Siamo tutti Alaphilippe

La storia di Julian Alaphilippe è una di quelle storie in cui tutti ci siamo immedesimati sin dal primo momento. E ci siamo immedesimati perché è storia sua ma, in realtà, è storia nostra. Accade con quelle vicende che racchiudono ciò che tutti viviamo o abbiamo vissuto. Magari non integralmente, magari solo per brevi tratti, magari di riflesso ma sappiamo bene cosa c'è lì dentro, sappiamo bene cosa si prova a stare in quei panni. Quando gioisce qualcuno con quella storia, in fondo, gioiamo tutti. Come se esorcizzassimo qualche groppo in gola, come se guardassimo a tutto quello che ci ha fatto del male e gli dicessimo in faccia: «Vedi? Ci rialziamo lo stesso». Certe storie ci fanno forti. Questo è il bello. Ed è per questo che, appena Alaphilippe ha alzato le braccia al cielo, domenica, siamo tornati indietro e, col pensiero, abbiamo rivisto tante cose. Per lui ma in realtà per noi.

Abbiamo ripensato ai giudizi. Sì perché a tutti è accaduto, almeno una volta ma in realtà molte di più, che un giudizio ci ributtasse là, in fondo al buco nero dove ci siamo sentiti invisibili ed inascoltati. Magari dopo che tanto avevamo fatto per uscirne. Dopo che tanto ci avevamo creduto. Quando eravamo così giovani e di credere avevamo tanto bisogno. E non c'è nulla di peggio soprattutto nell'età della crescita. Un preside me lo disse, qualche anno fa. «Tutte le parole hanno un peso ma le parole pronunciate nei confronti di persone di una certa età, giovani o adolescenti, pesano molto di più. Quelle parole possono rovinare una vita. Certi non ci pensano». Julian è passato da quelle parole: «Suo figlio non ha le capacità per frequentare un liceo. Non ha nemmeno il fisico per frequentare una scuola di ciclismo. Anzi sarebbe il caso che iniziasse a lavorare invece di perdere tempo con gli amici». Qualcosa di questo tipo, qualcosa di questa forza. Le critiche possono servire per crescere, i giudizi perentori no. Quelli distruggono senza dare una seconda opportunità. Senza nemmeno considerare che in errore potrebbe benissimo essere colui che quel giudizio lo ha emesso. Non conta nulla l'età, l'esperienza e tutto il resto. Sbagliano tutti, persino le eccellenze. Essere eccellenza, in realtà, dovrebbe essere un concetto a larga scala, fondato sulla meritocrazia delle capacità e delle competenze ma affiancato dalla sensibilità e dalla cura. Chi sfoggiando la propria capacità, vera e presunta, irrida o distrugga le speranze di altri dovrebbe sottoporsi a un serio esame di coscienza. Catherine, mamma di Julian, ha creduto a quei giudizi, e forse non poteva fare altrimenti date le circostanze. Papà no. Papà ha creduto in un futuro che pareva impossibile. Ha creduto che, forse, quell'irrequietudine del figlio fosse solo sinonimo di un qualcosa da cercare, da trovare. Che quelle biciclette, che tanto gli piacevano, potevano essere un mezzo per farsi strada tra tante cose.

Abbiamo pensato a tante altre cose ed in particolare alla mancanza. Tutti abbiamo qualcuno che ci manca. Perché non c'è più o perché c'è ma è altrove. A tutti mancano delle braccia per essere stretti e delle mani a carezzare il volto. Possiamo cercarle ovunque e non le troveremo più. Altri ci abbracceranno, altri ci accarezzeranno le gote ma non sarà la stessa cosa. Bisogna dirlo. Certe braccia e certe mani le perdi una volta e non ci sono più speranze di riafferrarle. Julian rivorrebbe quelle di papà. Dice che la sua mancanza gli ha tolto il fiato, gli ha tolto tutto. Dice che il mondiale è per lui e piange, guardando il cielo. Sappiamo come si sta. Sappiamo la paura che fa la parola "sempre" in queste circostanze. Fa talmente paura che ci si rifiuta di accostarla alla persona che "abbiamo perso per sempre".

La storia di Julian è la storia di tutti noi perché sa di umanità. Perché racconta umanità e rifugge ogni stereotipo di forza, di perfezione, di eroe che non teme niente e nessuno. Gli uomini non sono così e nemmeno i ciclisti lo sono. Nemmeno se vincono il Tour de France o il Mondiale. Nemmeno se la narrazione sportiva così li dipinge. Forse si raccontano gli sportivi in un certo modo pensando di incuriosire la gente. Di mostrare quel lato "invincibile" che tutti vorremmo, specie quando la vita presenta il conto. Per questo ci sono i supereroi o i miti dell'infanzia. Ed è un bene. Degli uomini e delle donne, invece, ci interessa tutto il resto. Ci interessa la loro gioia, la loro sofferenza ed il loro essere ancora qui. Ci interessa il modo di tenerli stretti per farli restare qui, anche quando dubitano o hanno paura. Nonostante tutto. Come Julian.


Luigi Sestili: «Non ho mai smesso»

«Alle scuole medie, a Tolfa, eravamo dieci ragazzi e sette ragazze. Al sabato i ragazzi andavano a giocare a pallone e io restavo in classe con le ragazze. Mi prendevano in giro ma non mi interessava: a me non piaceva giocare a calcio, perché avrei dovuto giocarci solo per conformarmi? Preferisco essere controcorrente». Luigi Sestili racconta questo aneddoto per parlare del suo modo di essere, un’indole che permea ogni scelta. E allora va bene correre in bicicletta ma bisogna anche studiare: da qui l'iscrizione a ingegneria. Va bene essere professionista ma serve anche essere professionali: «ho trovato maggiore professionalità in alcune squadre del dilettantismo che del professionismo; che senso aveva continuare se poi comunque non sarei mai potuto arrivare dove volevo?» Va bene avere uno stipendio e una sicurezza economica ma non è l’unica cosa a contare. «Quando ho smesso di correre ho provato una forte amarezza, la prima sensazione è stata quella. Una sorta di dolore. Successivamente ho capito che avrei dovuto fare qualcosa per riscrivere la mia storia. Non lo avessi fatto, sarei finito in depressione. Credo che atleti si resti: non ho mai smesso di andare in bicicletta e le migliori idee per il mio lavoro sono arrivate proprio mentre pedalavo. Ho pensato che il racconto del ciclismo passa dalle storie di tutti gli atleti. Del primo parlano tutti, ma del secondo? Del momento in cui si accorge di essere secondo? Di tutti gli altri? Nel ciclismo provo a portare un approccio filosofico alla fotografia. Forse anche per questo, al termine del mio primo Giro d’Italia si era diffusa quella voce: “Lui è quello che fa le foto strane”. Un orgoglio per me».

C'è il ricordo di quegli anni in bici che ancora oggi provoca una lieve malinconia: «Ho seriamente creduto che il ciclismo potesse essere il mio lavoro: da dilettante ho vinto diverse gare. Da ragazzino mi addormentavo con Bicisport nel letto, sognando di finire su quelle pagine, e quando ho vinto il Prestigio Bicisport ero la persona più felice del mondo. Ho sempre creduto nella consapevolezza e al mio passaggio tra i professionisti ho capito che, nelle squadre in cui militavo, non c'erano le prospettive per correre le migliori gare, per essere alla pari con i più forti ciclisti del mondo, non c'era la professionalità richiesta. Sono stato lasciato a casa e, mentre aspettavo di essere contattato da un altro team, ho ripreso l'università, studiando Scienze Motorie. Un periodo davvero brutto. Più capivo che le possibilità di tornare a correre si assottigliavano, più il mio umore scendeva. Sono stato a un passo dalla depressione. Mi ha salvato un caro amico, l'ingegner Simonetti. Mi propose di raccontare su una sorta di blog ante litteram i miei allenamenti con foto e video. Non avevo gli strumenti adeguati e qualitativamente quelle foto erano davvero scarse però erano un modo per evadere. Per ritrovare un posto nel mondo. Ero davvero perso, non sapevo come indirizzare la mia vita».

Qualcuno lo nota, è Tony Lo Schiavo di Bicisport: «Mi propose di collaborare con la compagnia editoriale e per farlo fissammo un appuntamento con il direttore. Fu un colloquio davvero significativo. Appena mi sedetti, la domanda chiave: “cosa vuoi fare nel tuo futuro?” Dissi che non sapevo, che, forse, terminati gli studi avrei optato per l'apertura di un centro medico assieme a mia sorella. Feci capire di avere poche idee ed anche abbastanza confuse. Da lì quella sua risposta: “Scusa, allora cosa sei qui a fare? Se non ti interessa lavorare con noi, perché ti sei presentato oggi?” Fu una scossa di cui avevo bisogno. Decisi che avrei lasciato il ciclismo e mi sarei messo a scrivere, a raccontarlo. Grazie a quei colleghi avevo l'opportunità che cercavo. Ho imparato tanto e, per diversi mesi, ho anche pensato di essermi messo alle spalle quel passato ingombrante. Tutto crollò un pomeriggio».
Ilario Biondi e Claudio Minardi, fotografi della rivista, lo accompagnano nella sala fotografi e, pensando di fare cosa gradita, gli mostrano l'archivio fotografico che lo riguarda: «Vidi tre, quattro foto. Poi scappai con le lacrime agli occhi. Non riuscivo ad accettare quelle foto che mi ritraevano in sella. Il mio passato era ancora lì, tutto ciò che avevo fatto per superarlo non era servito a nulla. Tutto questo mi fece riflettere: ero arrivato ad avere un contratto a tempo indeterminato ed uno stipendio di tutto rispetto. Quella reazione significava, però, che non ero apposto con me stesso. Avevo avuto diverse idee che avrei voluto provare a sviluppare e le avevo proposte in redazione: non ne accettarono una. Ci rimasi male. Non dormii qualche notte e poi capii. Volevo avere la libertà di sviluppare la mia professione in maniera libera ed innovativa, quella era la via. A Bicisport non potevo farlo, dovevo rischiare. Presentai una lettera di dimissioni e mi licenziai».

Una sfida ma Sestili non teme le sfide. «Il mio direttore sportivo è stato Olivano Locatelli. Un sergente di ferro. Locatelli gridava, ci strigliava, non sempre per colpe nostre. Io gli ho sempre tenuto testa, ho sempre detto chiaramente il mio pensiero anche quando sarebbe convenuto tacere. Ho subito aspri rimproveri e sono andato in fuga, vincendo, per dimostrare il contrario. Sono così, in bicicletta come con una macchina fotografica al collo. Prendersi dei rischi vuol anche dire darsi delle possibilità. Mi sono iscritto a un corso di fotografia, ben sapendo che da solo sarebbe stato tutto più difficile. Provare a competere con le agenzie è difficile, pressoché impossibile. Se vuoi lavorare devi fare qualcosa di diverso. Devi dimostrare che qualcosa di diverso può essere fatto. Io faccio foto degli arrivi dove non le fa nessuno, di spalle. Al podio, non mi concentro sulla premiazione ma sul volto dell'atleta. In quel volto, finalmente solo, si condensa tutto. Il palco lo fotografano tutti, che senso ha? Ogni gara è una sfida, una prova, un test. Anche un rischio. Se sei solo e sbagli foto rischi di non avere il prodotto che dovresti vendere. Non è facile come dirlo. Ma è una grande soddisfazione. Le aziende mi cercano per questo, per questa vena narrativa. Per il mio intento: raccontare ogni piccola sfumatura del ciclismo. Penso ogni minuto a come fare una foto, programmo e invento. Vedrete qualche novità già al prossimo Giro d'Italia. Mi sento vivo».

Vivo e sicuro perché al suo fianco c'è papà: «Ho un ottimo rapporto con i miei genitori. Papà è speciale, è un amico. Lui sa tutto di me e non potrebbe essere altrimenti. Lui c'è sempre stato, è sempre stato dalla mia parte. Con discrezione e delicatezza, mi ha lasciato prendere la mia strada anche quando non la condivideva. Ogni sua critica è stata costruttiva. Se sono l'uomo che sono lo devo a lui. A tutti i pomeriggi in cui mi portava agli allenamenti pur essendo impegnatissimo con il lavoro, a tutte le nostre chiacchierate in auto ma anche al nostro modo di capirci senza parlare. Quest'anno temevo che la situazione attuale non ci consentisse di essere assieme in corsa. Quando ho saputo che anche lui potrà essere al Giro con me, mi sono emozionato».
Poi ci sono le parole per gli altri, quelle che Luigi Sestili indirizza a ogni ragazzo: «Siate consapevoli delle vostre capacità e di ciò che volete diventare. Disegnate la vostra strada, ascoltate i consigli di tutti ma date retta a quelle poche persone che davvero vi vogliono bene. E se siete convinti di qualcosa, andate fino in fondo. La gente, spesso, parla a vuoto. Voi credeteci e lottate per i vostri ideali mettendoci sempre la faccia».


Alaphilippe è l'uomo del mondiale di Imola

Non è un caso se il Campionato del Mondo è, per molti, la gara dell’immaginazione sin da fanciulli. Non sono un caso la mano portata al cuore durante l’inno o il legame che ognuno stabilisce con un colore; quel colore che, chissà perché, rappresenta la propria nazione. Alla fine, se guardi bene, quel colore è un paesaggio, un umore, un’indole, una persona, forse una musica. Tante altre circostanze legate a questa competizione, anche la sua luce, la sua stagione e il ricordo del primo Mondiale vissuto, vogliono dire ciò che vogliamo dirvi noi, oggi.

Persino la fuga: Jonas Koch, Torstein Traeen, Yukiya Arashiro, Danii Fominykh, Ulises Castillo ovvero Germania, Norvegia, Giappone, Kazakistan e Messico. Senza dimenticare tutti gli altri che lì, davanti al gruppo, ci sono andati. Perché il Mondiale, è questo il punto, è per molti la possibilità di plasmare un’idea e di farlo insieme. È quella magnifica sensazione di gruppo, di quando fai qualcosa e ti rendi conto che non lo stai facendo solo per te. Quando fai qualcosa e hai il sogno o anche solo l’immaginazione che quel tuo passo cambierà qualcosa per altri. Qui c’è il concetto di terra: sembra quasi di sentirne il profumo o l’umidità. Come quella dei prati in cui ti distendevi da bambino con addosso quel colore. Pensando che un domani tu, proprio tu, avresti rappresentato qualcuno. Quando ci parli, gli atleti ti dicono questo: «Credo che la mia terra abbia tanti talenti. Vorrei essere un esempio, vorrei aprire un varco. Una strada». Essere un esempio ovvero buttarsi in avanti senza pensare alle conseguenze. Fa paura, certo. Forse fa meno paura quando sai che qualcuno sta capendo il tuo gesto. Che, almeno qualcuno, ci sta provando e i cinici dicano ciò che vogliono. Non hai nemmeno il tempo di pensare a loro. Questo, per i più, è il significato di un giro di pedali al Mondiale: ritrovare quella forza e quella splendida incoscienza che solo l’appartenenza regala. E quando hai quelle non ti ferma più nessuno.

Tadej Pogačar questa cosa la sa molto bene, meglio di altri. La sa perché sa quanto potesse sembrare una follia vincere il Tour de France, a ventidue anni, alla penultima tappa ed essere a Parigi con occhi gonfi di lacrime grosse quanto una noce. Sapeva che in tanti, comunque, ci credevano già prima che accadesse e altri hanno faticato a crederlo anche dopo quel tramonto ai Campi Elisi. Lui ha capito che l’importante era fare qualcosa per i primi, perché quando qualcuno smette di credere a qualcosa è un dramma e per chi non spera in nulla poco si può fare. Per chi crede e spera si scatta anche oggi. Un motivo lo si trova sempre, come lo trova Damiano Caruso che immagina un ciclismo raccontato dalle storie di tutti e per questo scatta e allunga. Perché, se non sei pronto a farti un poco male per ciò che vorresti, anche se ottenessi tutto non sapresti difenderlo. Il mondo invece ha bisogno di persone che difendono ciò che vogliono a costo di sbucciarsi le ginocchia e di piangere qualche notte. Ai tuoi desideri devi tutta la protezione di cui sei capace, altrimenti lasciali ad altri.
Alaphilippe è l’uomo di questo Mondiale. Non solo perché lo vince, non solo perché è Campione del Mondo. È l’uomo di questo Mondiale perché la sua storia parla di questa storia. Di dignità e orgoglio, di quando sei ad un passo e perdi tutto ma anche di quando vinci mentre nessuno ti sta aspettando. Parla dei colori che ci portiamo addosso e di appartenenza. Di quel “Lulú” che é uomo forte e fiero ma anche figlio indifeso, abbandonato tra le braccia di un padre. Che poi è uno dei modi più veri che esistano di essere uomini. Poi ci sono tutti i ricordi cancellati per andare avanti e quelli rilanciati per trovare le forze. C’è tutto questo e tanto altro. C’è soprattutto quell’iride che è lì, in quella maglia, e starebbe benissimo sullo schermo del cielo. E chissà che Imola, prima di sera, non la proietti lì, come in un sogno.

Foto: Luigi Sestili


Ciò che respiri diventa il tuo respiro

Accade che un sabato di fine settembre, a Imola, spieghi tutto. Racconti, per esempio, di Anna van der Breggen, nuova campionessa del mondo, che non è così imperscrutabile come potrebbe sembrare. Van der Breggen che in conferenza stampa l'aveva detto: «Sono cambiate tante cose in me. Crescendo è normale. Una volta soffrivo per le vittorie che mi mancavano, per ciò che non raggiungevo. Così ti condanni a stare male. Su quella bicicletta io metto tutto quello che ho. Certe volte le cose accadono, altre no. Ora so bene che per ogni volta che qualcosa non va, c'è la possibilità di ritornare lì e riprovarci. Questo mi rende tranquilla». Ricordiamolo anche noi, mentre arriva l'autunno e, per molti, giunge il momento di fare i conti con quello che l'estate aveva nascosto tra la sabbia e le conchiglie. Se va male, se non va, ci saranno altre occasioni. Non buttiamoci via. Ancor meglio, non buttiamo via ciò che vorremmo perché fuori fa buio. Puoi uscire, come Anna van der Breggen ha fatto, e scoprire che ti diverti, che stai bene come non ti accadeva da tempo. Da tanto tempo. Bastava riscoprirsi farfalla, alla faccia del mondo.

Accade che, questo sabato a Imola, ci ricordi ancora una volta il senso profondo delle parole. Ci ricordi che è giusto, sacrosanto, utilizzare aggettivi entusiastici per parlare di Annemiek van Vleuten ma c'è di più. Sì, perché chi si ferma all'apparenza delle parole non le fa proprie. Così le ribalta appena cambia il vento. Fare propria una parola vuol dire scavarci dentro, sopra, sotto, intorno, fino allo sfinimento. Vuol dire pensare a cosa significhi per van Vleuten essere qui dopo che, appena una settimana fa, era in ospedale, operata al polso. Uscita sconfitta da un Giro Rosa già vinto, eppur mai conquistato. Vuol dire, per esempio, ricordarsi ogni benedetto giorno che il tuo essere qui ha una ragione. Un qualcosa di difficilmente spiegabile per la mente, un qualcosa di profondamente naturale: quello che sin da bambino sentivi il tuo luogo giusto. Un segno di futuro e guai a chi non bada ai segni, per presunzione o diffidenza. Le parole che si accosteranno ad Annemiek van Vleuten dovranno contenere questo disegno. Annemiek van Vleuten si è ricordata del suo posto nel mondo e, mentre tutti le dicevano che venire al Mondiale era una pazzia, ha sentito di non dover tradire quelle sensazioni di bambina che la vita le ha fatto avverare. Ha preso per mano la bambina che era e pazienza se quel polso non può stringere come vorrebbe.

Questo circuito di Imola, con le sue salite come stanche cantilene, ha parlato di Elisa Longo Borghini e della capacità di togliere parole, di restare senza parole, se necessario, e sapere che va bene così. Che è giusto così. Restare senza parole è meraviglioso perchè, forse, proprio quando non puoi più spiegare ciò che senti, tutto emerge. Come quando l’abbiamo guardata a Grosseto, in maglia rosa, e abbiamo sentito noi stessi quel nodo in gola che le soffocava le parole. Non abbiamo perso un istante di quel silenzio pieno e ci siamo augurati che lo sentissero in tanti. Perché non esiste solo un'età giusta per certe cose, non esistono solo esperienze già vissute e quindi scolorite, non esiste solamente la certezza che debba essere così. C'è la possibilità di riscrivere il finale. Di continuare a stupirci come se nulla fosse già avvenuto, come se nulla non potesse avvenire. Come ha fatto Elisa sul traguardo di Imola. E, per una volta, tutti ci riscopriamo meno attenti ai numeri. Così si è subito detto che quella odierna è stata ''la più bella volata nella carriera di Elisa''. Senza recriminazioni, senza troppi ''se'' a inquinare qualcosa da guardare e di cui godere. Gli umani faticano ad avere questo approccio, oggi ci riescono. Perché poi l'aria che respiri diventa il tuo respiro. Per questo sarà davvero speciale questo sabato: per tutto quello che abbiamo imparato o ricordato.


Non avere paura

Certe volte le parole filtrano dagli occhi; lì dentro si può vedere tutto. Ieri pomeriggio, gli occhi di Vittoria Bussi riflettevano le strade di Imola, il tempo e alcune delle parole che ci siamo detti quando era ancora inverno. Così, negli intervalli di quelle lancette a scandire i secondi, mi sembrava di risentire la sua voce quando le chiesi se non la spaventasse l'idea della solitudine: ''Sai, tutti abbiamo paura di restare soli. Per questo la cronometro spaventa: perchè sei solo. Io ho imparato a convivere con la solitudine nelle notti trascorse in ospedale ad assistere papà quando lui non poteva parlare, non poteva dire niente. Notti lunghissime, l'alba non arrivava mai. In un silenzio che silenzio non è, perchè il silenzio dell'ospedale è intriso dei rumori tipici dell'ospedale. Su una sedia, con i miei fogli, a rivedere appunti di matematica. Notti di angoscia. In quel momento ho dovuto imparare a restare sola, per quanto mi facesse paura. Per questo oggi la solitudine non mi spaventa più. Per questo oggi so affrontare la solitudine. Ho imparato, pur non volendo ho dovuto imparare. Le cronometro sono solo pezzi di vita in cui sei solo. In tanti pezzi di vita si resta soli. Non bisogna averne paura''. Ci fu un giorno in cui Vittoria Bussi morì di paura: era il 2009 e lei era in Inghilterra per motivi di studio, Vittoria ha studiato matematica all'università. Le arrivò una telefonata, una di quelle che nessuno vorrebbe mai ricevere: ''Papà è ricoverato in terapia intensiva, ha avuto un'emorragia celebrale. Fatti coraggio!''

Vittoria è tornata in Italia per papà. È stata al suo fianco fino al 2012 con tutto quello che aveva e oggi continua a vivere per lui: ''Mi reputo atea, non credo, ma sono convinta che la tragica vicenda di papà mi abbia lasciato uno degli insegnamenti più importanti che un padre può lasciare a una figlia. Mi ha fatto capire quanto è importante la vita. Lui amava follemente la vita e la malattia non gli ha dato la possibilità di vivere. Io, da quel giorno, è come se vivessi per due, anche per lui. Ho abbandonato le scelte a lungo termine, ho scelto di fare ciò che avrei voluto fare da sempre, senza rimpianti o rimorsi. Io voglio godermi la vita. Ho un'energia diversa, come se avessi due persone dentro di me. Io vivo per due''. E non importavano nulla le parole della gente, anche di coloro che le volevano bene: Vittoria aveva deciso, Vittoria voleva vivere più forte che mai, voleva essere più viva che mai. ''Mia madre mi adora, ma allora non capì subito. Tu pensa a una donna già distrutta dalla perdita del compagno di una vita che si ritrova la figlia che impazzisce e butta alle ortiche una carriera accademica. Come poteva capirmi?''Così è arrivata al ciclismo e lo ha fatto con la chiarezza e la schiettezza che la contraddistingue: «Purtroppo, almeno all’inizio, ho trovato poca comprensione per le persone ancor prima che per gli atleti. Per questo ho deciso di fare una mia squadra. Ma sono sempre stata chiara, non ho litigato con nessuno: ho detto chiaramente ciò che mi piaceva e ciò che non mi piaceva. Bisogna essere espliciti, senza sotterfugi. Credo sia un dovere di ogni essere umano».

Il suo ciclismo è quello dei volti che le hanno fatto del bene e di una condivisione viscerale. In primis con il suo compagno, Rocco. Quell’ora, quel Record dell’Ora, è una cosa loro: «Lui non mi ha mai abbandonato. Anche quando ho stravolto la mia vita brancolando nel nulla, ha affrontato tutti i sacrifici con me, rinunciando a tante cose in prima persona. Certe volte spingendomi lui stesso a fare le scelte che volevo. Il Record dell’Ora non è solo mio, è nostro. Quel giorno lui ha veramente pedalato con me: non avevo alcun contatto con l’esterno, lui era in pista. Non lo vedevo ma sentivo la sua voce. Mi tenevo a galla con quel suono. Quelle corde vocali erano il mio tutto». Vittoria mi ha raccontato che, quando la chiamò Dino Salvoldi per convocarla al mondiale dello scorso anno, era in cucina: «Avevo già gli occhi pieni di lacrime ma non si piange al telefono. Ero felice, di una felicità rara. Aspettavo solo che si concludesse quella chiamata per piangere, per piangere a dirotto. Piangere di gioia». Non sappiamo, ma ce lo faremo raccontare, cosa è accaduto quest’anno quando Salvoldi l’ha chiamata. Sappiamo però cosa è accaduto ieri: Vittoria Bussi è fra le prime dieci al mondo. E abbiamo tutti meno paura.

Foto: Bettini


Raccontami del Ballero

Questa storia trova casa ai Mondiali di ciclismo di Varese 2008. Proprio in quella prova in linea vinta da Alessandro Ballan, domenica 28 settembre. L’ultima volta in cui la maglia iridata in linea è stata vestita da un italiano. Questa storia, però, non parla di quel giorno. Fa un salto indietro, ai giorni prima. Vorremmo dire che questa storia parla di visioni e capacità di trasmetterle. Di tutto ciò che ha a che vedere con la probabilità che, quando si comunica agli altri, diventa possibilità. Diciamo che questa storia parla di Franco, di Franco Ballerini, il “Ballero”. Ed è una storia ambientata in un aeroporto nelle Fiandre, nella primavera di qualche anno fa. Con un sottofondo di voci e rumori che, miracolosamente, non ci hanno fatto perdere un briciolo di senso del nostro chiacchierare. Questa storia racconta di quella volta che contattammo Alessandro Ballan per parlare di “Giro delle Fiandre” e finimmo a ricordare Franco, il commissario tecnico.
«Ti racconto questo, per dire di chi era Franco Ballerini. Pensa te, raccontare Franco...»

Alessandro Ballan riprende così il discorso che si era interrotto, a causa della partenza di un aereo, mentre parlavamo di pietre e io gli chiedevo: «Parlami del Ballero». Ballan non sa da dove iniziare o, forse, lo sa anche sin troppo bene ma tentenna qualche secondo. Raccontare Franco sembra impossibile perché Franco poteva essere qui e, chi era Franco, avremmo tutti preferito sentirlo dalle sue parole. Ma, certe volte, siamo vicari delle storie di altri e ci tocca raccontarle anche se fanno male. E fanno male perché ci è rimasta la storia ma manca tutto il resto. Così Alessandro torna a parlare, abbassando la voce, quasi per custodire quel ricordo.

«Al Mondiale di Varese era tutto pensato per Paolo Bettini. Sarebbe stato il suo terzo mondiale consecutivo, dopo Salisburgo 2006 e Stoccarda 2007. Franco era eccezionale nel fare gruppo. Creava un’amalgama tale per cui avresti fatto di tutto per quella squadra e non importava nulla il tuo ruolo. Avresti messo l’anima perché sapevi di essere parte del tutto, di essere una parte importante del tutto, fondamentale. Ognuno di noi si sentiva fondamentale. Ti assicuro che non è facile restituire questa sensazione ai propri collaboratori. In pochi ci riescono, Franco era uno di quelli. Mancavano pochi giorni alla domenica e avevamo già visionato il percorso. Mi sentii chiamare: «Ale, vieni qui!» Era Franco Ballerini.

Mi prese da parte come un padre: «Ascolta Ale, vi sto guardando bene. Ho una convinzione e voglio dirtela. Sai la parte finale del percorso? Quella che tocca il centro di Varese. Io sono sicuro sia adatta a te. Ti dico di più: se parti lì, se piazzi uno scatto secco lì, vinci. Vinci tu, Ale. Credimi». Questa cosa me la ha ripetuta fino al sabato prima. Sappiamo tutti come è andata. L’ho ascoltato e sono partito proprio lì dove mi aveva detto lui. Poi mi chiedi di raccontarti Franco. Come faccio a raccontartelo?»

Alessandro Ballan ha vinto il Mondiale di Varese 2008, per capacità, per caparbietà, per forma fisica invidiabile, per una tattica studiata in maniera certosina e aggiungete voi tutto il resto. Ma Alessandro Ballan, secondo noi, ha vinto il Mondiale di Varese anche per quella visione comunicata. Per quella probabilità fatta possibilità. Franco Ballerini avrebbe potuto tenersi stretta quella visione e comunicarla solo in corsa, dando l’input a Ballan nei chilometri finali. Come C.T. sarebbe stato ugualmente impeccabile. Non lo ha fatto. Lo ha cercato, gli ha parlato, gli ha detto prima quanto credesse in lui. Quanta certezza avesse che quella possibilità fosse simile alla realtà. Lo ha fatto perché sapeva. Sapeva che Ballan aveva tutte le carte per vincere, anche agevolmente, ma sapeva ancora meglio che in un Mondiale può succedere di tutto e, se hai chi crede in te, scatti pure senza un briciolo di forza. Glielo devi. A chi crede in te, devi questo e tanto altro.

Foto: Bettini


La gentilezza è un atto rivoluzionario

Piccolo antefatto: ieri mattina, scendendo da una scala, a Castelnuovo della Daunia, sono caduto. Niente di particolare, solo una brutta storta alla caviglia. All’inizio, a dire il vero, neanche particolarmente dolorosa. Ma le botte, i colpi, si sa, fanno più male con il passare del tempo. E non parlo solo delle problematiche fisiche. Vale lo stesso anche per quelle dell’anima. All’inizio non hai quasi mai la percezione di ciò che ti accade o che ti è accaduto. Stai lì frastornato. Non senti male. Sei spaesato, il male arriva dopo. Arriva quando passano le ore, i giorni, i mesi e capisci che quel qualcosa ti è successo veramente. A quella storia del tempo che cancella il dolore non ho mai creduto. Se fosse così, dopo ogni grande sofferenza torneremmo come prima. Non succede così, mai. Te lo dicono tutti perché se non lo facessero dovrebbero prendersi la briga di fare qualcosa per quel dolore e, diciamocelo, spesso non ne hanno alcuna intenzione. Forse ci sono anche persone che fanno del menefreghismo per cattiveria. Più spesso, però, le persone sono menefreghiste perché già stanche dei loro problemi, perché già piene di problemi, senza voglia e quindi senza tempo. Ti affidano al tempo che loro non hanno e non considerano nemmeno per un secondo che quando soffri la cosa peggiore che ti si possa parare davanti è il tempo. Certe volte un lungo tempo. Ma ritorniamo alla mia caviglia.
Tutto questo per dire che nel corso della giornata il male alla caviglia è cresciuto e come sono tornato in hotel e mi sono steso sul letto ha toccato l’apice. Niente da fare, la soluzione è un antidolorifico. La farmacia, devo andare in farmacia. Scendo le scale, zoppicando, e chiedo alla reception dove sia la farmacia. Sono fortunato, è nel parcheggio. Sto proprio salutando l’addetto dell’hotel quando mi ferma un attimo e mi chiede: «Sai cosa? Perché oggi che hai finito prima di lavorare non ne approfitti per un giro in città? Lucera è molto carina». Ho risposto «sì, molto volentieri», solo per chiudere prima la conversazione e andare a prendere l’antidolorifico. Meglio ancora: «Vado subito».
«Ti accompagno io»
«Ma si figuri, mi ha detto che sono 400 metri, giusto? Vado a piedi»
«Non se ne parla, ho finito qui. Le chiavi della macchina? Ah eccole. Andiamo»
Diamine. Non ho preso l’antidolorifico, la caviglia fa male e non so neppure quando tornerò in hotel. Approfittando di un attimo di quiete dal male, dato dalla posizione in auto, cerco di fare conversazione. La mia domanda è semplice, sin troppo forse: «Dove andiamo?» La risposta no, la risposta vale la gita: «Ti racconto una storia. Lavoro in hotel ma per me è un passatempo, in realtà sono operaio in una ditta di Lucera. Quando arriva qualcuno in hotel chiedo sempre dove sta andando e perché. Non sono curioso, non nel senso comune del termine. A me interessano le persone che passano dalla reception dell’hotel in cui lavoro. Per questo faccio domande, per questo quando mi dicono che non conoscono la mia città le consiglio. Magari le accompagno per le vie del centro. Mi fa piacere. È una specie di piccola missione. Alla fine mi sembra che le persone siano contente. Magari tornano in albergo a distanza di qualche anno o segnalano l’hotel a parenti perché «Lucera è bella». È una piccola cosa: accompagno solo qualcuno per le vie della città e mostro qualche monumento. Mezz’ora, certe volte anche meno, ma mi sembra un modo di restituire un qualcosa. Credo che quando ci succede qualcosa di bello abbiamo il dovere di trasmetterlo, di lasciarlo per gli altri, di fare in modo che anche gli altri possano provare quella sensazione come noi. Io ricordo che, nei miei viaggi in camper, quando qualcuno mi accompagnava in posti nuovi provavo una sensazione fantastica. Cerco solo di restituire ciò che è capitato a me e se gli altri sono felici lo sono anche io».
E come potrei raccontarvi qualcosa in più, qualcosa di meglio? Come potrei aggiungere un qualcosa che non sia assolutamente inutile. In quella risposta c’è tutto. Vi dico solo che con Gianni, così si chiama questo signore, abbiamo girato Lucera per circa quaranta minuti e siamo tornati in hotel che erano quasi le sette di sera. Che ho trovato la farmacia in chiusura ed è solo grazie alla gentilezza della proprietaria se ho recuperato il mio antidolorifico. Che, in fondo, anche avessi trovato la farmacia già chiusa sarebbe andata bene lo stesso. Sì perché un modo per sentire meno male c’è ed è a portata di mano di chiunque. Il segreto è restare una porta spalancata sul mondo anche quando sembra inutile. Non sempre riuscirete a restare così, di quella porta, talvolta, il mondo lascerà solo una piccola fessura aperta. Non prendetevela troppo, avvicinate gli occhi e guardate. Guardate attraverso quella minuscola fessura e vedrete che un millimetro di bellezza passerà. Dovete solo guardare.


Una maglia rosa per un anziano capitano

Quando arrivi in sala stampa e hai dei comunicati da preparare, non vorresti altro che silenzio. Così, quando ieri, nella sala stampa di Terracina, è arrivato l’ex capitano della Guardia di Finanza a salutare i giornalisti presenti, per qualche momento ho sperato fosse solo un saluto fugace. Ho ben presto capito che non sarebbe stato così. Parliamo di un signore di ottant’anni spaccati, elegantemente vestito in divisa, con voce bassa e capelli bianchi, sotto il cappello della divisa. Un signore con tanta voglia di raccontare, uno di quelli legati ad ogni singolo oggetto della propria esistenza, ai propri nipoti, di cui tiene i disegni in ufficio e alle piccole abitudine “il caffè dopo pranzo ci vuole”. E il caffè te lo porta dalla sua moka, con tanto di biscotto. Uno di quei signori che sanno di tempi andati e che ti fanno pensare ai tuoi nonni, quelli che magari non hai più la fortuna di avere qui. Quelli che ti fanno ricordare un divano fiorato e le braccia del bisnonno che ti stringevano durante il Giro d’Italia. Le carezze sulle guance, tutto il resto e il momento in cui ti sei reso conto di averli persi per sempre. Uno di quei signori che, appena ti vedono con lo sguardo perso nel vuoto, si avvicinano e «hai bisogno di qualcosa?». Magari sì, magari no, ma è bello che qualcuno ci pensi. E poi, in fondo, abbiamo sempre bisogno di qualcosa, siamo sempre monchi e una sola domanda può salvarci. Sì, perché anche un’unica persona che si interessa a te, diventa il motivo per andare avanti. Ma deve essere un interesse vero, uno di quelli che sanno delle mani calde dei nonni sul viso, quando torni da scuola in inverno e fuori fa freddo.
Già, adesso dico così. Ieri lo ho ascoltato per una buona mezz’ora. Io vivo grazie alla condivisione delle storie, delle parole, del sentire delle persone che incrocio. Ho scelto questo lavoro per questo. Avessi fatto altro, con il carattere che mi ritrovo, troppo timido, introverso, sarei rimasto in un angolo, da solo. Avrei dato il massimo ma non avrebbe avuto senso. Con questo lavoro ho liberato quella parte di me che premeva da dentro e faceva male. Ho potuto fare tutto ciò che avrei sempre voluto fare e di questo conservo una felicità bambina. Attimi, frazioni di secondo, in cui mi dico che, sí, è tutto così bello. Fuori non si capisce nulla ma dentro sì, dentro sono felice. Questo non lo cancello, non potrei mai. Ma la fretta è cattiva consigliera di parole e gesti, così nella mia mente, per qualche istante, si è affacciato il nervosismo. Sulla punta della lingua avevo uno «scusi, può lasciarmi lavorare un attimo in silenzio?». Adesso mi si rivolta lo stomaco solo a pensarlo ma ieri stavo per dirlo. Ed è grave, contraddice buona parte di ciò che racconto a tutti quelli che mi chiedono il motivo della scelta di questo lavoro. Per l'ascolto, dico. Non ho detto nulla perché so cosa significa essere zittiti, anche se elegantemente, anche se con correttezza. Le parole ti si bloccano da qualche parte nelle viscere e poi smetti di parlare. Stai in silenzio anche quando non vorresti, temendo che qualcuno ti ributti ancora giù tutta la voglia di parlare. E di parlare abbiamo tutti una gran voglia. Ho pensato che se quel signore era arrivato a ottanta anni così affamato di racconto, non avrei dovuto essere io a spegnergliela per una stupida fretta. Così è passata un'ora.
A fine tappa gli abbiamo consegnato una maglia rosa in ricordo di quel giorno. Probabilmente nei prossimi giorni la farà vedere a tutte le persone che passeranno dal suo studio e racconterà di questa giornata e di altri ricordi sciolti dentro. Ha chiesto una foto e poi ha guardato meglio la maglia. Si è commosso, gli sono venuti gli occhi lucidi, ha appoggiato la maglia sul tavolo e, indicandola: ''Troppo bello, troppo bello''. Piangeva il capitano della Guardia di Finanza. Così forte che una ragazza dell'organizzazione, vedendolo, è scoppiata in lacrime. E piangeva più forte ancora. Questo era davvero bello, troppo bello. Loro sono bellissimi. Io così sciocco che, per la fretta di finire un pezzo, non ho avuto il tempo di alzarmi e avvicinarmi a loro. Magari solo per una carezza sulla spalla, come faccio sempre quando vorrei abbracciare ma non oso. Forse dovrei essere ancora lì ad ascoltarlo quel signore. Forse un giorno ci tornerò e lontano da ogni fretta gli dirò quello che penso. Che senza uomini così non avrebbe senso.

Foto: Tornanti.cc


Di passi incontro

Alla fine, quasi tutto il tuo valore personale, quello che resta di te oltre tutto ciò che la vita ti mette addosso, si riduce a ben poche cose. Una di queste crediamo, fondamentalmente, abbia qualcosa a che vedere con i passi che muoviamo per andare incontro a ciò che sta sotto il nostro stesso cielo. I passi degli umani sono così simili e così diversi. Muovere un passo lascia sempre un segno, devi solo decidere molto bene che senso vuoi abbiano i tuoi passi, il tuo potere. Prendere una direzione è un potere enorme. Puoi scegliere di andare incontro solo strettamente al tuo bene e quindi risparmiare ogni passo in più che non sia a quello finalizzato. Ti stancherai molto meno e arriverai prima dove vuoi arrivare, questo è certo.
Diversamente scegli di usare alcuni dei tuoi passi, che sono solo tuoi, che ti appartengono, per qualcuno o qualcosa che non avrà un riflesso diretto sulla tua vita. Lo avrà sulla vita di qualcun altro e in questo caso devi solo augurarti che sia un buon riflesso. Che non sia qualcosa di troppo pesante o di invasivo. Devi essere capace di avere tatto, di mantenere la giusta distanza anche quando non vorresti, anche quando quel tuo passo è talmente dedicato ad altri che vorresti sentirli vicini, ancora più vicini. In questo caso soffrirai, verrai deluso e rifiutato. Se avrai una meta dovrai sapere che il tempo per raggiungerla sarà molto più lungo. Ma, se deciderai di muovere i tuoi passi verso gli altri, non dovrai avere timori. Dovrai continuare a farlo. Solo allora la tua scelta avrà veramente senso. Solo allora l'avrai davvero sentita.
Se scegli questa via ti troverai a camminare quando non ne avrai voglia, quando sarebbe sconsigliato farlo, quando tu potresti stare al tuo posto e sostanzialmente non cambierebbe nulla, almeno apparentemente. In realtà qualcosa cambia sempre, certe volte talmente dentro da non vedersi neppure. Magari rotto in mille pezzi. Se sei una ciclista professionista, una campionessa del mondo in carica, in maglia rosa, sul podio del Giro Rosa dopo una tappa immersa in una canicola estiva d'altri tempi, fare un passo verso gli altri vuol dire scendere dal podio e andare verso il pubblico. Vuol dire fare attenzione a tutte le norme anticovid ma non rinunciare ad andare dove si sono posati gli occhi. Fare un passo incontro a qualcuno vuol dire averlo visto, avere interiorizzato qualcosa di suo, condividere parte del suo destino pur non conoscendolo. Così ha fatto Annemiek Van Vleuten, ieri, quando ha visto una signora fissare il suo mazzo di fiori, sul podio. L’ha guardata, ha guardato tutte le persone riunite in piazza e poi è scesa dal palco. La cercava l’addetto stampa della squadra, gli ha fatto cenno di aspettare. Si è avvicinata alle transenne, restando a un metro e mezzo di distanza e ha allungato la mano porgendo i fiori. Vedi una signora prendere i fiori e ringraziare con un filo di voce. Vedi la stessa signora sorridere continuando a ringraziare e vedi Annemiek Van Vleuten fare cenno “basta” con la mano. E ancora “basta”. Come a dire che quel ringraziamento non serve, che non vuole essere ringraziata, che quei passi in più fatti li ha scelti senza dubbio alcuno. E non li cambierebbe con nessun altro passo al mondo, nemmeno col più vantaggioso. Cosa cambiano quei passi per Annemiek Van Vleuten? Poco o niente. La domanda è: cosa cambiano quei passi per quella signora. La ragione di quei passi è lì. La grandezza di quei passi è nello sguardo che li ha suscitati e nella volontà che li ha compiuti, sapendo che con così poco sarebbe cambiato così tanto. Succede così, quando si sceglie di andare incontro agli altri, diventa una missione. Senza se e senza ma. E noi ci immaginiamo quella signora con quel mazzo di fiori nel salotto di casa e sentiamo fresco anche se oggi, a Terracina, fa ancora più caldo di ieri.

Foto: comunicato stampa Mitchelton Scott


Il mondo di Katarzyna Niewiadoma

«Il futuro lo immagino in un piccolo paese di montagna. Magari simile a Ochotnica, dove sono cresciuta, in Polonia. Vorrei vivere in una di quelle casette nella natura, con un orto davanti. Uscire di casa, al mattino presto, sentire l’aria fresca sul viso e, oltre qualche nuvola, vedere i monti. Poi scendere nell’orto e raccogliere frutta e verdura. Portarla in casa, sedersi al tavolo, pulirla e prepararla per il pranzo. Vorrei una famiglia e dei bambini. Stare con loro al caldo, accanto a un camino, a guardare da una finestra mentre fuori nevica e la brina ricopre i cancelli». Katarzyna Niewiadoma ama parole semplici, gesti genuini e sensazioni primordiali: «Provo una sensazione bellissima quando vedo le macchie di colore mescolarsi sul mio foglio. Non dipingo per esporre, dipingo perché mi fa stare bene. Mi rigenera. Se poi tra quei colori spunta il giallo ancora meglio. È il mio colore preferito. Dipingere è un gioco». Così quella maglia, quella della Canyon Sram Racing, così variopinta, come calata da qualche universo futuristico e parallelo, le sta proprio bene. È una seconda pelle che fa riaffiorare ciò che la prima cela.

«Ringrazio Taylor Phinney, il mio ragazzo, per tutta la sua magia». Niewiadoma ha scritto così al termine della prova che la ha vista terza all’Europeo di Plouay e noi siamo sicuri che parlasse di questo, come della bellezza del fare il pane in casa, impastandolo a mani nude, o del raccogliere le albicocche in giardino prima che venga a piovere. «A Ochotnica non c’era molto. Ma per me bastava: c’era la mia famiglia, la mia casa e quel paesaggio che qui in Spagna, a Girona, mi manca. Amo ogni singolo sentiero del mio paese di origine. Lo sento palpitare. Lo porto dentro di me». Da qualche parte, in lei, ci sarà anche quella sera in cui papà, tornato a casa con una bicicletta da regalarle, le chiese: «Questa è tua. Mi piacerebbe se qualche giorno venissi con me in bicicletta, mi piacerebbe partecipare a qualche gara con te. Ti va?». Non abbiamo visto i suoi occhi in quel momento, ma possiamo intuirli. Alla fine, per quanto ogni iride sia diversa, quello che ci luccica dentro può ricondursi a ciò che tutti conosciamo. Più o meno intensamente. Figlio della vita.

«Ho una paura che mi ha sempre accompagnata. Ho paura, nel tempo, di vedere il ciclismo solo come un lavoro. È un lavoro, inutile negarlo. Ma non è solo quello, non posso immaginare che sia solo questo. Il ciclismo è quella sensazione di pace che senti quando vai dove vuoi, magari scappi o magari insegui, ma nelle orecchie hai solo il suono della bicicletta. Se scappi non devi mai voltarti, tu stai andando altrove. Perché pensi ai luoghi che stai lasciando? In bicicletta non hai più l’assillo che tormenta ogni nostra giornata: il tempo. Vorresti averne di più, vorresti che tutto il tempo fosse lì per te, per non dover mai scendere dalla sella». Le piace l’Italia, Siena, le stradine del centro città che sanno di antico e il nostro cibo. Le piace vincere. E voi direte che, in fondo, è ovvio per un’atleta. Non così tanto per Katarzyna; a lei, oltre che per tutto il resto, piace vincere per un motivo ben preciso. «Puoi andare in conferenza stampa e rispondere a tutte le domande. Puoi raccontare, puoi raccontarti. Non è bellissimo?».

Foto: Katarzyna Niewiadoma, Twitter