L’idea si è formata nel tempo, per questo i ripensamenti non ci sono mai stati. Eppure a Maria Giulia Confalonieri l’hanno ripetuto in tanti: «Ma perché non ci ripensi? In fondo, vai ancora bene, le gambe ci sono, la voglia non ti manca, dai, mettiti in gioco ancora per un anno, poi smetti!». L’ultima a ripeterglielo è stata sua madre, non molte settimane fa, e, racconta Confalonieri, forse lei ci spera ancora, ma non accadrà. Dall’8 ottobre 2025, il giorno della sua ultima gara, la Tre Valli Varesine conquistata da Elisa Longo Borghini, Maria Giulia Confalonieri non fa più parte del gruppo: ha detto basta. In Uno-X Mobility, già nel 2024, le avevano proposto un contratto di due anni, inizialmente aveva accettato, successivamente aveva chiesto di poter firmare per una sola stagione. La porta è rimasta aperta, se ne è parlato ad aprile e, ancora, a luglio, dopo il Tour de France, ma le idee così salde, così ben costruite, con radici tanto profonde e motivazioni altrettanto valide, non svaniscono da un giorno all’altro: «Non smetto perché mi manca la performance, i miei numeri sono sempre gli stessi. E, dirò di più, non manca nemmeno la voglia di andare in bicicletta. Giusto ieri ho pedalato, sì, perché non pedalano solo le professioniste. Ritengo di aver disputato un’ultima stagione di alto livello. Non ho vinto molto in carriera, ma quello che ho fatto, per me o per le mie compagne, è sempre stato declinato al massimo della professionalità. Prima o poi la bicicletta mi avrebbe stancato, prima o poi questo lavoro mi avrebbe stancato. Questa è stata la mia più grande paura: dovermi trascinare alle corse, dovermi staccare dopo qualche decina di chilometri e iniziare ad inseguire, dover elemosinare un contratto. Peggio, scendere dalla bicicletta come ciclista professionista e abbandonarla in un garage perché talmente stanca, sfinita, da non sopportarla più, da odiarla. Il momento giusto per dire basta era questo: è semplice».
Ogni tanto, il suo direttore sportivo la affiancava, soprattutto a decisione presa, e le ricordava come “questa” fosse l’ultima volta: di una classica, di una gara all’estero, di una gara in Italia, sino all’ultima partenza, all’ultimo arrivo e all’ultima volta in cui ha disfatto la valigia. Non una valigia a caso, ma quella da ciclista. Le ricordava queste ultime volte e le chiedeva cosa provasse, cosa sentisse, se non vi fosse almeno un residuo di malinconia, di nostalgia o, ancora meglio, di voglia di tornare indietro. La risposta di Confalonieri è sempre stata negativa. Certo, è giovane per smettere, certo, potrebbe fare ancora qualche anno, qualche gara, qualche risultato, ma va bene così. In fondo, è professionista dal 2012, sempre nelle massime categorie, si è stancata di dover dimostrare, di dover fare: ha il desiderio di cambiare forma e divertirsi.
Parla volentieri di tutti i posti che ha visto e di tutte le persone che ha incontrato, parla delle possibilità e del cambiamento del “suo caro vecchio ciclismo”: «Tutto attorno a me è cresciuto, è migliorato, almeno a livello organizzativo e di strutture, anche di compensi, di professionalità. Eppure un filo di amaro in bocca l’ho. Si va più forte, più veloci, merito di tutti quei numeri che ci hanno sommerso, di tutti quei dati, le prestazioni migliorano ma sento che si perde un pezzo di umanità, si perde il coraggio di donne e uomini». Ripete di non essere una vincente, di non esserlo stata nella propria carriera, le sue soddisfazioni sono andate oltre il concetto di vittoria. Il podio alla Gent-Wevelgem è «il suo risultato», ma, forse, l’orgoglio più grande è quello di essere stata parte della vittoria mondiale di Elisa Balsamo a Leuven. Dice proprio così Maria Giulia Confalonieri: «sentirsi parte di un bel momento».

A pedalare ha iniziato giovanissima, assieme alla cugina Alice Maria Arzuffi, che ancora corre in bicicletta, ma non era questo il suo sogno. Anzi, a dire il vero quale fosse il suo sogno, diciamo nel periodo delle scuole elementari, non lo ricorda nemmeno lei, forse, dice, avremmo dovuto chiederglielo in quel periodo e qualcosa ci avrebbe risposto. Oggi non sa, ma di sicuro non voleva essere una ciclista. Ha iniziato a pedalare, sono arrivati i primi risultati e di risultato in risultato ha continuato fino a diventare professionista, in un periodo in cui il ciclismo era completamente diverso da oggi e molte atlete dovevano avere un secondo lavoro per riuscire a campare: «Nel ciclismo mi sono trovata e mi sono convinta che potesse essere il mio mestiere, che potevo farcela. Ce l’ho fatta anche grazie alle Fiamme Oro, alla Polizia, in cui ho fatto ingresso nel 2015 e che mi ha permesso di proseguire. Non è stato un amore a prima vista, ma ho imparato ad amare il mio lavoro e sono certa che, quando le gare riprenderanno e la televisione le trasmetterà, qualcosa mi prenderà lo stomaco».
La voce cambia quando parla delle giovani generazioni e si interroga sulle difficoltà che incontrano le atlete quando, senza la categoria under23, passano direttamente da junior a élite, spesso senza la preparazione adeguata. Il calendario minore non è altrettanto performante ma molte squadre, soprattutto quelle più piccole, non hanno la possibilità di gareggiare all’estero ed è un circolo vizioso che non si spezza mai, visto che le gare più importanti sono disputate sempre dalle squadre maggiori e le altre formazioni, a mano a mano, sono destinate a chiudere i battenti o ad avere sempre meno spazio: «Ma non c’è ciclismo senza questa base. Se il gradino è troppo alto, le giovani non riusciranno a superarlo: serve attenzione, molta attenzione. Dimenticarselo sarebbe un errore imperdonabile».
In tutti questi anni, l’idea di smettere, di mollare quel lavoro capitato per caso, non le è mai venuta, nemmeno per sbaglio, nemmeno in un momento difficile. Ce ne sono stati di momenti duri, vari, ma mai così difficile da credere di non riuscire a superarli. Ritiene di essere stata fortunata perché sarebbe bastato un infortunio, magari, per cambiare tutto. Diligente, professionale, talentuosa, ma anche fortunata. In tante persone, in gruppo le hanno detto che mancherà, lei sa che si è chiusa una parentesi, non il libro, e i legami veri resteranno, vorrà continuare a coltivarli anche fuori da quell’universo così piccolo e intenso chiamato ciclismo professionistico. Ora c’è il dopo, senza molte certezze: vorrebbe restare in un gruppo sportivo ed è certa che la miglior cosa che possa fare sia reinventarsi, però restando nel ciclismo. Questi sarebbero stati i mesi della ripresa della preparazione: «Da qui a breve, avrei iniziato a girare come una trottola per il mondo. Ho visto posti bellissimi, li ho intravisti, a dire il vero, e ne sono felice. Però tutto il resto è sempre stato più complicato: perché una ciclista va ovunque tranne che dove vorrebbe andare e, se le capita, deve avere sempre la bicicletta a portata di mano, deve pedalare ovunque, contando e contingentando i tempi. Ho tanta voglia di andare a Bormio, nella nostra casa in montagna, questo inverno e so che potrò farlo in tranquillità». Dalla televisione, gli ultimi istanti di una corsa, di una volata, fanno quasi paura, Maria Giulia Confalonieri lo riconosce e, allo stesso tempo, ammette che sarà proprio quell’adrenalina a mancarle di più, come l’aria, perché nella vita quotidiana non c’è nulla di simile per nessuno «e un giro con gli amici non può certo raggiungere quel livello di sensazioni. Lo sa qualunque atleta e a tutti manca come l’ossigeno una volta che si decide di mettere il punto. Ne ho parlato anche con mia cugina, Alice, quando mi ha chiesto di continuare un altro anno e smettere assieme. Non so quando smetterà lei, penso che nemmeno Alice voglia una carriera infinita in cui, alla fine, ci si trascina, ma non so. Ci mancherà e faremo i conti con quello che c’è e quello che non c’è più. La bicicletta va oltre il ciclismo e questa è una certezza».
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