In pochi parlano di Johan Van der Velde, anche se tutti e spesso raccontano della giornata che, probabilmente, per l’olandese è stata la più bella della vita. Waldemaro Bartolozzi lo aveva detto quel giorno, il 6 giugno del 1987: «Ho un corridore che ha vinto una tappa storica però nessuno ne parlerà, tutti lo evitano. Vanno tutti da quelli della Carrera». Ed era vero. A Sappada non si parlava d’altro che di Stephen Roche e Roberto Visentini. Il “tradimento di Sappada” era già stato perpetrato. Johan Van der Velde aveva vinto la tappa ma sembrava non importare a nessuno. Solo qualche anno fa, in un’intervista, Roche ha dichiarato che con Visentini non si è più rivolto la parola, ma gli sembra impossibile che tutto finisca così, allora, probabilmente, un giorno lo inviterà a bere un bicchiere di vino e a fare un giro, in automobile questa volta. Non sappiamo se sia successo e, se fosse, è veramente la prova che solo gli anni curano certe amarezze e certi dolori. In quella quindicesima tappa, Roche era entrato nella fuga di giornata, Visentini, suo compagno di squadra alla Carrera Jeans, era in maglia rosa e, nella prova contro il tempo a San Marino, qualche giorno prima, aveva reso evidente a tutti di che pasta fosse fatto, ponendo una seria ipoteca sul Giro. Boifava, suo direttore sportivo, chiese a Roche di fermarsi. L’irlandese non lo ascoltò: «La mia squadra mi sta inseguendo, non è normale. Un anno fa, grazie a me, Visentini ha vinto il Giro d’Italia. Perché adesso non può accadere il contrario?». Visentini cercherà di inseguire, ma sarà tutto vano. Stephen Roche vincerà il suo Giro, Roberto Visentini si ritirerà e da quel momento non sarà più lo stesso.

E anche se tutti parlano di Sappada, una condanna non solo per Van der Velde e per Visentini, ma pure per lo stesso Roche, l’irlandese è stato molto più di questo. Anche in quel Giro. Il 22 maggio, ad esempio, si era imposto d’autorità nella cronometro che dal Poggio di Sanremo conduceva a Sanremo. In discesa? Sì, in discesa. In quel Giro d’Italia è stato maglia rosa per diciotto giorni. Meno di un mese dopo, è partito per il Tour de France, un Tour con tanti possibili vincitori senza l’ingombrante figura di Bernard Hinault, che ne aveva vinti cinque e si era ritirato l’anno precedente. Tra i tanti contendenti è spuntato ancora una volta lui, Stephen Roche. A settembre, a Villach, in Austria, erano in programma i Campionati del Mondo. L’ordine di arrivo recita così: primo Stephen Roche, secondo Moreno Argentin, terzo Juan Fernández. Sì, aveva anche conquistato la maglia iridata. In squadra c’era Sean Kelly, suo capitano, che però non riuscì ad essere nel centro dell’azione proprio nel momento decisivo. Roche ci riuscì. Impresa di raro pregio, in un’annata che sicuramente non si scorderà mai. Quasi quarant’anni fa. Dicono che in gruppo abbia sempre avuto molti amici, che tutti gli abbiano sempre voluto bene e, forse, quel giorno, verso Sappada, ce l’ha fatta anche grazie a loro, ad alleanze fuori dalla squadra, ormai spaccata. Sarà per la sua simpatia, per il suo umorismo, caratteristiche indubbie. Come la testardaggine, sennò non si diventa Stephen Roche. Sennò non ci si prende un anno come fece lui nel 1987. Tanto, tantissimo. Eppure Stephen Roche non è solo questo. Bisogna dire così, per dire tutto.

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