Nessuno ha visto lo scatto che ha consegnato a Letizia Borghesi la possibilità di andarsi a prendere il secondo posto alla Parigi-Roubaix Femmes 2025, forse per questo è una delle prime cose che spunta nel racconto della giornata di sabato 12 aprile, quando le telefoniamo. Borghesi ha lanciato il proprio attacco tra i meno due chilometri al traguardo e la flamme rouge dell’ultimo chilometro, qualche centinaio di metri prima di giungere all’ultimo settore di pavè. Da qualche chilometro era rimasta con il gruppetto inseguitore di Pauline Ferrand-Prévot, composto, oltre che da lei, tra le altre da Lorena Wiebes, Elise Chabbey e Marianne Vos. «C’era stato un attacco e io mi ero messa in testa a tirare a tutta per cercare di dare man forte a questo attacco, tuttavia notavo che nessuna mi dava dei cambi, in quel momento ho pensato che forse ero la più fresca, allora mi sono lasciata sfilare ed ho respirato un poco, a ruota. Poi sono partita: Marianne Vos ha provato a reagire, ma il margine è rimasto buono. Quando sono entrata nel velodromo, ho visto le mie rivali ancora lontane ed ho sentito il suono della campana, ho capito che ce la potevo fare, che ce l’avrei fatta». Una delle immagini che tutti hanno osservato ed è rimasta anche immortalata dai rullini dei fotografi è quella che la ritrae con una mano sul casco, come si fa in segno di incredulità, qualche metro prima di tagliare la linea bianca del velodromo: «So che sembravo incredula, in realtà, non ero incredula. Ero molto felice, mi scoppiava il cuore da quanto ero felice, ma non incredula. Ho sempre pensato di aver le capacità per ottenere risultati importanti come questi, per restare con le grandi e provare a sfidarle. Il problema è che, fino a quando non lo dimostri, resta una cosa solo tua ed è difficile anche raccontarlo alle altre persone senza un risultato concreto in mano». Ci ha riflettuto spesso Letizia Borghesi negli ultimi mesi.

I piazzamenti sono arrivati in grande quantità e non solo quest’anno: basti pensare che proprio a Roubaix, l’anno scorso, concluse tredicesima, arrivando nel piccolo plotone che si giocava la settima posizione. All’inizio, spiega, erano una bella notizia, poi sono diventati una sorta di peso, con diverse domande sempre sullo sfondo, a tormentarla: «Quando finalizzerò tutto questo? Ce la farò mai? Perché non riesco ad arrivare ad una vittoria o ad un trofeo?». Questo inverno si era cimentata nel ciclocross, anche in prove notturne, si era divertita, i risultati erano stati buoni come buoni, migliori del passato, erano i numeri delle sue prestazioni: «Cosa ci fai con quei numeri se il risultato non arriva? Io ho iniziato a patire una forte pressione e non si sta bene. Il sesto posto alla Ronde van Vlaanderen, soprattutto per com’è arrivato, dopo essere stata coinvolta nella stessa caduta di Elisa Longo Borghini ed aver dovuto inseguire, mi aveva ridato fiato, ma, nonostante questo, tra Fiandre e Roubaix non ho voluto vedere nessuno. Avevo il timore di ammalarmi e di dover dare forfait, così mi sono allontanata anche dalle persone a cui voglio più bene. Solo un giro in bicicletta con il mio ragazzo e niente più. Non è stato facile».

Forse, il vocale che, il giorno prima, le ha inviato Kristen Faulkner, campionessa olimpica e sua compagna di squadra, in ritiro a Sierra Nevada, è proprio derivato dalla percezione di questo momento attraversato da Borghesi: «Ho visto come pedali e pedali forte, Letizia! Se non ci credi tu con questa gamba, chi deve crederci? Vedrai che il risultato arriva». Faulkner è stata una delle prime persone a cui Letizia Borghesi ha scritto, mentre ancora era impegnata a rispondere a tutti coloro che l’hanno cercata dopo quel secondo posto alla Roubaix. Tutti quei messaggi l’hanno colpita, meravigliata, perché non c’erano solo i complimenti per la corsa, ma qualcosa in più, una sorta di riconoscimento e di profonda immedesimazione.

«Può sembrare retorico e, credimi, non lo è: a tratti mi sono chiesta se fossi contenta per la Roubaix o per quelle dimostrazioni di affetto delle persone. Non è naturale, non è scontato ed è qualcosa che va oltre l’atleta. In un mondo che corre sempre più veloce, io ho scelto di mantenere la mia andatura, è stato difficile, ma credevo e credo ancora in me stessa. Sarà per questo che la gente ha reagito così». Letizia Borghesi torna indietro negli anni, a quando era poco più di una bambina, una ragazzina e poi un’adolescente e ricorda i discorsi che sentiva in casa, quelli che ascoltava e quelli che venivano fatti direttamente a lei: «La prestazione è importante, ma non viene prima di tutto. La tua salute è prioritaria, abbine cura». Nel frattempo, in sella, assisteva a colleghe che si sottoponevano a diete importanti, convinte che perdere molto peso fosse l’unica via per raggiungere risultati: «A quell’età, se non si ha un supporto forte in casa, ci si lascia trasportare da quel che si vede e si crede funzioni. Se vedi che una tua compagna, con questi sacrifici a livello alimentare, vince, non esiti a pensare di fare lo stesso. Purtroppo ho visto molte compagne ammalarsi così facendo: vale la pena per uno sport? La guarigione, poi, richiede tempo. Erano esempi ma esempi sbagliati da seguire. Tuttavia nei periodi in cui si fa solo fatica e non si vede alcun risultato, la tentazione c’è, se serve a cambiare qualcosa. Il corpo di una donna vive di equilibri delicati, che dobbiamo rispettare e lo sport dovrebbe insegnarcelo. Io, ricordando ciò che mi veniva detto in casa, ho avuto il coraggio di restare un passo indietro, anche a fronte di qualche ingiustizia che credo di aver subito. Solo questo». I suoi genitori erano in viaggio verso Roubaix sabato 12 aprile, ma la rottura della frizione del camper li ha fatti ritardare e al velodromo sono arrivati a premiazioni concluse, mentre Letizia mostrava la pietra conquistata, “ben cinque chili”, precisa, a sua sorella Giada.

Non è stata una corsa facile e non solo per la durezza della Parigi-Roubaix in quanto tale, anche per la sfortuna: dapprima la rottura di una ruota ed il primo settore di pavè affrontato in questo modo, successivamente il cambio ed il rientro, poi l’attacco di Ellen van Dijk, il gruppo che si sparpaglia e anche il vento che ci mette lo zampino, in una sorta di rincorsa senza fine. Dopo l’arrivo, abbiamo visto Alison Jackson, a terra, con lei, abbracciarla e scuoterla più volte, gridando qualcosa. «Alison ha tentato di abbracciarmi mentre ero ancora in sella, non so cosa le sia preso, probabilmente la gioia del momento. Il punto è che non è la mossa più saggia abbracciarsi mentre si pedala in un velodromo. Ha rischiato di farmi cadere e lei è proprio caduta, per fortuna senza conseguenze. Che tipo, Alison!». Proprio da Alison Jackson aveva scoperto che sensazione si provasse a tenere in mano una pietra di quelle della Roubaix, quando la canadese la vinse nel 2023. Quel giorno, Letizia era davanti al podio ad applaudire, il 12 aprile la scena si è capovolta.

Fino ad ora, nella carriera di Letizia Borghesi, sono due i picchi che risaltano: la vittoria dell’8 luglio 2019, a Carate Brianza, al Giro d’Italia Femminile e, per l’appunto, la seconda piazza alla Roubaix. Due situazioni e due soddisfazioni differenti: «Al Giro ero nella fuga in una giornata in cui la fuga è riuscita a beffare il plotone, alla Roubaix, invece, ero proprio assieme alle grandi e le ho superate. Indubbiamente sono due situazioni che hanno cambiato la mia carriera e la mia visione, ma spero ce ne siano molte altre in futuro, anzi, lo credo proprio. Ora ho una consapevolezza in più, ho la certezza che non devo più avere quel timore reverenziale che possono suscitare certe campionesse. Proverò a correre in questo modo e chissà». Quel chissà esplora le possibilità del futuro: le piacerebbe continuare ad ottenere buoni risultati nelle classiche, vincerle e, perché no, diventare una delle atlete di riferimento in questa tipologia di corse, ma già da quest’anno pensa alla maglia azzurra, alla possibilità di rappresentare il proprio paese che la renderebbe orgogliosa, e alle grandi corse a tappe: «Vorrei fare bene al Giro e al Tour, ottenere soddisfazioni nelle varie tappe. Un sogno solo? Dico un podio in una tappa del Tour, quale gradino si vedrà, non sbilanciamoci per ora. Dai. Io continuo per la mia strada e tra le parole ed i fatti, mi concentro sui fatti, sono sempre stata così e voglio restare così».

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