Quando il Giro d’Italia incontra le città, tutto ciò che c’è nei paesi e nelle vie, dai tavolini, ai muri, persino ai parchi o agli oratori, diventa casa di ciascun corridore, mentre aspetta la partenza o poco dopo l’arrivo. C’era un muretto, abbastanza rustico, stamani, a Catanzaro e c’erano alcuni corridori lì seduti, a chiacchierare, come chiunque potrebbe fare in un martedì mattina di sole e vento. Ma se lo fanno i professionisti è diverso. Come se, poi, non fossero ragazzi e bastasse quell’etichetta per farli uscire dall’orbita delle cose semplici e normali. Alcuni ciclisti erano sulle loro bici, con il piede a terra, magari a controllare gli ultimi dettagli, a guardare quella cartina plastificata che ancora adesso, nel futuro, tengono sul manubrio. Sono arrivati dei ragazzini, dieci anni, forse poco più o poco meno. Pelle già colorita, dai primi giochi primaverili all’aperto, ma felpa e cappuccio perché fa ancora fresco. Erano in bicicletta anche loro, si sono fermati a parlare, per alcuni minuti. Sicuramente di ciclismo. Ragazzi adulti, uomini, professionisti, con la barba e ragazzi giovani, sognanti, con le guance e le gote arrossate.

 

 

Abbiamo pensato che tornare a casa, in fondo, dev’essere questa cosa qui ed il Giro d’Italia, oggi, è tornato a casa. Abbiamo pensato anche a molto altro. Per esempio al fatto che quasi nessuno dei professionisti del gruppo, quando aveva l’età di quei ragazzini, avrebbe creduto a un centesimo di ciò che sta vivendo, se glielo avessero detto. Lo speravano, lo inseguivano, ma non potevano crederci davvero. Lo sappiamo perché siamo stati tutti ragazzi e i nostri desideri più grandi li abbiamo sempre messi in dubbio. Li sognavamo e, tuttavia, magari anche sulla scia di qualche adulto, ci dicevamo: «Ma figurati se succede proprio a me». Nell’adolescenza soprattutto. Anche ai ciclisti capita, pure se paiono tanto sicuri, tanto decisi, quasi con il mondo il pugno. Talvolta sull’orlo di un precipizio, ma sempre con il mondo in pugno. Non lo sapevamo ma stavamo pensando a Giulio Ciccone e a tutti quelli come lui.

 

 

Il Giro ritorna a casa e si mette al lavoro, negli orizzonti che conosce, negli anfratti che esplora. La sua festa è sempre la sua festa. Non è più bella solo perché è in Italia. Anche basta con questa retorica. Ma sicuramente è caratteristica, particolare, con un sapore, un colore, un profumo che le appartiene. Del resto ogni casa sa di qualcosa di diverso a seconda di chi la vive. Lavorano le fughe, che combattono con il coltello tra i denti per andare via. Lavorano le gambe sulla salita di Cozzo Tunno che ha un nome affilato e marinaresco e, forse, non è nulla di che, ma come viene affrontata fa la differenza. Fa la fatica e la selezione. Anche Bernal si trova ad inseguire e rientra. Se ne parlerà altrove, ma, giusto qualche settimana fa, in Trentino, abbiamo letto un cartello: «Comunque vada, Eganito». Lo teneva un ragazzo di vent’anni, a dir tanto. Pure questo ha a che vedere con quei ragazzi di stamani. Con quell’innamoramento dei mestieri, delle professioni e degli sportivi di quando si è giovani, giovani. Se dei dubbi restavano, no, non saranno i velocisti a giocarsi l’arrivo di Cosenza.

 

 

Giulio Ciccone è lì e pensa. Pensa che da bambino lui voleva la maglia rosa. Forse voleva quella maglia ancor prima di voler diventare corridore. E non gli interessava nulla del resto. Avrebbe potuto conquistarla e perderla il giorno successivo. Anche l’ora seguente, fosse stato possibile. Sarebbe stato solo felice di averla conquistata. Pensa che a questo Giro è venuto per le tappe, non per la classifica eppure, sotto Natale, quella maglia gli è tornata in mente. Natale, già. Pensa che l’anno scorso è andato a casa dopo una caduta nella tappa di Nova Gorica, mentre era in classifica. Al traguardo faceva fatica a camminare, figuriamoci a correre. Era il giorno in cui il Giro passava dalla terra di Bruno Pizzul. Due mesi e mezzo dopo, al rientro, avrebbe vinto a San Sebastian. Tutto molto bello, avrebbe potuto dirlo quel giorno, Pizzul. Il maestro, Pizzul. O, forse, oggi. Anzi, sicuramente oggi. Sì, perché Ciccone lancia la volata, insieme ad Orluis Aular e Jhonatan Narváez. Lo supereranno entrambi, sarà terzo, dietro a Narváez e Aular, nell’ordine. Ma non importa. Gli abbuoni gli varranno la sua prima maglia rosa, dopo la gialla di sette anni fa al Tour de France. Non è cambiato poi così tanto nemmeno Ciccone. Bacia quella maglia sul podio e alle interviste dice che può tenerla in camera pure solo una notte, gli basta. Per lui e per tutte le lontananze che il suo lavoro porta. Giulio Ciccone avrebbe potuto essere uno dei ciclisti su quel muretto stamani. Oppure, e questo è anche più importante, avrebbe potuto essere uno di quei ragazzini, felici a parlare.

Foto: Poci’s Pix

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