Se dovessimo scegliere una parola per descrivere l’analisi che Eleonora Ciabocco offre del suo Tour de l’Avenir, sceglieremmo consapevolezza, per la lucidità con cui affronta ogni aspetto, ogni sfaccettatura derivata dalla sua condotta di corsa. Da un lato parla di capacità, di sicurezze e piazzamenti, dall’altro parla di minuti, di tempo e cambia la prospettiva: «Sono sincera, non mi aspettavo di riuscire ad ottenere quel secondo posto a Tignes, in un prologo tutto in salita. In realtà, però, non finisce lì, perché anche il secondo posto in volata mi fa riflettere molto: credo fosse da quando ero juniores che non ottenevo un piazzamento in uno sprint di gruppo. Certamente su salite più lunghe non ho il passo di Isabella Holmgren e Marion Bunel, è un dato di fatto e devo lavorarci. Il quinto posto non è da buttare, anche perché rispetto allo scorso anno ho fatto un salto in avanti di una posizione. Il punto è che se guardiamo al tempo perso il discorso cambia nettamente perché sei minuti e mezzo da Holmgren sono tanti, troppi. Soprattutto mi rimprovero di non aver seguito De Schepper in salita, dopo essermi staccata in discesa e rientrata quando la pendenza tornava a crescere.
Credevo di poter ricucire del mio passo e non ce l’ho fatta. Davanti erano coppie di due atlete ed in questa situazione è facile perdere minuti». Le tappe, ad avviso della ventunenne marchigiana, erano troppo semplici quest’anno ed in questo modo è difficile fare la differenza, per questo ci si è ridotte quasi sempre a volate di gruppo, anche ristrette. L’esempio è quello della penultima frazione dove effettivamente una selezione c’era stata ma il ricompattarsi del gruppo era, poi, stato favorito dal tracciato. A Ciabocco aspettare non piace e lo ha sofferto, in più, statisticamente, racconta di essere spesso saltata nell’ultima frazione e questo, la spaventava. Non è avvenuto, anzi, stava bene, ma non è bastato. Però le sensazioni erano buone, anche per questione di abitudine; quella di correre con atlete di un livello superiore, Demi Vollering e le altre del plotone con cui si confronta tutto l’anno.
Guardando alle rivali, Ciabocco nota la capacità di puntare gli obiettivi di Marion Bunel: «Ha conquistato il secondo posto e la maglia bianca ed al Tour de Suisse non l’avevo vista così bene, così superiore a tutte le altre. Al Tour de France era in supporto di Ferrand-Prévot, si è fatta vedere poco ma ha messo chilometri nelle gambe e si è visto”. Ricorda di aver visto la pedalata di Holmgren a Monte Nerone nella penultima tappa del Giro d’Italia e di esserne rimasta colpita. Su Célia Gery, vincitrice di tre tappe, il suo giudizio è netto: “Molto brava, ha fatto quello che voleva anche con grande scaltrezza. L’esempio lampante è la conquista della maglia per la classifica dei GPM: nessuna sprintava per i punti, lei se li è andati a prendere e l’ha conquistata. Lo stesso ha fatto nelle volate, mettendo nel sacco le squadre delle velociste non organizzate. Lo spunto che ha avuto quando ha domato un plotone ristretto partendo alla base dello strappo e affrontandolo tutto di testa l’avete visto tutti». La sorpresa? Senza dubbio, Talia Appleton, l’australiana che ha chiuso la corsa in terza posizione dietro ad Holmgren e Bunel: «Nessuno la considerava, la controllava ed ha dimostrato di essere una delle poche con il passo delle prime. Forse perché appartiene ad una squadra più piccola, però è da tenere d’occhio. Ha solo diciannove anni».

Della propria stagione, Ciabocco è soddisfatta: si sente migliorata, sa essere di supporto ma anche di prendersi le proprie responsabilità. Pensa al Tour de Suisse, alla Valenciana ed anche al Giro d’Italia Women, non fosse stata per la giornataccia sulle rampe del Monte Nerone che le ha lasciato l’amaro in bocca perché fino a quel momento era andato tutto perfettamente. Voleva crescere ed è cresciuta, forse anche più di quanto potesse pensare, vuole ancora crescere perché sa di avere davanti una strada lunghissima: «Mi ero dimenticata come si facesse ad andare a tutta: lavorare per la squadra insegna come si lavora ma può farti scordare come si resiste mentalmente e fisicamente fino alla fine. Ormai ero entrata nell’ottica di dare tutto per le mie compagne e poi staccarmi quando iniziavano gli attacchi. Poi mi hanno chiesto di essere capitana quando non me lo aspettavo ed ho dovuto fare una sorta di reset mentale. Pensa che, nei primi tempi, non riuscivo a chiedere a nessuno di andare a prendermi le borracce all’ammiraglia e ci andavo in prima persona. Ho imparato a domandare, a farmi aiutare». Si tratta di un ruolo di responsabilità che porta nervosismo, soprattutto quando si conosce sin dal mattino che sarà quello il proprio compito: fare la gara, si dice in gergo.
Al Tour de l’Avenir ha trovato un ottimo feeling con la nazionale azzurra, tanto da aver avuto l’impressione di aver corso tutto l’anno con le stesse colleghe. Crede non sia solo una sua impressione, ma una sensazione generale in gruppo: «Perché le altre squadre non attaccavano? Perché vedevano la nostra compattezza e temevano contrattacchi. Il risultato del prologo mi ha permesso di restare a lungo a pochi secondi dalla maglia gialla e Federica Venturelli si è messa in mostra. Siamo contente». Se si parla di azzurro, si parla di Mondiali ed Europei, non vi sono ancora ufficialità, ma per Ciabocco, ammette, si tratterebbe del primo Europeo con un ruolo importante dopo tanti anni. In questi giorni è in corsa al Tour de l’Ardèche e questo sarà un banco di prova decisivo. «Il Mondiale avrà strappi brevi ma davvero duri. Mi spaventa la prospettiva di correre da sola perché se le nazionali più quotate si muoveranno con attacchi e contrattacchi sarà davvero complesso riuscire a rispondere ad ogni situazione. La mia speranza è che sia una corsa così selettiva da essere più facilmente gestibile. Un nome? Celia Gery. L’Europeo è più duro e con una squadra più numerosa sarà senza dubbio possibile inventarsi qualcosa. Personalmente si tratterà di una gara di un giorno ed io, qualora fossi convocata, non sono abituata alle gare di un giorno, c’è anche questo fra ciò che mi chiedo, ma mi piacerebbe e ne sarei orgogliosa».
Poi l’autunno ed altro duro lavoro: «Non so ancora bene cosa sono e cosa diventerò, che tipo di atleta sarò: da corse a tappe o da corse di una giornata? Non posso saperlo, però voglio scoprirlo e la mia squadra mi sta permettendo di farlo in serenità, con tranquillità, senza eccessive pressioni. La parola d’ordine è “provare”. Del resto, ho tanto da migliorare, in generale. Sono migliorata ma non mi basta. Quindi testa bassa e menare».
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