C’è aria di rivoluzione a Liegi. Anzi, c’è aria di rivoluzioni e se c’è di mezzo una bicicletta sono quasi tutte aria fresca. Da queste parti non serve narrare quel racconto secondo cui la vera e unica rivoluzione necessaria, buona e giusta, è quella del bruco che, senza grande rumore, senza alcun clamore, nel silenzio, diventa farfalla. Sì, perché, nella storia, le rivoluzioni ribaltano la realtà esistente ma chissà cosa portano. Il confine è labile ed i pretesti di qualunque rivoluzione possono essere i più saggi oppure i più crudeli. E, poi, nella storia, succedono anche molte altre cose da cui il ciclismo si illude per qualche istante di restare fuori, anche se fuori se non si è mai davvero. Eppure nel ciclismo i rivoluzionari si attendono e per loro si stravolge tutto o quasi. I rivoluzionari del ciclismo sono una clessidra che inverte il regolare scorrere del tempo anche se ad oggi i corridori sono seguiti da un drone sul traguardo e le clessidre non esistono più: uno strano uccello meccanico, invece, vola dietro di loro e ce li fa vedere come non mai. Finiranno le clessidre e la sabbia da capovolgere ma il tempo no e se scorrerà più o meno velocemente sarà roba da esseri umani.
Quando c’è aria di rivoluzione, nel ciclismo, di solito corre rapido e anche la domenica di chi osserva ne esce scossa. La rivoluzione parte da Remco Evenepoel che cavalca il caos e si inserisce nella fronda dei cinquanta e più che, dopo vari attacchi e una caduta, prendono vantaggio su un gruppo spezzato. Sono tutti buoni corridori, gente che non è strano vedere in fuga, pur per motivi differenti, ma a pochi minuti dalla partenza, Evenepoel e Bernal da quelle parti saltano all’occhio. Sono gente così i rivoluzionari. Può essere che un giorno si sveglino e siano stufi di quel che c’è. Molto più spesso, la rivoluzione non è un taglio netto, solo il contrario della rassegnazione allo stato delle cose. Non importa molto il loro passato: magari hanno vinto, magari hanno sofferto. Entrambi hanno vinto e sofferto, ma li conoscete.
Tirano e fanno fatica davanti perché il vantaggio è rapidamente cresciuto e, anche se l’arrivo è così lontano, bisogna menare, altrimenti che rivoluzionari si è? Tirano e fanno fatica dietro, perché a loro non va bene. Non a Tadej Pogačar, non a Paul Seixas. E, nel ciclismo, quando qualcosa non va, e si hanno le forze, si pedala più forte o, magari, con più insistenza anche se non serve a niente. Vogliamo dire: contano solo i fatti e, come spiegava Sciascia, solo i fatti devono contare. I rimorsi e i rimpianti ognuno può giocarseli come vuole, tuttavia è merce di peso e in bicicletta è zavorra totale. Allora via dalle spalle e dal cuore. Quei cinquanta si disfano quando la Liegi diventa la Liegi. Il gruppo si stanca, riduce il vantaggio, li riprende. Soprattutto riprende Bernal ed Evenepoel. Quando su La Redoute, Pogačar attacca, soffre Evenepoel e cede il passo. Soffrono tutti e nemmeno lo guardano “quello là che corre una corsa a parte”. A casa, invece, lo guardano eccome e rivoluzionano i posti sul divano. Ci si alza e si va al tavolo, più centrale rispetto alla televisione, perché “lo devo vedere”. Nelle case, certe domeniche di sport fanno di queste rivoluzioni, quando non si spostano anche i divani o le sedie.
La rivoluzione dello sloveno è questo suo modo di dominare e restare solo. Qualcuno lo ama perché vince, qualcuno non lo sopporta perché vince troppo, altri dicono che è il modo, non la vittoria. Ma oggi la sua rivoluzione non è stata la solita. Paul Seixas, diciannove anni, non l’ha guardato, ma l’ha seguito. Dirà il francese che con Pogačar si sono fatti male a vicenda: “Lui ne ha fatto a me, ma anche io gliene ho fatto”. E se farsi male è questa cosa qui, vogliamo farcene. La Roccia dei Falconi vedrà questo male, finché il Campione del Mondo se ne andrà e per l’ennesima volta, la quarta, farà quel che si addice alle sue rivoluzioni, tagliando per primo la linea d’arrivo, anche per Camilo Munoz, ex compagno di squadra, che non c’è più. E qui non si fanno rivoluzioni, purtroppo. Secondo quel diciannovenne francese che ha sorvegliato la rivoluzione. Terzo Remco Evenepoel, che l’ha avviata. Ha sofferto, tuttavia è sul podio. Non si può essere rivoluzionari senza qualche dolore.
Demi Vollering corre altrove. Non perché lo spazio sia diverso, bensì perché, da qualche tempo, pare inseguire altro. Forse quel che non ha raggiunto prima e l’ha cambiata. Due Tour de France persi come li ha persi lei, anche se non sono rimorsi o rimpianti, noi non possiamo saperlo, sono macigni, pure se a vederla pedalare è pressoché perfetta: pedalata piena, redditizia, densa. Anna van der Breggen pedala in questo modo quando lascia la compagnia del gruppo per riportarsi su Kasia Niewiadoma e Puck Pieterse. Pedala così chi si toglie da un luogo e si porta in un altro, senza scuse, solo volontà. Se non ci si riesce, si rimbalza, ma loro non rimbalzano, loro ci riescono. Probabilmente è tutto questo che ha reso Vollering l’atleta che stiamo vedendo in questo inizio di stagione: rivoluzionare le sconfitte passate. Kasia Niewiadoma, a guardarla, pare abbia pensato che vorrebbe tenerle la ruota e per farlo serve lavorare di più e lei lavorerà ancora. Anna van der Breggen ha un passato diverso, è alla seconda volta del suo ciclismo pedalato e anni fa sarebbe stata lei Vollering o qualcuna come Vollering. Oggi vede il mondo in maniera diversa perché pure di voler sempre rivoluzionare tutto ci si stanca. Però quando se la sente, parte e fa ancora paura. Del resto, quando c’è aria di rivoluzione, nel ciclismo, non c’è legge che tenga, se non quel che si ha dentro. Passato, presente e anche futuro.