In un Giro d’Italia, esistono tappe su cui pare essere scritto il nome di un corridore, una sorta di foglietto di illustrazione o di promessa. C’era davvero scritto Jhonatan Narváez sull’ottava tappa del Giro 2026, quella che da Chieti ha portato la carovana a Fermo, attraverso la via crucis dei muri, dopo il Blockhaus, ieri, e prima di Corno alle Scale, domani, nel secondo sabato di corsa. Sono i muri, nel ciclismo, salite brevi, ma ripide, irte, che compaiono all’improvviso e prima di massacrare i muscoli con uno sforzo breve ma intenso, colpiscono la vista e tormentano i pensieri perché, non conoscendo curve, non nascondono nulla, non celano niente, e non serve guardare in sù per accorgersi di quel che aspetta i corridori, basta guardare davanti e chi fa strada in bicicletta non può fare altro. Sono rampe di garage con pendenze a doppia cifra, spesso tra il dieci ed il venti, qualche volta tra il venti ed il trenta percento. La pendenza, l’inclinazione, in parole povere la fatica. Allora sì, c’era scritto Jhonatan Narváez ma «quanta strada nei loro sandali», sebbene i chilometri non siano poi molti, poco più di centocinquanta, perché quella promessa si realizzasse. Le promesse si mantengono quando c’è rispetto, serietà ed il ciclismo conosce rispetto e serietà, tuttavia è fatto di strade e da quelle parti l’unica promessa certa è la possibilità, poi che ci pensino gli esseri umani. Narváez ci ha pensato e ci è riuscito.

Il gruppo, in tappe così nervose, scalcia come un cavallo, si imbizzarrisce, non vuole restare compatto, unito, perché i singoli ciclisti cercano di liberarsi. Il gruppo è un puzzle ma mentre per i puzzle il fine è quello di incastrare i vari pezzi a formare l’insieme, a ben guardare, nel ciclismo il fine del plotone è proprio quello di disunirsi e tanto più i singoli componenti attraversano i paesi e le città a piccoli gruppi o in solitaria, tanto più le persone che guardano ne colgono la bellezza. Se di fronte ai puzzle si spargono i pezzi al fine di trovare l’incastro, nel ciclismo il puzzle è completo e si “scioglie” al fine di trovare risposte. Scattano tutti, dal primo metro. La ricerca di giornata è la fuga. Eppure, proprio perché tutti la desiderano, nessuno la trova mai completamente. Si precede e si insegue. Qualche volta ci si innervosisce. Si finge e si è spietatamente sinceri. Ci si sbraccia. Urlano le radioline perché nelle ammiraglie non si accettano deroghe: bisogna entrare nella fuga visto che è giornata in cui la fuga può andare all’arrivo. E andare all’arrivo è tutto. Jhonatan Narváez lascia il gruppo dietro a Mikkel Bjerg: quello è il suo treno per Fermo. Con loro Andreas Leknessund. Se ne va e tutti pensano stia facendo ciò che a quelli come lui viene naturale, spontaneo, in tappe così. La realtà è che il vento respinge e Narváez, per peso e caratteristiche, ne è in balia come tutto ciò che è leggero. L’accordo, però, c’è e quei tre sono i primi ad andarsene. Un gruppo di una ventina di atleti si staccherà dal plotone dietro di loro ma sarà troppo tardi.

La salita di Capodarco può essere un’antologia del ciclismo perché la sua storia è come la piccola storia di ogni individuo nella grande storia dei libri. Si tratta di una di quelle salite su cui si ritorna annualmente e da cui prende il nome il Gp di Capodarco. Non serve poi avere studiato di biciclette per saperlo perché nel ciclismo c’è un indizio evidente: le vecchie scritte che restano sull’asfalto crepato. Si scoloriscono, si sbiadiscono, però sono tracce che si possono seguire per comprendere fino a dove i ciclisti sono già arrivati. Che si possono leggere, interpretare, per avere un resoconto di quel che è accaduto. Su questo asfalto segnato, Narváez rompe gli indugi e torna a fuggire. Leknessund gli tiene la ruota per poco, poi tiene il proprio passo. Raccontano che Jhonatan Narváez venga dal cielo perché cresciuto in Ecuador a tremila metri di altitudine, invece viene da una strada che per tornare a casa saliva, si arrampicava, per oltre cinque chilometri. Più romantico il cielo, forse. O forse no. Più romantica la danza lenta che è costretto a mettere sui pedali per salire via Reputolo. Si dice “en danseuse” per spiegare, quasi con una pennellata, l’alzarsi sui pedali degli atleti in salita. Per alcuni è una danza leggiadra, in contrasto con la sofferenza. Quella di Narváez, invece, non cela la fatica. Quella di Narváez è, per citare Fossati, un incubo a cui ci si affeziona. Scolpisce ogni muscolo delle gambe e ogni espressione del volto, mentre ritorna a casa. L’arrivo, l’unico luogo in cui, per qualche istante, comunque sia andata la giornata, ci si sente a casa. Ma qui siamo al Giro d’Italia e domani la strada torna a salire.

Foto: Poci’s Pix

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