La voglia di vincere che bolle in gruppo
Dopo giorni e giorni, praticamente due settimane, in cui tutti parlavano di Tadej Pogačar e del suo controllo sfrenato su questa corsa, il Tour de France 2026, del suo “cannibalismo” anche in frazioni in cui, forse, avrebbe potuto lasciare maggiore spago alle fughe di giornata ed a finali differenti- ma Pogačar fa il ciclista non lo scrittore, non l’autore di trame interessanti per il pubblico: forse per questo doveva, forse per questo non doveva- quando la sua squadra allenta la presa, nella tredicesima frazione, quasi un terzo del gruppo, cinquantasette atleti, per la precisione, va in fuga. Il venerdì 17 della Grande Boucle nasce così, fregandosene della sfortuna, fra corridori affamati e chimere, visto che quando la fuga è così sostanziosa dentro, spesso, ci finiscono anche nomi per nulla adatti alla frazione in corso, quella con il Ballon d’Alsace, ma allo stesso tempo quando la fuga è così sostanziosa dentro ci finiscono anche pesci grossi, atleti che se azzeccano la fuga giusta poi, sì, possono cambiare il Tour. Non scalzare Pogačar, forse nemmeno Vingegaard, ma sicuramente fare confusione, aprire altri scenari, divertire e divertirsi.
Tom Pidcock, non lo scopriamo certo oggi, è questo tipo di corridore e Tom Pidcock è in questa fuga, con sostanziosa dote di compagni di squadra. Alla partenza di Dole era decimo in classifica generale, a quasi dodici minuti dalla maglia gialla, per questo, in fondo, il suo nome non spaventava e, proprio per questo, Pidcock è riuscito a farla sotto il naso a tutti. La fuga ha avuto anche oltre gli otto minuti e mezzo di vantaggio, ha concluso con oltre sette minuti e trenta. Da decimo è salito in quarta posizione, a pochi secondi dal podio, a quattro minuti e quindici dallo sloveno. Nel ciclismo di Pogačar si impara a cogliere l’occasione perché non si sa quando capiterà di nuovo e perché difficilmente sarà una concessione, più spesso, quasi sempre, la sua legge sarà quella più cruda dello sport: per vincere, per batterlo, bisogna, per l’appunto, batterlo, staccarlo, superarlo. Nel ciclismo di Pogačar la voglia di vincere “bolle” in gruppo per giorni e giorni e, poi, esplode in un venerdì 17 qualunque, in cui si ritorna sul Ballon d’Alsace di René Pottier e lassù c’è la sua lapide, quella del primo corridore ad attraversarlo.
La fuga di Tom Pidcock è anche la fuga di Mads Pedersen che attacca per fare incetta di punti per difendere la maglia verde e li coglie a Melisey, la città di Thibaut Pinot. Mads Pedersen che in salita si stacca, perde le ruote della fuga, ormai sgretolata, e viene riassorbito dal gruppo. Si fa sfilare, Pedersen, prende la borraccia, chiede ai suoi capitani se vogliano dell’acqua. Gli dicono di no. Allora apre la borraccia e rovescia loro addosso il suo contenuto cercando di rinfrescarli. Poi prende e si mette in testa a tirare, a dare l’ultimo contributo prima di staccarsi. Nel ciclismo di Tadej Pogačar, i fenomeni non sono solo quelli che vincono tanto (e Pedersen vince tanto) ma anche quelli che dopo aver vinto fanno di tutto e di più, perché il ciclismo ai tempi di Pogačar lo richiede. La fuga di Tom Pidcock è anche la fuga di Mauro Schmid che l’anno scorso, il 16 luglio, a Tolosa, era in fuga come oggi, ed ha perso l’attimo giusto. Un anno fa con lui c’era Jonas Abrahamsen, oggi, invece, Harold Tejada. Forse per questo aveva così tanta voglia e anche così tanta paura . Pare che l’ultimo momento in cui abbia avuto timore sia stato proprio una volta lanciata la volata, mentre Tejada lo affiancava. Ha temuto finisse ancora come trecentosessantacinque giorni fa. Qualcosa di simile a quello che Pogačar ha detto dopo la vittoria di Le Lioran ma lui è Mauro Schmid. Ha rischiato di smettere qualche anno fa, ai tempi della Qhubeka: era rimasto senza contratto e credeva che nessuno più lo volesse, poi invece si è presentata la Quick Step e non poteva crederci. Ha creato un sito in cui si racconta e all’interno c’è una sorta di guida temporale con i suoi successi, posizionati su una linea del tempo. Roba impossibile per gente alla Pogačar.
Nel ciclismo di Tadej Pogačar, i ritardatari, ad oltre diciassette minuti dalla fuga e a quasi dieci dal gruppo, guardano il tabellone luminoso e cercano di capire chi abbia vinto. Sanno chi c’era in fuga, ma così distanti hanno perso il contatto radio. Allora indagano silenziosamente con lo sguardo: succede a Ballerini ed Higuita, compagni di Tejada, che, ad un certo punto, comprendono e fanno cenno “due” con la mano, in riferimento al piazzamento del compagno di squadra, succede a Pascal Ackermann che sorride guardando i fotografi e sapendo che Schmid ha vinto. Nel ciclismo di Tadej Pogačar questo non è cambiato, anzi, quando qualcuno va a prendersi il proprio posto si sente ancor di più. Sarà per quella voglia di vincere che bolle in gruppo.
50 anni di DURA-ACE
da alvento numero 27
Testo – Michele Pelacci
Foto – Eloise Mavian / Tornanti.cc

«Cosa vuoi da Hattori Hanzo?»
«Acciaio giapponese»
«A che ti serve l’acciaio giapponese?»
«A uccidere dei parassiti»
«Devono essere parassiti molto grossi se ti serve l’acciaio di Hattori Hanzo»
«Enormi!»
È un dialogo famoso, questo. Avviene tra Uma Thurman e Sonny Chiba verso la metà di Kill Bill: Volume 1. La prima interpreta Beatrix Kiddo, una vendicatrice che vuole – appunto – uccidere Bill, il secondo è il miglior forgiatore di spade del mondo. Beatrix vuole farsi fare una spada da Hattori Hanzo, ma egli non ne fa più da molti anni: si è pentito perché ha capito che gli strumenti che crea, anziché felicità, portano morte e tristezza nel mondo.
Chi apprezza Tarantino sa bene come continui la storia. Ciò che interessa qui, tuttavia, è che tra le altre cose questo film ha rivelato a molte persone l’esistenza e la specializzazione della metallurgia giapponese. Secondo diverse fonti, infatti, i primi oggetti e strumenti di metallo comparvero in Giappone durante il periodo Yayoi, tra 400 a.C. e 300 d.C. Ma soltanto secoli più tardi, nel 1543, un evento casuale permetterà a una specifica zona del Giappone di diventare la capitale asiatica del ferro.
Storie di naufragi e metalli
È il 23 settembre e una barca portoghese viene portata a riva, sulle coste dell’isola di Tanegashima. Non è la più grande né la più centrale delle oltre 14.000 che compongono l’arcipelago giapponese, tanto che un mercante di Sakai, tale Tachibanaya Matasaburo, passa di lì per caso. A bordo, l’equipaggio è munito di fucili con otturatori a miccia e archibugi: è il primo contatto degli europei con il Giappone, il primo contatto giapponese con le armi da fuoco. La notizia è talmente grande che Matasaburo corre a Sakai per riferirla al suo daimyō, una figura paragonabile al nobile feudatario.
Sakai invece sì che è una città importante. In età medievale è stata una delle destinazioni portuali più importanti del Giappone ed è qui che si sviluppa, tra Settecento e Ottocento, anche grazie alla novella di Matasaburo, la produzione di coltelli, armi da guerra e altri oggetti composti dai più svariati metalli. Essendo abili nella cura e nella forgiatura di vari materiali, a molti fabbri di Sakai venne chiesto di aggiustare le prime biciclette che iniziarono a comparire – gli esemplari pre-novecenteschi erano costosi, senza freni e molto pesanti – anche in Giappone. Il passo tra il montare fucili e l’assemblare biciclette è breve, a quanto pare.
È così che Sakai è diventata il cuore dell’industria ciclistica giapponese. Sfruttando l’onda lunga di queste innovazioni tecnologiche e commerciali, nel 1921 il ventottenne apprendista tornitore Shozaburo Shimano fonda a Sakai la Shimano Iron Works. Il primissimo obiettivo fu la creazione della ruota libera, una delle componenti più difficili da produrre in quegli anni. Il meccanismo con cricco e ruota dentata richiedeva, per gli standard di allora, un elevato livello di precisione ed esperienza. Nessuna fabbrica al di fuori di quelle dell’Occidente potrà crearne di buona qualità, si diceva. In effetti, all’inizio i problemi erano tanti: dal tornio di Shimano non usciva un acciaio temprato neanche vagamente preciso e duro come quello europeo.
Dopo anni di ampliamenti della fabbrica, importazioni dall’estero per apprendere i segreti delle produzioni occidentali e un uso sempre minore di componenti non prodotte in loco, Shozaburo produce una prima ruota libera di livello e la marchia 3.3.3 (una sillaba di Shozaburo significa appunto tre). Il primo prodotto venduto da Shimano doveva essere consegnato a negozi e distributori gratis, posto in scatoloni stracolmi di pezzi di ricambio: solo così, pensava Shozaburo, potremo far conoscere la qualità del nostro prodotto.
Premendo il tasto flash-forward, oggi Shimano ha più di undicimila dipendenti in tutto il mondo ed è presente in tutti i continenti tramite uffici, punti vendita, fabbriche o magazzini. Caso più unico che raro nell’universo-ciclismo, inoltre, si rivolge ad un pubblico talmente ampio che è possibile trovare suoi prodotti sia guardando il Tour de France che girando la domenica con amici e amiche sulle piste ciclabili di tutta Italia. La storia del cambio montato sulla nostra city-bike, alla quale non puoi chiedere altro se non funzionare e lei da anni funziona fedele, inizia con una barca portoghese capitata per caso sulle coste del Sol Levante.
Asso di duralluminio
A conquistare buona parte del mercato della componentistica, però, Shimano non è arrivata subito. Dopo i mozzi con sistema di cambio interno a tre velocità lanciato negli anni Cinquanta, una gran serie di deragliatori si sussegue nel periodo successivo. Prendono tutti il nome da uccelli: Skylark (allodola) esce nel 1967, seguito da Pecker, Falcon ed Eagle. Il Crane (gru cenerina) D-501 è del 1973 e viene chiamato così perché il suo movimento ricorda quello delle gru quando sbattono le ali. Nelle sue prime versioni non piacque a Keizo Shimano, figlio di Shozaburo e allora capo della squadra sviluppo: il Crane faceva parte di questo nuovo cambio, chiamato DURA-ACE, che si rompeva continuamente. Shimano aveva mandato questo DURA-ACE in Europa, a squadre di sviluppo, poi alla Flandria-Carpenter di un giovane Freddy Maertens. Ma non andava granché bene.
Per la prima volta nel 1973, una delle maggiori squadre europee si affidò a un produttore al di fuori dell’Europa per la fornitura di componenti cruciali per le bici dei loro atleti: la reputazione di squadra progressista della Flandria-Carpenter-Shimano rese possibile l’adozione di componenti asiatiche, all’epoca irrise. La questione fu al centro del dibattito e tuttora Maertens incolpa la rivalità Campagnolo-Shimano per aver perso la celeberrima volata ai Mondiali di Barcellona contro Felice Gimondi: «Non lo dimenticherò mai. Siamo tutti ad allenarci il giovedì prima della gara e il boss di Campagnolo arriva e ci dice chiaro e tondo: Che non vinca Shimano!».
La storia, piuttosto conosciuta, continua con Merckx che chiede a Maertens di tirargli la volata pur essendo stanchissimo. Merckx, dunque, in volata non solo non batté Gimondi, ma arrivò quarto di quattro, terminando dietro lo stesso Maertens e Ocaña, centrando però il presunto obiettivo di far vincere i suoi amici italiani.
Volata del Montjuïc a parte, all’epoca l’asticella della qualità era settata da Campagnolo a un livello che per diversi lustri è stato irraggiungibile per Shimano. Qualcosa cominciò a cambiare quando a Sakai si accorsero che legando chimicamente l’alluminio ad altri materiali (soprattutto rame, manganese e magnesio) si ottiene qualcosa al contempo simile e molto diverso, più resistente e durevole, il duralluminio. Passo dopo passo, Shimano riuscì a fare in duralluminio tante componenti del gruppo: i deragliatori, le leve del cambio, i mozzi, le leve dei freni, le pedivelle e altre parti più piccole. DURA-ACE prende il nome, infatti, in parte dal duralluminio, in parte dal fatto che è il migliore, l’asso. Il cambio con cui Shimano ce l’avrebbe fatta anche nelle più importanti corse europee.
La prima vittoria di sempre di DURA-ACE non tardò ad arrivare: a metà febbraio Walter Godefroot vinse la quinta tappa della Vuelta a Andalucia. Per tutta la stagione 1973 un ex ciclista e membro della sezione sviluppo di Shimano girò l’Europa con la Flandria-Carpenter per capire meglio le criticità e riportarle alla casa madre. I problemi sono tanti, ma il ritardo di Shimano verso le altre aziende produttrici di componenti andava riducendosi sempre più, fino al Giro del 1988.
Fu un’edizione storica, ricordata soprattutto per quella tappa del Gavia. La mitica salita tra Ponte di Legno e Bormio mancava da ventott’anni nel percorso del Giro e la mattina del 5 giugno, prima della partenza da Chiesa in Valmalenco, nevicava. La leggenda vuole che il patron della corsa Vincenzo Torriani disse: «Lo spettacolo deve continuare e i ciclisti devono soffrire per lo spettacolo». Il primo a scollinare sul Gavia sferzato dalla bufera di neve, come cantano gli Offlaga Disco Pax in Tulipani, fu Johan van der Velde, ma arrivò sul traguardo semi-congelato, tre quarti d’ora dopo la coppia Breukink-Hampsten.
L’americano della 7-Eleven fu il primo non europeo a vincere il Giro d’Italia e lo fece su una bici Huffy montata Shimano. Andy Hampsten conserva ancora quella bici, nel suo negozio di Boulder, Colorado. Rossa, tubi in acciaio True Temper, sella Cinelli. Il cambio era uscito, a dire il vero, quattro anni prima: ma il DURA-ACE 7400 SIS fu una tale rivoluzione che rimase in voga per anni. Aveva sette velocità, 53-39 davanti (molto agile per l’epoca) e fu uno dei primi gruppi ad essere testato in galleria del vento. SIS sta per Shimano Index System: è una sorta di passaggio dall’analogico al digitale. Niente più micro-regolazioni e preghiere che il cambio intuisse il tuo comando, ma spostamenti di catena più precisi e regolari.
In breve tempo, dopo la prima vittoria in un Grand Tour, arriva per Shimano anche la prima vittoria ai Mondiali: Gianni Bugno nel 1991. L’anno successivo Bugno concede il bis e nel 1993 anche il campione del mondo in carica adotta un’ulteriore novità portata dal DURA-ACE nel mondo delle corse. Si dice che l’abbia pensata Keizo Shimano in persona, dopo aver visto da un’ammiraglia i corridori faticare per cambiare prima di una salita del Giro: il cambio sulle leve dei freni, per consentire ai corridori di non togliere le mani dal manubrio mentre sono al massimo dello sforzo.
Tra anni Ottanta e Novanta Shimano trasferisce le innovazioni che ha portato nel mondo della mountain bike alla strada: freni e cambio integrati, in un’unica soluzione. In particolare, il cosiddetto Dual Control Lever è un sistema escogitato nel 1990 per far sì che le leve del freno possano avere due funzioni e due leve più piccole, controllabili con la forza di un solo dito, attuino la cambiata opposta. Quello che prima necessitava energia sia fisica che mentale ora ha bisogno di pochissimo impegno. Se la guarnitura del primissimo DURA-ACE del 1973 pesava quasi un chilo, nel 1996 l’introduzione della tecnologia Hollowtech (hollow significa vuoto, cavo) porta progressivamente la guarnitura e il gruppo intero a perdere centinaia di grammi, fino ai circa 685 attuali.
Un altro game changer, nel 2009, è il Di2, il sistema di intelligenza digitale integrata che ha introdotto nel mondo del ciclismo il cambio elettronico. Come tutte le precedenti innovazioni, dapprima è stata vista con disapprovazione: ora non si fa più senza. Il sistema linfatico della bici viene portato dentro al telaio, le cambiate diventano ancora più veloci e precise, necessità di manutenzione e sostituzione vengono meno. Il mondo dei professionisti se ne accorge presto: distruggendo i fratelli Schleck nella cronometro di Grenoble nel 2011, Cadel Evans diventa il primo vincitore del Tour de France ad aver pedalato grazie ad un cambio elettronico. Oggi il DURA-ACE R9200 elettronico e coi freni a disco è di gran lunga il gruppo più usato dai pro: lo usano 14 squadre su 18 del World Tour.
Eppure da nessuna parte Shimano scrive QUESTA ROBA L’ABBIAMO INVENTATA NOI a caratteri cubitali, perché non è nel modo giapponese di fare le cose. Shimano è contenta se, fatto al meglio il proprio lavoro, torna a casa in punta di piedi così com’era arrivata, senza aver raccontato nulla.
Questa è, in soldoni, l’evoluzione di DURA-ACE. Il miglior gruppo di Shimano ha compiuto mezzo secolo nell’anno in cui io ho scollinato il quarto di secolo: forse anche per questioni anagrafiche, le nostre strade non si erano mai incrociate. Anzi, quando mi è stato proposto di fare un articolo sui 50 anni di DURA-ACE a malapena sapevo di cosa si stesse parlando. Poi sono stato tre giorni ai piedi del Cauberg, a Valkenburg, allo Shimano Experience Center, e lì diverse idee me le sono fatte.
Epifania giapponese
«Sneakiamo, superiamo a destra e andiamo, che qua non sono abituati» scherza Marco Cittadini di Shimano al volante tra l’aeroporto di Bruxelles e Valkenburg. È difficile dire cosa non sia l’Experience Center: ci sono un hotel, un ciclo-caffè, una ciclofficina, uffici, una palestra, un negozio di vestiti, un piccolo museo, un noleggio e sale per incontri. Una piccola cittadina in cui tutto è raggiungibile in due minuti a piedi, su misura di chi pedala.
Quando entriamo, nel ciclo-caffè risuona Every breath you take dei Police e il museo poco distante racchiude diversi esemplari di DURA-ACE. Quelli più vecchi non sembrano nemmeno avere 50 anni, ma appartenere ad un’altra epoca. Anche tra i moderni, risulta abbastanza anacronistico uno montato sulla bici che usava la Rabobank nel 2010: il rapporto più leggero è un 39-21.
Quando invece posi lo sguardo sulle biciclette più moderne, viene l’acquolina in bocca. C’è la Giant con cui Dumoulin ha vinto il Giro nel 2017, la Pinarello con cui Bernal ha vinto il Tour nel 2019, la Canyon celebrativa della maglia gialla di Van der Poel al Tour 2021. Appese alle pareti ci sono bici usate di recente da Froome, Alaphilippe, Mohoric. Tutte accomunate da una caratteristica: avere montato il DURA-ACE.
Faccio presente a Marco che quando parla di mozzi a frangia larga, pre-carico dei freni, guaine o del principio di coppe, coni e sfere libere, non è che sia proprio a mio agio. Quando disserta di indicizzazione, fatico ad afferrare il fatto che non si trattasse di libri e bibliografie. Ma una cosa, pur avendo provato il fratello minore di DURA-ACE, Ultegra, l’ho capita pure io. È successa quando non me l’aspettavo. Ero a bordo strada, fermo: un piede per terra e l’altro ganciato al pedale. Con quest’ultimo ho fatto il semplice gesto di alzare la ruota posteriore e spostarla verso il fosso, cosicché non fosse d’intralcio alle – peraltro poche – macchine di passaggio. È un movimento automatico, che ho fatto altre centinaia di volte, comune a chiunque vada in bici. Semplicemente, non pensavo una bici potesse pesare così poco nella sua parte posteriore: mi sembrava di non aver alzato nulla, tanto da dovermi girare per controllare effettivamente di aver spostato la ruota.
Prima di partire per la pedalata, d’altronde, Marco mi aveva avvertito. Quando gli ho detto che di solito non pedalo su una bici equipaggiata Shimano, né con un cambio elettronico, aveva previsto un’epifania giapponese. E così è stato. Una delle cose che più mi piaceva fare col mio Ultegra (DURA-ACE, Ultegra e 105 condividono la stessa anima, sostanzialmente sono la stessa cosa solo con pesi – e di conseguenza marginal gain – diversi) era tenere premuto il cambio e sentirlo fare tac-tac-tac, rapidissimo, per portare la catena da una parte all’altra del pacco pignoni. Dalla corona più piccola alla più grande impiega una quantità di tempo ridicolmente piccola.
L’epifania avviene per le stradine di Valkenburg, cittadina benestante considerata la più cool tra quelle montuose del sud dei Paesi Bassi, una nazione che ha il punto più alto nei 321 metri del Vaalserberg. Nella provincia del Limburgo è Maastricht il polo più conosciuto, per anni sede di arrivo (oggi solo di partenza) della Amstel Gold Race. Dal 2013 l’arrivo della Amstel è stato spostato a Berg en Terblijt, un paesino vicino Valkenburg, ma il cuore pulsante della corsa è sempre stato il Cauberg.
Collinetta per nulla panoramica, né bella di per sé (la strada è larga e porta verso il nulla): è però ripidissima e sull’asfalto sono perennemente riconoscibili i segni del passaggio di una corsa ciclistica. Quando siamo passati noi, il più disegnato sull’asfalto era il faccione di Mathieu van der Poel: la sua vittoria qui nel 2019 è forse la massima espressione di potenza ed estetica di qualsiasi persona sui pedali in questo secolo.
Il Cauberg è una salita storica (più di venti volte è stata percorsa dai Mondiali 1938 e 1948, ben prima di quelli del 2012), tutti sono passati di qui (pure il Tour e la Vuelta) e rimane uguale a sé stesso mentre tutto, intorno, cambia. Per questo c’è un qualcosa di giusto, di estremamente azzeccato nel porre ai piedi del Cauberg il luogo in cui Shimano vuole raccontarsi al mondo. La serializzazione è un elemento chiave in un’industria, così come la ripetizione sta nel nome stesso del muro più famoso di Valkenburg: si ritiene infatti che cau derivi dalla parola celtica kadeir, che significa collina al pari di berg. La collina-collina che è il Cauberg si presenta e ripresenta di fronte ai ciclisti, diventando diversa e sempre più dura ad ogni passaggio. La matassa di stradine che si dipana nei paraggi può cambiare, ma il Cauberg rimane lì.
Similmente, la filosofia alla base di Shimano «la chiamiamo ingegneria di sistema: lo sviluppo di un singolo pezzo tiene in considerazione l’insieme degli ingranaggi dentro al quale si deve muovere» dice Marco mentre pedaliamo sul rettilineo finale della corsa.
È una storia in continua evoluzione, quella delle componenti di Shimano. Addirittura una storia imperfetta: abbiamo detto di come per decenni l’azienda giapponese si sia trovata a inseguire, facendo errori, riprovando. Poi si è messa davanti al gruppo col DURA-ACE e nessuno le è più uscito di ruota, come successo con van der Poel in quella Amstel. «A cosa serve quindi il duralluminio giapponese?» potremmo chiederci parafrasando la frase di Kill Bill di cui sopra. «A tirare la volata all’evoluzione del ciclismo».
This is home: l'altra prospettiva di Mathieu van der Poel
La casa, sì, il luogo da cui chiunque parte, anche se dietro a certi campioni (non solo campioni, in realtà, anche idoli del cinema, per esempio) alcune volte sembra non esserci quel tavolo in cucina e quella tovaglia della prima colazione, piuttosto che quel libro sul comodino e quel garage dove si tengono vecchi oggetti. Paiono venire da un altro mondo certe persone, quasi catapultate qui già come sono o, per meglio dire, come le abbiamo conosciute, attraverso uno schermo o un giornale. Non è così: quella tovaglia, quel libro, quel garage c’è per chiunque. Quello e molto altro perché tutti arrivano da una casa. Non solo quella di mattoni, ma, forse soprattutto, quella di radici, legami e ricordi. La casa di Mathieu van der Poel è ad Antwerp, in Belgio ed è lì che Shimano ha ambientato “This is home”, un cortometraggio che, tra Anversa e Moraira, esplora la terra di van der Poel, geografica e umana. C’è un divano e suo padre, Adrie, che ricorda i tempi dell’asilo. Mathieu aveva una piccola bicicletta con le rotelle e solo due anni o poco più: ogni bambino aveva una bicicletta in quell’asilo, del resto pare che in Belgio quasi tutti i bambini vadano a scuola in bicicletta, un’usanza che risale, forse, ai tempi di Eddy Merckx. Certo, ma quella di van der Poel era una delle poche biciclette con ancora le rotelle, così un giorno l’insegnante ha telefonato a casa: «Perché lasciate le rotelle alla bicicletta di vostro figlio? Guardate che non ne ha bisogno. Prende sempre le bici dei suoi compagni che ne sono prive e va con quelle. Toglietele pure. Ha solo due anni? Fa niente». In quel momento suo padre era sorpreso. Oggi lo racconta con una forma di tenerezza. A casa di quanti accade così quando un padre narra?
C’è un tavolo, ci sono fotografie, ritagli di giornale e sua madre, Corinne, che parla del figlio, descrivendone il carattere, l’irrequietezza e l’incapacità di stare fermo sin da bambino, vivace com’era. C’è David, suo fratello, con cui si divertiva a gareggiare assieme, mentre andavano a scuola (e lo batteva, precisa David) e c’è la sua compagna, Roxanne Bertels, che spiega quanto sia importante la coincidenza della persona con quel che tutti vedono, dentro e fuori casa. Mathieu van der Poel viene da lì o, forse, da ancora prima. Mathieu van der Poel viene da nonno, da Raymond Poulidor. Lui che diceva che il Tour era la sua vita e che il giorno in cui non sarebbe stato più al Tour ci si sarebbe dovuti preoccupare, lui che è mancato giusto pochi mesi dopo essere volato al Tour de France. Mathieu van der Poel aveva un legame con nonno Raymond e nonno Raymond, nel ciclismo, era stato un campione. Diversamente, ma allo stesso modo, nome noto del ciclismo è stato il padre Adrie e si potrebbe avvertire la pressione con una famiglia così alle spalle. Mathieu van der Poel non l’ha avvertita. Seguiva i consigli del padre ma sapeva distanziarsene al momento opportuno. Per esempio per quanto riguarda la pressione delle gomme: racconta che le gonfiava secondo le parole di Adrie e, poi, magari, a duecento metri da casa, le sgonfiava, perché, pedalando, sentiva che era quella la scelta giusta. Oggi la pressione che avverte è quella del mondo del ciclismo che da un corridore come lui pretende sempre molto, così, ogni tanto, prende e va a giocare a golf con gli amici e solo in quel paio d’ore riesce a non pensare alla bicicletta, ma ci sta. Se si guarda indietro sa di aver realizzato molto più di quanto potesse mai pensare. Un’altra idea, però, ce l’ha. La casa è anche il luogo delle confidenze, dei progetti, ed in “This is home” van der Poel parla anche di questi. Mentre sistema la bicicletta, mentre si veste, si prepara e pedala felice. Mentre fa, insomma, tutto quello che ciascuno fa fra le proprie mura e fra le proprie strade.
Le Tour se ne frega
Nel giorno dei vigneti, nel giorno dell’arrivo a Bordeaux, si riparte con Tadej Pogačar in maglia gialla ed il Tour de France che pare uscito da una lavatrice con centrifuga impostata al massimo. Si sapeva, si presupponeva che sarebbe potuto accadere, ma quando, poi, la classifica, la mattina seguente, è così certa, così definitiva, così senza quasi alcun interrogativo, solo alla sesta tappa, le corse, di qualunque corsa si tratti, restano un poco frastornate e hanno bisogno di una giornata tranquilla, quasi sonnacchiosa, per il tracciato ma anche per il caldo infernale, ci si avvicina ai quaranta gradi, per riuscire ad andare avanti, perché questo fa il Tour: va avanti e di tante cose sembra fregarsene. Del resto, questo ha sempre fatto “monsieur Le Tour” e grazie a questo, a dispetto degli anni che si porta sulle spalle, sulle strade sarebbe meglio dire, ancora oggi ha quell’aria affascinante. Perché, qualunque cosa accada, il giorno dopo riparte: qualcuno avrà la possibilità che cerca, qualcuno perderà la possibilità che aveva, altri torneranno a casa, magari si fermeranno per un mese, magari per un anno, qualche volta cambieranno storia. Le Tour sta sopra a tutto questo, imparziale. I corridori, invece, durante un Tour cambiano di giorno in giorno, diventano altri e ritornano quel che erano.
Torstein Træen aveva quattro costole fratturate e una commozione cerebrale dopo la caduta di ieri. Eppure è arrivato al traguardo. Non è ripartito stamattina e quei suoi giorni in maglia gialla, quella sua sofferenza, tutti i suoi pensieri, sono parte di quel che è stato, di quel che si ricorda, però Parigi è lontana ed il Tour forse incontrerà altre faccende di questo tipo. Quando si arriva al villaggio di partenza, ogni mattina, c’è la festa per l’apertura e quel che il giorno prima era il centro, ora è un dettaglio. Ed è anche giusto che sia così, non è una critica, è un’osservazione dello scorrimento di tutto questo e di questo Tour. Jonas Vingegaard, in questi chilometri di pianura e noia, avrà ripensato a ieri, a quanto, contro Pogačar, sia quasi tutto inutile. Avrà pensato alla prossima occasione, l’avrà voluta, sperata o temuta, ma fa niente, il Tour corre. Evenepoel ha avuto qualche problema in squadra, si è lamentato, insoddisfatto del team e, forse, ancora prima di quel che lui stesso non è riuscito a fare sul Tourmalet. Al mattino aveva detto di aver chiarito e di guardare oltre. Qualcuno dice che il Tour è già stato “ucciso”, altri dicono sia stato “ferito”, perché sembra tutto più certo, più sicuro, meno avvolto nel fascino del dubbio, ma da animale preistorico quale è resti in piedi. In fondo però chi ha detto che il Tour voglia questo? Non ci sono meno girasoli, meno trattori che disegnano coreografie, meno campi di grano se la classifica alla sesta tappa pare già definitiva. Il Tour è il Tour, il resto è affare da esseri umani che con la loro umanità devono fare i conti.
La fuga di Baptiste Veistroffer e Jakub Otruba è quasi scontata. Sia scontata nella partenza che nella conclusione precoce, meno in quel destino così cinico da non concedere nemmeno per un attimo un margine rassicurante. Sono stati nel mirino tutto il giorno, eppure hanno sprintato per un traguardo volante come fosse l’arrivo di tappa. Non c’era rassegnazione in quello sprint, non c’era accettazione: quello era quel che potevano fare e l’hanno fatto. In giorni in cui chi guarda il Tour sembra solo aspettare la volata e un’altra tappa, magari di montagna, per assistere all’ennesima impresa di qualcuno oppure al tentativo sconsiderato e per questo bellissimo di qualcun altro, il Tour è di coloro che prendono quel che c’è, senza aspettare. Perché il Tour può fregarsene, grande e maestoso, ma non gli esseri umani, non i corridori, esposti a tutto e a tutti su quelle biciclette.
In giorni come questi, Il Tour è soprattutto di corridori come Tim Merlier che, oggi una volta di più, ha reso evidente da dove derivi il soprannome “il Mago”. Non c’era Tim Merlier nella volata di Bordeaux. Non c’era nel senso che pareva nell’impossibilità di giocarsela, in una posizione scomoda, chiuso, bloccato, con altri contendenti decisamente in vantaggio. Era lì perché aveva sbagliato, perchè non aveva preso la giusta posizione e quando il gruppo scalcia così è davvero un attimo perdere ogni possibilità. Probabilmente l’ha persa, Merlier, ma, poi, si è fatto concavo e convesso, piccolo e grande, potente e furbo, possente e mingherlino. Ha varcato ogni spazio, attraversato ogni metro, sfiorato ogni spalla, preso e modificato ogni decisione possibile, per ritrovarsi dove voleva essere, davanti a tutti. Ha vinto in questo modo Tim Merlier ed il Tour, stasera, pare nelle sue mani, come per ogni corridore, quando vince, quando realizza il proprio progetto. La realtà è che il Tour è la natura di Leopardi, madre che diventa matrigna. Non è lui che cambia, sono le giornate degli uomini che lo attraversano a cambiare. Sono le loro giornate a doversi fare più sottili, più veloci, più scaltre, più vivaci, a dover cercare ogni spazio, ogni angolo, ogni metro per non fermarsi. Perché almeno fino a Parigi va avanti e resta grande, maestoso qualunque cosa accade. Anche la noia. Quei ciclisti, invece, sono così più piccoli, più umani, di certezze non ne hanno, allora vale la pena pensare a come rimediare tutto quel che si può rimediare. Che non serve essere maghi, basta essere Merlier.
Forza, follia, oblio
È necessaria forza, follia e una manciata di oblio per fare quel che Tadej Pogačar ha fatto nella sesta tappa del Tour de France: da Pau a Gavarnie-Gèdre, passando, soprattutto, per Aspin e Tourmalet. Perché senza gambe non si può attaccare a quarantadue chilometri dal traguardo, in pieno Tourmalet, e sperare di andare all’arrivo. Non ci si può riuscire, rifilando oltre due minuti al secondo, Jonas Vingegaard, vincitore dell’ultimo Giro d’Italia, e quasi tre a un gruppetto comprendente Isaac Del Toro, Remco Evenepoel e Paul Seixas. Follia, sì, perché sarebbe contro ogni tattica, ogni lucido consiglio della ragione, appena alla sesta tappa di un Tour de France stretto nella morsa del caldo e con davanti due settimane e mezzo, inoltrandosi in Francia, in luglio. Ma Pogačar sta costruendo un ciclismo parallelo che lascia indietro tante cose: il dubbio dell’attacco, ad esempio. A fine anni novanta, dicevamo che gli attacchi di Marco Pantani si percepivano nell’aria, si fiutavano quasi fossimo segugi della bicicletta, in cerca di una traccia. Per Tadej Pogačar non serve annusare l’aria: il suo attacco è costante, appena c’è una minima possibilità. La gente lo sa e va sulle strade cosciente del fatto che avverrà. La gente lo sa e, talvolta, se ne lamenta. Sarà divisivo anche lui, come tutti coloro che hanno qualcosa da dire, da dare. E ce ne faremo una ragione. Una manciata di oblio perché, pure dietro quella leggerezza da ragazzino in piena scorribanda, ha il peso di tutto quel che Pogačar muove e smuove e quando diventi Pogačar non è possibile non farci i conti e prendere solo il bello. Non scherziamo. Ha raccontato di essersi svegliato stamani alle sette e di aver sentito un’emozione particolare, una forte voglia di correre. Quell’oblio necessario per non farsi ingabbiare solo dai successi.
È necessaria forza, follia e una manciata di oblio anche per fare quello che ha fatto Jonas Vingegaard. Non solo oggi. Da quando sulla sua strada si è trovato l’altro, lo sloveno, il campione del mondo, il plurivincitore di tutto quel che si può contare parlando di ciclismo. Non che Vingegaard non abbia vinto nulla, tutt’altro, e conoscete l’atleta ed il talento. Si è però trovato sulla sua strada qualcuno fuori da ogni canone immaginabile e da questo dipende, di fatto, parte della sua carriera. Capitano atleti dal “destino vingegaardiano”: coloro che se fossero nati in un altro periodo storico avrebbero dominato ogni scena. Invece si ritrovano nel loro tempo e sono campioni ma sempre senza una parte. Sembra che Felice Gimondi realizzò questa realtà contro Eddy Merckx una notte, davanti al mare, in Spagna, parlando fino a tardi con il proprio direttore sportivo. Forse, fra qualche anno, sapremo qualcosa di simile anche per il danese, ad oggi ci fermiamo a quel che si è visto.
Alla lacerazione, perché di fatto questa è stata: la squadra di Pogačar a fare l’andatura, a sfinire gli avversari, fino a quando la sua accelerazione è risultata fatale. In quel momento, lo sloveno stava attaccando quel che restava di ciclisti già sfiancati: nei volti, nei muscoli, nel respiro, persino nei pensieri. Jonas Vingegaard ha provato a rispondere, non ce l’ha fatta. Ha creduto di poter rientrare, quando non era a più di settanta, ottanta metri. Si è illuso, ci ha sperato, ma quello se n’è andato e all’arrivo, l’abbiamo detto, il distacco è stato di oltre due minuti. L’impossibile da raggiungere davanti e un gruppetto di inseguitori che, al contrario, paiono poter rientrare da un momento all’altro. Perché se bisogna lottare per le posizioni, allora il secondo posto è il primo nel bersaglio. Vingegaard è il primo a cui tentare di fare le scarpe. Quarantadue chilometri così hanno consumato il danese che, al traguardo, ha smesso di pedalare almeno dieci metri prima dell’arrivo. Un’inezia che pesa come un macigno. Perché un uomo di classifica non lo fa mai. Un ciclista non lo fa mai, professionista dell’impossibile. In “Viaggio al termine della notte” si scriveva che “quando non si ha immaginazione, morire è poca cosa, quando se ne ha, morire è troppo”. Quel gesto è l’immaginazione che se ne va, pure in chi, i ciclisti, di solito ne ha tanta. “Morire” così è troppo.
In gruppo, per molti è necessaria forza, follia e una manciata di oblio. Al Tour più che mai. Vedere Torstein Træen faticare a tenere le ruote del gruppo, cedere ai 49 dal traguardo, inseguire a fatica assieme a Johannessen, cadere in discesa, sfiorandosi con il compagno, restare minuti e minuti fermo, spaventato, ripartire così, più ammaccato che giallo e andare comunque all’arrivo, quasi mezz’ora dopo, vedere tutto questo pare una sberla alla forza, alla follia e pure all’oblio. Invece no. Perché serve forza per risalire in bicicletta e andare al traguardo, e questa è un’ovvietà, ma soprattutto serve forza per fare quello che fa Johannessen, cercando di alleggerire la situazione, pur faticando anch’egli, per “portarlo” all’arrivo. Perché serve forza per faticare a muovere la spalla e avere nella testa i pensieri peggiori, ciclisticamente parlando, e voltarsi lo stesso verso un gruppo di ragazzini che stanno incitando la maglia gialla. Sì, in quel momento Træen era la maglia gialla del Tour e gran parte di quello che ha fatto l’ha fatto per questo. Qui è la follia, qui è l’oblio: della notte che verrà, del giorno dopo, della maglia che se ne sta andando, sulle spalle del campione del mondo. Pogačar, al traguardo, ha detto che, se fosse bastato per evitargli la caduta, gli avrebbe lasciato volentieri la maglia ancora qualche giorno. Ma qui siamo al Tour e per quanto serva forza, follia ed oblio, è obbligatoria la realtà. Questo è il punto, il problema o la soluzione.
Una volta ci sarebbe stato un cavalcavia
Una volta, nemmeno tanti anni fa, tappe così erano all’ordine del giorno nella prima settimana del Tour de France. Non a caso, le prime maglie a pois di tanti Tour si sono assegnate su dei veri e propri cavalcavia. Non è un modo di dire: la grandeur dei francesi riusciva anche in questo. Pensarci fa sorridere. Ripensarci, invece, forse, fa riflettere. Alla fine, un cavalcavia era una scusa buona, messa lì, per chi, al Tour, forse, non avrebbe potuto chiedere nulla. Perché uomo squadra, perché non in condizione e perché degli oltre centottanta partenti al Tour (ed in ogni altra corsa, ma qui di più) coloro che davvero possono chiedere sono pochi, pochissimi. A molti resta un giorno libero, un giorno a caso, un giorno pazzo, un giorno strano, un giorno solo.
Adesso, invece, da Lannemezan a Pau si va nella quinta giornata di Tour de France e, a discapito dei nomi, vicini di strade che si rizzano all’insù, la tappa pare un biliardo, non fosse per una salitella nei chilometri conclusivi. È la prima tappa in cui la volata è certa. Che poi di certo non c’è nulla è vero, ma il ciclismo in giorni così quasi ribalta pure quel vecchio e scontato detto che tutti ripetono, proprio in queste circostanze. A Baptiste Veistroffer quel giorno libero, a caso, strano, pazzo e solo capita mentre si va da Lannemezan a Pau e lui, questa volta, va. E nessuno gli dica che non ha senso perché per Veistroffer lo ha.
Baptiste Veistroffer, in autunno, prende la bicicletta e, con le borse da bikepacking, parte per viaggi lunghi, senza destinazione certa. Baptiste Veistroffer non ha fama, titoli sui giornali e interviste ogni giorno. La solita storia, penserà qualcuno, del “povero corridore” che vive di soli sacrifici e di nessun piacere eppure continua a sacrificarsi per senso del dovere. Quella dell’anti eroe che, poi, diventa più eroe degli eroi stessi a suon di retorica (eroi che, se esistono, per inciso, non vanno cercati in una corsa in bicicletta, ma lasciati ad altri campi). No, Veistroffer è felice di essere Baptiste. Non ha bisogno di tutto quel che non ha per esserlo. E tutto ciò che gli manca non gli toglie niente. Ha studiato Ingegneria, nel campo del clima. Ha lavorato per la Marina francese e ha praticato triathlon. In Francia, nei primi giorni, è stato l’ombra di Arnaud De Lie, rischiando di andare fuori tempo massimo in ogni frazione, perché De Lie, a questo Tour, ha sofferto e basta. Da quel destino l’ha salvato il suo capitano, quando ha capito che nessun gregario avrebbe potuto aiutarlo. Da Lannemezan a Pau, invece, Veistroffer è in fuga solo e per qualche tratto abbiamo anche pensato che, forse, ci sarebbe voluto un cavalcavia di quelli di una volta, con in palio una maglia a pois, per lasciargli addosso il segno di quel che aveva fatto. Poi abbiamo guardato meglio e abbiamo capito che quelli come Veistroffer, oltre duemila chilometri di fuga nelle gambe, possono fare a meno di un cavalcavia come scusa per andare. Vanno lo stesso.
Quando Veistroffer viene ripreso, dopo qualche scaramuccia, a Pau, arriva la volata che tutti si aspettavano. Dal caos dello sprint, spunta Olav Kooij, davanti a Max Kanter e Tim Merlier. A ventiquattro anni, Kooij è alla prima partecipazione, dopo un periodo non certo facile, tra problemi, virus e stop. Un giorno così lo aveva in mente, ma faticava a crederci, così lo chiamava sogno. Lui che è un velocista e non può permettersi giorni liberi, strani, pazzi, a caso. Perché i velocisti hanno un unico destino: le volate. E, quando vincono, vincono dal gruppo. Lui che è un velocista ed in quanto tale solo non è mai, ma sbuca fra i tanti. Lui che è un velocista ed in quanto tale, in mezzo al gruppo e alle sue peripezie ad alta velocità, è solo quasi quanto Veistroffer. Quasi quanto qualunque corridore da queste parti, che abbia da chiedere o meno. Mentre i cavalcavia di una volta, al Tour, non si vedono più e domani si sale al Tourmalet.
Erano i tempi di Alberto Contador
Erano quelli i tempi in cui abbiamo imparato a familiarizzare con un ragazzo spagnolo, di Pinto, che in salita scalava “en danseuse” e che, al traguardo, mimava il gesto di una pistola che, sparando il colpo, centra il bersaglio: impeccabile, infallibile. Era Alberto Contador Velasco, di fatto solo Alberto Contador, spesso, nella cronaca, Contador, la maggior parte delle volte “El Pistolero”, in onore di quel gesto che segnava la felicità dopo ogni successo. Era il mese di luglio del 2007, il Tour de France numero novantaquattro, nell’estate successiva a quella in cui l’Italia del calcio sollevò la Coppa del Mondo. Un anno dopo, la maglia azzurra dell’Italia era ancora la preferita nei campetti di calcio degli allora adolescenti e c’era un certo orgoglio nel vestirla. In Francia, invece, si ricordava la sconfitta, ma il Tour de France è da sempre la cura per i cugini d’Oltralpe, ogni ferita si ricuce come le crepe dell’asfalto bruciato dal caldo. Contador non aveva ancora venticinque anni e competeva anche per la speciale classifica dedicata ai giovani, quella che assegna la maglia bianca. Di rivali ne aveva: Carlos Sastre, Haimar Zubeldia, Oscar Pereiro, Alejandro Valverde, Cadel Evans, soprattutto Michael Rasmussen. Non una storia facile quella di Alberto Contador: tre anni prima, al Giro delle Asturie, accusò capogiri, mal di testa e cadde a terra. Si trattava di aneurisma cerebrale congenito. L’operazione gli salvò la vita e gliela cambiò, nella visione e nell’approccio alle situazioni. Quella pedalata, quasi come danzasse, è il ritratto della leggerezza di un fenomeno in salita e, forse, anche qualcosa in più.
Contador è cresciuto con Marco Pantani e sulle salite lo ricordava. Ma quando c’è qualcuno che se ne va da solo, mentre la strada sale, il pensiero va al Pirata, chiunque sia. Non fa notizia. Vestiva la maglia della Discovery Channel quell’anno e fino alla sedicesima tappa, quella con arrivo al Col D’Aubisque, non pensava certo che avrebbe potuto vincere il Tour. Era secondo in classifica generale e pagava oltre tre minuti da Michael Rasmussen, casacca Rabobank, che pareva dominare il Tour. Il giorno seguente, però, l’olandese sarebbe stato cacciato dalla corsa e dalla sua squadra in seguito a non corrette informazioni fornite sulla reperibilità e necessarie in tema di controlli antidoping. Alberto Contador passò in giallo quel giorno e da lì non lasciò mai il simbolo del primato, grazie anche ad una squadra tra le più forti: accanto a lui, Leipheimer, Popovych e Hincapie, fra gli altri. Ma il suo Tour non iniziò di certo lì. Pochi giorni prima, a Plateau-de-Beille centrò il successo, sparò, centrò il bersaglio: la prima vittoria nella corsa francese, che tornò a dominare due anni dopo, nel 2009. La prima vittoria nel suo stile. Quello dei fenomeni a cui pare riuscire tutto facile. Stefano Zanatta, in un’intervista, ci ha raccontato di aver seguito con Contador in auto un corridore del Team Polti, anni fa: «Alberto commentava tutto con naturalezza: “Ora cala, poi aumenta, gli altri non reggono, lui vince”. Ad un certo punto mi sono voltato e gli ho detto: “Alberto, gli altri non sono come te. Tu avresti fatto così. Ma i fenomeni, i Contador, si contano sulla punta delle dita”. Abbiamo sorriso». Erano i tempi di Alberto Contador.
Alvento Point: Kom Cycling Boutique, Alba
Si chiama Kom Cycling Boutique e nasce agli albori della scorsa primavera ad Alba, in Corso Europa, al numero 12. Si chiama così perché Kom era una bella parola o, almeno, così ci dice Ricardo Pichetta, co-titolare di questo spazio, e tutti sanno cosa siano i Kom nel ciclismo. Parliamo dei tempi migliori registrati su un determinato settore di percorso, la locuzione completa, per esteso, sarebbe “king of the mountain”, ovvero re della montagna e cosa suscita amore e odio nel ciclismo se non le vette? Odi et amo, una poesia dai sentimenti forti e sono i sentimenti forti a fare in modo che le cose restino, nella mente o nel mondo. Allora sì, concordiamo con Pichetta, Kom è una parola importante, un nome giusto. Non serve spiegare il termine ciclismo, ma, forse, è bene raccontare cosa sia una cycling boutique, soprattutto perché la descrizione che ce ne fa Ricardo merita: «Bici, ma non solo bici. Vogliamo prenderci cura di un certo modo di vivere lo sport, a tutto tondo, perché lo sport è, in primis, uno stile di vita. Dal ciclismo allo yoga, all’abbigliamento fuori gara, al benessere. Il termine boutique si associa all’eleganza e noi, certo, vogliamo essere eleganti, ma, allo stesso tempo, desideriamo evitare il lusso, lo sfoggio, ovvero un certo atteggiamento che mette a disagio chi arriva a trovarci e si interfaccia con noi. Gli ospiti devono essere a proprio agio, devono stare bene. Dico di più: devono poter avvertire l’esigenza di fare un giro in un luogo anche solo per bersi un caffè e scambiare qualche chiacchiera. Sentirsi meno soli, accolti, senza che vi sia alcun reciproco obbligo, alcuna ritrosia. La consapevolezza e l’innovazione vanno di pari passo con questi principi». Per questo motivo, Kom Cycling Boutique ha nel nocciolo l’idea di un architetto, ma la realizzazione è a firma di Ricardo Pichetta e Marta Giordano, che si rivedono nel locale come se si osservassero in uno specchio, loro che ad Albareto hanno fatto strada verso Alba, nelle Langhe, per costruire questo universo che ruota intorno alla bici ed alle persone.
Non deve mai mancare un bicchiere d’acqua, un caffè, una parola, uno scambio, un gesto di accoglienza, di benvenuto. Non deve mai mancare la sensazione di libertà, nel guardarsi attorno e anche nel toccare, senza il timore del rimprovero di qualcuno, magari dei proprietari, perché il “cliente” ha il diritto di esplorare nei minimi dettagli ciò che, poi, forse acquisterà, forse no, ma non conta, è giusto a prescindere: «Noi vorremmo essere trattati così e così noi trattiamo gli altri, anche se non comprano, non consumano». Ricardo Pichetta si sente fortunato, perché è riuscito a fare di una passione un mestiere e questa è cosa rara: viaggiare, pedalare, anche studiare per passione. La città ha aiutato, perché tra Cuneo e Alba si respira ciclismo, si sente il suo vento in faccia, e soprattutto ha aiutato l’aver corso in bicicletta ed essersi interfacciato con vari mental coach. Così, oggi, Ricardo non ha paura che questa passione possa essere rovinata dagli obblighi e dalle pressioni del lavoro. Lui dice che è una questione di come si leggono le parole: «Bisogna comprendere il significato dei termini e decidere su cosa soffermarsi. Ci sono le pressioni, le preoccupazioni date dalla responsabilità, ma la stessa responsabilità implica anche vantaggi, opportunità. Ecco, forse, quando pensiamo alla parola lavoro dovremmo concentrarci più su questa sfumatura e ciascuno nel proprio campo cogliere e realizzare quelle possibilità. Nel mio caso, qui vicino non c’era nulla di simile. Credevo potesse servire e, invece di lamentarmi perché non c’era, ho provato a realizzarlo».
Ricardo è nato lontano da qui, in Brasile. In Italia è arrivato solo nel 1994: amava pedalare e giocare a calcio, ma in famiglia non c’era nessuno sportivo che potesse aiutarlo in questo percorso. Con la bicicletta se la cavava bene, tanto che dai diciassette anni in avanti, aveva pedalato con l’idea di fare il ciclista professionista. C’era anche uno stipendio, nulla di clamoroso ma c’era e non è poco. Avrebbe potuto continuare, invece ha scelto di smettere, cercando qualcosa in più: non sarebbe diventato un campione perché era bravo ma non così bravo ed i sogni di giovane gli suggerivano di spingersi oltre. La ripartenza è stata da un’agenzia di un amico che faceva il Tour Operator proprio a Rio de Janeiro: Ricardo accompagnava i viaggiatori sulle Dolomiti, a Bormio, allo Stelvio, sulle Alpi francesi , gestendo tutta la parte terrestre in Europa, compresi i contratti ed il noleggio delle biciclette. Si parla del Brasile di circa quindici anni fa, in cui l’offerta ciclistica non era ancora quella odierna, altra storia è la voglia di conoscere il mondo che va per conto proprio e supera ogni barriera. In quel periodo, si intensifica la conoscenza con Giovanni Monge Roffarello, ceo di Cicli Mattio: un marchio di bici italiano, con cui Pichetta pedala e con cui pedalano quei viaggiatori. Nasce una squadra amatoriale ufficiale, si corre, si partecipa alla granfondo di New York, cresce l’idea di un concept store poi accantonata. Fino a Corso Europa 12, ad Alba, ed a quel locale che tanto è piaciuto sin da subito alla compagna di Ricardo e che è stata la partenza affinchè quel «qualcosa di più strutturato» potesse nascere. Lì c’è Kom.
Nel frattempo la cultura della bicicletta sta crescendo: «Credo nel confronto e nell’ascolto delle opinioni del cliente perché la conoscenza non è patrimonio solo nostro ed è sbagliato pensare che chi viene in negozio non sappia. Alcune volte sa più di noi. Non si cerca di vendere una bicicletta solo perché è più cara e ci permette un maggiore guadagno. La bicicletta giusta è quella che ci fa sentire meglio. Sfido chiunque a riconoscere i dettagli differenti in dieci biciclette nuove: pochissimi li identificherebbero. Il punto è che ognuno di noi sta bene con una cosa diversa e quella deve scegliere: vale per tutto e vale per le biciclette. Non bisogna avere timore che il cliente acquisti in un altro negozio, bisogna lavorare bene e farlo sentire a casa. Cresce la conoscenza degli utenti e anche quella dei venditori, pur se anche noi dobbiamo ancora migliorare e trattare le bici come in una boutique si tratterebbero oggetti di valore». Allo stesso modo, sono cambiate le cose in Brasile e se in Europa si cambia una bici all’anno, lì, talvolta, si hanno tre o quattro bici per ogni appassionato in modo da potersi cimentare su ogni terreno con il mezzo più adatto. Si può parlare di consumismo, Ricardo Pichetta parla di passione ed entusiasmo.
Ricardo si guarda intorno, guarda fuori e il pensiero va istintivamente alle strade, il terreno in cui biciclette e ciclisti cercano la libertà: «Vedo tanto nervosismo e in parte lo capisco, perché la vita porta frenesia, una rincorsa continua che non fa bene. Personalmente invito tutti i ciclisti a proteggersi, con le luci, con il casco, con ogni sistema di sicurezza che possa aiutare. Fondamentale investire su questo e la mia sensazione è che sempre più lo facciano. Tuttavia potrebbe non bastare, se non prendiamo consapevolezza che occorre fermarsi, mettere il piede a terra, rallentare. Cambiare ritmo».
Tutto ciò non impedisce però di sognare e Ricardo Pichetta, per tutti Riky, di sogni ne ha tanti, ne ha sempre avuti tanti, sin da quando, appena ragazzino, correva in bici, oppure ancor prima quando dal Brasile è volato verso l’Italia. In generale ogni volta che va negli Stati Uniti: «Qualche volta mi capita di immaginare tanti Kom sparsi per vari paesi del mondo ed è un pensiero che mi piace e che vorrei si realizzasse. Non per un aspetto economico, seppure credo nessuno possa prescindere da una certa economicità nelle attività lavorative, ma non lo farei per quello. Mi piacerebbe vedere un posto così, accogliente, in cui le persone fanno il loro ingresso per stare bene, se vogliono spendere, spendono, altrimenti possono non farlo in tranquillità. Un posto in cui ci si incontra con persone che vengono dall’altra parte del mondo per poi, qualche volta, andarle a trovare nei loro paesi. Un locale in cui si possa fare aperitivo in una fredda sera d’inverno, guardando fuori dalla vetrina le persone che passano. Oppure una birra e via a pedalare in estate. Insomma un posto movimentato e vissuto che parli di biciclette e di sport, con questo o con un altro nome, con un logo come il nostro, con un diamante, o chissà con che disegno. L’importante è che ci sia».
Una ciclista dal nome di Artemisia Gentileschi
Misia sarebbe stata Artemisia. I suoi genitori avevano pensato a questo nome conoscendo la storia di Artemisia Gentileschi, pittrice italiana vissuta a cavallo tra il cinquecento ed il seicento. A Misia l’hanno raccontata e lei l’ha studiata: «Artemisia Gentileschi è stata la prima donna, vittima di abuso sessuale, che denunciò il suo abusatore e per cui l’abusatore scontò una pena. Solo due giorni di carcere, è vero, ma era già qualcosa rispetto a quel che era avvenuto fino a quel momento. Per questo mi chiamo così. Artemisia era troppo lungo, allora sono Misia». Ha diciotto anni compiuti lo scorso settembre, l’estate della maturità in arrivo al liceo artistico, una media voti alta, molto alta, e l’arte nelle idee sin da bambina perché in famiglia d’arte si parlava. Suo padre è architetto ed ha insegnato arte per molti anni, suo fratello ha imparato prestissimo a leggere e scrivere, lei, invece, osservava la forma ed i colori delle cose e disegnava perché «gli artisti sono persone che vogliono trasmettere qualcosa che non riescono o non possono dire, allora lo fanno con uno schizzo o un oggetto. Prendete Cattelan, prendete quella banana che è diventata iconica: c’è della provocazione, ma c’è anche un ben preciso messaggio sociale. Un artista parla senza parlare e mostra ciò che sente, ciò che pensa. Invita la società a riflettere». Oppure prendete Vincent Van Gogh, prosegue Misia Belotti, che, attraverso la propria arte esprime i propri sentimenti. In un certo qual modo simile ad un ciclista. In un certo modo simile a Misia Belotti ed a quelle come lei.
Precisa, sin troppo. Racconta che questa indole la tormenta, perché il cercare la perfezione può essere un pregio ma anche un’ossessione. Desidera fare bene a scuola, perché è il suo dovere, desidera fare bene nel ciclismo perché le piace, non sa se diventerà il suo mestiere, ma costa fatica e lei non vuole perdersi nulla e correre al meglio. Così l’anno scorso si è ammalata ed ha fatto per mesi dentro e fuori dagli ospedali con quello stomaco che faceva sempre male. Ora è tutto un poco diverso, lei è ancora uguale ma ha capito: quando quei pensieri e quella voglia di perfezione iniziano a pesare, esce in bicicletta, si sfoga, guarda i paesaggi, si concentra sulle persone che incontra, su quel che vede. I pensieri si liberano e si sente meglio. Praticava equitazione, poi, un giorno, proprio suo fratello, vedendo la squadra di ciclismo locale allenarsi in un parco vicino a casa, chiese una bicicletta. Misia, pur di seguirlo, andava a piedi. «Alla fine, sei mesi prima ho tolto le rotelle e sei mesi dopo ho fatto la mia prima gara». Solo l’anno scorso era junior, il passaggio di categoria è avvenuto quest’anno con Vini Fantini-BePink. La prima gara è stata lontano, molto lontano: l’UAE Tour Women, negli Emirati Arabi. La sera prima che tutto iniziasse era preoccupata, faceva di tutto per tenersi impegnata e non pensare. L’hanno aiutata le compagne, portandole leggerezza ed allegria nonostante la prova che l’attendeva, e l’ha aiutata Walter Zini, il suo direttore sportivo, che le ha ricordato una volta di più che è giovane, deve solo imparare, provare, senza porsi troppe aspettative, senza pensare ai risultati, per quello ci sarà tempo. Dando tutto, certo, impegnandosi, certo, perché è così che si costruiscono le atlete. In gara è stata vicina alle compagne di squadra, ha imparato come muoversi nei ventagli, come fronteggiare la pancia, la testa e la coda del gruppo: luoghi in cui dovrà provare a fare casa.

L’anno scorso, al Mondiale di Zurigo, era con la nazionale junior, a tavola, quando Elisa Longo Borghini si è avvicinata al loro tavolo e si è presentata: «Come se noi non sapessimo chi è, tra l’altro. Non immagini la mia timidezza nel rispondere «io sono Misia». Le ho stretto la mano. Vorrei assomigliarle. Sono un’atleta resistente ed una passista. Credo di essere adatta alle corse a tappe più che alle classiche: il Giro d’Italia ed il Tour de France sono il mio grande sogno. Ma anche la Roubaix, perché contiene tutto ciò che una ciclista deve saper fare. Non parlo di vittoria, bensì di partecipazione. Eppure non bastano nemmeno le vittorie per assomigliare ad Elisa Longo Borghini. A fare la differenza è il suo non sentirsi la campionessa che è. Elisa è rimasta la ragazza della porta accanto». In gruppo, forse anche grazie, come racconta Belotti, a quell’euforia che si scatena quando le ruote girano e la corsa va, ha trovato il coraggio di affiancarla: «Ciao Elisa! Volevo dirti che sei il mio modello da sempre e non mi sembra vero essere qui accanto a te». Pare che Longo Borghini non abbia saputo dire altro che un grazie sentito e intimidito. Poi, però, ha chiesto il numero di telefono di Misia Belotti e le ha scritto un messaggio: «Ti ringrazio per le tue parole, mi hanno fatto piacere. Benvenuta in gruppo. Però devi anche “legnarmi” ora, sportivamente parlando, non solo farmi i complimenti». Misia ci proverà, gliel’ha promesso.
Da bambina seguiva le corse in bicicletta in televisione in braccio alla propria baby sitter, ma tutti gli sport la affascinano: il tennis e Sinner, lo sci e Sofia Goggia, e l’atletica. Sostiene che lo sport faccia bene e non solo al fisico. Sostiene che lo sport faccia bene soprattutto ai giovani: «Forse abbiamo bisogno di imparare che se qualcosa va male non è la fine del mondo. Il giorno dopo si può ripartire, si può ricominciare. In una corsa a tappe accade così. La vita non è una corsa a tappe, bisogna ricordarselo. Però qualcosa di simile lo ha». Nessuna notte folle in discoteca, qualche serata a mangiare la pizza con amici e poi i libri per l’esame di “maturità”, come lo chiama lei, che è arrivato. Per la seconda prova dovrà progettare un edificio e poi realizzare un plastico: si è esercitata tanto e spera di fare un bel lavoro. All’università studierà scienze della comunicazione e, chissà, magari un domani organizzerà eventi. Prima, però, continuerà a correre in bicicletta. Dove la Roubaix è un dipinto di Jackson Pollock, pieno di colori e linee che si fondono e si intersecano e dove il Giro d’Italia è un insieme di tutte le arti. Ma anche dove Misia Belotti, diciotto anni, porta il nome di Artemisia Gentileschi e ne va fiera.
La terra promessa di un ciclista
Mentre il gruppo, nella diciottesima tappa del Giro d’Italia, quella che va da Fai della Paganella a Pieve di Soligo, si distende in un filo che ricalca le strade tra i vigneti, quasi a ridisegnare i loro contorni con un pizzico in più di follia, Andrea Mifsud ha già fatto quasi tutto quel che doveva fare: cercare e trovare la fuga. Campeggia una bandiera di Malta accanto al suo nome, ovunque lo si cerchi, e tutti lo definiscono maltese. Ma Mifsud, capelli lunghi e barba folta, a Malta non è nato. La sua città natale è Grasse e, fino ad un paio di anni fa, era francese la licenza con cui correva. In quell’arcipelago, a Malta, ha trascorso, però, quasi ogni infanzia della propria giovinezza, con i nonni, quando ancora giocava a calcio nei campi della sua città. Proprio in quei campi si è infortunato, aveva poco più di tredici anni, ed è così che ha iniziato a pedalare. È diventato ciclista.
Ha chiesto molte volte di poter diventare anche maltese. L’anno scorso ci è riuscito e l’ha fatto perché, ovunque sia nato, lui ha sempre sentito di appartenere a quelle estati, ai luoghi dove i nonni lo portavano a giocare ed a divertirsi, quando la felicità aveva un’altra forma ed era più semplice. In fondo, è solo questo il concetto di terra che conta. I contadini che si prendono cura di quei filari non hanno, forse, estati altrove a cui aggrapparsi per appartenere, però la terra che hanno scelto è quella di cui si prendono cura, quella a cui appartengono i frutti che altri chiamano eccellenza. E se vanno via, quando tornano, si ricordano dei loro campi pure quando tutto è cambiato. Un contadino, per mestiere e per arte, è certo che la propria terra non è sempre quella in cui si è nati, ma quella che abbiamo fatto crescere, maturare, cambiare. E quella che ha fatto crescere, maturare e cambiare noi stessi. Andrea Mifsud, assieme a Jonas Geens, James Shaw e Mattia Bais, parte della fuga di giornata, è la persona ideale per parlare di tutto questo, ma le terre dei ciclisti sono così tante e spesso non sono nemmeno terre nel senso letterale del termine, ma fa lo stesso. I contadini non possono lasciare i propri terreni, i ciclisti devono e, perciò, inventano terre differenti.
La terra di un ciclista, mentre è lontano dalla propria, è la maglia che indossa. Una seconda pelle. Quella della squadra o di una particolare classifica. La prima parla di appartenenza a un gruppo, la seconda ad un talento. In molti immaginavano diversamente questa tappa, con una fuga più importante, più numerosa, fino al traguardo, invece è successo che sul muro di Ca’ del Poggio, nel suo rumore, nella sua musica, nella sua festa, il gruppo fosse ancora pressoché compatto e ogni scenario cambiato. Jhonatan Narváez era in completo ciclamino e con quei punti in più raggranellati oggi sperava, magari aggiungendone qualcuno al traguardo, di mettere al sicuro la sua personale terra fino a Roma. Invece su quel muro anche Paul Magnier e, forse soprattutto, Jonathan Milan stavano cercando una terra promessa. Una nuova volata. Il primo per tornare a vestire la maglia del talento oltre a quella della squadra, il secondo per la terra che ha nome volata, sprint, velocità. Qualcosa che a questo Giro non gli è mai completamente riuscito come avrebbe desiderato. Il francese ce l’ha fatta fino in fondo, anche grazie al magistrale lavoro di Jasper Stuyven, sempre perfetto nel ruolo di ultimo uomo ed anche quella è la terra di un ciclista, i metri che domina, la posizione in cui è imbattibile, quella in cui protegge, lancia o difende, cura o attacca. Il secondo non del tutto, forse per un’incertezza a causa della quale Zambanini, in curva, gli è passato davanti. Quando manca la vittoria ad un velocista è come quando manca la vista del proprio filare ad un contadino o un’estate bambina a Mifsud, a Malta, e tutto diventa più complesso. Arriva l’esitazione, il dubbio.
Sono figlie di una terra che mancava da qualche tappa le lacrime di Paul Magnier, nel retro del palco da cui spunterà con il solito sorriso, pronto ad essere contento e vincente. Gli chiedono se non ci credesse, se non ci credesse più, gli dicono che adesso deve crederci per forza, perché è successo. La verità è che si potrà anche andare lontano da casa e i ciclisti lo fanno per lavoro, senza nemmeno troppa retorica, ma appunto per questo serve un’altra terra a cui aggrapparsi quando si è via. Una terra che si sceglie o che ci ha scelto. Anche se non la più adatta a noi, come la tappa di oggi per Magnier. Basta che ci faccia stare bene. E se manca quella viene solo voglia di tornare.





































