
Voleva correre e aveva il timore di farlo, soprattutto su quelle strade, così insidiose, così piene di tranelli. A vincere non pensava e che avrebbe vinto non ha creduto fino all’ultimo. Quello che sognava era fare la gara e la gara l’ha fatta grazie alla sua squadra, la Cofidis ed alle sue compagne. Anche quel successo, per dirla con Alzini, «non è avvenuto così, come nascono i funghi, sotto le foglie». Succede grazie a persone molto pazienti, grazie a coloro che restano, che trasformano il sostegno in gesti, in simboli, grazie ai medici ed ai fisioterapisti. Alzini ha accettato in questo modo i giorni no e forse ha compreso per la prima volta, a ventotto anni, il significato di un infortunio grave, duro, lei che non aveva mai fatto fisioterapia prima di quest’estate. «Da atleta so e ho sempre saputo che farsi male è parte del “gioco”, così male però non avevo mai provato. La pazienza di cui parlo è anche quella della squadra che non mi ha mai chiesto nulla o messo fretta. Mi hanno fatto sentire libera. A Tignes, al ritiro prima del Tour de France, non avrei dovuto partecipare, perché non “la muovevo”, faticavo e, soprattutto, non dovevo partire per la Francia. Invece mi hanno voluta, perché anche in quel momento mi ricordassi di essere parte di un gruppo, di non essere sola. Non sempre succede, non tutti hanno questa delicatezza. E io me ne ricordo, me ne ricorderò sempre»
