Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama. Ma Eugenio Montale non discuteva di ciclismo. Si corre per te in equilibrio precario, traduciamo noi, mentre ascoltiamo Davide Ballerini parlare e lo rivediamo nell’ultimo sforzo davanti a Jasper Stuyven: sotto le ruote le pietre, alle spalle, laggiù, in basso, il mare e le onde che scompaiono e si fanno solo azzurro indistinto, ai margini del cielo grigio. A Napoli, dopo aver vinto la sesta tappa del Giro d’Italia, quella stessa felicità gli fa dire frasi in prosa che, tuttavia, hanno dentro qualcosa della poesia. «Inizio ad avere i miei anni», ad esempio. Ne ha trentuno, Ballerini, lui che è nato a Cantù, il 21 settembre del 1994. E da questa prospettiva, il mare potrebbe essere quello di settembre, quando si va via, quando si torna a casa e ci si volta dal finestrino della macchina a guardarlo un’ultima volta. Adesso però si può essere felici.
Ha trentuno anni, Ballerini, e del ciclismo ha provato le delusioni e quelle le prova qualunque ciclista in fondo, ma ognuno fa i conti con la propria quotidianità, bella o brutta: gli infortuni, quelli passeggeri e quelli che restano, magari un problema al ginocchio che non se ne va e che condiziona mesi e mesi di lavoro. Cercava qualcosa Ballerini e pure questo lo fanno tutti i ciclisti. E non solo i ciclisti. Corrono per questo sul filo di lama. Corrono per centoquaranta chilometri, spesso molti di più, per un solo momento, atteso da loro e da chiunque guardi, poi, pochi metri prima di quell’unico istante, si mette a piovere, il pavè ed il basolato si bagnano, diventano scivolosi. Qualcuno scivola, qualcuno cade, qualcuno si mantiene in equilibrio ma perde l’attimo e un’altra giornata va via così, inutile. Qualcuno, Davide Ballerini, nello specifico, resta in piedi, con un atto di maestria, gira la curva, e mena, come si dice in gergo ciclistico, fino al traguardo. Avrebbe dovuto aprire la strada a Matteo Malucelli che, invece, è finito a terra. Nemmeno il tempo di controllare che tutto fosse a posto ed ha premuto sulla radio, gridando: «Vai, Davide, vai». Dietro di lui c’è Stuyven e sembra impossibile riesca ad uscire, infatti non esce. Resta lì, secondo. Gli anni che passano hanno la forma dell’urgenza delle cose che sapremo di non poter più fare. E un ciclista scopre questa sensazione molto prima di qualunque altro lavoratore. Felicità raggiunta.
«Quando meno te lo aspetti, arriva», potrebbe essere il secondo verso, Anche questa è una diretta conseguenza degli anni che passano e che passano in gruppo. Ha inseguito tanto Ballerini. Almeno tre anni per una vittoria. Ma ha inseguito sempre, come sempre inseguono i ciclisti che passano e non guardano, non possono guardare. Qualcuno offre una birra, qualcuno una bottiglia di vino, magari si sorride, però, mentre chiunque guardi vede il Giro d’Italia, chiunque corre non vede quasi nulla. La ruota che precede, il dorsale lì davanti e poco più. Chi è in fondo al gruppo ha l’intero plotone a coprire la visuale, chi è in testa avrebbe tutto lo spazio da vedere, invece, osserva solo la linea di mezzeria e il poco asfalto a portata di pedalata. Alla fine, per Ballerini, la vittoria è arrivata, il due maggio, ad Antalya, al Tour of Turkey. Che non è il Giro d’Italia, ci mancherebbe, ma può riordinare tante cose una vittoria, ché la ricerca di un ciclista non può essere infinita e senza sosta, perché non è epica, seppure la richiami, ma vita di tutti i giorni. Magari c’è anche quel successo, nel successo di Napoli. Nel fatto che Ballerini non tiri i freni. Sicuramente c’è anche quel successo in Ballerini, che si picchia il casco e quasi piange. Di sicuro grida.
La felicità che si manifesta senza programmazione può anche essere un urlo. I nidi sotto i cornicioni che pigolano, quelli di Montale. Sì, felicità raggiunta. Non lontano da qui, intanto, ci sono immagini di Diego Armando Maradona, magliette del Napoli e bambini con un pallone in mano. A Napoli è così. Qualche pallone fugge via, oltre i cancelli delle case. Pure quella è una felicità precaria, che si disperde in un calcio, in un volo. E «nulla paga il pianto del bambino a cui fugge il pallone tra le case».