Quando scatta Tim Wellens è bene controllarlo, quando si è all’attacco insieme a Tim Wellens è saggio fare attenzione, quando Tim Wellens prende dieci metri, poi venti, poi trenta, lo si rivede dopo il traguardo. Carcassonne e le sue mura sono state il teatro di una vittoria così, nella domenica prima del giorno di riposo, nella domenica prima di quella che porta a Parigi. Carcassonne è anche il nome di un gioco di società in cui si tenta di costruire la città, ma i ciclisti le città non le costruiscono, semmai le modificano, le colorano, ne cambiano i suoni e gli spazi con il loro transitare, nel vento. Tim Wellens è uno di loro: fedele al proprio capitano, Tadej Pogačar, signore e signori, e libero, come dev’essere un ciclista che, se vuole, se può, se ne ha le gambe, parte e se ne va. I motivi possono essere molti e non serve un pezzo ad indagarli, Wellens li conosce. Se ne era andato con Thomas De Gendt, a proposito di ciclisti totali, nell’autunno del 2018, dopo Il Lombardia. Anzi, se n’era tornato con lui, perché quella era una fuga verso casa, dopo una stagione faticosa. Pure andare a casa può essere avventuroso per chi sta tutto l’anno lontano dalle mura domestiche. Si poteva scegliere la macchina, l’autobus, il treno, l’aereo, Hanno scelto la bicicletta, da mestiere a divertimento. Al Tour de France, la bicicletta è un mestiere e Wellens ha vinto di gambe e mestiere. Mancavano più di quaranta chilometri all’arrivo quando ha abbandonato la compagnia. Al traguardo ha detto che sapeva di doverlo fare, che era certo di dover fuggire da solo per vincere una tappa al Tour de France, dopo le vittorie al Giro ed alla Vuelta. L’ha fatto ed ha vinto, dopo due settimane “al servizio”.

Pareva la sfida dovesse essere tra van Aert e van der Poel perché il profilo di tappa richiamava le loro atmosfere. Giornata bastarda sulle strade di Francia: la fuga che insiste per andarsene e una caduta, in gruppo, che spariglia le carte. In molti finiscono a terra, tra loro anche Julian Alaphilippe e Lenny Martinez. Mentre scriviamo, la televisione mostra le immagini di Martinez che veste la maglia a pois sul podio di fine tappa: è stanco, fatica a fare il solito sorriso di circostanza, è giunto a più di venti minuti di ritardo. Ieri si è sciroppato chilometri e chilometri di fuga per quella maglia a pois, è passato primo sul Tourmalet, domani riposerà come tutti, da martedì per difendere quella maglia dovrà attaccare ancora. I ciclisti non costruiscono le città, nelle città si strappano le maglie cadendo, delle città si portano le botte. Sì, giornata difficile. Alaphilippe è rimasto a terra diversi istanti. Dalla fine della tappa, sappiamo che gli era uscita di sede la spalla: è ripartito, è andato in fuga, è arrivato terzo. Credeva di aver vinto, ha esultato. Problemi radio. Ci scherzerà, forse. Stamani, intanto, sembra abbia fatto incontrare Wout van Aert alla tifosa a cui ieri aveva strappato il cartello a lui dedicato per proteggersi dal freddo. I ciclisti non costruiscono le città e nemmeno le conoscono così bene a forza di correre, ma qualche volto se lo portano dietro, se lo ricordano. Pareva la giornata di van Aert e van der Poel, invece davanti c’erano, a pochi secondi l’uno dall’altro, Tim Wellens e Victor Campenaerts. Entrambi, van Aert e van der Poel, hanno centrato la fuga, ma non è andata come avrebbero voluto. I ciclisti non costruiscono le città ma in parte costruiscono le loro giornate e basta poco per giocarsi tutto. In parte, perché c’è l’imponderabile, c’è la fatica, c’è il mal di gambe.

Wellens ha battuto il cinque a diversi tifosi al traguardo ed ha trascorso l’ultimo chilometro festeggiando, perché ormai nessuno poteva più riprenderlo. Forse il modo migliore di vincere, quello che permette di gustarsi quel che sta accadendo proprio mentre accade, perché immaginarlo prima è solo un’idea e perché ripensarlo dopo è un ricordo ed è diverso. Quando attacca Tim Wellens sembra presto, forse troppo presto, ma, poi, in un modo o nell’altro, spesso ce la fa. Quando “attacca” Tim Wellens, di sovente, non lo fa per una vittoria personale, ma per portare davanti il capitano e le gambe degli altri sanno cosa vuol dire Wellens a tirare in testa al gruppo. Oggi ha attaccato pensando al proprio destino, anche se la parola destino non ci piace e nel destino non crediamo, ed è arrivato solo a Carcassonne. Tadej Pogačar ha esultato al traguardo. L’ultima settimana inizia martedì, inizia dal Mont Ventoux, un monte pieno di vento e bianco, dove non c’è nulla o quasi. Nemmeno le ombre perché non c’è niente da ombreggiare. Sembra la luna. Sono cinquantasei anni dall’uomo sulla luna. I ciclisti non vanno sulla luna, ma sul Ventoux, dove non costruiranno una città, ma certamente porteranno suoni, ombre e colori.

Foto: Poci’s Pix

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