Ora che a distanza di un anno è tutto cambiato, dire solo che va tutto bene, per quanto bello, sembra persino ingiusto. Sì, perché Martina Alzini ce lo dice subito, non appena risponde al telefono: «Non ci si sveglia un mattino e improvvisamente fuori c’è il sole. I mostri non vanno via così. Ora va davvero tutto bene, ma ci sono voluti giorni e giorni, mesi direi, perché qualcosa cambiasse, perché anche io cambiassi. Se non si racconta questo, non ha senso raccontare nient’altro perché non si dice la verità». Già, sono trascorsi mesi dall’ultima volta ed in quell’ultima volta c’era un velo di insoddisfazione e molte cose non al posto giusto. Poi giorni e settimane di silenzio e di persone vicine perché Alzini voleva ritornare, sia dal punto di vista atletico, sia dal punto di vista psicologico: come prima, anzi meglio di prima. Della preparazione si è occupato Giacomo Garavaglia che, in quanto amico, conosceva già dettagliatamente il suo percorso, la sua evoluzione, i suoi mezzi e quel che sarebbe stato possibile fare. «Facile è dire a chi sta attraversando un momento di difficoltà di rivolgersi a un mental coach o ad uno psicologo. Si fa in buona fede, ma spesso è la frase che sentiamo. Non è così semplice, il consiglio è corretto ma il vero punto è che serve la persona giusta, non basta dire “vado da uno psicologo”. Personalmente ho avuto la fortuna di trovarla questa persona, così sono riuscita a sbloccare certe dinamiche, certe “incrostazioni” su cui, di fatto, ero stata io stessa a fissarmi. Parlavo spesso delle rivali, vedevo nelle altre atlete delle rivali: la realtà è che sono sempre stata la peggior rivale di me stessa. Sono caduta, mi sono fatta cadere con la mia insicurezza, mi sono autosabotata troppe volte e non me ne accorgevo».
Fuori, mentre parliamo, fa freddo, è dicembre, l’inverno bussa alle porte, ma Martini Alzini ha in mente i giorni di giugno, quelli della fine delle scuole, quelli dei pensieri alle prime vacanze, quelli, per le cicliste ed i ciclisti, delle gare più importanti. Niente di tutto questo, lei era in casa e i trenta gradi dell’esterno li percepiva solo come un peso, altrochè estate. Si era fratturata la scapola ed i legamenti della spalla, aveva male alla schiena, poteva fare al massimo un’ora di rulli ogni giorno e con quale fatica non si può nemmeno raccontare. Aveva il timore che non sarebbe più tornata: «Vivo da sola. Per qualche periodo mia madre è venuta ad aiutarmi, ma anche lei ha un lavoro, ha degli impegni, la propria casa, non poteva restare con me. Ho passato dieci giorni immobile, anche quando dormivo e paradossalmente il peggio non è nemmeno stato quello. Non riuscivo a fare le cose più semplice, a prepararmi il pranzo ad esempio. Confesso che a volte ho lasciato per terra gli oggetti che mi cadevano perché mi era impossibile abbassarmi per riprenderli. Ogni volta che accadeva sembrava che mi crollasse addosso il mondo. Serve pazienza, serve accettazione, serve coraggio per comprendere che da soli non si torna». Se dovessimo scegliere un aggettivo per descrivere Alzini in quest’intervista sceglieremmo proprio “coraggiosa” e sincera, schietta, al limite del disarmante, come quando, in una pausa, spiega: «Ormai è un periodo in cui non riesco più a piangere, non mi scendono le lacrime. Che si tratti di cose belle o di cose brutte. Non piango più, è tutto dentro». Il bello è in quel giorno in Belgio, il 19 agosto, ed in quella vittoria all’Egmont Cycling Race Women. L’apice è lì, quel che si vede, che tutti sanno. Prima due mesi e mezzo di infortunio, le montagne russe, le perplessità e anche la paura del gruppo, il peggio per una ciclista.

Voleva correre e aveva il timore di farlo, soprattutto su quelle strade, così insidiose, così piene di tranelli. A vincere non pensava e che avrebbe vinto non ha creduto fino all’ultimo. Quello che sognava era fare la gara e la gara l’ha fatta grazie alla sua squadra, la Cofidis ed alle sue compagne. Anche quel successo, per dirla con Alzini, «non è avvenuto così, come nascono i funghi, sotto le foglie». Succede grazie a persone molto pazienti, grazie a coloro che restano, che trasformano il sostegno in gesti, in simboli, grazie ai medici ed ai fisioterapisti. Alzini ha accettato in questo modo i giorni no e forse ha compreso per la prima volta, a ventotto anni, il significato di un infortunio grave, duro, lei che non aveva mai fatto fisioterapia prima di quest’estate. «Da atleta so e ho sempre saputo che farsi male è parte del “gioco”, così male però non avevo mai provato. La pazienza di cui parlo è anche quella della squadra che non mi ha mai chiesto nulla o messo fretta. Mi hanno fatto sentire libera. A Tignes, al ritiro prima del Tour de France, non avrei dovuto partecipare, perché non “la muovevo”, faticavo e, soprattutto, non dovevo partire per la Francia. Invece mi hanno voluta, perché anche in quel momento mi ricordassi di essere parte di un gruppo, di non essere sola. Non sempre succede, non tutti hanno questa delicatezza. E io me ne ricordo, me ne ricorderò sempre»

Anche sul Campionato del Mondo su pista, nel quartetto, conquistato dalle azzurre, Martina Alzini ha riflettuto molto. Pensa e ripensa, un pensiero l’ha colpita più di altri: «Non so da quanto tempo non mi divertivo più. Era una costante paura di non essere all’altezza, di non bastare, di essere il punto debole. Gareggiavo con dentro questa tempesta, questa inquietudine. A Santiago del Cile no, ero solo carica, carica a molla. Sapevo qual era il mio ruolo, sapevo cosa dovevo fare e l’ho fatto». Per il Cile era partita con delle ambizioni, certo, tutte le hanno, che corrano per vincere oppure no, «perché sennò non fai la ciclista e non scegli questa vita quando potresti averne una più comoda e sicura”, ma un conto è avere speranze, l’altro è materializzarle. Il lavoro a Montichiari era stato particolarmente solido, si erano provate diverse varianti e le atlete sapevano di poter fare bene. Lei, ad esempio, non aveva mai sperimentato la possibilità di partire in seconda posizione: le era capitato di essere la prima a scattare, di essere la terza, mai la seconda. Si tratta di una posizione “bastarda” perché si subisce la partenza e, poi, bisogna restare attaccati fino alla fine, provando a dare il massimo sostegno, mette a dura prova il fisico e la mente: «Qualsiasi compito ha le proprie difficoltà, sia chiaro, queste sono state le mie. Ho sempre avuto una sorta di ruolo da jolly in squadra ma, forse, non ho mai osato abbastanza per provare qualcosa di nuovo, proprio per quell’indole di cui parlavo. Sono diventata una donna consapevole. Mi spiego meglio: tutti nella propria vita hanno qualcosa che vorrebbero fare o che sognerebbero ma, per qualche motivo, lasciano lì, in un angolo. Vorrei dire che è possibile cambiare, a patto di ammettere le proprie fragilità ed è possibile ricominciare. Dirò di più: è possibile migliorare e non serve un Campionato del Mondo per capire di esserci riusciti. Ci sono molti segnali nella vita di tutti i giorni a farcelo capire».
Il primo tempo realizzato nella prima prova a Santiago del Cile ha senza dubbio aiutato ad approcciare la corsa con maggiore tranquillità, l’ultimo sguardo al tabellone e la certezza della medaglia d’oro ha fatto esplodere la gioia e l’esultanza con Marco Villa, lo staff e le compagne: «Si è parlato molto delle esultanze, per esempio del fatto che, a differenza del Campionato del Mondo, a Parigi, non fossi commossa, non piangessi. Si è parlato di quel che ho detto a Federica Venturelli, scuotendola dalle sue lacrime, quasi ci fosse un modo più o meno giusto di vivere l’emozione. Su quelle biciclette non ci sono solo cicliste, ci sono donne, ragazze, che, quando atterrano in una nuova località, quando fanno il loro ingresso in pista si portano dietro tutto il passato e molto di ciò che sperano o temono nel futuro. Vale per la mia storia, per Chiara Consonni, per Martina Fidanza, per Vittoria Guazzini, anche lei al rientro dopo una brutta caduta al Campionato Italiano. Queste storie le sappiamo solo noi, le sa realmente solamente chi è nel gruppo, fuori è sin troppo facile».
Sono parole che derivano dalla sensibilità che Martina Alzini ha sempre avuto ed ha imparato a gestire, fuori e dentro al gruppo. Un aspetto bellissimo ed un’arma a doppio taglio, in ogni circostanza. Lei ha imparato a conviverci ed a declinarla in maniera differente, nel privato e sul lavoro: «Non cambierei una virgola di quel che ho attorno, della mia famiglia e anche delle amicizie. Non faccio retorica quando dico che molte amiche sono colleghe di lavoro, sono ragazze della nazionale, magari. Sono quelle persone che non mi hanno abbandonata quando tutto sembrava cadere a pezzi. Certo, il messaggio di complimenti quando si vince fa piacere però in piedi ci tiene la telefonata nei giorni no, perché quando vinciamo siamo forti e ci reggiamo sulle nostre gambe anche senza gli altri. Ho imparato a trattare come vengo trattata, anche quando fa male: lo devo a me stessa. Essere sensibili nel ciclismo, nel lavoro in generale, vuol dire guardare, ascoltare, cercare di capire. Vuol dire essere onesti, essere leali, dire sempre le cose in faccia, a qualunque costo. Sapere quando è il momento di parlare e quando di tacere. Non si parla mai dopo una corsa, escono parole che, spesso, nemmeno si pensano, che feriscono, che rovinano l’armonia. Quasi fosse una ricerca del colpevole. In gruppo siamo colleghe, ci sono affinità e differenze, la sensibilità è rispetto, è attenzione verso le più giovani, è un consiglio dato guardando alla propria esperienza, senza gelosie. La sensibilità fa bene ad un atleta, fa ancora meglio a una persona». Fuori ormai è buio e Alzini ripete per l’ennesima volta qualcosa che ci ha già detto: “Non si ritorna per caso, non ci si rialza dal mattino alla sera”. Ma questa volta aggiunge qualcosa che subito appuntiamo: «Sì, sono fiera di me stessa, sono orgogliosa di quel che ho fatto e che faccio. E sono anche fortunata, perché le persone giuste, che sono necessarie per rialzarsi, io le ho incontrate, sono stata capita e, solo così, ho capito».

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