Si dice dal mattino che sarà giornata per le ruote veloci, in quel di Valence. Si ripete che bisognerà guadagnarsela nei tranelli delle strade di Francia. C’è un cielo che promette pioggia sopra il Tour de France e, nel tardo pomeriggio di un giorno di luglio, l’acqua si rovescia giù dalle nuvole. Un temporale estivo, forse. Le persone restano dove sono, sulla strada e quei cappellini a pois si inzuppano, mentre l’aria diventa fresca e le strade, ormai lucide, in certi punti riflettono il gruppo, uno schermo scivoloso, pericoloso, più che mai nei giorni dedicati alla velocità pura. In gruppo si prepara la volata: c’è caos, c’è rumore, ci sono grida, c’è nervosismo. C’è anche timore, perché si cade, si può cadere, e su un asfalto che pare insaponato ci si fa male più del solito. Tante sono le parole usate per descrivere i velocisti: equilibristi e funamboli, tra le altre. Pure gli equilibristi hanno paura di perdere l’equilibrio, pure i funamboli non sono a proprio agio su quella fune. E, sì, anche i velocisti si fanno domande, pure i velocisti hanno paure. Lo dirà, all’arrivo Jonathan Milan e renderà ancor più bella, più umana, questa sua vittoria. La seconda al Tour de France, dopo quella di Laval. Importante, per la vittoria in quanto tale e per la maglia verde che ha addosso, lucida, fradicia, da strizzare, ma un poco più salda, pensando, soprattutto, alle prossime due tappe e a Tadej Pogačar. La televisione mostra più volte il replay della volata e le immagini rallentate scolpiscono le gocce che cadono sulle spalle dei corridori mentre si profondono nello sforzo, breve, intenso, lacerante dello sprint. Jonathan Milan ha vinto, davanti a Meeus e Lund Andresen.

Tim Merlier, uno dei favoriti di giorni come oggi, non ha potuto disputare la volata. Non è caduto, ma è rimasto coinvolto nella maxi caduta avvenuta in corrispondenza dello striscione dell’ultimo chilometro. Perdere così è peggio, perché l’opportunità di provare la chiedono tutti, soprattutto gli atleti, e ora le volate a disposizione sono praticamente finite. Sono molti i corridori fermi, davanti è una volata atipica. Chi non ha toccato terra, se era un velocista, ha perso un’occasione, chi l’ha toccata, invece, porta i segni sui pantaloncini e sulla maglietta. Ci è rimasta in mente l’immagine di Biniam Girmay, seduto a terra, appoggiato alla transenna, che cerca con lo sguardo il personale medico che gli sta per fornire i primi aiuti. Ci è rimasta in mente l’immagine della dottoressa che, quasi, si inginocchia davanti a lui e con le sue braccia prova a tranquillizzarlo. Girmay andrà al traguardo, scosterà la tenda del bus, vi salirà e scomparirà alla vista. Molti atleti vivranno la stessa situazione nei bus, che sia felicità, rabbia o delusione, tutto verrà racchiuso lì e viaggerà verso il prossimo albergo. Velocisti, funamboli, ed equilibristi non fa differenza. Anche il palco premiazioni è più buio del solito, come quando fuori piove e fuori, adesso, diluvia. I corridori si coprono, attenti a qualunque sbalzo di temperatura: così appare Pogačar sul podio, infreddolito e pensieroso. O forse è solo questo maltempo che poco ha a che vedere con luglio, i campi di grano, la lavanda ed un sole che spacca le pietre. Quella è l’immagine romantica del Tour de France, poi c’è il Tour de France reale. Anche sotto un temporale.

La volata resta esercizio magnifico, per quanto pericoloso. I velocisti spettacolari primattori di questo esercizio, gli ultimi uomini, invece, registi e sceneggiatori della rappresentazione. Si dice che “l’ultimo uomo porta fuori il velocista”, si dice che lo tira, che lo guida, poi si guarda la volata e si capisce quanto le parole non bastino mai a colmare il significato di quel che realmente accade. E non vale solo per le volate. Milan si è voltato dopo l’arrivo, ha cercato i compagni, ha cercato Jasper Stuyven, l’ha abbracciato. Stuyven l’ha portato fuori, l’ha aiutato a trovare la posizione giusta prima del lancio. Non una navicella spaziale, un velocista. Pochi istanti dopo, sotto la pioggia, arriveranno Quinn Simmons e Toms Skujins: sarà il lettone ad indicare al pubblico Simmons, come a sottolineare il suo merito. E di merito ne ha avuto Simmons, a stare in testa al gruppo, a chiudere sulla fuga del giorno, su Abrahamsen che andava quasi quanto la pioggia. Altrimenti la volata non sarebbe mai arrivata. Si dice equilibristi, funamboli, acrobati e c’è dietro tutto questo. Si dice velocisti e c’è la rotonda, la curva, lo sbandamento, i manubri che si sfiorano, l’acqua che viene giù a catinelle. E le parole non descrivono mai pienamente ciò che c’è.

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