Quando abbiamo imboccato la rampa, non ci volevo credere. «Stiamo veramente per andare in tangenziale in bicicletta?» chiedo ai membri della raffazzonata nazionale albanese con cui pedalo. Non solo: «finita quella c’è l’autostrada», rispondono. A Tirana capita di allenarsi così. Le strade comuni spesso non hanno un gran asfalto, per cui si viaggia in corsia d’emergenza. A volte dietro c’è un’ammiraglia, a volte no.
È mercoledì, mancano due giorni alla partenza del Giro d’Italia. L’appuntamento è presso The Cyclist’s Home, l’unico posto per ciclisti professionisti (o simili) nella capitale albanese. È difficile descrivere che posto sia: ci sono postazioni fisse per fare rulli, attrezzi da officina, un frigorifero, il bagno con le docce, maglie in vendita. È gestito da Mejdin “Nini” Malhani, ex scultore, poi bodybuilder, poi allenatore di ciclismo: lui lo chiama semplicemente “lo studio”.
Con due colpi di trapano sul pacco pignoni e un paio di imprecazioni, Nini riesce a montarmi una bici per pedalare coi suoi atleti. Definirla “nazionale albanese” è fuorviante: i primi due ragazzi che incontro sono un danese 44enne con una gamba affetta da insufficienza venosa e il campione nazionale U23 del Kosovo. Come in ogni squadra di ciclismo che si rispetti, c’è un colombiano: si chiama Vladimir Patiño, abita accanto a Nairo Quintana e il suo mentore è Winner Anacona. L’unica bici che possiede ha i cavi fuori e i freni rim.
Olsian Velia, il campione nazionale albanese in carica che si è dovuto pagare da solo perfino la maglia, non pedala con noi. Pochi giorni fa si stava allenando in volata, gli è saltata la catena ed è finito per terra ai 60 all’ora. Se l’è cavata con un polso dolorante. Incidenti meccanici capitano più spesso in un paese senza meccanici esperti di cambi elettronici, o se il meccanico non puoi proprio permettertelo. La gran parte dei ciclisti albanesi, compreso il promettente classe 2005 Henri Hysa, comprano i ricambi su siti-discount tipo Bike24 e riparano le bici loro stessi, come meglio riescono.
Pedalare sulle autostrade albanesi non è poi così male, se decidi di ignorare le betoniere che ti sfrecciano a fianco e i tunnel in cui si respira smog risalente agli anni Sessanta. La doppia fila della nazionale albanese, per tante gare affiliata con la squadra ceca del Cyklotym Havířov, funziona che è una meraviglia. Il tracciato filante dell’autostrada consente velocità notevoli: dopo un’ora abbiamo i 36 di media.
L’idea è quella di fare la ricognizione della prima tappa del Giro d’Italia. Arrivati a Elbasani, quindi, usciamo dall’autostrada per imboccare il primo GPM del Giro, Gracen. Qui aspettiamo per un’ora intera l’Astana: non è chiaro perché, ma la squadra kazaka vorrebbe venire a pedalare con noi. E aspettiamo anche la polizia albanese, che ci scorterà per il resto del percorso e intanto – coordinata da qualche più esperto regolatore italiano – impara a muoversi tra ciclisti in gruppo. Poco importa se noi siamo dieci e lentissimi, e al Giro d’Italia saranno 180 furiosi del pedale.
Per quanto panoramica, la salita di Gracen si affaccia sulla gigantesca zona industriale di Elbasani: aveva sede qui il gigantesco impianto “Acciaio del Partito comunista”, che produsse una tale quantità di scorie da avvelenare la valle circostante e rendere per anni impossibile l’agricoltura. L’Astana, forse spaventata dal suggerimento di Nini di pedalare in autostrada, non si presenta.
In giro non c’è nessuno eppure le moto della polizia scortano ognuno di noi. Sembra di correre uno stranissimo Giro d’Italia, nel deserto. Verso la cima della salita, crisi di fame. Tremenda. Alzo la mano per chiamare l’ammiraglia, manco fossi Pogačar sul Col de la Loze. I’m gone, I’m dead, e ciò che mi passano da mangiare è un Kinder Brioss.
Rientrando verso Tirana, il dietro-macchina tra le buche e i rifacimenti stradali dell’ultimo minuto è un’esperienza infernale. Manca il circuito di Surrel, la salita che deciderà la prima maglia rosa e dove ha la residenza il primo ministro Edi Rama, ma buona parte della squadra è già cotta. Ci fermiamo in un supermercatino a metà salita per prendere da mangiare: il meglio che possiamo tracannare sono brioche imbustate e barrette di cioccolato.
Surrel è un terrazzo sulla piana di Tirana. In cima alla salita, due tubi di plastica incanalano l’acqua di sorgente verso i bottiglioni di plastica di signore anziane, aiutate dai nipoti. Una cartolina di vita lenta. La città invece è caotica, specie in periferia ricorda il trambusto di Istanbul. Il punto d’arrivo è lo studio di Nini, attorno al quale ruota la vita ciclistica di Tirana. Nonostante la bella giornata, un paio di ragazzini si allenano sui rulli. Uno di loro indossa il cappellino della Lidl-Trek. Chi lo avrebbe mai detto, che anche in questo posto dimenticato dagli dei del ciclismo c’è chi sogna di correre, un giorno, il Giro d’Italia.
Foto: Poci’s Pix