La sfida

Era una sfida, un duello cavalleresco. Era una sfida e Filippo Ganna, questa volta, l'ha vinta. Era il dieci maggio, eravamo tra Foligno e Perugia, Filippo Ganna era seduto sulla stessa sedia su cui era seduto poco più di un'ora fa, quella destinata al miglior tempo provvisorio della cronometro: il video inquadrava Tadej Pogačar, dapprima sulla salita conclusiva, poi sempre più vicino al traguardo. Ad un certo punto, la grafica, un piccolo rettangolo su cui scorrono numeri, su cui scorre il tempo, dapprima verde, è divenuta rossa: è la campana a morto per qualsiasi ambizione, significa che l'altro, lo sloveno, in quel caso, è andato più veloce: sedici secondi e settantatré centesimi. Filippo Ganna si era alzato dalla sedia, aveva salutato, se ne era andato da quella telecamera che lo inquadrava: non era più il primo. Questo è ciò che abbiamo visto, quel che ha sentito era dentro quella macchina perfetta e curata allo spasimo, denominata corpo, denominato atleta. Una settimana e un giorno ed il momento è tornato. Sì, i momenti, molto spesso, tornano, si ripresentano, come le occasioni, anche se quando le perdiamo ci sembrano irrecuperabili. Questa volta tra Castiglione delle Stiviere e Desenzano del Garda, accanto al lago, "l'occhio della terra", come lo definì qualcuno, e quel ragazzo, quello con addosso la maglia tricolore, viene da Verbania, città di lago. Filippo Ganna è ancora seduto su quella sedia, davanti ad uno schermo e ad una telecamera. Sono le 16:43, parte l'altro, parte la maglia rosa, scende Tadej Pogačar. Il duello, a distanza, ricomincia.

Filippo Ganna era partito più di due ore prima ed aveva attraversato l'aria: veloce, più di cinquantatré chilometri orari di media, solido, un blocco compatto, fermo pur nello spostamento, guardategli la schiena, una tavola, perfetta, affascinante questo contrasto, elegante, nelle linee, del corpo in bicicletta e delle ruote sull'asfalto. Dentro qualcosa tra rabbia e amore, trovate voi un nome esatto alla sensazione, sappiamo che l'avrete provata: la rabbia di non avercela ancora fatta quest'anno, di non aver ancora vinto, l'amore di volercela fare, di tornare all'assalto, anzi, alla conquista. Direte che ha già vinto tanto Ganna, avete ragione, ma non si pesa la rabbia, non si pesa l'amore, non hanno a che fare con una somma o una sottrazione, hanno a che fare con gli esseri umani. Sensibile, nel senso di chi riesce a sentire, a percepire, a "toccare con mano": la sua sensibilità è esibita anche in sella, nel suo rapporto con la strada, in come vi scorre sopra, nelle curve in cui non smette un attimo di pedalare. Aveva fatto la ricognizione sul tracciato di gara, più volte, "per conoscere a memoria ogni curva": ha memorizzato tutto, non solo nella mente, anche nel corpo, che vi si orienta con delicatezza, nonostante lo morda, con finezza, nonostante lo divori. Un insieme di contrasti per cui le persone si affacciano dalle transenne al fine di osservarlo qualche secondo in più, perché il passaggio di Ganna è questione di vento, di una folata d'aria, allora serve allungare l'osservazione. Il sublime. Saranno 35'02" per percorrere 31.2 chilometri. Una bottiglia d'acqua rovesciata in gola, la mano nell'acqua di una fontana e di nuovo quella sedia, di nuovo l'attesa.

All'inizio non sorrideva, Ganna, guardava e basta, occhi fissi, dritti verso il monitor, quasi perso in un altrove. Quel rettangolo in grafica che indica i tempi riappare, è il primo intermedio: Tadej Pogačar ha quattro secondi di vantaggio. Pare un fermo immagine, è Ganna: immobile. Un'inquadratura tra il primo ed il secondo intermedio lo sorprenderà con la testa fra le mani, forse stanco di aspettare. Aspettava da una settimana o, forse, da quel giorno, ad Andora, il sette maggio, quando il gruppo riuscì a chiudere, a catturarlo, a lanciare la volata e aveva gli occhi lucidi, la voce spenta, perché avrebbe voluto vincere. Che oggi sarebbe andata diversamente l'ha capito al secondo intermedio, ne ha, però, avuto la certezza solo quando a Pogačar mancavano sei secondi per tagliare la fettuccia bianca dell'arrivo, ma il traguardo era troppo lontano. Era con Jonathan Milan, altro atleta che di velocità se ne intende: ha riso, ha riso forte.

Questa volta la voce ha fatto fatica ad uscire, nella prigione di una "e" prolungata e poi annacquata. Di un «non è mai facile» vibrato come vibrano le corde di una chitarra, ma quando agli uomini trema la voce di solito stanno per piangere o stanno già piangendo, di tristezza o di felicità. Cosa c'era dentro quella macchina perfetta che tutti abbiamo osservato, ammirato esaltato? Non possiamo saperlo. Sappiamo, però, ciò che sta venendo fuori adesso e questa volta è tutta felicità.

 

Foto: SprintCyclingAgency


Ha det bra: intervista a Magnus Sheffield

Uno dei giovani più interessanti, non solo qui al Giro, ma anche in assoluto nel gruppo, è Magnus Sheffield.

Buongiorno, Magnus.

Buongiorno!

Splendida pronuncia italiana, allora ha ragione Jean Smyth, l’addetto stampa della Ineos, quando dice che parli molte lingue.

Ho imparato qualcosa nella prima settimana di Giro. Ma di lingue ne parlo bene soltanto due, però è vero che conosco le poche parole chiave in un po’ di altre.

Sei mezzo norvegese e mezzo statunitense; qual è la tua parte norvegese e quale quella statunitense?

Ah, bella domanda. A essere onesti, sono davvero metà e metà. Mi sento molto americano ma sono anche molto orgoglioso di essere norvegese. È difficile a dirsi, magari qualcuna delle mie scelte alimentari preferite è più scandinava, e forse si può dire la stessa cosa anche riguardo alle cose che amo fare nel mio tempo libero. Ma mi sento davvero 50/50.

Facci qualche esempio di cibo scandinavo che ami.

Ooh, ad esempio il brown cheese [che dovrebbe essere il Brunost, un dolce caramelloso, NdR] e il caviale. Adoro il caviale, o, come lo chiamiamo noi: il dentifricio norvegese.

Sei cresciuto a Pittsford, un sobborgo di Rochester, nello stato di New York; come sei arrivato al ciclismo negli Stati Uniti?

Sono sempre andato in bici, sin da quando ho imparato a camminare. È una cosa che facevo con la mia famiglia, lungo i canali. Abbiamo anche fatto dei viaggi in bici in Norvegia. È davvero un’attività che ho sempre amato. Da ragazzino mi piaceva lanciarmi sulle strade vicino a casa, così come uscire con la mountain bike. Ma tutto è cominciato davvero quando ho incontrato gli August, il mio compagno di squadra A.J. e suo padre, che ha un negozio di biciclette e mi ha invitato a partecipare alla mia prima gara di ciclocross. È così che mi sono innamorato anche del ciclismo agonistico. Da lì ho cominciato con la mountain bike, il ciclocross, la strada… e tutto è cresciuto come fosse una valanga.

Quindi niente football americano o baseball.

In realtà ho praticato parecchi sport. Anche il football, ma nel senso del soccer, come chiamiamo il calcio. E poi baseball, nuoto, sci... amo soprattutto la neve.

E sei anche un tifoso?

Di calcio no, anche se sono il più competitivo della squadra. Nel football americano invece assolutamente Bills! Buffalo Bills!

E come hai preso la recente cessione di Stefon Diggs?

Eh, è uno dei miei giocatori preferiti, quindi sono ancora un po' toccato da questo fatto, ma credo che la cosa importante sia insistere su Josh Allen.

Dall’attitudine con cui stai affrontando questo Giro, si percepisce che è una sorta di rinascita dopo la caduta dello scorso anno [Sheffield è stato vittima della stessa caduta in cui ha perso la vita Gino Mäder, riportando un trauma cranico che lo ha tenuto tre mesi fuori dalle corse, NdR]. Raccontaci di più di come hai vissuto il rientro alle corse fino ad arrivare al tuo primo grande giro.

Già, è stato tutto fuorché facile. Ho passato parecchio tempo con la mia famiglia, e credo che sia stato davvero utile. È stato molto bello anche rientrare alla fine della scorsa stagione al Giro di Gran Bretagna, che è la corsa di casa della mia squadra. Ho perso l'occasione per fare un grande giro lo scorso anno, ma questo Giro aveva perfettamente senso con la mia crescita, visto che ho solo 22 anni. Rappresenta una bella pietra di passaggio per le ambizioni che ho nella mia carriera. E fin qui non posso che essere soddisfatto delle mie prestazioni e di come ho potuto aiutare G [Geraint Thomas] e Thymen [Arensman].

Ti senti un ciclista diverso, o una persona diversa, dopo l'incidente?

No, non credo. Sono sempre Magnus, non sono cambiato così tanto. Però ho imparato ad apprezzare ancora di più le corse, e forse anche la vita al di fuori del ciclismo. A non dare nulla per scontato. In questi primi anni ho vinto tre gare [nel 2022 ha conquistato Freccia del Brabante e tappe alla Vuelta a Andalucia e al Giro di Danimarca, NdR], due delle quali nei primissimi mesi da professionista. È stato un bell'inizio, ma forse ho dato per scontato che tutto sarebbe andato avanti così. Adesso invece apprezzo molto l'idea di lavorare duro per dei risultati, che arriveranno.

Sui tuoi social compare spesso tua sorella Sunniva, che da quanto ho capito vive in Alaska.

Oh no. Ha studiato là per un po’, ma adesso sta sulle isole Svalbard, dove ha passato gli ultimi mesi in mezzo agli orsi polari. Tra poco però tornerà a Oslo. Mia sorella è una persona incredibile: ama la vita all'aria aperta e ha viaggiato un sacco per i suoi studi [si occupa di scienze ambientali, NdR].

Sei abituato al freddo scandinavo e a stare nella neve… e come ti gestisci il sole italiano?

Sicuramente con un sacco di crema solare!

Abbiamo iniziato con un buongiorno, ora lasciaci con un saluto in norvegese.

Ha det bra!


Dialoghi inventati tra Campione e Paperino

«Oh, ma te ci hai mai corso in Cina?» chiede Mirco Maestri al suo idolo sulla dolce salita verso Civitanova Alta. Con un sorriso serafico, Julian Alaphilippe risponde: «Sì, molti anni fa. Ricordo qualcosa, che schifo di posti». Poi si rimettono a pedalare. Da pochi chilometri il percorso di gara ha abbandonato il lungomare e si sta addentrando nelle prime colline marchigiane. Si stanno ancora formando grupponi, gruppetti inseguono, gruppini si staccano: Alaphilippe non ne vuole sapere e allunga salendo verso Montelupone.

Maestri sa che mancano 126 chilometri all’arrivo, ma quello è il suo idolo. Gli ha appena fatto una domanda scema, sa che può fare meglio. Può addirittura impressionarlo, forse. «Cala un minimo che andiamo assieme», prega Maestri. Alaphilippe si gira, vede che non c’è nessun altro, e ci pensa su un attimo. «Va bene» gli dice poi, mica tanto convinto. I due proseguono e si parlano. «Beh sappi che io in Cina ci ho vinto una corsa, eh!» incalza Maestri. «Ah sì? Beh io mai». Risponde Alaphilippe. Non vuole mica fare il superiore, Mirco Maestri, detto Paperino, passato professionista solo a 24 anni: «Vabbè ma tu hai vinto tante altre corse, dai» lo consola senza che ce ne fosse il bisogno. E man mano che passano i chilometri, più si convincono: seguire la pista anarchica, per loro, è l’unica via per vincere.

«Porca boia! che gamba che hai oggi» loda Alaphilippe. Nota Maestri un po’ meno a suo agio sulle pendenze all’8% verso Recanati. Il francese pesa una dozzina di chili in meno, ma sa che le doti da passista di Maestri gli potrebbero tornare molto utili tra un muro e l’altro. «Facciamo così: io non ti stacco in salita, tu mi dai una mano in pianura e vediamo dove arriviamo». Maestri rafforza il rapporto in segno di approvazione: si va.

Campione e Paperino si erano già incontrati sulle strade di questo Giro d’Italia. Tappa con arrivo a Napoli. Maestri è in fuga fin quasi dalla partenza, Alaphilippe lo ha raggiunto verso Monte di Procida. Nonostante la differenza di status e freschezza, Maestri non ha mollato. Nello spiegare il perché, ha detto al podcast Gironimo (episodio sulla nona tappa, minutaggio 10:10): «È stato un onore cercare di ribattere Alaphilippe, che rimane un grande campione, un idolo insomma». Maestri è un anno più anziano di Alaphilippe: difficilmente tifava per lui da bambino, ma è un corridore che gli piace. Forse anche per questo dà cambi sinceri, senza risparmiarsi, tra Castelfidardo e Osimo.

Le salite si susseguono. «Hai un bel passo, sei forte a crono?» chiede Alaphilippe. «Abbastanza dai, quella vittoria là che ti dicevo, in Cina, fu proprio in una cronometro» risponde Maestri. E poi aggiunge, in segno di riverenza: «Ma lo so che tu le crono le hai vinte pure al Tour de France». Alaphilippe sorride e ricorda, che tempi quelli, quando vinse la Pau-Pau del Tour 2019 in maglia gialla, tra due ali festanti di folla. Era il ciclista più forte del mondo: lo pensa anche Mirco Maestri, e vorrebbe dirglielo, ma il ciclismo non è uno sport da smancerie.

Proseguono in fuga, i due, e nessuno sembra poterli riprendere. Vanno fortissimo, chiuderanno quasi ai 47 all’ora di media. Sull’ultimo strappo, Monte Giove, Alaphilippe se ne va. È un finale amaro, troppo breve, entrambi avrebbero voluto continuare la fuga fino a Livigno, e poi Roma, assieme. Ma la pedalata di Maestri si fa più dura ogni metro, non va avanti. Certo che poteva ringraziare, pensa per un secondo Paperino, guardando la scalata agile di Campione. Non può fare a meno, tuttavia, di ammettere: «Cazzo, però, che forte che è».


Oltre i muri: la gioia di Julian Alaphilippe

Al Giro d'Italia, è il giorno dell'ermo colle, di qualsiasi ermo colle, e di ciascuna siepe che "da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude". Tutto l'essenziale che c'è da sapere su un muro, della strada che si arrampica, della natura che si espande, degli esseri umani che lo costruiscono e della loro interiorità in cui si erge a poco poco e li cambia, è nelle parole di Giacomo Leopardi. È anche la terra di Michele Scarponi e del Saltarello: il primo un ciclista, il secondo un ballo tipico marchigiano che racconta, attraverso rapidi movimenti di punta e tacco, una strana felicità, una festa che nasce da dentro. Michele Scarponi quella poesia l'aveva fatta propria, pur forse non avendone mai parlato: Scarpa che nei suoi silenzi si limitava a sorridere, a fare una smorfia e oltrepassava con l'ironia le siepi che racchiudevano, che impedivano lo sguardo. Dei problemi diceva che erano simili alla pioggia, ma non può piovere per sempre: quella frase l'aveva sentita nel film "Il corvo" ed ogni volta la cambiava un poco, perché fosse davvero adatta al momento, perché non fosse una di quelle cose che si dicono per "circostanza".

Il Saltarello è la danza delle fughe, sono degli "scapigliati", gli anticonformisti del movimento artistico della Scapigliatura, coloro che partono in tromba in un tornado di gruppi e gruppetti che si creano e si disfano continuamente, perdono pezzi e li ritrovano. Mirco Maestri e Julian Alaphilippe sono, oggi, gli esponenti maggiori di questo movimento, in sella ad una bicicletta, potrebbero anche essere simili ai poeti de "L'albatros” di Baudelaire, “principi delle nubi, che stanno con l’uragano... esuli in terra". In un certo senso lo sono, almeno in parte. Non è solo la solitudine a renderli tali, è qualcosa radicato in loro, nel loro passato. Prendete Mirco Maestri, di Guastalla, nella Bassa reggiana, per tutti "Paperino", per via di quel pupazzo che, all'asilo, in un modo o nell'altro, era sempre con lui. Un ragazzo che ha iniziato a pedalare per un problema di metabolismo, che, tempo fa, aveva raccontato di essere stato un ragazzino più largo che alto e solo per questo aveva iniziato a pedalare. Figuratevi se pensava di arrivare al Giro d'Italia, aveva sogni molto più semplici. Con la bicicletta è sempre restato, essenzialmente, per un senso di gratitudine, di riconoscenza, per avergli permesso di cambiare, di diventare quel che si sentiva. C'è anche il suo ermo colle da queste parti, anzi, se li prende quasi tutti i muri, dalla testa della corsa, in un'azione "folle" assieme ad Alaphilippe. Ogni tanto si guardano: il francese gli dice qualcosa, lo incita, pare anche aspettarlo, fargli coraggio, della serie "vieni con me", "andiamo via insieme".

Recanati, Osimo, Monsano, Ostra, Ripe, La Croce, Mondolfo, questa è la sequenza. Mentre i muscoli gridano pietà, torturati, fatti a pezzi, dalle peripezie della verticalità. A Monte Giove arrivano assieme: la pedalata di Alaphilippe diventa insostenibile per lui, immersi nel vociare della gente che è salita a piedi e ora è felice perché la festa è arrivata. Si sbanda su quel muro, da destra a sinistra e da sinistra a destra. Lo sforzo dei chilometri precedenti grida vendetta, in quegli istanti, Maestri cede, spinge la bicicletta a forza di volontà e della stessa gratitudine che gliela fa continuare a scegliere. Il francese si volta, guarda, deve proseguire, non può fare altro. Il 16 maggio del 2024 non ringrazia solo per quello, ringrazia anche per la possibilità di una giornata come questa, in fuga con un ciclista come Alaphilippe, che è uno dei suoi corridori preferiti, forse il preferito, perché è l'enigma del ciclismo ed anche di un certo modo di essere umani. L'insostenibile velocità di Alaphilippe diviene, poco dopo, una sorta di insostenibile leggerezza dell'essere, un inno alla spensieratezza e alla gioia di essere un ciclista e di essere il ciclista che è: funambolo in discesa, in curva, in ogni equilibrismo che la bicicletta, comunque, impone. È l'altra parte de "L'infinito" di Leopardi, sono i profondissimi spazi, interminati, i sovrumani silenzi, il vento tra le piante, e tutto quello che si pensa o si sente: le morte stagioni, la presente, il suo suono. Fino all'arrivo, primo.

Stanco lo è, sicuramente, ma resta in piedi, continua a muoversi, sospira, sorride: cerca e viene cercato. Viene cercato dagli atleti del gruppo per un complimento, cerca Mirco Maestri solo per dire grazie, per l'importanza che ha avuto in quella fuga, per il coraggio e per quello che hanno condiviso e che solo loro possono capire fino in fondo mentre si salutano e si allontanano dalla strada della tappa che li ha fatti andare oltre. Oltre ogni muro, primo e nono, a Fano, dopo l'unico naufragio permesso ai ciclisti: l'attacco, la distanza, la lontananza dagli altri e quello nella propria interiorità. L'orizzonte ora è aperto, vasto. Mette pace.


Ultimo uomo: intervista a Max Walscheid

Uno dei corridori più alti e pesanti del gruppo, Max Walscheid, del Team Jayco AlUla, è uno di quelli che non appaiono con costanza nelle top-10. A Prati di Tivo, Napoli e Bocca della Selva è arrivato sempre tra la 135a e la 140a posizione. A stamattina ha accumulato un ritardo di quasi due ore e mezza dalla maglia rosa di Tadej Pogačar. Walscheid, però, è l’ultimo uomo di Caleb Ewan e in questa intervista ci parla di volate, di lauree, di problemi coi letti e di tanto altro.

Buongiorno Max, o dovrei chiamarti Dottor Walscheid?

Sicuramente Max.

Quanti esami ti mancano alla laurea?

Un po’ meno di un anno per finire l’università, poi dovrò svolgere un anno di tirocinio.

Stai studiando medicina, giusto?

Corretto. Beh, a dire il vero per il 99% del mio tempo sono un ciclista professionista, ma cerco di trovare un po’ di spazio anche per gli studi.

Dove studi?

Ad Heidelberg, l’università più antica di Germania!

Il tuo prossimo esame qual è e quando sarà?

Eh, bella domanda! Non lo so ancora, al momento non mi sono iscritto a nessun esame. Durante l’estate penserò a cosa fare a ottobre, novembre.

Stai pensando a una specializzazione?

No, non per il momento. Avrebbe senso fare qualcosa collegata allo sport, perché sarei affidabile come medico dello sport essendo stato un atleta professionista. Per un atleta è importante che il medico capisca bene la sua professione. Considera ad esempio la riabilitazione dopo un infortunio: l’atleta non deve tornare in ufficio, ma a competere a livello professionistico. Se come dottore comprendi tutto questo, è un grande vantaggio.

C’è qualcosa sul tuo corpo che hai imparato studiando anatomia?

No (ride). Non mi sovviene nulla di particolare… diciamo che mi sarebbe piaciuto essere un ciclista più piccolo, più basso; mi avrebbe reso la vita più semplice, ma a parte questo no.

Com’è la vita da corridore più alto del Giro, con i tuoi 199 centimetri di altezza? So che hai spesso problemi con i letti.

Al primo albergo in cui siamo stati ho dovuto cambiare camera, perché dei due letti che c’erano, uno era un divano letto. E un divano letto non va affatto bene per le mie dimensioni, quindi mi hanno dato un’altra stanza. Ma, a parte questo caso, cerco di adattarmi. Inoltre la squadra si porta dietro materassi e cuscini per ciascuno, cercano di renderci la vita più comoda possibile.

In gioventù non hai mai pensato a fare altri sport, più adatti alla tua stazza, come pallavolo o pallacanestro?

Sì, ho cominciato con l’atletica, poi sono passato al decathlon, e a 16 anni ho cominciato con il ciclismo. Probabilmente uno sport come il canottaggio sarebbe stato più adatto a me, ma non mi ci sono mai dedicato. La verità è che amo il ciclismo.

Non ti sei mai pentito di questa scelta, quindi.

No, assolutamente no. Questo è di gran lunga lo sport più bello che ci sia.

A quanto pare, con 90 chili sei anche il corridore più pesante.

A inizio carriera avevo qualche problema nello stare nel tempo massimo o nel trovare il gruppetto, ma oggi va molto meglio. Incrociamo le dita, ma adesso mi capita meno spesso di avere giornate no.

Al Giro hai un ruolo importante, come ultimo uomo del treno di Caleb Ewan, che è uno dei velocisti più minuti. Siete una coppia assortita in modo particolare, sia dal punto di vista fisico che da quello caratteriale.

Penso che la cosa più importante nella nostra relazione sia la fiducia reciproca. Ovviamente, è un aspetto sempre necessario tra un velocista e i suoi apripista, ma tra noi due è ancora più importante perché Caleb dietro di me non riesce a vedere granché. Prima della nostra prima volata insieme, al Giro dell’Oman, mi ha specificamente detto che devo tenere gli occhi due passi più avanti rispetto a dove guarderei se stessi facendo la volata per me, perché se c’è un imprevisto che lo costringe a rallentare, lui non può vederlo, la sua faccia è praticamente attaccata al mio sedere. Significa che devo avere una vista panoramica… Adesso credo che abbia compreso che può fidarsi di me, quindi direi che tra noi va tutto bene.


Una giornata da ricordare

Dove resta il ricordo di un ciclista? Fra delle lastre di roccia, in un pomeriggio invernale del 1980, Giovanni Todesco e sua moglie, pur se ancora non ne avevano contezza, poterono toccare il luogo in cui resta la memoria di ere passate, più di cento milioni di anni fa: nella pietra di Pietraroja. Si trattava di un piccolo dinosauro carnivoro, sdraiato sul lato sinistro, con il capo leggermente inclinato, il suo nome scientifico è Scipionyx Samniticus, ma per tutti è semplicemente "Ciro". A Pompei, sede di partenza della decima tappa, l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ha bloccato un istante: strade, abitanti, oggetti della quotidianità. La paura è rimasta bloccata, cristallizzata, così il ricordo, l'ultimo istante. Il Giro d'Italia è una città che cambia, che si costruisce e si cancella nell'arco di poche ore: mezzi, transenne, persone. Tutto che arriva, poi passa. Le città sono città diverse immerse nel Giro. Già, ma quando tutto torna alla normalità, in che angolo delle persone è il ricordo di quel passaggio delle biciclette che non segnano le pietre, che non fermano il tempo? Nelle fotografie, certo, ma oltre, oltre uno scatto, dov'è?

Il ricordo di un ciclista è in una borraccia, che segna il ricordo forse più di qualunque altro oggetto legato alla bicicletta. Oggetto fondamentale, oggetto del bisogno, perché cura la sete, perché contiene acqua e un ciclista è fatto anche di acqua, come tutti noi, ancora di più, forse. La borraccia che Alaphilippe, ad un certo punto, rallenta e quasi deposita, appoggia, ai piedi di una sedia bianca, di plastica, dove è seduta una signora con i capelli bianchi. La raccoglie. Il tempo che passa allunga i ricordi, come la sera allunga le sagome dei camminatori nei prati, sui monti. Sere diverse, comunque sere. Per questo tutti raccolgono le borracce, sono un segno tangibile per tenere stretti i ricordi quando si sbiadiscono. Lì c'è senza dubbio la memoria di un ciclista. Alaphilippe, poi, si staccherà dalla fuga di giornata, dopo averla cercata e voluta un'altra volta: è accanto alla macchina del medico, sembra svuotato. In un giorno sbagliato.

Il ricordo di un ciclista può essere in un cartello, al Giro è spesso nei cartelli oppure nelle scritte a terra. Gino Mäder, adesso, è anche in quell'inchiostro, ora che non è più in sella, dove tre anni fa vinse, giusto al Giro d'Italia. Gino Mäder aveva qualcosa di Palomar che sentiva il dovere di guardare le stelle per non sprecare il fatto che ce ne fossero così tante, lo svizzero sentiva il dovere di ricordarsi di abitare sotto un cielo di stelle, in un pianeta di natura rigogliosa. Perché? Perché è bello. Forse ci avrebbe risposto così, come ci aveva detto raccontando delle sue vittorie. Anche in una penna o in un pennarello c'è il ricordo dei ciclisti, pure in un pennello. Se si osserva Alessandro De Marchi mentre attacca non si hanno dubbi: il ricordo di un ciclista è nelle origini delle cose. La bicicletta, la solitudine, la rabbia, la gioia, il dolore. Di Damiano Caruso si potrebbe dire lo stesso: con le bende addosso, con le ferite ancora non cicatrizzate, all'attacco e di nuovo in gruppo a tirare, a fare il suo dovere.

Il ricordo di un ciclista è nelle partenze. Gianni Mura ironizzava: "Solo chi ama le pantofole dice che partire è un poco morire. Non partire, quello sì, è un poco morire". E aveva ragione. Filosofia di ogni ciclista, ogni mattina, ogni volta in cui è a terra ed in ogni istante in cui deve accelerare e non ce la fa. Pensiamo a Jan Tratnik che era riuscito a partire, in fuga e ancora in fuga, almeno fino a quando Valentin Paret-Peintre non scandisce il suo ritmo da scalatore: stacca Romain Bardet, raggiunge Tratnik e lo lascia lì, ripartendo, da solo. Qualche secondo dopo, anche Bardet raggiungerà e staccherà il corridore sloveno. Si spegne la luce, non si riparte, non si risponde, non si resiste: finisce anche se non finisce. Il ricordo di un ciclista è nel continuare. A pedalare, come fa Bardet che, a Torino, vedeva con fatica la coda del gruppo, oggi vede a pochi metri il vincitore di tappa: vorrebbe prenderlo, non ci riesce, ma come sono cambiate le cose. Anche il cambiamento è ricordo di un ciclista: accettarlo, sopportarlo, non odiarsi troppo perché non si è più quelli di una volta.

Infine, ma non per ultimo, il ricordo di un ciclista è nelle prime volte, perché la bicicletta è una prima volta: dell'equilibrio, della scelta, della lontananza da casa, di una velocità scelta solo dalla propria forza, dalla propria volontà. Perchè per Valentin Paret-Peintre è la prima vola, al Giro e fra i professionisti, a Bocca della Selva, che pare davvero una bocca, di faggi, di verde. Si vede che è la prima volta: da come va a zig zag sul traguardo, mentre alza le mani, chiede applausi e ride con il pianto in gola. Si vede che è la prima volta perché non sa più dove cercare conferme, perso in un mondo suo, in un pensiero che solo lui conosce fino in fondo, mentre i massaggiatori gli scuotono le spalle, quasi a svegliarlo, a destarlo. Sì, il ricordo di un ciclista è in tutti questi momenti e, poi, o forse ancor prima, in quello che suscita quando transita accanto per pochi secondi o mentre una telecamera lo segue, perché il ricordo di un ciclista è in quel che prova e che fa provare. Prima di tutto il resto. E quelle sensazioni sono come le pietre: restano più o meno simili in milioni di anni.

Foto: SprintCyclingAgency


Una specie di nuova carriera: intervista a Michael Valgren

Tra i momenti più emozionanti di questo Giro non si può non segnalare il commosso arrivo di Michael Valgren a Lucca. Il corridore danese, tra i più importanti interpreti delle classiche dell'ultimo decennio, è infatti al rientro sui grandi palcoscenici dopo un devastante infortunio. Una caduta in discesa alla Route d'Occitanie del 2022 infatti gli procurò una frattura del bacino, la lussazione dell'anca e la rottura del menisco e di entrambi i legamenti crociati, anteriore e posteriore, costringendolo a una lunghissima e faticosa riabilitazione. Lo scorso anno la sua squadra, la EF, lo retrocesse alla formazione Continental per farlo correre senza assilli; ora è nuovamente qua, e al Giro ha trovato la fuga giusta e un grande piazzamento (2°) proprio sulle strade di Lucca, dove aveva vissuto un anno ai suoi esordi.

Buongiorno, Michael. Ci possiamo salutare in italiano, direi.

Sì, il mio italiano è un po' arrugginito, ma questo l'hai capito: buongiorno.

Ci sono altre espressioni italiane che ricordi e magari usi.

Ci sono, sì, ma sai, le cose che so dire in italiano non sono esattamente belle parole, non credo che vorresti registrarle (ride).

La tappa di Lucca ha rappresentato un giorno importante ed emozionante per te. Come hai vissuto quei momenti?

Per me è stato un grande passo per rientrare in serie A. Soprattutto a Lucca, dove ho vissuto un solo anno ma ho splendidi ricordi. Fu un momento speciale, era il mio primo anno tra i professionisti. Conoscevo ancora tutte le strade che abbiamo fatto, siamo passati da una strada in pavé che era la strada preferita di Chris Anker Sørensen (ex corridore danese, scomparso nel 2021, compagno di Valgren alla Tinkoff nel 2014-2015). Entrare a Lucca è stato un momento ricco di grandi emozioni. Sono felice di esserci arrivato facendo del mio meglio.

Ti senti come se stessi cominciando una nuova carriera, a 32 anni?

Sì (ride), una specie di nuova carriera. Credo di avere ancora qualcosa da dare, e finalmente l'ho dimostrato. Ho vissuto anni difficili, ma credo di avere ancora dei bei risultati da raggiungere.

Dove hai trovato le energie per uscire da questo calvario?

Beh, quando sei lontano dal ciclismo ti rendi conto di quanto lo ami. Così quando ero distante ne sentivo davvero la mancanza, desideravo rientrare in questo "circo", che a volte è una specie di grande confusione ma io lo amo. Mi piace stare in giro, mi piace anche la mancanza della mia famiglia, perché quando torno a casa l'emozione è ancora più grande. Riconosco che è una vita un po' da pazzi, ma non riesco a vedermi senza.

Tu provieni dal Thy, l'area dello Jutland da cui viene Jonas Vingegaard, con cui hai condiviso anche il lavoro nella famosa industria ittica in gioventù. Che parole useresti per sostenerlo nel suo recupero, così come per incoraggiare altri ciclisti vittime di incidenti così gravi?

Sono cose che possono accadere a chiunque, non è questione di ciclismo. Anche nella vita ordinaria ci sono infortuni o malattie, quindi credo che commiserarsi vada bene per un po', qualche volta, ma poi è importante allargare lo sguardo e rendersi conto che c'è chi sta peggio. E continuare a lottare, a crederci, perché le cose miglioreranno.

Tu hai uno strano soprannome, Dolle, cosa significa?

In realtà non significa nulla. È un'azienda che produce scale in legno per case, tipo belle scale a chiocciola, e sponsorizzava una squadra di calcio del mio paese. Così quando ci giocavo portavo questa maglia con scritto DOLLE sulla schiena, e qualcuno ha cominciato a chiamarmi Dolle per via di quella scritta. Poi non so come sia successo, ma il soprannome è rimasto.

Hai già dei programmi post-Giro? Qualche celebrazione particolare?

Non lo so. Devo ancora pensarci.

E quando potrai andare in vacanza?

Non lo so. Potrei fare il Tour de France, forse, non si sa mai, ma sarebbe una bella vacanza. Però un giorno io e mia moglie vorremmo affittare un camper e esplorare un po' la Danimarca. Mi piacerebbe andare insieme a Bornholm, l'isola da cui arriva Magnus Cort. È un posto dove sono già stato da solo, ma mai insieme, sarebbe bellissimo.

 


Ritorno alla collina valbormidese

È il primo giorno di riposo al Giro d’Italia. Vale dunque la pena tornare un po’ indietro alla quarta tappa, quella da Acqui Terme ad Andora vinta da Merlier, per parlare di una facezia. Una piccolezza da giorno di riposo, appunto. Nella parte centrale si attraversavano gli Appennini tra Piemonte e Liguria, con un ricciolo non richiesto ma apprezzabile sul colle del Melogno. Tra Cairo Montenotte, Carcare e Millesimo il percorso di tappa passava vicino a un posto leggendario del ciclismo.

Vicino, non davanti: è un grande peccato perché Cosseria (località Bosi) è una zona remota della val Bormida, ma la tappa passava davvero lì sotto. E comunque non hanno pensato di fare una deviazione per il museo, che non è uno dei tanti. Si trova nei locali della vecchia scuola elementare del paese e contiene la collezione privata di Luciano Berruti, morto sette anni fa. Il suo nome è ora scritto sull’asfalto davanti all’ingresso del museo, portato avanti dai figli Leszek e Jacek. Il primo ci accoglie dopo aver salutato in polacco (lingua che conosce per via della nazionalità della madre) un paio di meccanici della Visma | Lease a bike. Anche all’estero è dunque nota la fama di Luciano Berruti, il più famoso corridore dell’Eroica, la baffuta leggenda che pedalava su bici antichissime, tanto che il suo soprannome era “l’Eroico”.

«Io posso dire che era mio papà» sorride Leszek quando gli chiediamo chi era Luciano. Pian piano, Berruti divenne il volto dell’Eroica, il signore coi baffi che pedalava su bici vecchissime. Entrando, sono appese magliette d’epoca su ogni parete, «lui le voleva così, disordinate come sono i ciclisti in gruppo». La stanza è enorme e contiene anche documenti cartacei come fascicoli dello Sport Illustrato degli anni Cinquanta o il primissimo Garibaldi, datato 1909. Mentre mi guardo in giro come se fossi entrato nel paese delle meraviglie, Laszek parla di un manifesto raffigurante Lucien Petit-Breton e Napoleone.

C’è la famosa Peugeot del 1907 di Luciano, con cui ha corso due Parigi-Roubaix, «una allungando pure il percorso. Poi ci ha fatto anche Mortirolo, Mont Ventoux, Colle delle Finestre e altre salite mitiche» dice sempre Laszek. E una bici Bianchi del celeste primigenio, quella di Bottecchia al Tour de France, una coi chiodi nascosti nel manubrio: queste e altre mille storie, tutte in un unico posticino sulla collina valbormidese. Un posto che non può non interessare a chiunque segua il ciclismo, e – pur consapevole dell’evidente sproporzione – se non interessa alle corse professionistiche beh, allora scrivo io, qui in poche righe, di passarci da Cosseria e passare ore là dentro.

 


Napoli è mille colori

«Napule è mille culure» cantava la voce di Pino Daniele e, ad un tratto, sospirava «Napule è mille paure». Le dita a pizzicare le corde di una chitarra dal suono perfetto, in cui, però, percepiva sempre la mancanza di un qualcosa. Napoli è un senso della poesia che scappa dalle parole, mentre una ragazza, sul lungomare, si chiede perché i cento chilometri del giro della costiera si compiano sempre in senso orario, e qualcuno le risponde: «Perché altrimenti vedi troppo il mare e, se vedi così le acque del mare, ti distrai». Quella ragazza è Alessia Vigilia, ciclista di mestiere: una voce parlata, non cantata, dall'altro capo del telefono, mentre la televisione trasmette le immagini della nona tappa del Giro d'Italia, da Avezzano a Napoli ed il mare, in quel senso, viene lasciato sulla sinistra, abbandonato in un cono di sguardo, in un pensiero. Napoli è una mancanza, anche per lei: una voce di padre, Ciro, il suo nome, che racconta Diego Armando Maradona e pare una storia della fantasia, invece è una storia del passato, realmente esistita, mentre i ragazzini giocavano a pallone per la strada. Napoli è andare via assieme, ovunque si vada: simile a Andrea Pietrobon e Mirco Maestri, in fuga, soli ma non soli, anche se non c'è nulla.

Sono quelle persone per strada, ovunque, anche lontano dal gruppo, anche lontano dal mare, su un cavalcavia, che attendono l'ultimo corridore, poi si voltano e vedono il gruppo andarsene, lasciare la loro compagnia, lo ritroveranno chissà dove, forse, sempre con il vestito della festa e i pantaloni poco sopra delle ginocchia sbucciate, giocando in un prato lì accanto. Lo ritroveranno come hanno ritrovato Napoli, quando l'hanno lasciata, sapendo che vi avrebbero fatto ritorno, perché certe volte bisogna andare via, anche se non si vuole. "Chi tene 'a mamma è ricco e nun 'o sape": da queste parti non lo dicono solo oggi, è una certezza a cui aggrapparsi in un giorno difficile, uno di quei vecchi detti che facevano affidamento su ciò che bastava quando non c'era niente altro. È il profumo dei limoni che Alessia Vigilia non può descrivere e basta questo per aver voglia di immaginarlo, è quello dei canditi sulla pastiera portata a tavola dalla zia, è l'aroma della "pummarola", il colore rosso dei pomodori nutriti dalla terra.

Julian Alaphilippe ed il suo scatto hanno qualcosa dell'anima di Napoli, di quei contrasti di cui ci racconta Vigilia. È la cultura di cui parla, ad ogni angolo della città, dove ci si stupisce e si resta a farsi domande. Di quel dare tutto pure se dopo ci si fa male. Alaphilippe è più vicino che mai a Napoli quando un ragazzo, non appena viene raggiunto e si arrende al gruppo, sfilando in coda, gli cammina accanto. Non ha corso con il gruppo, non con Narvaez che è appena scattato, ha corso con lui che anche oggi ha messo tutto e non è bastato. «Stanno gridando, esultando, incitando e lo fanno perché sono così, non importa chi tu sia, è il loro entusiasmo, il loro calore. Lo farebbero con chiunque». Il contrasto è tra i primi e gli ultimi, il contrasto è tra chi ce la fa al primo colpo e chi resta staccato e deve riprovare, tra i momenti felici e la malinconia: le lacrime di Clarke, lo scorso anno, l'abbraccio di De Marchi, la vittoria di De Gendt, in fuga, la beffa di Narvaez, in fuga anche lui, ma con un diverso destino. Napoli è anche quel che non è facile, la difficoltà, le ferite, perché nemmeno la meraviglia è cosa semplice, nemmeno la meraviglia è perfezione, la cura, come preoccupazione e attenzione. Le paure, sì, le stesse paure di Pino Daniele, la stessa voglia di aggiungere ancora qualcosa alle note di quella chitarra. I mille colori di Napoli non sono solo colori: non è solo il cielo blu ed il mare che lo imita, non è solo il Vesuvio maestoso là in fondo e Capri che si lascia intuire. I colori sono sensazioni: la gioia di Ciro che martedì vedrà il Giro partire da Pompei ed il sollievo di Alessia, una ciclista che sorride di gusto mentre dice che "ci sono sempre più persone che vanno in bicicletta e questo è bello, così bello da far bene". Napoli è Tadej Pogačar che spiega che i suoi compagni fanno già tanto per lui e lui non è il miglior ultimo uomo, ma lo doveva a Molano: è fare il possibile.

I colori, quelli dei pastelli e delle tempere, sono quelli del gruppo, dei treni dei velocisti, puzzle variabili. Narvaez, venuto dal freddo, per poco non vinceva dove il caldo è clima e modo di essere, venuto dalla montagna per poco non vinceva al mare e, forse, avrebbe detto qualcosa del Vesuvio, si sarebbe fermato ad osservarlo qualche secondo in più. Lo ingabbia lo sforzo di Simone Consonni per riportare sotto Jonathan Milan, che parte forse presto e viene a sua volta beffato da Olav Kooij e dalla sua maglia gialla della Visma-Lease a Bike: pallido, nulla a che vedere con il sole che disegna la pelle a Napoli, pallido, simile al ghiaccio, dove pattinava. Napoli, adesso, è una festa: un guantino di un ciclista che fa la domenica quello che la domenica dovrebbe essere, che era per i nostri nonni probabilmente, un tramonto di maggio che fa pensare a quando si dovrà partire e alla sera in cui si potrà tornare. Napoli è la voce di Alessia Vigilia che, lontano, è contenta anche solo per averne potuto parlare. Punto e basta. Ma non basta, lo sappiamo.

Foto: SprintCyclingAgency


Breve guida su come seguire il Giro

Andare sul percorso del Giro d’Italia è un’esperienza unica. Si entra davvero in contatto coi corridori, ti passano lì a un metro. Si vive la corsa in modo diverso, ci si sente parte di un sistema più grande, si trascorre una giornata stupita e sognante. Tutto vero. Ma seguire il Giro è anche un grattacapo logistico non da poco: dove appostarsi? Quando partire? E le strade quando vengono chiuse? Si potrà comunque salire in bici?

Ci si organizza, quindi, in più persone. Si fanno macchinate, si caricano nel baule casse di birra, si parte. Non ho dovuto preoccuparmi di come raggiungere Prati di Tivo perché purtroppo al Giro ci lavoro e mi ha dato indicazioni un collega-passeggero; ma ecco, la tappa di ieri, se fossi stato un “tifoso semplice”, l’avrei vista come segue. È un piano forse pazzo e sconsiderato, simile al modo in cui Romain Bardet ha affrontato i primi chilometri della tappa di ieri, ma ci avrei perlomeno provato, a costo di dormire in un sacco a pelo alla fermata dell’autobus di Pietracamela. Ecco il piano, e se qualcuno per caso l'ha realmente messo in atto, per favore mi scriva, scriva ad alvento: vorrei abbracciarlo.

Raggiunto in qualche modo Campo Imperatore (chiusa la funivia di Fonte Cerreto, si potrebbe pensare di arrivare lassù in bici), una decina di chilometri separano l’arrivo della settima tappa del Giro 2024 a Prati di Tivo. La questione, evidentemente, è cosa si trova in questi dieci chilometri. Per chi ama la montagna, più o meno il paradiso. Le foto di questi luoghi d’estate – i rifugi Duca degli Abruzzi e Garibaldi, Picco Confalonieri, il profilo dei monti Aquila e Portella – sono incredibili per quanto brulle, remote e inaccessibili risultino le valli, solcate solo da un sottilissimo sentiero battuto a malapena. Certo, non si tratta dei dieci chilometri più agevoli e lineari del mondo. Perché dunque avventurarsi fin qua per una tappa del Giro d’Italia? Perché non sfruttare le comode navette messe a disposizione dall’organizzazione?

Tutte domande valide, obiezioni ce ne sarebbero mille. Ecco, avessi avuto la certezza di una traversata in totale sicurezza, sarei andato in questo modo al Giro perché è l’inutile sofferenza che avvicina ancora di più alla corsa. È fare dieci chilometri a piedi tra le sassaie abruzzesi che accomuna la nostra piccolezza alle fatiche dei corridori professionisti che, poche ore dopo, andremo ad incitare. Se avete mai seguito una corsa da una di quelle orrende aree hospitality, sapete di cosa sto parlando: che noia dev’essere guardare ciclisti fare sforzi sovrumani mentre si sorseggia un bicchiere di vino. Per carità, è una comodità che attira, forse irrinunciabile, ma seguire il Giro dal vivo non è quella roba lì.

E poi certo, si può anche guardarlo dalla tv. Il ciclismo visto dal divano è fantastico, il miglior ciclismo forse. Spesso però sentiamo il richiamo della strada, quella voglia un po’ masochista di gridare in faccia alle montagne il nostro amore per le biciclette che vi si arrampicano. Così, camminando per chissà quale sentiero sulle montagne abruzzesi, ci sentiremmo anche noi un po’ meno soli.