Il campanile ad un’estremità del lago di Resia resta lì. Quando il gruppo passa da quelle parti è un martedì di aprile con un cielo azzurro, nuvole bianche e un’aria di vetro, ma non fa differenza. Quel campanile è sempre saldo in quell’acqua limpida, anche quando piove, nevica, fa freddo, persino quando, in inverno, l’acqua ghiaccia e qualcuno prova a camminarci sopra per raggiungerlo. Alla fine, un campanile resta l’unico edificio di Curon Vecchia dopo che tutti gli altri sono stati abbattuti. Solo. Apparentemente non c’entra nulla ed invece c’entra eccome. I ciclisti, talvolta, condividono lo stesso destino. Ed anche le donne e gli uomini che, magari, ciclisti non sono. E non è facile.
Prendete Mattia Gaffuri. Stamani è partito, in fuga, dopo soli otto chilometri dal via di Telfs. Erano in nove. Piano, piano, soprattutto nel finale, con la complicata ascesa verso Val Martello, è rimasto solo. Pareva l’andassero a riprendere da un momento all’altro e pareva che la storia di questa fuga potesse essere spazzata via lasciando nulla o quasi, almeno nell’ordine d’arrivo. Invece, chilometro dopo chilometro, Gaffuri era ancora lì. Lo era quando, dal gruppo, sono partiti Thymen Arensman e Lorenzo Mark Finn e lo era quando Giulio Pellizzari, del proprio passo, si è riportato sotto. Sono andati a riprenderlo, ma non ha mollato il colpo, ha tenuto quelle ruote e, anche se non è bello anticipare la conclusione di una corsa, all’arrivo Mattia Gaffuri era nel gruppo che si è giocato la vittoria. Saldo anche lui, anche se un corridore sente cose che le pietre di un campanile non sentiranno mai. Però i campanili sono spesso l’indicazione principe quando si arriva in una nuova città ed in fondo anche i ciclisti lo sono o possono esserlo. Non solo i più conosciuti, perché per ogni città è importante il proprio ciclista. Come le madri con i figli.
Prendete Egan Bernal. Qualche giorno fa ha confidato di non essere ancora nel migliore stato di forma però, ha spiegato, molti ciclisti non lo sono ancora, allora è giusto partire e fare quel che si può. Se non è possibile essere perfettamente preparati, è buona cosa essere abbastanza preparati per non mandare tutto all’aria. Di sicuro nemmeno il campanile di Curon Vecchia è perfetto. Anzi, utilizzando solo la razionalità è esattamente il contrario della perfezione, perché i campanili non sono fatti per restare a mollo nell’acqua. Eppure è bello. Qualcosa vorrà pur dire. Egan Bernal che si mette in testa a fare il ritmo per Thymen Arensman non è perfetto ma è come dev’essere, almeno per ora. Nemmeno Domenico Pozzovivo che fa l’elastico ma cede poco, pochissimo ai migliori è perfetto però tanto basta perchè sia una buona giornata. Anche lui è restato saldo.
Prendete Giulio Pellizzari. Neanche lui, che a Val Martello vince, è perfetto. Anzi, confesserà di non aver sentito le migliori gambe in avvicinamento al traguardo. Così ha pensato a tutte le volate ai cartelli che ha fatto in ritiro con Jai Hindley. Dice che qualcuna l’ha vinta. Se avesse tenuto, si è detto, avrebbe potuto giocarsela in volata. Ha battuto Thymen Arensman, bella gamba sia ieri che oggi ma non basta per vincere, e Mattia Gaffuri, di cui abbiamo già parlato. Tira un grido, Pellizzari. Dalla Tirreno era uscito nemmeno troppo contento perché avrebbe voluto vincere e non ci è riuscito e la vittoria gli mancava molto. Nel frattempo sono piovuti paragoni, grandi aggettivi e altrettanto grandi articoli. Era con Lorenzo Mark Finn, giovane anche lui. E Pellizzari ha parlato anche per Finn: i giovani sono i primi a voler vincere ma serve tempo perché accada. I grandi paragoni, spiega, pongono pressioni sulle loro spalle e questo non aiuta chi corre in bicicletta. In Italia siamo così, lo ricorda, sorride, ma forse si può imparare qualcosa. Cambiare qualcosa. Magari cambiare idea, lettura del circostante, che è permesso alle persone non certo ai campanili.
Per il resto, invece, ben venga chi resta saldo anche nel giorno in cui non sente le gambe che vorrebbe e, al traguardo, supera tutti. Ben venga chi resta saldo ma lo fa al modo degli uomini e delle donne, non dei freddi edifici e nemmeno degli sportivi di un certo immaginario, duri, puri e sempre perfetti, senza la minima ombra di dubbio o fragilità. Benedetto, quindi, Giulio Pellizzari che a questo traguardo ha spesso pensato mentre ricordava Stefano Casagranda, padre della sua compagna Andrea. Casagranda aveva vinto da queste parti. Da qualche mese non c’è più e lui voleva ricordarlo, dedicargli qualcosa. Poi la voce si increspa e servono le mani a sfregare gli occhi lucidi. Poi i rulli si fanno guardando a terra, per mandare giù il ricordo. Poi si capisce perché quel che è secolare, talvolta millenario, quasi infinito, come quel campanile, colpisce lo sguardo di tutti coloro che costeggiano il lago di Resia. Agli esseri umani non è permesso, pur se restano saldi. O forse sì. Ma questo davvero non c’entra nulla. Pellizzari sta concedendo le ultime interviste, dobbiamo tornare a lavorare.
Foto: Luca Matassoni, da comunicato TotA