Di tutta la pedalata, le fatiche, le salite, mi è rimasto impresso un cartello. Uno solo, visto in centro a Saint-Vincent. Capitale mondiale della magia, recita. Fin da subito l’ho trovato assurdo, e col passare del tempo la sensazione si è acuita. Molte altre cose abbiamo visto dalla strada: 166 chilometri e circa 5.000 metri di dislivello ti permettono di osservare a lungo panorami, vette, prati. Col passare delle ore, come Saint-Vincent – circa 4.500 abitanti, 30 chilometri a est di Aosta – sia divenuta la capitale mondiale della magia è la mia principale fonte di dubbi.

Fulcro della frazione cruciale del Giro d’Italia 2025, Saint-Vincent è un posticino. C’è uno dei quattro casinò italiani, nel XIX secolo venne scoperta una fonte termale, piccoli musei di minerali e arte sacra ne fanno una sorta di polo culturale. Eppure, Saint-Vincent come pochissimi altri luoghi d’Italia, ha ospitato la grande partenza (1978) e l’arrivo finale (1987) del Giro d’Italia. Secondo alcuni database, è addirittura la sede di tappa più frequentata dal Giro tra i non-capoluoghi di provincia.

Quando i corridori del Giro d’Italia la raggiungeranno, sembrerà un miraggio. Prima di Saint-Vincent, infatti, ci saranno l’Albania e gli Appennini, la Slovenia e il Mortirolo. Il giorno stesso, la tappa comincia da Biella e termina a Champoluc, che in linea d’aria distano neanche 40 chilometri. Se si potesse saltellare tra la salita di Oropa e la valle di Gressoney, dal Piazzo – che di Biella è borgo medievale e città alta – si potrebbe arrivare agli impianti di Champoluc in un battito di ciglia.

Invece, questa tappa si sforza proprio per fare quanti più chilometri possibile, quasi sbracciando per mettersi in mostra. La Cima Coppi è prevista per il giorno dopo e, dovesse ripetersi il copione del Giro 2022, con valori in campo molto simili e attendismo fino all’ultima salita dell’ultimo giorno, la tappa regina potrebbe risultare dimenticabile. Tutto e il contrario di tutto, una cosa ma anche il suo opposto. Sfruttando il fatto che l’inizio della tappa rasenta la sede di alvento a Piverone, insomma, ci siamo messi in strada per capire se queste salite valdostane sono realtà o solo fantasia.

La prima salita di giornata, per la verità, è piemontese. Comincia appena si attraversa il torrente Elvo ed è un classicone per chi pedala nel Canavese: la Serra morenica di Ivrea da Mongrando. Luogo incantato per le biciclette, privo di traffico e fitto di vegetazione, la Serra regala alcuni dei minuti più silenziosi mai fatti sui pedali. Anche i miei compagni di viaggio, Paolo e French, non vogliono rompere l’incantesimo.

Affrontata la picchiata verso i laghi di Ivrea, la poesia svanisce. Va risalita la Dora Baltea e il fondovalle non è esattamente eccitante se non sei a ruota di Filippo Ganna. A ringalluzzirci sono i nomi assurdi dei paesini (Montestrutto, Settimo Vittone, Quincinetto) e i primi racconti in stile Camionisti in trattoria di French. Impossibile non parlare di cibo quando si passa ad Arnad: viene prodotto qui un lardo secondo per fama solo a quello di Colonnata. Si comincia davvero a salire a Verrès, quando sopra di noi c’è un arboreto e sotto un’insegna che invita al carnevale. Che questa coincidenza sia un richiamo all’elevazione spirituale tramite bicicletta?

Fin dai primi tornanti è piuttosto chiaro che oggi, di fatica, ne faremo. Quasi non vediamo il castello di Verrès, avvolto com’è nell’ombra. I fianchi delle montagne, man mano che vengono colpiti dalla luce del sole, si rivelano in tutta la loro bruna nudità. Si è parlato molto del fatto che nel Giro 2025 non sono state incluse le Dolomiti, montagne mitiche del ciclismo: questi rilievi valdostani è come se fossero ancora convinti di essere il brutto anatroccolo invitato al grande ballo.

Pian piano, tuttavia, il sole prova a renderli più delicati. A Challand-Saint Anselme la strada devia verso sinistra, si stringe e attraversa prati verdi e frazioncine una più graziosa dell’altra: forse il Col Tzecore ci sta invitando a dargli una possibilità. Avessimo tirato dritto lungo la valle d’Ayas, in un’oretta saremmo arrivati a Champoluc: possibile che chi avrà una giornata storta durante il Giro la faccia breve in questo modo.

Pur non sapendo definire l’architettura valdostana con termini tecnici, concordiamo sul fatto che usi tantissimo legno. Certe case hanno il tetto di legno, i balconi di legno, le scale esterne di legno, gli infissi di legno. Forse è di legno pure la parabola sul tetto. Paolo, che sulle creste circostanti fa il trail runner d’estate, racconta una leggenda relativa alla montagna che stiamo scalando, la Testa di Comagna: uno sperone roccioso vicino alla cima si dice comunichi con una controparte femminile vicino a Punta Goà, sopra Brusson. Chissà cosa si diranno dopo aver visto arrancare noi tre.

Salendo di quota, il Col Tzecore migliora fino a diventare una meraviglia. Potrebbe essere una sineddoche per la Valle d’Aosta intera: più la si conosce, più la si riesce ad apprezzare. Sulla sommità la neve è ancora ben presente e dobbiamo impegnarci per non fare la fine di Steven Kruijswijk sul Colle dell’Agnello.

Esattamente l’86% del territorio della Valle d’Aosta si trova tra i 1.000 e i 3.000 metri, le quote entro le quali si svolge il ciclismo che più caratterizza i Grandi Giri. È la regione delle montagne più alte d’Italia, ma non sono tanti i passi con cui svalicare. Molte salite valdostane si arrampicano in valli chiuse, cioè devi tornare giù da dove sei salito. Ciò dà vita a curiose mappe a forma di polpo su Strava, nelle quali ogni tentacolo è una vallata diversa.

Tre dei passi più belli della regione li affrontiamo oggi. Promosso lo Tzecore, specie dalla metà in su, il Col Saint-Pantaléon arriva dopo un primo passaggio sul lunghissimo ciottolato del centro di Saint-Vincent e un evocativo passaggio sul torrente Marmore. Più continuo ma non meno duro del precedente, totalmente gratuito siccome non fa altro che tornare a Saint-Vincent, il Col Saint-Pantaléon attraversa una mini-frazione a ogni tornante. Ci fermiamo alla fontana di Saint-Denis (c’è pieno di santi, in Valle d’Aosta) e rimaniamo colpiti dal miscuglio di antico e moderno. In un colpo d’occhio si vede la bottega Alimentari – rivendita giornali, costruita totalmente in pietra, con pannelli solari sul tetto. C’è una statua di legno che rappresenta alcuni folletti a fianco di una colonnina di ricarica per auto elettriche. Alzando lo sguardo si nota un signore baffuto che ripulisce un tagliere, facendo cadere le briciole in giardino.

Risaliamo per prati e tornanti dando le spalle al Gran Paradiso. Sul Saint-Pantaléon si nota appieno il singolare rapporto che c’è tra i valdostani e la terra su cui abitano. In certi punti sembra che non si siano accorti delle pendenze e che vogliano piegare il fianco della montagna ai loro usi, agricoli o quali che siano. In certi altri, a prima vista del tutto simili ai precedenti, ogni speranza è stata persa secoli fa e non vi è alcuna cura. Come se ogni ettaro fosse un tiro di monetina tra un terrazzamento ligure o una landa desolata sarda.

Almeno nella sua parte conclusiva, il Saint-Pantaléon è una terrazza grandiosa sul Cervino. Il suo profilo acuminato è immediatamente riconoscibile anche a chi ne ha solo sentito parlare. Lunghissima e su strada stretta, la discesa è spettacolare: Torgnon ha un fascino decadente e tinte colori pastello, si attraversano posti dai toponimi incredibilmente ciclistici come Berzin. La discesa cambia totalmente quando si sbuca, presso Moulin, sulla strada regionale della Valtournanche. È uno stradone che porta fino a Cervinia, non particolarmente bello. Affrontato in discesa, però, è super veloce: abbiamo toccato gli 80 chilometri all’ora noi, i professionisti andranno in tripla cifra.

«Partire è una bella cosa, certo più bella che arrivare. Dirò meglio: se si trattasse solo di arrivare non varrebbe neppure la pena di partire». Lo scrive un appassionato frequentatore di Saint-Vincent, lo scrittore Tommaso Landolfi, Premio Strega 1975. Il percorso ci ha ricondotto a Saint-Vincent, ma di nuovo in questo posto non ci sembra di scorgere nulla di magico. Le case, i discorsi al bar, i cartelloni che pubblicizzano il 115° carnevale storico di Pont Saint Martin, la fatica che facciamo noi sui pedali e quella che fanno le persone attorno a noi per vivere in un posto al contempo bellissimo e disagevole: tutto sembra estremamente reale.

La terza salita valdostana, il Col de Joux, è molto simile alle precedenti: circa 15 chilometri al 7% medio. Non si scappa. È una salita un po’ più aperta delle precedenti e non di rado si riesce a osservare la valle di Aosta. Stiamo risalendo il crinale tra il Monte Zerbion e la Testa di Comagna e sulla vetta del primo, ci fa sapere Paolo, è presente una statua gigante della Madonna. È valdostanissimo l’agognato avviso che indica la sommità del Col de Joux. Ovunque il cartello sarebbe alto e spazioso, semi-coperto da adesivi di ciclisti e motociclisti. Qui invece è piccolo, dimesso e ovviamente di legno.

Fa strano notare che una delle ultime frazioni del Col de Joux si chiami Le Pleiadi, perché non ha nulla di celestiale né mitologico. Sono zone di una bellezza non appariscente ma indubbia, il cui rovescio della medaglia è il senso di inquietudine e spaesamento descritto da Paolo Cognetti ne Le Otto Montagne. La discesa verso Brusson, peraltro, consente di vedere Graines, il villaggio che ha ispirato il romanzo di Cognetti.

Sbucati nuovamente in Val d’Ayas, l’ultima salita di giornata è anche la più leggera, circa 4 chilometri al 6%, ma si arriva qui senza più niente in corpo. Il GPM di seconda categoria porta al capoluogo del comune sparso di Ayas, Antagnod. Sebbene il totale dei residenti non superi le 1.500 unità, nello statuto comunale si apprende che Ayas ha ben oltre cento frazioni. La più caratteristica che attraversiamo è Lignod, a metà salita finale. Le case si stringono attorno alla strada e un imbianchino ci guarda passare come se non avesse mai visto biciclette prima d’ora.

Noi abbiamo speso più di sei ore in salita, i professionisti ne impiegheranno circa la metà, eppure non si tratta di un arrivo in salita propriamente detto. Da Antagnod, infatti, gli ultimi cinque chilometri che portano verso Champoluc sono in discesa. In una tappa che sostanzialmente non ha pianura, il ciclo-alpinismo è concluso proprio alle pendici del rifugio intitolato a Ottorino Mezzalama, uno dei pionieri dello sci alpinismo italiano.

Siamo arrivati. C’è ancora qualche sciatore che si gode le ultime nevi dell’anno. Noi abbiamo i pantaloncini corti, loro la tuta da sci. Quando il viaggio è faticoso a tal punto, è una sensazione strana arrivare: per ore non hai fatto altro che ambire la destinazione, e poi quando ci sei vorresti continuare. Andando sempre più su, magari mettendo sci e pelli ai piedi, cercando di raggiungere la vetta più alta o perlomeno quelle creste sopra di te, che a quanto pare hanno il nome di Castore e Polluce.

A stomaco vuoto, tuttavia, un bel piattone di lardo di Arnad fa gola. E poi bistecca alla valdostana, fonduta dentro la quale intingere qualsiasi cosa, vino rosso abbondante. Il barbuto locandiere rivela che «la sagra del lardo si tiene in un bosco, a fine estate. Tra bande che suonano e un ballo a palchetto, puoi mangiare dei piatti di lardo enormi, accompagnati da altri salumi, castagne, burro, minestre, polenta. Naturalmente vino, grolle giganti e il micidiale Grand miel, una grappa al miele pazzesca». E queste grolle, cosa sarebbero? «Non dirglielo», intimano French e Paolo all’oste, «portacene una».

Presto compare sul tavolo una sorta di ampolla. Ha un grosso buco centrale e svariati fori ai lati. Non serve nemmeno specificarlo: di legno. Gli ingredienti fondamentali sono grappa, burro e caffè. A piacere possono essere aggiunti genepì, scorze d’arancia, limone. Ogni commensale ha il proprio beccuccio da cui bere e per farlo deve sollevare tutta l’ampolla, otturando coi pollici i beccucci da cui bevono gli altri. È molto facile sbrodolarsi, scottarsi, imbrattarsi le mani in ogni modo. Il risultato è una bevanda calda irresistibile.

Come gran parte delle cose viste durante il viaggio, la grolla non è ricercata o sfarzosa. Fondamentalmente è un modo come un altro che hanno i paesani per sbronzarsi. Pare che il suo stesso nome derivi dal Sacro Graal, la leggendaria coppa usata da Cristo durante l’ultima cena: non è la prima volta che la Valle d’Aosta tiene assieme allegorie e realismo, fantasie colorate e grigissime rocce. In un compendio di pragmatismo, Cognetti scrive ne Le Otto Montagne: «Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente».

Tutto si può nominare in Valle d’Aosta. L’astrazione arriva in un secondo momento, quando da quelle cose si vuole – anche solo per un istante – fuggire. Pedalare su e giù per valli valdostane avvera questa magia: l’immersione nel concreto (sempre Landolfi: «Non hanno più meta le nostre pigre passeggiate, se non la realtà») e al contempo l’evasione da esso.

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