«Era tutto uno smontare, fare e brigare»: potrebbe essere il riff dell’adolescenza e della giovinezza di Manuel Felicetti, nei cortili di Predazzo, in Val di Fiemme, a ridosso delle montagne che accarezzano il cielo. La sintonia tra questo ragazzo e la bicicletta si è sviluppata attraverso quei tre predicati verbali che ripete più volte, quando lo incontriamo a Bike4Fun, in via Cesare Battisti 35. Sì, montava e smontava qualunque cosa trovasse con quel cacciavite che teneva fra le mani ed era lo strumento perfetto per l’esplorazione. Alexa, sua sorella, ancora oggi non l’ha perdonato per il giorno in cui, così attrezzato, disfò una macchina da cucire giocattolo che mai riuscì ad aggiustare. Già, la bicicletta, la mountain bike, in particolare, che conosceva in ogni ingranaggio, tanto era stato il «fare e brigare», lo sporcarsi le mani, quella con cui è arrivato alla Baita Segantini, attraverso il Passo Rolle, tra i colori e i paesaggi da cartolina della Valle del Travignolo e della Val Venegia.
Lì sotto, al cospetto della maestosità delle Pale di San Martino, capì ben presto il tesoro nascosto fra le altitudini delle vette. Allora a chi capita in quel locale affida quel tragitto, simile ad una mappa. «La mia generazione non aveva altro modo di imparare che la propria pelle: non esistevano accademie o corsi specializzati. Venticinque anni fa, l’arte era quella di “rubare il mestiere” ed io ho fatto proprio questo. Anche in bicicletta, noi imparavamo a pedalare a forza di cadere. Ai nostri giorni, l’approccio è più accademico: i giovani hanno la possibilità di avere una figura di riferimento che narra la propria conoscenza. Paradossalmente potrebbe essere un doppio vantaggio, ovvero cogliere l’insegnamento tramandato e quello accademico. Credo sia necessario essere aperti, avere una mente ariosa, ed essere “spugne”, senza accantonare nulla in maniera pregiudiziale, respingendo una forma di cultura». Bike4Fun è un “negozietto”, come lo definisce Felicetti, in cui si cerca di preservare il ricordo delle vecchie botteghe di bici. Nel tempo, si è un poco ingrandito, ma mantiene la medesima filosofia e al suo interno si respira sempre la stessa aria, legata al rapporto con il cliente, alle riparazioni in un’officina a vista, alla manutenzione, e ad un contesto di tipo familiare.
«Le persone: sono loro a caratterizzare questo mestiere. Tutto il bello ed il brutto ha la loro sembianza: i rapporti, i legami, quello che si costruisce nei viaggi che assieme a mia moglie Stephanie intraprendiamo continuamente, per provare il nuovo. Il fascino del nuovo: quando si intravede in fiera e si acquista per provare a fare un passo avanti, per portarsi verso il futuro. Sono le persone che ti costringono continuamente a metterti in discussione, è attraverso di loro che cresciamo come esseri umani e come professionisti. Bisogna solo saper ascoltare, senza nascondersi dietro l’etichetta del professionista. Attenzione, però, l’ascolto funziona se è bidirezionale». E pensare che Manuel Felicetti praticava il biathlon e lo sci di fondo: la bicicletta era solo un modo per allenarsi. Solamente intorno alla maggiore età il ciclismo è diventato predominante. In quei giorni, Manuel si è affiancato ad un meccanico in un negozio, sistemando biciclette per le gare della domenica, alcuni anni e, poi, un altro negozio, seguendo l’idea di due signori che stavano progettando una nuova apertura. Dall’inizio degli anni 2000, si giunge al 2016, quando, a seguito di varie vicissitudini, Felicetti diviene l’unico titolare dell’attività. Quattro anni fa, nel 2021, si trasferisce nel locale che visitiamo: «La prima domanda da porre a chi varca quella porta è quella madre: cosa intendi fare con questa bicicletta? Tutte le bici sono belle a modo loro, ma ognuno ha un’esigenza differente. Talvolta il “bombardamento” di informazioni a cui siamo sottoposti ci fa pensare che sia possibile scegliere così, con qualche dato e basta. Invece ogni conoscenza deve essere interpretata applicandola al singolo. A me non piace insistere, semmai voglio accompagnare le persone nell’utilizzo della bicicletta. Il problema è che la percezione che se ne ha come quella di un mezzo “semplice” fa sì che si stratifichino idee sbagliate. Intendiamoci, non c’è nulla di impossibile nella bicicletta, ma alcune cose vanno sapute prima di pedalare». La convinzione di Felicetti è che attraverso questo messaggio si possa anche accrescere la sicurezza, evitando leggerezze che possono essere dannose: per esempio, a Predazzo, inoltrarsi in montagna con una bicicletta elettrica credendo che la sola possibilità di arrivarci facendo meno fatica possa bastare per un viaggio sicuro. Non è sufficiente. La risposta è in gran parte in un paese che probabilmente non ha una cultura adeguata sul tema, ma che, tuttavia, ha visto ampliarsi l’utilizzo della bicicletta.
«Prendo come riferimento i turisti tedeschi che vengono nel nostro paese: basta osservarne l’attrezzatura per comprenderne la competenza. In Italia c’è una cultura agonistica, in molti abbiamo conosciuto la bicicletta gareggiando, manca, però, il resto. Saper cambiare una camera d’aria, sistemare un problema meccanico. Chi pedala dovrebbe avere queste basi, perché sono utili, necessarie. Invece, spesso, vi è un problema legato alla sopravvalutazione delle proprie capacità, in ogni ambito: purtroppo c’è ancora chi chiede quanti chilometri percorre una bicicletta elettrica. La risposta è sempre la stessa: dipende da te». Il desiderio di Manuel Felicetti è quello che si possa, piano piano, smussare l’estremismo nelle idee, di ogni tipo: sulle gare, sulle attrezzature, sulla bicicletta stessa. In questo modo, spiega, è possibile accrescere la consapevolezza e «divertirsi in maniera seria». L’officina a vista è una sorta di prosecuzione materiale di questa idea in quanto offre al cliente molteplici possibilità: quella di fidarsi, quella di imparare e anche quella di partecipare. Il rischio è quello di cadere nell’esagerazione, di voler imporre un proprio modo di fare, di pensare di poter spiegare ad un meccanico come si fa, ma è un rischio da correre: «Da ogni viaggio, io e mia moglie cerchiamo di portare via qualcosa, uno spunto, uno sguardo, e di replicarlo.
L’evoluzione avviene in questo modo. Penso allo scetticismo nei confronti dei primi freni a disco, oppure della ruota a 29. Ora i freni a disco sono diventati la normalità e la ruota a 29 è anche alla base delle biciclette elettriche, quella a 26 sarebbe stata troppo pericolosa. Se ci pensiamo bene, anche le biciclette elettriche non sembravano poter avere questo sviluppo e tutti le immaginavamo collegate al discorso city bike e bici da passeggio, invece, è andata diversamente. La mountain bike è sempre stata una sorta di avanguardia in questo senso, maggiore diffidenza, invece, l’ha il mondo della strada, un mondo più antico, legato alla tradizione, che pedalava anche quando nessuno si interessava al ciclismo. Questa sorta di gelosia è umanamente comprensibile».
Predazzo è in Trentino Alto Adige, terra in cui i campanilismi tra piccoli paesi sono il sale della quotidianità, tuttavia è un’isola felice. Sarà perché c’è la Scuola Alpina della Guardia di Finanza e qui si trasferiscono anche molte persone provenienti da altre città, sarà perché da queste parti l’accoglienza è effettivamente calorosa e lo scambio di culture è da sempre un valore. Come la bicicletta, che fa parte della quotidianità, degli spostamenti giornalieri degli abitanti: la pianura non è un miraggio e anche senza bicicletta elettrica è possibile percorrere lunghi tratti, magari in famiglia. La bellezza della zona è senza dubbio un vantaggio, anche se, spesso, coloro che vi risiedono non vi danno troppo peso: sono i turisti a permettere a ciascuno di riaprire gli occhi, attraverso un apprezzamento o una fotografia. L’unico neo è l’impossibilità di pedalare in inverno, mancanza a cui suppliscono la mountain bike ed il gravel. Stephanie, la moglie di Manuel, non proviene dal mondo del ciclismo, anche lei dal biathlon e, agli inizi, ha faticato. Ora si è abituata e, anche nel suo caso, il gravel l’ha aiutata: «Non si può immaginare quanto possa essere d’aiuto un punto di vista differente, esterno, che non abbia il background che, invece, noi cresciuti in questo ambiente, piano piano, abbiamo acquisito. Le diverse prospettive sono un vantaggio enorme». Di fronte a chi si approccia per la prima volta al ciclismo le raccomandazioni sono sempre le stesse: scegliere un percorso panoramico ed allo stesso tempo non eccessivamente difficile, se in mtb anche con tratti asfaltati, in caso di difficoltà, un inizio graduale, magari sulle ciclabili e l’uso del casco, perché non significa niente il classico detto, spesso di origine generazionale, «ma io vado piano». La sicurezza viene prima.
Manuel e Stephanie, dopo tanti cambiamenti, quest’anno sono soddisfatti del loro negozio e Bike4Fun continua a crescere. Ogni tanto si scontra con il nervosismo delle persone che, dopo un anno di lavoro, magari si trovano ad affrontare la frenesia o il caos anche in vacanza. Loro capiscono, sanno che può succedere. Hanno, però, un obiettivo, un desiderio: «Vorremmo che il ciclismo fosse sempre più centrale e questo a prescindere da tanti motivi e tante spiegazioni: il ciclismo come viaggio, come stile di vita, oltre che come gare e competizione, perché il ciclismo è tutto questo. E magari, chissà, tutto ciò potrebbe riverberarsi anche sui più giovani, su un nuovo e differente interesse per il ciclismo, una nuova voglia di imparare, di essere curiosi rispetto alla bicicletta. Anche qui, senza esagerazioni, senza forzatura, da parte di tutti noi e di chi li accompagna verso la crescita». Sì, dallo smontare, dal fare, dal rinnovare, come direbbe Manuel, si è costruita una realtà che, giorno dopo giorno, continua a interagire con il mondo delle ruote, degli ingranaggi, dei rapporti. Insomma del vento in faccia in sella, viaggiando ed esplorando.
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