Comprendere un dominio

Chi scrive non ha mai avuto grande passione per quei domini che si manifestano tramite la tripletta di una squadra, come successo ieri alla Parigi-Nizza: 1° Laporte, 2° Roglič, 3° van Aert, in un mini campionato monomarca griffato Jumbo-Visma, robe da Pro Cycling Manager (per i non appassionati: videogioco del genere manageriale sul ciclismo), oltretutto la seconda in pochi giorni - al Laigueglia fu il turno dell'UAE Team Emirates - e che sottolinea con i risultati le differenze tra alcuni squadroni - nel budget e nella costruzione delle rose - e altri.
Ma chi scrive trova semplici spiegazioni all'arrivo di ieri verso Mantes-la-Ville. Intanto doverosa premessa: l'arrivo in parata può piacere o non piacere, come abbiamo detto, si toccano le corde del puro gusto personale e delle emozioni che trasmettono, ma sono azioni che non dovrebbero sfociare nel campo del dubbio, altrimenti significherebbe prendere con le pinze qualsiasi risultato, di qualsiasi corridore, e non ci pare questo lo scopo della nostra narrazione, che fai dei gesti, della leggerezza nel raccontare storie e spunti, i nodi principali nei quali stringere il romanzo ciclistico.

Chi scrive prova a comprendere tecnicamente: l'attacco mirato degli olandesi - in verità in formato franco-belga-sloveno, ha avuto il primo affondo decisivo con una volata vera e propria di Nathan Van Hooydonck che fa esplodere il branco sull'ultima salitella di giornata, costringendo tutti gli avversari a mollare creando buchi e gruppetti lungo la Côte de Breuil-Bois-Robert risultando decisivo per dare l'abbrivio ai tre compagni di squadra e mandandoli verso il traguardo. Non c'è nulla di disturbante o fuori luogo in quello che si è visto, da un punto di vista tecnico, semmai può essere terrificante per gli avversari sul campo.

È una prova di forza schiacciante, ma di semplice lettura. Dopo la tirata di Van Hooydonck restano in tre a certificare lo stato di strapotere: due dei tre corridori attualmente più forti al mondo - manca il terzo che vinceva qualche ora prima, o meglio, dominava qualche ora prima sulle strade bianche della toscana senese- , e con loro Laporte, corridore che non è atterrato ieri su questo pianeta.

Solido, finora poco vincente, ma molto appariscente, corridore che su su una salitella non impossibile di poco più di un chilometro e mezzo come quella di ieri, terreno da classiche, va a nozze; nel 2021, sulle strade della Parigi-Nizza, ha conquistato due secondi posti di tappa, uno alle spalle di Roglič su uno strappetto, l'altro l'ultimo giorno dietro a Cort Nielsen, al termine di una tappa nervosa, fatta a tutta e con arrivo che sgranò il gruppo e mise in croce diversi uomini di classifica. Senza elencare altri buoni risultati ottenuti in un 2021 che ne affermarono il salto di qualità.

Anno dopo anno è cresciuto al punto di diventare uno degli elementi più interessanti fra quelli che hanno cambiato squadra durante l'inverno. In altre sedi lo hanno definito un van Aert in miniatura, per motore e risultati, le caratteristiche sono pressoché quelle, in tono minore.
Quella di ieri non deve far storcere il naso lasciando il campo a chissà quali dietrologie e anzi ci preme sottolineare ancora di più il bel gesto di van Aert e Roglič, capitani e fuoriclasse, che lasciano la vittoria a Laporte coscienti che quando il bottino si farà più succulento sarà il francese ex Cofidis a ricambiare quel segno di gratitudine fatto dai due capitani designati, mettendosi a lavoro per loro, o fungendo come pedina fondamentale quasi su ogni percorso. In vista di Sanremo e classiche del Nord il resto della compagnia è avvisato, la Jumbo-Visma fa ancora più sul serio di quello che avremmo immaginato.


Deserto di ghiaccio

Questo Jonas Vingegaard va davvero forte in salita. Magrolino, non del tipo troppo tisico di quelli che ti danno l’impressione che se mollano la bici potrebbero volare via da un momento all’altro, ma con quella magrezza da scalatore. Faccia pulita da sbarbato, con occhi che sembrano ogni volta dire “ma che ci faccio qui?”. Sia chiaro, che sia bravetto non ce se ne accorge di certo su una salita – che poi non è nemmeno una Salita è più una “salita” – come quella che l’altro giorno portava verso i 1489 metri di Jebel Jais all’UAE Tour. Una ventina di chilometri con strada larghissima, lunghissima, liscissima; un asfalto che sembra una pista da ballo o forse persino uno di quei posti che tanto piacciono a lui, come quando si fotografava il giorno della partenza da casa con occhi che non riuscivano a nascondere un velo di malinconia, pronto per la prima gara dell’anno. “Sto per lasciare la mia bellissima casa ghiacciata per la prima corsa della stagione” scriveva, immortalandosi con sullo sfondo uno specchio d’acqua completamente congelato.

Ora, è vero che l’altro giorno sembrava un po’ spaesato sulle ultime “rampe” – doveroso continuare a mettere le virgolette – , ma quando arrivi dalla Danimarca e ti ritrovi a vincere in mezzo al deserto è innegabile che faccia un certo effetto. Anche se poi, altro inciso, i corridori sono viaggiatori, avventurieri, marinai; salpano di mare in mare o meno romanticamente vengono sballottati di scalo in scalo, quindi chi più di loro è abituato a conoscere posti completamente diversi tra di loro? Ma torniamo al senso della strada: guardate chi si mette dietro, Vingegaard, per la sua seconda vittoria in carriera: Pogačar, Adam Yates, Higuita (il ciclista), Almeida (idem), Kuss – che potrebbe iniziare a farsi venire i primi complessi, a furia di tirare per gli altri non riesce ad avere spazio nemmeno quando dovrebbe essere lui il capitano.

Vingegaard riprende Lutsenko a poche centinaia di metri dall’arrivo ( superato da Vingegaard, gli occhi di Lutsenko leggermente a mandorla si sono fatti ancora più aspri) stacca tutti e vince. Al Tour de Pologne di due anni fa, prima vittoria in carriera, dietro di lui: Sivakov, Hindley, ancora Higuita il ciclista, Majka. Insomma niente male.

Già, questo Jonas Vingegaard non è davvero niente male. Che va forte in salita lo aveva già fatto vedere lo scorso anno sull’Angliru alla Vuelta; il gruppo faticò a stargli dietro, c’è una foto in cui si vedono i suoi occhi, adesso spiritati più che spaesati, con Kuss (di nuovo lui) che per stargli a ruota si esibisce in smorfie facciali e fatica extra. A ruota del danese (di Hillerslev, nato nel 1996) rimasero una decina di corridori, i migliori in classifica. «Potevo andare anche più forte in realtà. Avevo gambe piene e ancora gas. Avessi fatto il ritmo che mi sentivo di fare probabilmente in gruppo sarebbero rimasti la metà. Ma sapete, dall’ammiraglia mi han detto di tenere quell’andatura» dirà a fine corsa.

Ama il gelato – e a chi non piace – il manzo alla Stroganoff con purè di patate e soprattutto il Badminton. Che per un danese è come per noi seguire il calcio. In Danimarca è uno sport popolarissimo, tanto che spesso si trovano a dominare le principali manifestazioni internazionali o comunque ad andarci vicino. «Non avessi fatto il ciclista, avrei fatto Badminton, ma probabilmente quando smetterò di pedalare, mi ritroverò con una racchetta in mano» così si racconta. E se deve sognare? Amstel nel 2021, magari come leader della Jumbo-Visma, più avanti capitano nei Grandi Giri mentre impara il mestiere da Roglič che definisce “bravo e simpatico” e poi vorrebbe tornare ad Anfield Road per vedere il “suo” Liverpool. Magari quel giorno avrà una faccia meno spaesata e non ci spiacerebbe nemmeno qualche chiletto in più.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021