Si può osservare il Mont Ventoux da ogni angolo della Provenza. Sembra una mezza luna, adagiata sopra un monte, stanca nella notte. Eppure il Ventoux non c’entra nulla con la Provenza: “lontano dagli ulivi, dal miele, dal timo selvatico , dalle vigne, dai campi di lavanda” scriveva Allen Weiss, pare una sorta di anti-Provenza. Quella luna stanca, di pietre e ghiaia, quella montagna calva, dove si fanno spazio i papaveri d’Islanda e diverse specie polari, si vede da ogni luogo, eppure è talmente desolata, talmente ventosa e fredda nei suoi inverni che un’anima non sembra l’abbia. Qualcuno dice abbia una porta per l’Inferno, la Baume de Méne, una cava, ma non l’anima, chissà dove la nasconde perché il vento non gliela strappi come in un’antica fiaba nordica. Allora, sostiene Paul Fornel, assume quella che gli attribuiscono gli occhi che lo guardano, le gambe che lo pedalano, le braccia che stringono forte il manubrio della bicicletta, quasi fosse un’ancora di salvezza contro le avversità. La gente dorme qui da giorni e fissa quel poco che ha con alcuni dei tanti sassi che ci sono. La gente vive qui da giorni: cammina verso la parte bianca e calva, lontano dal verde dei primi chilometri: ha portato bandiere, ha portato borracce, chi non aveva altro, forse, ha lasciato una manciata di pietre alla Stele di Simpson. L’abbiamo visto accadere anni fa. Pietre su pietre eppure basta così. La gente aspetta qui da giorni, disegna sull’asfalto il volto di Marco Pantani e due righe dedicate a papà. Aspetta e, ogni tanto, si ripete: “Qualcuno arriverà”.

Arriverà anche Thomas Gachignard, dorsale 184, del Team Total Energies. Forse. Gachignard è rimasto solo, poco dopo Montpellier, troppo distante dal Ventoux. È rimasto solo e piangeva, mentre alzava la testa, sempre in alto. Un riflesso inconscio del pianto, dei singhiozzi. Gachignard non stava bene stamani e la cosa più semplice sarebbe stato salire in ammiraglia, fermarsi. Aveva più di un quarto d’ora dalla fuga di giornata, quando al traguardo mancavano ancora circa venti chilometri ed il peggio doveva arrivare, perché questa tappa pareva un biliardo, fino alla luna. Fino all’allunaggio. In Gachignard il Ventoux è l’incubo, lo scheletro, l’allucinazione. In Gachignard il Ventoux è il peggio che si possa trovare. La fuga c’è e balla, come balla uno scalatore, in piedi sui pedali. Come balla Healy, con quel suo modo bizzarro di andare in bicicletta. All’attacco anche oggi, assieme a tanti uomini che sul Ventoux vogliono essere i primi ad arrivare, mentre tutti dicono che Tadej Pogacar vuole la tappa perché la vittoria è sempre bella e perché il Ventoux è tanto assurdo quanto affascinante e nel nulla si mette tutto ciò che crea la fantasia. In fuga, c’è anche Julian Alaphilippe: era all’attacco domenica, prima del giorno di riposo, quando si è automedicato una dislocazione della spalla, per intenderci. Era all’attacco nel 2021, su queste strade che seccano ogni istante di più. Ha attaccato tanto, forse troppo, forse troppo presto e la “panache” non è servita a nulla. È tornato indietro, respinto, bocciato. L’anima del Ventoux, per lui, è delle stesse pietre ai bordi della strada che tengono fermi gli oggetti. Gli esseri umani, i ciclisti, non hanno pietre per restare “fissati” dove desiderano, allora partono, scattano e riscattano. Si alzano sui pedali.

Sul Ventoux non c’è nulla da buttare via. Nemmeno Pantani aveva la bandana, mentre saliva in un giovedì del 2000. Jonas Vingegaard ha avuto rabbia, forza e volontà, quassù. Jonas Vingegaard ha avuto una fede cieca, in grado di fissare il sole dritto negli occhi: “Ci riproverò, fino alla fine”. Non ha staccato Tadej Pogačar, anzi, al traguardo lo sloveno gli ha guadagnato ancora qualche secondo, ma aveva voglia e le gambe supportavano quella voglia. Forse non riuscirà mai a levare di ruota Pogačar. Forse, ci riuscirà, ma guadagnare più di quattro minuti per scalzarlo dalla prima posizione in generale è ben complicato. Eppure non può che riuscirci così, allora attacca Jonas. Prende fiato e riparte. Alla terza volta, Pogačar risponde e lui si riporta in testa. La sfida prosegue, di gambe e di testa. Qualche bluff, ogni tanto. Restano loro due e, nella sfida senza tempo, quasi riprendono la fuga. Quasi impediscono a Valentin Paret Peintre di vivere una delle belle giornate in carriera, su questa luna stanca coricata su una montagna. Qualcuno arriverà. Quante volte se lo sono dette le tante persone che hanno abitato il monte in un fine settimana d’estate. Qualcuno arriverà. Ed è arrivato anche Thomas Gachignard, a più di trentadue minuti dal vincitore. Ma è arrivato e, forse, domani ripartirà. Magari arriverà a Parigi. E l’anima del Ventoux potrà inventarsela a modo suo.

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