Appunti vari dopo una settimana di Giro Next Gen. Qualche riflessione sparsa: vedendo l’età dei corridori arrivati davanti forse non è così peregrina l’idea di abbassare l’età media della categoria da Under 23 a 21, certo, questo implicherebbe tagliare fuori tutta una fetta di corridori rendendo uno sport sempre più di nicchia ancora più elitario e selettivo.
Età media molto bassa nelle prime dieci posizioni, dove il solo Callum Thornley, decimo, è un 2003 – un quarto (e ultimo) anno nella categoria. Gli altri vanno dal 2004 (Scalco, Novak, Tuckwell), al 2005 (Turconi e Nordhagen) al 2006, quindi corridori al primo anno (Vanhuffel, Pericas, Finn, Orzel). Per trovare un altro quarto anno (2003) bisogna scendere al 17° posto di Robin Donzé, della Tudor. E a proposito della squadra svizzera, la decisione di tagliare Sierra a pochi giorni dal via, nonostante la bella vittoria in Francia alla Paris-Troyes, “per puntare esclusivamente alla classifica” (citazione sua e dei tecnici), meriterebbe una bella seduta di psicanalisi se fosse davvero dettata solo da questioni tattiche.
Su un percorso che avrebbe potuto esaltare le caratteristiche del milanese di origini colombiane, gli hanno preferito altri corridori per poi, alla fine, raccogliere una posizione lontana in classifica, non essere praticamente mai nel vivo di una corsa che invece ha visto praticamente tutti i giorni andare via la fuga. Wallenborn, c’è da dire, una tappa in fuga la poteva anche vincere, l’ha vissuta, poi ha chiuso 4° a 8’’ da Adam Rafferty. Era la tappa numero cinque, quella con arrivo a Gavi che segnerà in maniera (quasi) indelebile la classifica finale della corsa. In quell’azione, infatti, saranno presenti anche Omrzel (il vincitore finale), Tuckwell (il 2° classificato e maglia rosa fino a pochi km dall’arrivo dell’ultima tappa), Turconi, 5° e miglior italiano a fine Giro e Vanhuffel 8°.
Tornando all’età, per fare un confronto non tanto con l’ultima stagione, dove il trend era simile, ma prendendo in esame il 2017, ovvero quando la corsa era tornata a disputarsi dopo un lungo, quasi infinito periodo di pausa durato quattro stagioni: un solo primo anno in top ten quella volta (Stannard, 8°, classe 1998), due secondo anno (Sivakov, vincitore e Conci, 7°), cinque terzo anno, e due quarto anno.
Colui che ha messo il proprio nome nell’albo d’oro della corsa, di logica, merita un suo paragrafo: Jakob Omrzel solo 9 mesi fa, a causa di un grave incidente al Lunigiana, ha rischiato di vedere la sua carriera (non solo) interrompersi sul più bello, ovvero verso la fine di una stagione che lo aveva visto vincere Trofeo Dorigo, campionato nazionale, Coppa Montes, ma soprattutto Paris-Roubaix Juniores. Dopo lo stop del Lunigiana a settembre 2024, lo sloveno della squadra sviluppo della Bahrain è stato fermo fino a marzo 2025 e la sua stagione partiva con un’influenza costringendolo a non prendere il via in quello che sarebbe dovuto essere l’esordio stagionale in Grecia. Tre mesi dopo arriva la vittoria al Giro: secondo corridore nella storia a conquistare Roubaix jr e Giro Baby (2017/2020: c’è riuscito Pidcock, il quale ha alzato l’asticella avendo vinto anche la Roubaix U23), gara vinta senza conquistare tappe, ma con regolarità e soprattutto con l’intuizione, sua e della squadra*, di entrare nella fuga di Gavi che ha condizionato il Giro. Omrzel è un corridore completo, con ampi margini e ha già detto che non sarà il nuovo Pogačar, perché lui è Jakob Omrzel.
Vedendo le prestazioni di alcuni 2006 qualcuno si chiede come mai, lui, Finn o altri, non siano già a correre in mezzo ai professionisti: presto detto. Per fortuna esiste ancora una categoria di mezzo (che poi si voglia abbassare la soglia di partecipazione a certe corse potrebbe essere fisiologico, così come trovo corretto che, chi milita già nel World Tour non scenda per gareggiare al Giro, all’Avenir o al Mondiale), di preparazione, che permette ai corridori, di crescere, maturare, imparare, sbagliare, perdere. Seixas, altro 2006, ma che milita già tra i professionisti, è una di quelle eccezioni – corridori che passano direttamente dalla categoria juniores ai professionisti – e non sempre va bene. Ci sono i Remco Evenepoel, che non subiscono processi di adattamento, ma anche i Marco Brenner, che invece trovano molta più difficoltà nel crescere, maturare e imporsi. Oltretutto, la scelta di far passare Seixas subito nel WT è stata anche dettata dall’intenzione della Decathlon di non perdere il proprio corridore sul quale erano già puntati gli occhi delle squadre più forti al mondo – anzi, della più forte, visto che si parlava di UAE.
Mi voglio soffermare, un attimo, sull’idea che si ha di sconfitte e aspettative. Non c’è equilibrio nel modo di raccontare eventi sportivi, parabole di un atleta, gare o carriere di un corridore, passando senza mezzi termini da un estremo all’altro: pippa o fenomeno. Non si tengono in conto alcuni parametri, per esempio, pensando a Lorenzo Mark Finn, si è parlato in (quasi) ogni dove di delusione passando dalla “cocente” all’ “imbarazzante”, eppure Finn, giovanissimo, dicembre 2006, per qualche settimana non è ancora a correre tra gli juniores, ha lavorato per il suo compagno di squadra Tuckwell – che si è ritrovato un po’ a sorpresa maglia rosa: che smacco incredibile per il tifoso italiano che ha visto il proprio beniamino lavorare per un compagno di squadra straniero! – e ha sofferto il caldo. Quando si parla di margini di miglioramento si pensa anche a questo. L’angloligure dovrà lavorare su questi aspetti: scomodando uno dei più grandi di sempre, Pogačar, c’è da dire come anche lo sloveno abbia patito qualche volta le corse caratterizzate dal caldo e difatti, inizialmente, lo si vedeva andare più forte nelle brutte giornate – da un punto di vista atmosferico. Comprensibile anche come nel processo di crescita si passi anche dal dare una mano ai compagni di squadra, che non vuol dire gregarizzarsi – Finn gregario? E allora interniamo i suoi tecnici – ma crescere passo dopo passo, passando per lo svolgimento dei compiti che vengono assegnati.
E poi c’è una totale mancanza della cultura della sconfitta: la società impone modelli che devono per forza rispondere a bellezza e ricchezza, bisogna essere vincenti. La società ha smesso di insegnare ai propri figli quanto importanza ci sia nel perdere, nell’arrivare secondi, terzi, decimi, ultimi. Siamo di fronte a un mondo superficiale, dove mostrare ciò che non si è, farsi vedere belli e vincenti, pieni di like sui social è di vitale importanza e dove perdere, arrivare secondi o ultimi è una macchia indelebile. A questo punto, però, mi chiedo se sia un’onta per il corridore stesso, che invece, grazie alla sua testa e ai suoi mezzi, al supporto di squadra e famiglia, ne trarrà vantaggio o sia più un problema per il suiveur che non riesce a trovare benessere né sfogo alle proprie frustrazioni. Che soffre in maniera viscerale e trova sconforto in un’eliminazione al primo turno di un torneo di tennis, in una sconfitta in campionato oppure in un eccessivo distacco preso in un una tappa di montagna dal proprio beniamino di turno.
Questo, ovviamente, non ci esenta da analizzare e criticare, ci mancherebbe, ma sempre con giudizio ed equilibrio. E infatti ci sarebbero ancora tantissime cose da dire e le dico:
– il percorso non mi è piaciuto, troppo monotematico e in almeno due degli arrivi in salita avrei visto bene maggiore dislivello;
– Filippo Turconi è stata la sorpresa di questa corsa non tanto per i piazzamenti parziali – era uno dei più attesi e ci si aspettava potesse pure vincere una tappa, viste le sue caratteristiche – quanto averlo visto chiudere 5° in classifica generale, ecco, quello non me l’aspettavo proprio;
– Matteo Scalco continua a crescere stagione dopo stagione. Non è un predestinato, ma un corridore molto solido che nelle ultime due stagioni è stato 10° all’Avenir, 12° al Valle d’Aosta e 9° al Giro.
– Le (altre) squadra italiane? Invisibili, a eccezione di Biesse Carrera (vincitrice di una tappa con Agostinacchio) e MBH Ballan (idem, come sopra, ma con Novak) e pensare che la riduzione delle selezioni da 6 a 5 corridori ha permesso a qualche piccola compagine di casa di essere al via. Mi chiedo ancora una volta quale tipo di guadagno in visibilità dovrebbe dare una corsa del genere se non c’è modo di farsi notare: troppo netto il divario tra le squadre italiane e Devo straniere. Quale tipo di miglioramento possono avere i corridori di alcune squadre nel farsi staccare a ogni tappa, incapaci di seguire già a metà corsa un ritmo francamente insostenibile per loro? Quale tipo di insegnamento ne ricevono?
– Bravo Agostinacchio che salva in qualche modo il misero Giro italiano, a eccezione dei già citati (oltre a Scalco, Turconi e Finn, ci mettiamo pure Mattio al servizio di Nordhagen, e Borgo che sfiora una tappa), poca roba il resto. Il fatto che, a parte la Bardiani, delle uniche squadre italiane presenti nei finali di gara insieme agli uomini di classifica, MBH, Biesse Carrera e General Store, i corridori fossero stranieri, Novak, vincitore di tappa e terzo posto finale, Gruszczynski undicesimo e Biehl 23°, rispettivamente, dice molto sulla qualità del ciclismo di casa.
– Nordhagen ha corso col piglio di chi già milita nel World Tour vincendo la tappa finale e mostrandosi il più forte in salita man mano che i giorni passavano. Grave l’errore della sua squadra nel lasciare andare via quella fuga, il quinto giorno di gara, con Omrzel e Tuckwell, lasciando sulle spalle di Lotto e Lidl l’inseguimento, sentendosi coperti da Tim Rex davanti che quella tappa non la vincerà.
– Lidl Trek delusione di questa corsa: presenti con una squadra di alto livello capitanata da Albert Withen Philipsen, non sono andati oltre qualche piazzamento di tappa. Troppo poco.
Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma mi fermo qui.
*Bahrain Devo che, come noto, è una sorta di upgrade del Cycling team Friuli. Il sodalizio friulano, gli ex bianconeri del ciclismo, hanno portato la loro conoscenza, le loro abilità, le loro capacità tecniche, tattiche, intuitive e unendole con grandi talenti – Omrzel ha vinto la classifica generale, Dunwoody una tappa, Borgo l’ha sfiorata) e la struttura della squadra WT ne hanno tirato fuori una delle squadre più forti della categoria.
FOTO: LAPRESSE




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