Se scrivessimo che la quattordicesima tappa del Giro d’Italia, da Aosta a Pila, si è conclusa con la vittoria di Jonas Vingegaard che è riuscito a strappare la maglia rosa ad Afonso Eulalio e, alla vigilia della terza settimana, pare sempre più il vincitore predestinato di questo Giro d’Italia non avremmo scritto altro che la verità perché così è andata in quello che non può essere definito tappone solo per la lunghezza chilometrica: appena 133 chilometri, pur se tutti in salita. Se, però, scrivessimo questo e ci fermassimo qui, avremmo perso il senso dell’aspettare domani visto che, in fondo, che l’evoluzione delle cose sarebbe stata questa, si sapeva non da ieri, ma da quando eravamo in Bulgaria, a Nessebar, più di due settimane fa. Invece, nel ciclismo, anche nell’epoca dei Tadej Pogačar e dei fenomeni di qualsivoglia specie, che c’è ancora domani non si smette mai di dirlo e di ripeterlo. Di sperarlo. Pure se correre contro un corridore come Jonas Vingegaard, oggettivamente, rischierebbe di spegnere anche questa idea.

Il danese pare non sudare, nonostante si corra una tappa che parte in salita e arriva in salita, dove la pianura sembra un concetto ancora non inventato. La sua squadra davanti a tirare sin dalla partenza era il segnale e Vingegaard i segnali li rispetta, perché calcola, pianifica e attua. Tim Rex, ad un certo punto, pedalava con gli occhi chiusi, tra smorfie che ne deformavano il volto. In arte avrebbe avuto i caratteri di una pietà: un pianto in sospeso e il respiro che si cerca chissà dove per un’altra pedalata. Quando si è spostato, al termine del suo lavoro per il capitano, era il fantasma di un ciclista. Il capitano, invece, aveva il volto di venti chilometri prima, lo stesso che avrebbe avuto venti chilometri dopo. Ma c’è ancora domani e se non è per conquistare il Giro d’Italia, è per altro che non sempre è meno importante.

Afonso Eulalio, ad esempio, a vincere il Giro non ha mai pensato. Ha preso la maglia rosa, l’ha tenuta, l’ha difesa, dieci giorni e questo finale scritto non l’ha fatto cedere di un millimetro con quella maglia addosso e non lo fa cedere ora che quella maglia non l’ha più. Si guardi, su tutto, il suo scatto sul traguardo, quando era già ad oltre due minuti di ritardo, per non perdere altri secondi. Qualche chilometro prima, mentre ancora teneva il treno dei migliori in classifica, un corridore, dorsale numero 84, Team Movistar, Juan Pedro Lòpez, gli si è affiancato e gli ha rovesciato una borraccia d’acqua in testa. L’ha fatto per un’amicizia? Perché tra corridori non serve parlare? Perché la maglia rosa è la maglia rosa? Probabilmente un insieme di tutto questo, aggiunto al fatto che il caldo frigge in tappe così e l’acqua è l’unico possibile sollievo. Noi crediamo l’abbia fatto anche perché chi crede ancora nel domani, persino nel momento in cui la maglia rosa è persa e continua a fare ed a comportarsi allo stesso, a rispettare allo stesso modo quella maglia non più sua, la sua squadra ed anche la propria persona, lo merita. E domani, a queste condizioni, c’è ancora.

Anche a Giulio Pellizzari hanno rovesciato una borraccia addosso. Ci ha pensato Simone Gualdi. Pure qui potremmo parlare di amicizia, di un momento difficile e di tanto altro. Tutto questo assieme. Sono giorni che si parla delle difficoltà di Pellizzari dopo i problemi di stomaco accusati una settimana fa. Non li ha mai negati. Ha detto, anzi, di non continuare a ripetergli che anche gli altri soffrono, perché sarà pur vero ma lui pensa alla propria sofferenza, fa i conti con quella e all’arrivo ci va solo con quella. Con quella e con ciò che ha sbagliato ed ha imparato. Quando, dopo aver penato in fondo al gruppo per molti chilometri, ai cinque chilometri dall’arrivo avrebbe potuto andare alla deriva perché su queste pendenze di minuti se ne prendono in cinquemila metri. Vingegaard ha attaccato quattrocento metri dopo. Una settimana fa, Pellizzari l’aveva seguito e si era trovato ad arrancare. Questa volta non l’ha nemmeno visto attaccare, è salito del proprio passo e, in questo modo, per poco, assieme ad Hindley e Piganzoli, non andava a riprendere anche Gall, poi secondo. Perché anche quando ci si ammala, quando ci sono crisi, momenti no e biciclette ferme c’è ancora domani. Qualcuno dirà che è retorica. Lo stesso qualcuno dovrebbe poi spiegare perché questo fatto, così retorico e scontato, a quanto pare, non viene mai preso in considerazione. Non solo dagli altri. Anche dalla nostra mente.

Giulio Ciccone le ha provate tutte, anche oggi. In fuga. E in quel caso è pure inutile dire che domani esiste anche se non ha funzionato, perché la fuga già lo sa. Al traguardo era sfatto, stanco, piegato sulle ginocchia per tutto lo sforzo che ha messo per farcela. Vingegaard, intanto, era ai rulli, accanto a Eulalio e, non più impassibile, rideva, prima di andare a vestire la maglia rosa. Il Giro è nelle sue mani. Domani, però, c’è ancora.

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