A cura di Matteo Giordano
La Rocca di San Leo non potevo perdermela.
Quando ci si arriva sotto, radenti, lo sperone di roccia sul quale svetta nel verde del Montefeltro, più verde ancora di una maglia a punti, puoi solo pensare che sì, doveva davvero apparire imprendibile agli eserciti che si sono trovati lì dove mi trovo io ora, nel giorno più caldo della mia settimana di ferie in Riviera.
Il Tour de France in Italia non potevo perdermelo.
La prima volta che ho visitato Parigi nel 2007, durante il classico giro d’Europa post adolescenziale, ho visto Daniele Bennati alzare le braccia sugli Champs Élysées.
La seconda volta, per inconsapevole premonizione o imperscrutabili convergenze astrali, ho deciso di andarci nel 2014; in primavera proposi alla mia ragazza un weekend lungo nella capitale francese con Musée d’Orsay e arrivo della Grande Boucle incluso. 2014, Vincenzo Nibali in maglia gialla.
C’entra sempre la magia e l’imponderabile, nel ciclismo come nella vita; quella percentuale di inspiegabile che rende anche i più scettici titubanti di fronte ai disegni del destino, alle coincidenze che ripensate a mente fredda non sembrano mai tali. A Parigi c’è il Pendolo di Foucault, che ondeggia mistico, unico punto fermo nell’universo, stando al romanzo di Umberto Eco che ancora oggi non si schioda dalla classifica generale dei miei libri preferiti, leader inscalfibile come Pogačar al Giro d’Italia.
Se il Pendolo di Foucault vuole rappresentare il punto fermo dell’universo, la Rocca di San Leo somiglia a un suo equivalente in pietra, ritta sullo sperone come se sfidasse il tempo e la gravità.
In una delle sue celle è morto il conte di Cagliostro, inafferrabile, inquietante, contraddittorio e oscuro mago e avventuriero del Settecento; oggi avrebbe un canale su TikTok con milioni di followers, nell’Europa del diciottesimo secolo poteva vantare una platea di salotti buoni e cortigiani creduloni più selezionata, ma che lo ha reso lo stesso immortale, anche se non nel senso che Cagliostro aveva dell’immortalità.
Di nuovo il Tour de France e di nuovo la magia: no, questa occasione davvero non potevo perdermela.
Sono seduto in uno dei bar di piazza Dante Alighieri, mia moglie beve un prosecco, mio figlio un succo all’albicocca, io una birretta che si scalda subito; il sole brucia anche attraverso il tendone che copre i tavolini del centro storico già brulicante di cicloamatori, curiosi, bandierine gialle e tifosi più o meno pittoreschi; c’è un indiano, un Sikh con una tunica gialla e il turbante viola che telefona passeggiando sul ciottolato; qualche tavolino più in là di me, un gruppetto di norvegesi con la parrucca riccia e la faccia pitturata brinda probabilmente alla salute dei fratelli Kulset; ci sono già trenta gradi e io sudo anche per loro.
San Leo sembra un presepe fuori scala. Il centro storico – che poi è tutta la città – è racchiuso tra la piazza, la cattedrale e la pieve, così vicine da sembrare una composizione artificiale, una di quelle da sta dentro una boule de neige. Poi, basta alzare lo sguardo, e a dominare tutto c’è sempre lei: la Rocca.
Ci si arriva in due modi: in comodità con la navetta che ti scarica davanti all’ingresso, oppure a piedi, attraverso il sentiero nel bosco che avvolge il massiccio di pietra.
Rampe in doppia cifra. Il respiro che si fa corto. Un bimbo di due anni in braccio, come un crossista con la bici in spalla. Il sole picchia. Il traguardo è lì, lassù.
In cima la vista di colline verdeggianti in contrasto con il cielo azzurro appena screziato da qualche nuvola è da cartolina; il lato che guarda il paese più in basso è ricoperto da un enorme telo giallo a favore di elicottero; è talmente grande che i volontari faticano a tenerlo teso bloccandone i lati con alcune sedie e altre suppellettili; ma il vento lassù soffia deciso e forse nemmeno le pietre del Carrefour de l’Arbre riuscirebbero a tenerlo fermo.
Dentro la Rocca si cammina come oppressi dalle pareti strette, le scale sono impervie con i gradini sottili e ripidi che sembrano un invito al ruzzolone; lungo il percorso per turisti tutto è pensato per stimolare il senso di magico e misterioso, l’inquietudine e il fascino.
I visitatori in fila aspettano soltanto di poter visitare la cella di Cagliostro: qui, il mago e il ciarlatano, venne definitivamente rinchiuso nel 1791, calato, secondo la vulgata, attraverso una botola nel soffitto, dentro la piccola cella dalla quale poteva vedere solamente la cattedrale.
La botola. Attraverso il vetro spesso si intravede il tavolaccio che faceva da giaciglio. Qualcuno ci ha posato un mazzo di fiori bianchi. La fandom del Conte non molla.
Oggi si può scendere fino al livello della cella ed entrare, più comodamente, da una porticina, forse aggiunta in seguito, e ascoltare il rumore dei propri passi sul pavimento mentre si osserva fra le grate la libertà, lontanissima, oltre la cattedrale, fra le colline del Montefeltro. L’immortalità Cagliostro la ha raggiunta con altri mezzi, forse l’unico possibile, solido e duraturo come le pietre della sua cella.
Sbircio dalla finestrella, laggiù, da qualche parte, il peloton è partito da Firenze e sta facendo rotta verso la Romagna; fra qualche ora passeranno da San Leo, giusto il tempo per andare a pranzo, poi, come sempre il rito dell’attesa sul ciglio della strada, indeciso fino all’ultimo sul dove posizionarmi, convinto che ci sia sempre un punto migliore, per vedere meglio, per riuscire a percepire fra le grida della gente il suono vorticoso delle pedivelle, e assistere a un atto di magia, che poi equivale a un atto di fede, uno scatto, meglio se scriteriato, da cuore oltre l’ostacolo, da archibugiere all’assalto senza speranza della Rocca di San Leo, o la va o la spacca. Ma ma se la va…
Lascio il tavolo al ristorante con una fuga in corso. Quando mi alzo ci sono fra gli attaccanti di giornata: Abrahamsen per la gioia dei norvegesi con la faccia pitturata, Madouas, e Matej Mohorič, tutti corridori da riconoscere senza fatica anche se passano a trenta all’ora lungo una salita all’otto percento. Mohorič poi, appartiene alla cerchia ristretta di corridori dei quali mio figlio ricorda il nome e di cui chiede conto a ogni gara in tv: c’è Molic? c’è Vanat? c’è Vandeppul?
Prima del riposino gli ho detto che Mohorič era in fuga, per cui al risveglio il suo chiodo fisso (anzi il chiodo sono io e lui il martello) è: dov’è Molic?
Risaliamo il centro storico, ormai vuoto e silenzioso come in un giorno infrasettimanale, mia moglie indugia davanti a una vetrina di prodotti tipici, sulla porta il gestore ha appeso un cartello che dice: riapro dopo il passaggio del Tour de France, e io non capisco se sia un atto di protesta o un messaggio Torno subito di un appassionato di ciclismo che chiude il negozio per non perdersi la magia della corsa.
La cima della Cote di San Leo è già piena zeppa di gente, così ci posizioniamo un paio di tornanti più sotto. Mi sono messo la maglia gialla comprata sugli Champs-Élysées il giorno della vittoria di Nibali. Proprio all’imbocco del percorso c’è un piccolo negozio di alimentari già preso più volte d’assalto: entro e mi pare di sentire l’eco della mia voce tanto sono vuoti gli scaffali. La signora alla cassa dichiara subito che accetta solo contanti, io afferro due lattine di Moretti calde e torno nella canicola chiedendomi se Cagliostro conoscesse pure un incantesimo per raffreddare la birra. In ogni caso non posso aspettare il passaggio del Tour senza un drink; di rituali io, ingenuo apprendista della magia, ne conosco pochi, ma quei pochi ci tengo a portarli avanti, anche se invidio la borraccia termica di mio figlio a forma di coccodrillo dalla quale il piccolo beve con gusto la sua acqua bella fresca presa da una fontanella.
Troviamo un buon posto, appena fuori da una semicurva; il telefono smette di prendere, so che sul Barbotto hanno scollinato in testa Abrahamsen, Madouas, Van den Broek e Mohorič, per cui a mio figlio che chiede, papà dov’è Molic, io rispondo che sta per arrivare. L’attesa dura una quarantina di minuti, mio figlio è rapito dai rumori, le moto che lo salutano, i clacson; un po ’si diverte, un po’ forse si chiede che cosa sia quello strano rito in cui i grandi sono coinvolti, il rito dell’attesa spasmodica per un soffio di vento colorato che riempirà gli occhi giusto il tempo di un respiro, di un applauso, di un incitamento.
Quando i corridori stanno per arrivare, lascio mia moglie, addetta alle riprese con l’iPhone, sul lato esterno della strada e con mio figlio attraverso e mi e metto contro la parete di roccia nella parte più interna del tracciato.
Papà, dov’è Molic?
Stavolta non faccio in tempo a rispondere che in piedi sui pedali spunta Valentin Madouas con Abrahamsen alle calcagna; è un lampo, riesco solo a dire alé Valentin! Poi rassicuro mio figlio, ora arriva Mohorič, tranquillo. Invece spuntano due corridori della DSM uno è Van den Broek, ok, ma l’altro chi è, seduto, serafico, a ruota del compagno? La faccia non la metto a fuoco ma ho lo stesso una intuizione; poi leggo il numero sulla schiena 181, è Romain Bardet, questo sì che è un attacco scriteriato, da archibugiere d’assalto. Di più, è l’essenza del magico che avvolge una corsa, è la moderna ricerca dell’immortalità nella fatica: Romain Bardet, 31 anni, una carriera che prometteva tanto ma ha mantenuto meno, spende un incantesimo di magia contagiosa e prova a mettere nel sacco il gruppo. Torno con la memoria a Frazer e al Ramo d’oro: la magia contagiosa è una forma di magia simpatica, basata sull’idea antropologica che tra oggetti, persone o azioni esista un legame mistico. Se due elementi entrano in contatto, continueranno a influenzarsi anche a distanza.
Lungo le rampe di San Leo, all’ombra della Rocca, Cagliostro e Bardet, forse, sono entrati in contatto, e il corridore francese ha messo in atto un tentativo di evasione, una sfida alla prigionia del gruppo, un atto di fede nel proprio destino, un destino che forse l’immortalità non l’aveva prevista.
Passa il gruppo tirato dalla Visma, riconosco Vingegard, ma mettendo a fuoco lui perdo un’altra trentina di corridori; vedo la maglia tricolore di Bettiol, la stazza cinghialonica di Pedersen, Benoot che in fondo a tutti fatica a tenere le ruote. Via via passano gli altri, gli staccati, i reduci della fuga, i gregari che hanno finito il turno, Gaudu con quasi mezz’ora di ritardo. Mio figlio mi guarda perplesso, papà dov’è Molic?
Niente da fare, probabilmente era nella pancia del peloton o sperso in qualche altro gruppuscolo e non sono riuscito a vederlo; non ho visto nemmeno Pogačar per la verità e devo chiedere conferma a mia moglie dall’altra parte della strada che dice che sì, lo ha riconosciuto dal ciuffo; ha fatto, come al solito un’ottima ripresa.
Torniamo al bar in piazza per un gelato e per vedere l’arrivo di Rimini; scommetto un cono al pistacchio che Bardet ce la fa, nonostante la risicata dote di secondi; il gruppo spinge, troppi velocisti resistenti e assatanati vogliono la prima maglia gialla e ai tavoli accanto la coppia della DSM è già data per spacciata. Il sole ora è sceso alle spalle della Rocca e raggi di luce irrorano dai fianchi; mi dispiace per voi, ma non avete fatto i conti con la magia, con l’evasione perfetta alla conquista dell’immortalità, quella sportiva almeno, che per un corridore, soprattuto un corridore francese equivale a un giorno in maglia gialla.
Emperor Romain, titolerà l’Equipe il giorno dopo, e va bene così.
Riprendiamo l’auto per tornare in Riviera e mio figlio, prima di abbioccarsi per gran parte del tragitto, mi chiede ancora conto di dove sia Mohorič; lo rassicuro sul fatto che sia arrivato, probabilmente un po’ stanco, ma che ce l’ha fatta. Domani a Cervia, davanti al Fantini, giuro che lo vediamo, promesso. Meno male che la mamma anche per il passaggio al chilometro zero della Cesenatico – Bologna ha realizzato un video pregevole, così che andando di fotogramma in fotogramma siamo riusciti a vedere anche Mohorič, a cinquanta all’ora nella pancia del gruppo.
Merci Tour, è stato bellissimo.