L'oro di Casartelli
Barcelona, Giochi Olimpici del 1992. Si fa la storia: Christie, Sotomayor, Settebello, Magic Johnson, Michael Jordan, Larry Bird, Dream Team. In mezzo a loro Fabio Casartelli.
Barcelona, Sant Sadurní d’Anoia per la precisione. È il 2 agosto. Prova in linea di ciclismo su strada da disputare in mezzo ai soffocanti vigneti che producono il Cava, lo spumante spagnolo. Fabio Casartelli è giovane, spumeggiante per l'appunto; come tutti i giovani è anche bello e pieno di speranze. Come tutti i suoi coetanei più che preoccuparsi del futuro si occupa del presente e il presente, quel giorno, significa Giochi Olimpici.
Dilettanti, perché quella fu l'ultima edizione: dal 1996 via libera ai professionisti. Durante la stagione Casartelli è uno dei migliori in Italia e di conseguenza è una dei tre selezionati per la prova olimpica. Su di lui molti scommettono come futuro cacciatore di grandi classiche. La Sanremo è tagliata per lui, si dice. E il tracciato olimpico, severo ma non troppo, ricco di saliscendi, dominato dall'afa delle campagne catalane e dal bollore di un asfalto così chiaro da accecarti, è fatto su misura per il corridore cresciuto nella provincia di Como. E in gruppo non lo sanno, o meglio, scelgono diversamente marcando Gualdi e Rebellin.
È una corsa che si rivela lineare come da protocollo. Coltello tra i denti, cadute, carneadi alle prime armi. A poco più di un giro dal termine si decide tutto. Casartelli rientra nel gruppo davanti; ha il fiuto per cogliere il momento buono, perfetto gioco di squadra con Gualdi e Rebellin - uno che ancora oggi pedala in gruppo. Davanti restano in tre; stringono un tacito quanto paradossale accordo, come fosse il finale di un racconto di Raymond Carver. Una medaglia sarebbe arrivata in ogni caso e difatti sul traguardo, mentre Fabio Casartelli sprinta e conquista l'oro, Dekker, secondo, e Ozols, terzo, alzano le braccia al cielo ammaliati dall'idea di un podio olimpico. Nel gruppo dietro, tra gli altri, chiudono Zabel e Armstrong.
Dopo aver tagliato lo striscione a braccia alzate, Casartelli è assalito dai tifosi; gli strappano la maglia dalla gioia tanto che salirà sul podio con quella di Gualdi.
Abbiamo pianto quel giorno per Fabio Casartelli, piangeremo ancora per lui tre anni dopo. Quella, purtroppo, è una storia che non avremmo mai voluto conoscere, né vivere, né raccontare. Ovunque rimbalzi il suo ricordo, rubando la chiosa a Roberto Perrone: “Fa buona strada, Fabio”.
L'attesa della corsa
L'attesa è una chiave essenziale della nostra esistenza. Può essere analizzata nella filosofia (Wittgenstein, Heidegger, Schopenhauer), interpretata a teatro (Godot), impressa in appunti e riflessioni (Canetti), messa in scena in una corsa ciclistica.
L'attesa, lunga diversi mesi, oggi sfocia in un tracciato di centottantaquattro chilometri che si attorciglia nella canicola di agosto. In mezzo a fasci bianchi di polvere lattiginosa - crete senesi -, tra lunghe salitelle, bagarre e colpi di mano da sfoderare in Piazza del Campo, o semplicemente “il Campo” come dicono da quelle parti e dove, per l'arrivo della Strade Bianche 2020, c'è attesa.
L'attesa può essere dolce e febbrile, logorante o noiosa, può farti persino scalpitare sui tuoi sandali, cantava qualcuno. C'è attesa per chi seguirà la corsa, per chi la correrà, per chi la prepara dietro le quinte, per chi la racconta in diretta o lo farà solo alla fine. C'è attesa per quei passaggi suggestivi in mezzo a ulivi e polvere; attesa per scoprire chi andrà in fuga – forza: scommettiamo chi! – oppure per il passaggio verso Monte Sante Marie dove un muro si erge fino a un paracarro che porta il nome di Fabian Cancellara, vincitore tre volte della corsa. Lì dove di consueto esplode la Strade Bianche.
C'è attesa per capire chi vincerà tra Alaphilippe, van der Poel, van Aert, Gilbert, Benoot, Van Avermaet, Nibali, Sagan, Fuglsang, Kwiatkowski, Pogačar o chi per loro.
C'è attesa per una foratura, una rimonta, uno sguardo che sa di fatica, una pedalata che ostenta brillantezza. Un recupero dopo un buco, lo scatto di chi sa che non ne ha più e bluffa oppure qualcuno che si nasconde e poi ti infilza. L'attesa è spesso sorpresa, è arte surrealista dipinta da mano estrosa. Attesa sotto lo striscione del traguardo e che non è mai noia, né fine a se stessa, figuriamoci, poi, se è l'attesa di una corsa come questa. Bentornato ciclismo, ci sei mancato.
Foto: Strade Bianche/Facebook