Il 31 maggio 1999 era un lunedì di nuvole e afa sul Giro d’Italia. Le persone parlavano del Giro, ma parlavano di altro. Il giorno prima, Marco Pantani, nonostante un salto di catena, aveva raggiunto e superato tutti i suoi avversari ed era andato a vincere una tappa indimenticabile ad Oropa. La Gazzetta dello Sport, aperta sul bancone di qualunque bar di paese, raccontava di questo e le voci della gente facevano eco. Il Giro, intanto, ad Biella, puntava verso Lumezzane, con una tappa di oltre duecentotrenta chilometri. La tappa sembrava disegnata apposta per un corridore che avrebbe potuto approfittare dello strappo finale e dell’ultimo chilometro in leggera salita per lanciarsi in una vittoria “à la Jalabert”. Laurent Jalabert era campione nazionale di Francia ed in quel Giro era partito con l’idea di vincere una tappa ed indossare almeno per un giorno la maglia rosa. Ci era già riuscito: di tappe ne aveva vinte due, a Vibo Valentia, di stile, ed ad Ancona, a cronometro, sua specialità. La maglia rosa l’aveva conquistata e l’aveva difesa con orgoglio e umiltà. Il giorno in cui la perse, quello del Colle Fauniera della spericolata discesa di Paolo Savoldelli, si fece sfilare in fondo al gruppo di ritardatari con cui arrivò al traguardo. Salutò così la maglia di leader. Ed anche il giorno prima, verso il Santuario di Oropa, era rimasto l’ultimo a resistere all’assalto del Pirata. Due corridori e due passi, due pedalate, due anime ciclistiche e umane piene di fatica, eppure diverse. Pantani lo aveva affiancato e superato, lasciato sul posto, con apparente facilità, mentre il Diavolo sventolava il tridente. Laurent Jalabert era stato secondo, se l’era sudata. Il primo degli umani, non fosse che Marco Pantani era il più umano di tutti anche nel modo di vincere e soffrire, patire la sfortuna. A Lumezzane era un altro capitolo.

La Mercatone Uno tirava il gruppo. Paolo Bettini e Gabriele Missaglia mantenevano ancora una quindicina di secondi sul plotone. Pochi. Un allungo del Falco Savoldelli ne azzerò le possibilità di vittoria dopo chilometri di fuga. La maglia tricolore, quello francese, di Jalabert era in agguato, sarebbe spuntata da lì a poco, riportandosi su quella rossa della Saeco e sorvegliando le prime posizioni del gruppo ormai sgranato. Marco Pantani, d’istinto, lo marcava stretto. Vano l’allungo di Gilberto Simoni. Ancora Jalabert mentre sotto le ruote iniziano a scorrere i nomi degli sponsor che precedono la fettuccia bianca del fine tappa. Testa a testa tra il campione nazionale francese e Marco Pantani, in maglia rosa e senza bandana. Mentre, a casa, qualcuno si alza dal divano con il telecomando in mano per questo brivido inaspettato. Lo chiamavano Jaja e Jaja ce l’aveva fatta ancora una volta. Primo Laurent Jalabert, secondo Marco Pantani, terzo Gilberto Simoni. Ha corso fino al 2002, Jalabert, dopo gli anni con la O.N.C.E Deutsche Bank, quella maglia giallo nera che l’ha caratterizzato e a cui ancora oggi lo si associa nella memoria, è passato alla CSC Tiscali. Ha vinto diciotto tappe alla Vuelta, corsa che ha conquistato nel 1995, quattro al Tour de France, dove ha vinto anche la maglia a pois, ancora tappe e ancora classiche, San Sebastian, Milano-Sanremo, Freccia Vallone, Il Lombardia, ma anche brevi corse a tappe, Parigi-Nizza e Romandia. Lo chiamavano Jaja, in bicicletta aveva una classe rara ed ha vinto tanto ed esplorato ogni angolo del suo talento. Lo chiamavano Jaja ed a Lumezzane, tra il cielo grigio e l’afa, si parlava di lui e di una volata assurda con il Pirata di Cesenatico.

Privacy Preference Center