Alcuni corridori escono dal tempo. Si tratta spesso di campioni che hanno messo su strada imprese, attacchi, fughe, vittorie che non parevano possibili e che li hanno consegnati alla leggenda, insieme magari a montagne storiche, a condizioni atmosferiche che sembravano una vendetta degli dei dell’Olimpo, quelli sin troppo umani, invidiosi secondo l’epica, e quindi vendicativi nei confronti degli esseri umani che peccavano di tracotanza. Questi campioni possono avere vinto più o meno, perché solo i numeri non travalicano così la barriera del tempo, sono i modi a saperlo fare. Spesso, però, oltre al talento, oltre alla forza o alla velocità hanno alcune caratteristiche fisiche particolari, strane, intendendo questo termine nel miglior senso della parola, non in generale, ma per un ciclista. Atleti molto molto alti, piuttosto che di statura davvero modesta, con la pelata, con il pizzetto, con la bandana, con dei grossi occhiali da vista, con una pedalata tutt’altro che bella o redditizia, o, magari, con dei folti, foltissimi baffi. I baffi di Urs Freuler, elvetico, nato a Bilten il 6 novembre del 1958, oggi sessantasettenne, fanno parte dell’immaginario di un certo ciclismo che ritorna ancora oggi quando si vede qualche corridore con baffi abbozzati. In barba all’aerodinamica, forse. In barba nel verso senso della parola perché negli ultimi anni barba, baffi e pizzetti sono stati sdoganati. Urs Freuler di questi problemi non ne aveva. Le sue caratteristiche principali erano la potenza, già il nome ed il cognome evocano qualcosa che spazza via i rivali, e la velocità. Non a caso ha dominato il mondo della pista e della volata. Volate cattive come quelle degli anni ottanta e dell’inizio degli anni novanta. I duelli rusticani, per citare Adriano De Zan.

In poco più di dieci anni di carriera, dal 1982 al 1987, in particolare, con la maglia bianca e azzurra dell’Atala, a proposito di immaginario storico del ciclismo, ha conquistato quindici tappe al Giro d’Italia, dove ha vinto anche la maglia ciclamino nel 1984, una al Tour de France, a Bordeaux, nel 1981, battendo Freddy Maertens e Eddy Planckaert, nove al Tour de Suisse e cinque al Tour de Romandie, tra le altre. Pare che, durante la carriera di ciclista, quando era ancora dilettante, svolgesse pure un lavoro in proprio presso un’officina meccanica, storia non nuova per molti ciclisti, soprattutto di qualche anno. E un poco ce lo vediamo a trafficare con arnesi e biciclette, prima di montare in sella e far vedere a tutti di cos’era capace. La sua carriera, in realtà, iniziò su pista e proprio nei velodromi mise i primi tasselli di una storia di raro valore: dieci titoli mondiali, otto nella specialità della corsa a punti, due nel keirin, sei titoli europei e ben ventuno Sei Giorni. Fu Peter Post a volere il suo passaggio su strada, Franco Cribiori a portarlo all’Atala, lui solo a conquistare oltre settanta vittorie nei suoi anni di professionista. Volate ma anche brevi cronometro erano terreno di dominio con il suo fisico. Su pista aveva iniziato e su pista ha concluso, alla soglia dei quarant’anni. Cambiato ma nemmeno molto. Del resto, Urs Freuler non è così diverso nemmeno oggi. Quei baffi non se li taglia, sono imbiancati dal tempo ma restano la sua firma, il suo tratto distintivo. Ancora sfogliati dal vento della velocità con cui giocava in bicicletta.

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