L’attacco era nelle gambe. Giulio Pellizzari aveva questa cosa che gli frullava in testa già da giovedì: voleva andare via da solo, staccarli tutti e vincere a braccia levate come fanno gli scalatori di ogni tempo e di ogni epoca. Al termine della frazione con arrivo a Trento, ci aveva confessato che dopo i problemi dell’inizio di quella tappa con la sua squadra al lavoro per richiudere il buco che si era creato, nella sua mente si era fatta strada l’idea di un attacco. Aveva riflettuto e, alla fine, aveva scelto di rimandare, non di rinunciare. Però l’attacco era nelle gambe e da lì nessuno poteva levarlo. La scintilla doveva scoccare e bruciare.

Pellizzari sta imparando a fare il leader. Non solo nelle dichiarazioni, anche nei comportamenti in corsa. C’è un senso di responsabilità per la propria squadra e per i propri compagni che emerge chiaro in ogni atteggiamento. In questo Tour of the Alps, ha avuto modo di parlare dei giovani e non faceva riferimento solo alla propria persona anche se pure lui è giovane e, in un certo senso, chi glielo fa fare di prendersi sulle spalle la sorte di tutti i giovani ciclisti. Non ha fatto chissà cosa, intendiamoci, però ha preso un discorso che partiva da un particolare e l’ha fatto diventare generale, in modo che ogni giovane corridore potesse riconoscersi e sentirsi rappresentato. Alla partenza dell’ultima tappa, in molti gli hanno chiesto autografi e fotografie. Era atteso alle interviste e, nella fretta, si era dimenticato di autografare un poster ad un gruppo di bambini. Si è voltato, è tornato indietro, ha fatto l’autografo, controllato un’ultima volta che non ci fosse nessuno ed è andato via. Ora sappiamo tutti cosa avesse in testa, visto com’è finita: era nervoso probabilmente, come ogni atleta quando si gioca la gara di cui è al comando, però essere leader significa anche accettare questo aspetto. Ci ricorda qualcuno che, tempo fa, ci ha detto: “Non sai mai da dove arriva chi ti chiede un autografo, forse ha anche più problemi di te quel giorno, eppure…”. Magari anche Pellizzari la pensa così.

I suoi compagni l’hanno preso in giro perché da quando è arrivato a Innsbruck continua a ripetere che non ha le gambe migliori, che non si sente poi tanto bene, che non ha la forma che si aspettava di avere. Poi ha vinto la seconda tappa e gli hanno detto: “Per fortuna che non vai, Giulio”. Lui non si è nascosto: “Loro mi prendono in giro ed io ci rido, però non era pretattica. Davvero non mi sentivo bene all’inizio di questa corsa. Quando le cose non vanno come vorrei, lo dico. Anche per rispetto della mia squadra”. Sì, nell’attacco dell’ultima frazione c’era anche la sua squadra. Ha attaccato per loro, per restituire il lavoro della settimana, Ha attaccato, a venti chilometri dall’arrivo, dopo aver messo Giovanni Aleotti a fare l’andatura per sfiancare gli avversari, e quella solitudine dello scalatore in fuga se l’è tenuta stretta fino al traguardo. Lo inseguiva Egan Bernal, un altro che avrebbe meritato una vittoria per quello che è, per quello che rappresenta nel ciclismo, non solo per quanto ha vinto. Ma è stato un inseguimento vano pur se non privo di significati.

Durante la conferenza di presentazione aveva chiesto a tutti quale fosse l’ultimo italiano ad avere vinto questa corsa. Gli avevano detto che era stato Vincenzo Nibali, nel 2013, ed era rimasto così, senza rispondere più di tanto, perché “signori, parliamo di Vincenzo Nibali”. Alla fine, dal 24 aprile 2026, l’ultimo italiano a vincere il Tour of the Alps è Giulio Pellizzari, il Duca di Camerino. Ma non si fanno confronti, non si fanno paragoni, perché non ha senso e perché, se dai giovani bisogna imparare, Pellizzari è il primo a non volere queste storie. L’ultimo italiano è Giulio Pellizzari che voleva vincere qui perché Andrea, la sua ragazza, è di queste parti e tutti lo conoscono fra le strade. Anche questo è un senso di restituzione, alla fine. Qualcosa che rimanda ad altro: a quanto può essere piccolo il mondo di ciascuno e a quanto sia bello quel piccolo universo anche quando la società parla di sogni enormi e di personaggi conosciuti e riconosciuti ovunque. A Pellizzari interessa essere conosciuto e riconosciuto dove si sente a casa. Il resto si vedrà. L’ultimo italiano è lui che aveva l’attacco nelle gambe e quando l’ha piantato sulla strada ha seminato il caos.

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