La responsabilità di Anna

Non era facile fare quello che ha fatto Anna van der Breggen. I più diranno che i campioni sono capaci di questo: certo, ma resta difficile. Rinunciare ai Campionati Europei di Trento e alla prova a cronometro mondiale perché non al top della forma, all'ultima stagione da professionista, è un gesto che richiede una responsabilità che, talvolta, sotto la pressione di chi sei e di chi tutti si aspettano tu sia, rischia di sfuggire. Se poi fai parte di quella macchina da guerra che è la nazionale olandese ancora di più.

«Correre una cronometro è qualcosa che puoi fare solo se sei al 100% concentrata sull’obiettivo e con una grande motivazione. Una motivazione che io non ho più perché mi sento già molto soddisfatta per le cronometro che ho corso nella mia carriera e mi sono posta degli obiettivi diversi per questi Mondiali: per la mia ultima volta voglio essere io ad aiutare le ragazze che in questi anni hanno sempre corso per me, per aiutarmi a raggiungere i miei traguardi» van der Breggen lo ha spiegato sui suoi canali social proprio negli scorsi giorni.
Van der Breggen, lo aveva raccontato in un’intervista a Velonews qualche mese fa, già da tempo meditava sulla possibilità di ritirarsi dalle corse per allargare la famiglia: «È stato molto confortante vedere l’esempio di atlete come Marta Bastianelli e Lizzie Deignan, che sono tornate a correre dopo aver avuto un figlio. Per gli uomini questo tipo di problema non si pone: possono tranquillamente portare avanti la loro carriera da professionisti e avere dei figli. Per noi donne si tratta di una questione molto importante, qualcosa che ti cambia la vita. Certo si può sempre pensare di tornare a correre, dopo aver avuto un bambino, ma occorre avere una grande motivazione per farlo. In questo momento per me il desiderio di maternità, soprattutto considerando che mio marito è di nove anni più vecchio di me, è il fattore determinante per cui ho deciso di ritirarmi dal ciclismo professionistico».

Il suo obiettivo, appena scesa di sella, sarà quello di aiutare a crescere una nuova generazione di cicliste, infatti Anna vorrebbe salire in ammiraglia come direttore sportivo nel Team SD Worx, la squadra con cui corre ormai da cinque anni. Anche se in realtà la van der Breggen pare già ragionare da direttore sportivo in corsa, basterebbe vedere il lavoro che ha fatto quest'anno alla Liegi-Bastogne-Liegi per Demi Vollering che poi ha vinto quella Liegi. Nessuno spazio per il protagonismo anche in quell'ultima volta.

Apparentemente timida, indecifrabile, non ha mai temuto di sbilanciarsi parlando di ciclismo. Tempo fa ha placato gli entusiasmi per Cherie Pridham, prima direttore sportivo donna nel WorldTour maschile. Non perché non apprezzi Pridham ma perché ritiene che uomini e donne abbiano competenze e capacità diverse e sia un errore esaltare qualcuno solo sulla base del sesso. Così Pridham non è speciale perché donna, lo è perché competente e perché smentisce quella voce, tipicamente maschilista, secondo cui le donne non capirebbero di ciclismo o di sport. Ed è proprio perché le donne di sport capiscono che auspicano un continuo mescolarsi di competenze e di persone, uomini o donne che siano, nel ciclismo, per vederlo crescere forte.

Foto: Bettini


Ciò che respiri diventa il tuo respiro

Accade che un sabato di fine settembre, a Imola, spieghi tutto. Racconti, per esempio, di Anna van der Breggen, nuova campionessa del mondo, che non è così imperscrutabile come potrebbe sembrare. Van der Breggen che in conferenza stampa l'aveva detto: «Sono cambiate tante cose in me. Crescendo è normale. Una volta soffrivo per le vittorie che mi mancavano, per ciò che non raggiungevo. Così ti condanni a stare male. Su quella bicicletta io metto tutto quello che ho. Certe volte le cose accadono, altre no. Ora so bene che per ogni volta che qualcosa non va, c'è la possibilità di ritornare lì e riprovarci. Questo mi rende tranquilla». Ricordiamolo anche noi, mentre arriva l'autunno e, per molti, giunge il momento di fare i conti con quello che l'estate aveva nascosto tra la sabbia e le conchiglie. Se va male, se non va, ci saranno altre occasioni. Non buttiamoci via. Ancor meglio, non buttiamo via ciò che vorremmo perché fuori fa buio. Puoi uscire, come Anna van der Breggen ha fatto, e scoprire che ti diverti, che stai bene come non ti accadeva da tempo. Da tanto tempo. Bastava riscoprirsi farfalla, alla faccia del mondo.

Accade che, questo sabato a Imola, ci ricordi ancora una volta il senso profondo delle parole. Ci ricordi che è giusto, sacrosanto, utilizzare aggettivi entusiastici per parlare di Annemiek van Vleuten ma c'è di più. Sì, perché chi si ferma all'apparenza delle parole non le fa proprie. Così le ribalta appena cambia il vento. Fare propria una parola vuol dire scavarci dentro, sopra, sotto, intorno, fino allo sfinimento. Vuol dire pensare a cosa significhi per van Vleuten essere qui dopo che, appena una settimana fa, era in ospedale, operata al polso. Uscita sconfitta da un Giro Rosa già vinto, eppur mai conquistato. Vuol dire, per esempio, ricordarsi ogni benedetto giorno che il tuo essere qui ha una ragione. Un qualcosa di difficilmente spiegabile per la mente, un qualcosa di profondamente naturale: quello che sin da bambino sentivi il tuo luogo giusto. Un segno di futuro e guai a chi non bada ai segni, per presunzione o diffidenza. Le parole che si accosteranno ad Annemiek van Vleuten dovranno contenere questo disegno. Annemiek van Vleuten si è ricordata del suo posto nel mondo e, mentre tutti le dicevano che venire al Mondiale era una pazzia, ha sentito di non dover tradire quelle sensazioni di bambina che la vita le ha fatto avverare. Ha preso per mano la bambina che era e pazienza se quel polso non può stringere come vorrebbe.

Questo circuito di Imola, con le sue salite come stanche cantilene, ha parlato di Elisa Longo Borghini e della capacità di togliere parole, di restare senza parole, se necessario, e sapere che va bene così. Che è giusto così. Restare senza parole è meraviglioso perchè, forse, proprio quando non puoi più spiegare ciò che senti, tutto emerge. Come quando l’abbiamo guardata a Grosseto, in maglia rosa, e abbiamo sentito noi stessi quel nodo in gola che le soffocava le parole. Non abbiamo perso un istante di quel silenzio pieno e ci siamo augurati che lo sentissero in tanti. Perché non esiste solo un'età giusta per certe cose, non esistono solo esperienze già vissute e quindi scolorite, non esiste solamente la certezza che debba essere così. C'è la possibilità di riscrivere il finale. Di continuare a stupirci come se nulla fosse già avvenuto, come se nulla non potesse avvenire. Come ha fatto Elisa sul traguardo di Imola. E, per una volta, tutti ci riscopriamo meno attenti ai numeri. Così si è subito detto che quella odierna è stata ''la più bella volata nella carriera di Elisa''. Senza recriminazioni, senza troppi ''se'' a inquinare qualcosa da guardare e di cui godere. Gli umani faticano ad avere questo approccio, oggi ci riescono. Perché poi l'aria che respiri diventa il tuo respiro. Per questo sarà davvero speciale questo sabato: per tutto quello che abbiamo imparato o ricordato.