso una strana maglia gialla. Non il giallo felino del Tour, ma qualcosa tendente all’oro: “amarillo”, dicevano in Spagna. Era il simbolo del primato e ancora oggi Battaglin sostiene che fosse bello e riconoscibile, che colpisse l’occhio e non si confodesse tra il caleidoscopio di colori del gruppo. Ma questo è il destino del giallo, in qualunque sfumatura. Già, in quegli anni la Vuelta era il primo grande Giro e Battaglin l’aveva vinto. Era il dieci maggio. Il quattordici, da Lignano Sabbiadoro, sarebbe partito il Giro d’Italia. Battaglin, che correva per la Inoxpran, quel Giro doveva correrlo. Non passò nemmeno da casa, volò subito verso l’Italia e andò a Trieste, in albergo. Poche chiacchiere e menare, è antico motto dei ciclisti. Non c’è spazio per la lamentela e poi Marostica è città degli scacchi e chi gioca a scacchi affina la mente e pensa a nuove mosse, nel silenzio che molti scambiano per noia. Battaglin non parlava ma un’idea l’aveva. Eddy Merckx, nel 1973, quasi dieci anni prima, era stato l’unico ciclista a vincere Vuelta e Giro nello stesso anno. Ora sappiamo che anche Alberto Contador ci sarebbe riuscito, nel 2008. Adesso che in Spagna aveva dominato il plotone, perché non provarci? Era un ragazzo umile, era un ciclista. In Italia avrebbe trovato Giuseppe Saronni, Silvano Contini, Roberto Visentini, Giambattista Baronchelli e via così. In Italia avrebbe trovato, per la prima volta, dei ciclisti, quelli in corsa per la Hoonved-Bottecchia, con pantaloncini azzurri e non neri. Non era una mossa regolare, non si poteva. Per questo, quei corridori arrivarono alla partenza con calzamaglie nere a coprire il dettaglio. Della serie: «Se va, va». E certe cose vanno fatte andare così, altrimenti non si cambia più. Battaglin era lì e chissà di tutto questo cos’ha pensato. Forse niente. Ha solo corso così, in apnea, come ha dichiarato in varie interviste.

Il 5 giugno 1981 si correva la ventesima tappa della Corsa Rosa: da San Vigilio di Marebbe al Rifugio Auronzo sarebbero stati cento chilometri di muscoli accartocciati e smorfie delle notti peggiori. Giovanni Battaglin, il giorno prima, aveva attaccato sul Passo Furcia e si era preso la tappa. Aveva fatto male, molto male: Contini, però, la maglia rosa se l’era tenuta stretta seppur per tre secondi. Un nulla. Ma chi l’ha detto che non si può perdere per tre secondi? Si può, si può eccome. E chi perde per tre secondi ha perso. Il resto è chiacchiera. Mancavano due chilometri al traguardo in quel sabato di quasi estate. Davanti c’era la fuga di giornata: Beat Breu e Joseph Fuchs, in barba alla neutralità Svizzera, sarebbero arrivati esattamente in quest’ordine. Giovanni Battaglin aspettava e con la coda dell’occhio controllava Saronni. Ogni mossa, ogni minima increspatura della pedalata era un dettaglio registrato, ogni respiro differente era un indizio, una chiamata all’assalto. Lo controllava senza voltarsi, poi, ad un tratto, uno sguardo e la prova: Saronni era stremato. Aveva sul volto le rughe della fatica: occhi grandi, lineamenti segnati. Battaglin attaccò e da quel momento ignorò completamente il rivale. Saronni gli prese la ruota, cercò di resistergli, ma non poteva. Non quel giorno. Un ciclista avverte certe cose attraverso sensi acuiti dalla fatica, non ha bisogno dello sguardo. Un ciclista è un animale d’altri tempi. La gente ballava nel caos della salita, Battaglin guidava la bicicletta, leggero, Saronni la trascinava: venti secondi di ritardo che pesavano come una condanna. Il giorno dopo, nella cronometro tra Soave e Verona, Knudsen fece a pezzi la concorrenza. Erano passati quarantotto giorni e Battaglin ce l’aveva fatta. Il Giro dopo la Vuelta. Come Merckx, anche se Merckx era un’altra cosa. Ma a Giovanni Battaglin bastava essere Giovanni Battaglin, dal paese degli scacchi.

Privacy Preference Center