Capolavoro a Parigi, ad opera di Wout van Aert che, salendo per l’ultima volta verso Montmartre, accelera e, sui ciottoli, si leva di ruota, di prepotenza, tutti i diretti avversari. Compreso uno sloveno, di giallo vestito, dalla testa ai piedi, che, al traguardo, conquisterà il suo quarto Tour de France, in mezzo a tutto il resto: ha ventisei anni, si chiama Tadej Pogačar. Piove a Parigi, forte, a tratti molto forte, restano pozzanghere sparse un poco ovunque, spazio del gioco dei bambini, stasera, quando la pioggia finirà, o, forse domani, quando un’altra settimana inizierà ed il Tour sarà finito. Restano le foglie, marroni e gialle ai lati delle strade, presagio d’autunno, anche in piena estate. Ed è vero, quando finisce il Tour si ha la sensazione di un’altra estate andata via, ma non è nemmeno agosto. Proprio il maltempo, la pioggia, i possibili rischi, convinceranno gli organizzatori a neutralizzare la tappa prima dei passaggi a Montmartre. In quel momento i verdetti saranno già scritti, segnati: a Pogačar il Tour e la maglia a pois, a Jonathan Milan la maglia verde, a Florian Lipowitz la maglia bianca. La gente resta sotto il temporale: a Montmartre non ci sono abbastanza ombrelli, pur essendocene tantissimi. Si condivide l’ombrello a gruppi di tre o quattro persone, come si farebbe con un banchetto. La festa, oggi, è così e si festeggia comunque.
Tadej Pogačar potrebbe non aver più nulla da chiedere. Ha vinto, in maniera diversa dal solito, per certi versi. Ha saputo attaccare, controllare, gestire. E chi ha detto che non si possa vincere anche così? Nonostante questo, basta dare un occhio alla classifica generale per rendersi conto di quanto sia stato ampio il suo dominio. Potrebbe starsene tranquillo, vivere Parigi come una passerella, invece accende le micce: il gruppo si seleziona e lui è davanti. Tira, accelera, fiuta l’odore della vittoria a Parigi e, dopo qualche giorno in cui aveva controllato, in cui si parlava della stanchezza e di un possibile malanno, è lì a fare il matto. Lo aspettano a Montmartre e, all’ultima tornata, ci prova. Brucia Pogačar, è dura tenerlo. Ci riescono Wout van Aert e Davide Ballerini. Il capolavoro a Parigi nasce qui: Wout van Aert si aggrappa a quella ruota, la segue, poi si sposta, lo affianca, lo supera, scalda i motori e va via con una delle sue azioni. Nessuno può tenerlo: non la maglia gialla, non Davide Ballerini che pure ha fatto bella questa serata parigina, con una prestazione degna di nota. Wout van Aert è da solo, in testa, con una manciata di secondi su Pogačar che, presto, verrà ripreso dagli inseguitori e rinuncerà al sogno di una vittoria ai Campi Elisi. Wout van Aert è davanti, i secondi, per quanto pochi, aumentano, e si fa chiaro che nessuno può più riprenderlo.
Nella città dei capolavori, il Tour transita fiero e spegne le luci, come il giorno. Il gruppo attraversa il Louvre, passa accanto alla sua piramide, sfiora le sue vie, fino ai Campi Elisi. Wout van Aert si volta, capisce che ormai è fatta. Dopo la sgasata è il momento di rallentare, di smettere di pedalare, mentre si levano le mani dal manubrio e si inizia a levarle in alto. Davanti al volo perché non ci si crede, libere nel vento e nella pioggia perché adesso è davvero finita. Si alza in piedi, taglia la linea bianca. Finisce così. La tappa, il Tour, la giornata, anche un pizzico d’estate che non ritornerà. Finisce così anche il pezzo. Piove anche qui. Si può guardare fuori dalla finestra e pensare.