Risalendo i chilometri finali verso San Pellegrino in Alpe, pareva di essere sulle Dolomiti. La Marmolada, per la precisione: da Malga Ciapela, simili tornanti si arrampicano su per una salita al confine tra due regioni, con panorami mozzafiato ovunque si posi lo sguardo. E poi la gente. Da molti anni così tante persone non accorrevano così numerose su una salita appenninica.

A differenza delle Dolomiti, l’Alto Appennino non ha un PIL svizzero, non vanta sigilli di qualità e marketing come quello dell’Unesco, è densamente disabitato e il suo paesino più alto, come recita il cartello all’ingresso del paese, è proprio San Pellegrino in Alpe. Il passaggio del Giro d’Italia quassù è poco frequente: 25 anni fa l’ultima volta, e solo tre prima del 2025. Questa è la storia ciclistica della salita appenninica più nota e temuta dai cicloamatori toscani ed emiliani, la storia di santi e buoi (ci arriviamo) e di qualche cotta memorabile.

Che posto è San Pellegrino in Alpe
Innanzitutto, la mappa di questo luogo è piuttosto assurda. San Pellegrino in Alpe è un’exclave regionale, come ne esistono altre sette in Italia, e solo una è più popolata. Significa, in sostanza, che il territorio della frazione è circondato da un’altra regione: Frassinoro, in provincia di Modena, e Castiglione di Garfagnana, in provincia di Lucca, si contendono San Pellegrino in Alpe al punto che un bar-ristorante, posto esattamente sul confine, offre la possibilità di pagare il caffè in una regione, e berlo in un’altra.

I motivi di questo confine così particolare sono da rintracciare, secondo alcuni, nelle leggende popolari e nelle agiografie. Nella frazione, infatti, è presente da secoli un santuario in cui pare siano custodite le reliquie dei santi Pellegrino e Bianco, portate fin quassù da un carro trainato da – come i treni delle squadre in salita – un bue toscano ed un bue emiliano. Tutt’oggi anche la teca con le reliquie dei santi è idealmente linea di confine: la testa e il busto in Emilia, le gambe in Toscana.

In nessun posto come nel modenese il crinale appenninico si staglia altissimo. È attraversato da strade parallele, che verso l’Emilia ricalcano valli a loro volta parallele: Cisa, Cirone, Lagastrello, Cerreto, Pradarena, Abetone, Futa e Raticosa sono tutti esempi di passi asfaltati situati più o meno al confine esatto tra Emilia e Toscana. Generalmente, se affrontati dal versante emiliano sono più dolci e multiforme. Sono moltissime le strade che si possono combinare, mettere assieme, sommare, per arrivare al passo delle Radici dall’Emilia. Dal Radici a San Pellegrino in Alpe, poi, si tratta solo di scavallare l’ultimo, breve costone, percorrendo – non serve nemmeno specificarlo – una strada di confine.

Se tutte le strade emiliane verso San Pellegrino in Alpe sono tutto sommato abbordabili, dalla Toscana ce n’è una che tutti citano con timore, spesso ricordando quella volta che hanno messo il piede terra, vomitato, urlato per i crampi, o simili conseguenze da fatica bestiale. San Pellegrino in Alpe da Castiglione di Garfagnana è una delle salite più dure d’Italia, soprattutto grazie ai chilometri finali, 2.300 metri al 13,3% medio. Ne abbiamo parlato con alcuni ciclisti che l’hanno affrontata negli scorsi Giri d’Italia – 1989, 1995 e 2000 – e poi con altri, che l’hanno fatto pochi giorni fa.

 

1989 – la prima volta
Alla partenza da Viareggio, poche ore prima della quarta scalata nella storia di San Pellegrino in Alpe, avvicino Stefano Allocchio e Alessio Di Basco. Oggi, il primo è direttore di corsa del Giro d’Italia (l’uomo che sventola tutto sorridente la bandiera a scacchi al chilometro zero, per capirci), mentre il secondo – pausa scenica – allena i cavalli di Massimiliano Allegri. Molto amici, nel 1989 entrambi erano in gruppo e ricordano che San Pellegrino in Alpe fu sinonimo di «tanta fatica. È una delle salite più dure del Giro d’Italia. Noi eravamo velocisti, stavamo nel gruppetto, facendo ancora più fatica degli scalatori».

Allocchio e Di Basco hanno vinto quattro e due tappe al Giro, e in quell’anno la Malvor-Sidi di Allocchio arrivò sul podio finale di Firenze con Flavio Giupponi. «Gli ultimi tre chilometri sono veramente terribili» assicura Allocchio. «Perlomeno il tempo era favorevole» ricorda con un sorriso Di Basco, che scrutando il cielo molto nuvoloso sopra le Apuane è soddisfatto di non dover gareggiare nella tappa di oggi.

Quello del 1989 fu, per molti motivi, un Giro molto diverso da quelli moderni. L’ultima tappa in linea poteva essere al contempo non alpina e non decisiva per la generale: 216 chilometri da La Spezia a Prato, cinque salite appenniniche, di cui la seconda era proprio San Pellegrino in Alpe. «Erano altri tempi, c’erano ancora Castellano e Torriani» sintetizza Allocchio per riferirsi a un ciclismo ormai passato. Il primo a passare sul GPM fu il belga Claude Criquielion, a Prato vinse Bugno, la vittoria finale andò a Laurent Fignon.

1995 – il ricordo di Marco Villa
Dopo 22 tappe, a Milano, il 26enne Marco Villa porta a termine il suo primo Giro d’Italia in quintultima posizione, a quasi quattro ore di distanza dal vincitore Tony Rominger. Lungo la Pietrasanta-Il Ciocco, prima tappa della seconda settimana, di nuovo San Pellegrino in Alpe ha una posizione poco rilevante per gli esiti della tappa. Vince Enrico Zaina, sia il GPM di San Pellegrino in Alpe (davanti ai compagni di fuga Nelson “Cacaito” Rodriguez, Luca Scinto e Andrea Vatteroni) che la tappa al Ciocco, località lucchese in gran voga in quegli anni: nel 1991 ospitò i Mondiali di mountain bike, per dire.

Sul traguardo del Ciocco, Zaina batté in volata “Cacaito” Rodriguez. Subito alle loro spalle, terzo e al miglior risultato nel Giro d’Italia d’esordio, un giovane Gilberto Simoni. A breve distanza, il trio che finì sul podio finale di Milano: Rominger, Berzin, Ugrumov. La salita di San Pellegrino in Alpe «è proprio dura, io arrivai su a tutta, forse per questo ho i ricordi un po’ annebbiati» scherza Marco Villa, e poi assicura che anche al giorno d’oggi «chi sta male, soffre» nel percorrerla.

San Pellegrino in Alpe era talmente famigerata che il più forte scalatore di quegli anni, Marco Pantani, era andato a fare una ricognizione invernale sulla salita. «Durissima» disse al direttore sportivo della Carrera Jeans-Tassoni al telefono, appena arrivato in cima. Venne tuttavia investito da un’auto il 1° maggio 1995, e a quel Giro d’Italia non partecipò.

2000 – tappa e maglia per Casagrande
Nel Giro del Giubileo, San Pellegrino in Alpe venne posizionato prima nel calendario, ma in un ottimo disegno di tappa. La nona frazione, infatti, andava da Prato all’Abetone, una coppia di nomi che da sola è perfetta per indicare un qualcosa all’insù. Sarebbe una tappa ideale anche per il ciclismo moderno: 140 chilometri, 3.500 metri di dislivello, una discesa breve tra asperità mostruosa e arrivo in salita. Sulle prime rampe di San Pellegrino in Alpe, dalla motocronaca Auro Bulbarelli non può che notare i «già 70 corridori in ritardo», staccati, esplosi.

È il primo arrivo in salita del Giro, ma la tappa precedente fu massacrante: 255 chilometri e oltre 4.000 metri di dislivello tra Corinaldo e Prato da cui uscì vincitore Axel Merckx dopo quasi otto ore di corsa. In una conversazione-tipo tra i commentatori dopo i primi chilometri di San Pellegrino in Alpe, Adriano De Zan chiede come mai Mariano Piccoli si sia già staccato. Bulbarelli risponde: «Ahhh dopo un chilometro e mezzo di salita ha perso contatto, apparentemente è solo stanco».

Stavolta Pantani al Giro c’è. Inserito nella squadra della Mercatone Uno-Albacom all’ultimo momento, il Pirata non è al massimo della forma, per usare un eufemismo, e già dopo le prime otto tappe accumula sette minuti di ritardo dalla maglia rosa provvisoria di José Gutiérrez. Proprio al termine della Prato-Abetone risulterà evidente che l’uomo da classifica della Mercatone Uno-Albacom non sarà Pantani, bensì il poi vincitore di quel Giro, Stefano Garzelli.

Nei due chilometri finali dell’ascesa a San Pellegrino in Alpe, in testa al gruppo dei favoriti si porta Francesco Casagrande. Fin dalla Garfagnana ha fatto lavorare la propria squadra: prima suo fratello Filippo, poi Marco Milesi, infine Roberto Conti. La progressione di Casagrande è devastante. Si staccano tutti, per ultimi Tonkov e Di Luca. Entrando nella frazione di San Pellegrino in Alpe, che precede l’omonimo valico denominato anche “passo di Pradaccio” o “passo del Lagadello”, due località lì vicine, l’azione del Killer di Spoltore si fa pesante. De Zan commenta che «Di Luca sta giustamente tirando il fiato», mentre Cassani è più disilluso: «Ehhh qui c’è poco da tirare il fiato».

Di nuovo Auro Bulbarelli dalla motocronaca, mentre cerca di farsi spazio tra due ali di folla in visibilio: «Qui sta succedendo di tutto. A San Pellegrino in Alpe c’è stato un intasamento di ammiraglie, forse troppa la pendenza. Rebellin è riuscito a passare tra una moto e il pubblico».

Dopo la discesa verso Pievepelago e l’arrivo all’Abetone, Casagrande da solo rifila quasi due minuti a tutti i rivali e veste la maglia rosa. Il toscano rimarrà in testa al Giro fino alla penultima tappa, la cronometro da Briançon e il Sestiere: «Sicuramente il Giro del 2000 l’ho perso più io che vinto Garzelli. L’ultima settimana iniziai ad avere problemi al nervo sciatico. Nei primi chilometri della cronometro di Sestriere avevo una gamba quasi anestetizzata, non avevo sensibilità, forza; e lì ho perso la maglia rosa» dice ai giorni nostri.

Gabriele Missaglia, oggi direttore sportivo di Tom Pidcocl alla Q36.5, corse il Giro del 2000 con la Lampre-Daikin. Il capitano di quella squadra era sempre Gilberto Simoni, stavolta al suo quinto Giro: arrivò terzo, come l’anno prima. Secondo Missaglia, «Casagrande ha sempre dimostrato di andare forte, in tutti i Giri che ha fatto. Mi dispiace per lui che non lo abbia mai vinto, perché lo meritava. Sulla sua strada ha sempre trovato avversari fortissimi».

 

2025 – il ritorno
Dei 184 partenti per il Giro d’Italia di quest’anno, solo quattro avevano già percorso la salita di San Pellegrino in Alpe prima del 21 maggio. Wout van Aert vi si allenò nel 2018. Luca Covili, modenese di Pavullo nel Frignano, la fa spesso: «La conosco bene, la faccio soprattutto d’inverno. Tanti vorranno andare in fuga e io sarò uno di quelli». Damiano Caruso e Antonio Tiberi vi hanno fatto una ricognizione poche settimane prima dell’inizio del Giro, ed è lo stesso Caruso a spiegarmi il perché: «È una delle salite più dure del Giro, forse peggio c’è solo il Colle delle Finestre. Meritava di essere vista. È importante sapere cosa ti aspetta, perché riesci a mentalizzare lo sforzo che vai a fare».

Durante la recon, Tiberi e Caruso hanno spinto abbastanza. Differenze col giorno di gara? «Mah guarda – continua Caruso alla partenza del giorno dopo, da Modena – finché tirava la UAE, era un ritmo forte, ma lo stesso che abbiamo fatto io e Antonio in allenamento. Quindi ero già contento. Poi la Ineos ha provato un forcing nel tratto duro, e lì si è sentita la differenza, perché in cima siamo rimasti in pochissimi. A un certo punto ho pensato di aver visto male la cartina, “non è che c’è l’arrivo in cima?”, perché si andava veramente fortissimo. È stata una dimostrazione di forza forse un po’ superflua della Ineos. Certo che se la salita di ieri fosse stata messa più vicina al finale di tappa, avremmo assistito a qualcosa di epico».

È un ottimo riassunto, quello di Caruso. Era una salita molto temuta: al Cycling Podcast Larry Warbasse aveva previsto che la salita sarebbe stata «incredibilmente dura. Mi sa che ci sarà da soffrire domani». Molte squadre erano aperte «a differenti scenari», come racconta Marco Frigo. La UAE vorrà perdere la maglia? Per quanto dura, la salita di San Pellegrino in Alpe scollina a circa 90 chilometri dall’arrivo: qualcuno tenterà un attacco da lontano? Le due salite successive, verso Toano e la Pietra di Bismantova, saranno abbastanza selettive?

Non appena comincia la tappa, vari tentativi di fuga si affastellano. «Sul San Pellegrino è venuta fuori gara dura, io ho sempre cercato di rimanere davanti» continua Frigo. Poi però le pendenze hanno esaltato scalatori puri «come Nairo [Quintana], e quindi il mio ruolo è diventato di supporto per Derek [Gee]». Uno scalatore particolarmente in palla, in questo Giro, è Lorenzo Fortunato: il bolognese ha vinto il GPM per distacco, confermandosi al comando della classifica della maglia azzurra.

«È stata dura ma avevo delle belle gambe. Mi sono un po’ sorpreso di me stesso perché fino all’anno scorso su salite così sicuramente mi sarei staccato molto prima, invece ero lì a battagliare coi più forti, però sono riuscito a scollinare quasi coi migliori» commenta Stefano Oldani. «In cima il passo si è fatto sentire, però le gambe erano buone. Il finale di tappa poi è stato molto veloce. L’attacco di Bernal credo fosse più per alzare il ritmo che non per fare un’azione» aggiunge Ciccone.

La tappa, infatti, si è chiusa come noto. Rientrati diversi corridori tra lo scollinamento di San Pellegrino in Alpe e la valle del Secchia, la Lidl-Trek ha lavorato per chiudere su una notevole fuga composta da Fortunato, Poels, Quintana, Bilbao e Plapp. Poi però il più forte sulla salita finale è stato Richard Carapaz, e attenzione che non sia un segnale per il resto del Giro.

Del ritorno su San Pellegrino in Alpe resteranno tante cose. C’è un video piuttosto incredibile, per esempio, di corridori quasi costretti a mettere il piede a terra a causa del traffico, della gente e delle pendenze. Uno sconfitto più o meno illustre c’è stato: David Gaudu, sotto antibiotici a causa di una ferita alla mano, ha preso una sveglia da quasi mezz’ora. C’è poi la maglia rosa, il giovanissimo Isaac Del Toro, che in conferenza stampa si è addirittura concesso il lusso di scherzare: nessun male di gambe, l’unico fastidio glielo ha procurato il body, di una taglia troppo stretto.

Foto: Sprint Cycling Agency

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