Una voce dall’ammiraglia, attraverso la radio, arriva direttamente all’orecchio di un giovane danese: «Show everyone who’s the best in the world, Jonas». Il ragazzo danese, pallido, apparentemente impassibile, dal volto scavato e dagli occhi di ghiaccio, è Jonas Vingegaard, venticinque anni in quei giorni di luglio 2022, secondo al Tour de France proprio l’anno precedente, dietro a quello che di lì in avanti sarebbe stato il suo rivale per eccellenza, Tadej Pogačar. Lo sloveno aveva conquistato gli ultimi due Tour de France e quell’anno cercava la tripletta: ci sarebbe riuscito nel 2024, con l’accoppiata Giro-Tour, e ora lotta per la quinta Grande Boucle ma questa è un’altra storia. Quel giorno in maglia gialla c’era Jonas Vingegaard, era un sabato, era il 23 luglio, il Tour arrivava a Rocamadour prima di dirigersi verso Parigi. La classifica generale parlava chiaro: Vingegaard si trovava a difendere un margine di 3’26” su Tadej Pogačar e di otto minuti su Geraint Thomas. Quel giorno sarebbe potuto cambiare qualcosa, ma non si sarebbe stravolto nulla. Il danese aveva in pugno il Tour e gli altri non potevano che inseguire e cercare di limitare i danni. Quella cronometro la vinse Wout van Aert, semplicemente perfetto, ad una media di quasi 47.6 chilometri orari, Vingegaard, suo compagno di squadra, non solo non perse ma riuscì ancora, piazzandosi al secondo posto, a rifilare qualche secondo, briciole in realtà, tanto allo sloveno quanto a Geraint Thomas. Quella sera non c’erano più dubbi, il giorno dopo, la passerella di Parigi, l’avrebbe visto sfilare con la sua squadra, con un bicchiere di champagne e la maglia gialla finalmente sulla pelle. Aveva scalzato il sovrano. La detronizzazione era avvenuta nell’undicesima tappa ed era stata una svolta voluta, cercata, tatticamente studiata e senza esclusione di colpi. Era un giorno segnato con un circolino rosso: Jonas va all’assalto del Tour e Jonas c’era andato.

La frazione partiva da Albertville e arrivava sul Col du Granon, dopo 151.7 chilometri ammazza gambe. Gli uomini dell’allora Jumbo-Visma hanno attaccato a tutta sin dai chilometri iniziali, mettendo fatica nelle gambe di Tadej Pogačar e obbligando lui e la sua squadra a rispondere a tutti gli scatti. Fatica e nervi, una brutta accoppiata quando si tratta di ciclismo. Dapprima l’andatura imposta da Wout van Aert, poi Jonas Vingegaard e Primož Roglič che, con una serie ripetuta e continuata di attacchi mettono alle strette l’avversario. Tra l’altro, ma questi sono i casi del ciclismo, che forse tanto casi non sono, due anni prima, nel 2020, fu proprio Roglič a perdere il Tour, alla penultima tappa, una cronoscalata a La Planche des Belles Filles, per mano di Pogačar. Una sorta di restituzione, se vogliamo vederla così. Più semplicemente una giornata no. Fa caldo sul Tour, sempre. Quel giorno però c’è un atleta a soffrire e sudare più di tutti, è lo sloveno. Quando cede all’ennesimo attacco di Vingegaard, al traguardo mancano circa cinque chilometri. Il danese pare quasi non sudare, sale deciso e mette secondi su secondi di divario, Tadej Pogačar è una maschera di sale e cattivi pensieri. Il re giallo sta perdendo il Tour. A Parigi manca ancora molto, troppo, ma la sensazione è netta. Arriverà in vetta in sesta posizione, a quasi tre minuti, 2’51” per la precisione. Quella mattina Vingegaard aveva 39 secondi di ritardo, una rimonta ed un sorpasso netto. Lo sloveno si rilancerà verso Peyragudes, dove conquisterà la tappa, ma la maglia gialla la saluterà definitivamente quel giorno e in salita, almeno in quella Grande Boucle, da quel momento, contro Vingegaard non ci sarà niente da fare. Nel Tour delle vittorie di Wout van Aert, di Tom Pidcock, di Jasper Philipsen, di Michael Matthews, di Fabio Jakobsen e di Dylan Groenewegen, fra gli altri, quel ragazzo danese dai sentimenti difficili da decifrare aveva ribaltato una storia che pareva già scritta ed era tornato in Danimarca, a casa, con addosso la canicule francese e il trofeo più importante del ciclismo.

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