Alla fine, a Veliko Tarnovo, ha vinto un ragazzo che viene da lontano e che, ora in Bulgaria, poi in Italia, avrà il padre, il fratello, la famiglia, al Giro d’Italia, in mezzo alla carovana. Si chiama Guillermo Thomas Silva e la sua casa è in Uruguay. Aveva già fatto buoni risultati, però oggi è un’altra storia. Aveva già fatto buoni risultati e se ne parlava da tanto nonostante la sua giovane età, lui che è nato il penultimo giorno di dicembre del 2001, penultimo giorno dell’anno, e non ha ancora venticinque anni. Essere giovani non è un impedimento per segnare primati, per stupire, anche se, ogni tanto, la società spinge a crederlo, anzi, beati i giovani perché, inconsciamente, svolgono questa funzione, ovunque capitino. Nel ciclismo di oggi, a ventiquattro anni non si è poi così giovani però vent’anni è giovinezza e basta. Nemmeno venire da lontano è un ostacolo, pure se siamo abituati a pensare così la lontananza. Oppure è uno di quegli ostacoli superabili, aggiungendo una forma di dedizione che solo la lontananza, dalle persone, dai luoghi, dai traguardi, dai mestieri, sa far nascere e coltivare. Per questo Guillermo Thomas Silva è diventato il primo ciclista uruguayano a vestire la maglia rosa e per questo le persone che più gli vogliono bene sono partite con un biglietto di sola andata per venirlo a vedere svolgere il proprio lavoro. Pazienza se andare a trovare un ciclista, anche se di famiglia, significa vederlo per pochi minuti, parlarci per ancora meno. Si parte e si va. Si vola o si pedala. Questione di mezzo, non di amore che è sempre lo stesso.

 

Mirco Maestri l’Uruguay non l’ha nemmeno mai visto o almeno così pensiamo noi. Di certo, però anche lui è partito, come gli capita spesso. Gli uomini che vanno in fuga non sempre vengono da lontano ma spesso vanno lontano. Non perché arrivino al traguardo, tutt’altro, ma perché vanno via da soli o quasi e fanno chilometri e chilometri inseguendo il nulla, spesso senza la minima speranza di vittoria e nemmeno di piazzamento. Le fughe di Mirco Maestri sono questa cosa qui, senza senso, almeno apparentemente. Ed è una mancanza di senso che fa venir voglia di parlarne, abituati come siamo a cercare la logica in ogni dove. Questa volta no, perché quando, a Burgas, è scattato insieme a Diego Pablo Sevilla aveva un’idea ben chiara: scortarlo verso i Gran Premi della Montagna di questa seconda frazione per racimolare altri punti per la maglia blu. Forse si aspettavano altri avventurieri, questo è vero, però sono andati lo stesso. Mirco Maestri ha accompagnato, ha scortato, ha preso un biglietto di sola andata per smezzare solitudine di quei su e giù. Anche perché i ciclisti in corsa hanno un biglietto di sola andata. Perché non tornano alla partenza, comunque vada, e perché, comunque vada, il giorno del ritorno a casa dal Giro è sempre la migliore delle ipotesi. Poi c’è la strada. Stamani, a casa, ci è tornato Matteo Moschetti, dopo la caduta in cui era rimasto coinvolto all’arrivo di ieri. Il suo Giro d’Italia è durato un giorno. Ad una curva, a poco più di venti chilometri dal traguardo, accanto ad un guardrail, hanno rischiato di tornarci in molti e ancora adesso i danni si stanno contando.

 

Piove in Bulgaria. Piove e le strade diventano saponette. Più del solito? Non siamo in grado di dirlo ma di brutte cadute sotto l’acqua se ne sono sempre viste. Basta un corridore, uno solo, che scivola e la vicinanza fa sì che in molti lo seguano. Le immagini, dapprima, mostrano biciclette che volano e ragazzi che franano a terra. Si sentirebbero delle urla, delle grida, se ci fosse un audio: la reazione istintiva alla paura. Molti sono atleti dell’UAE Team Emirates-XRG. Mikkel Bjerg, davanti al gruppo in quel momento, si volta come sente il rumore e scuote la testa, tra l’amarezza e la preoccupazione. Restano biciclette rotte, restano maglie strappate, restano borracce schiacciate. I medici prestano le prime cure, prendono fra le mani il volto di qualche atleta che forse non si è nemmeno fatto così male ma è spaventato. in molti ripartono. Adam Yates è uno di questi. Ha il volto irriconoscibile, deve lavarsi le mani con dell’acqua per riuscire a riprendere il manubrio. Arriverà con oltre tredici minuti di ritardo e stasera deciderà cosa fare. La sua famiglia non è qui, solo l’anno scorso avrebbe avuto un fratello in gruppo, ma Simon si è ritirato. E poi di fronte a tutto questo ogni ciclista è solo. Nemmeno i gregari, che si affiancano a due o tre per aiutare a togliere la mantellina nel vento, possono fare qualcosa. Solo aspettare. Come le famiglie aspettano una telefonata, un messaggio. E quando partono, sui traguardi, dal grande schermo, cercano il numero dei figli, dei fratelli, sperando in bene.

 

Jonas Vingegaard attaccherà sulla salita su cui tutti si aspettavano un attacco. Lo seguiranno Giulio Pellizzari, bravissimo, e Lennert Van Eetvelt. In quei pochi chilometri che portano il terzetto verso il traguardo, si iniziano a fare calcoli, conteggi, tattiche, perché chi vince la tappa, dopo che Magnier ha ceduto al ritmo del gruppo, conquista anche la maglia rosa. Vingegaard è il più forte a questo Giro, il più atteso, ed ha già attaccato, ma questo Pellizzari è un gran bel vedere. Ci si fa la bocca buona però il ciclismo oltre a non avere biglietti di andata e di ritorno certi, non ha nemmeno trame sicure. Non valori che sommati danno un risultato sempre uguale. Il gruppo torna sotto, li riprende sul rettilineo d’arrivo, Scaroni fa un lavoro perfetto per Guillermo Thomas Silva e Silva, in una volata incerta, supera Florian Stork e Giulio Ciccone. Esulta Scaroni in una volata che vive da spettatore e da protagonista. Esulta Silva, felice ed incredulo. Tornando verso il bus potrà salutare quelli che lo amano e sono venuti da lontano per lui. Giulio Pellizzari fa una smorfia, poteva andare diversamente, sembrava andasse diversamente. Qui non si può prevedere nulla. A volte sembra una brutta notizia, a volte la migliore possibile.

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