La curva in cui Alec Segaert risale il gruppo e, poi, scatta, lasciando impotente Victor Campenaerts, in quel momento in testa a fare il ritmo per il team Visma I Lease a bike, è l’esemplificazione del ciclismo, in un mercoledì sera in cui dal mare si va verso il lago e la stanchezza pesa sugli occhi mentre l’estate è arrivata di colpo ed ha lasciato tutti sbigottiti quasi non l’aspettassero più. Ha ventitré anni, Segaert, e, un tempo, quando Gianni Mura batteva pezzi sulla sua macchina da scrivere con una bottiglia di vino e delle albicocche lì vicino, in una sala stampa caldissima, e ad Adriano De Zan si rompeva la voce in telecronaca per un’emozione non contenuta, figlia degli anni che passano e del mondo che va via, tutti avrebbero detto che la sua è la classica azione da finisseur, ovvero di colui che è capace di vincere scappando dalla morsa nel gruppo negli ultimi chilometri. Oggi quella parola si usa meno, ma Alec Segaert ha effettivamente conquistato la dodicesima tappa del Giro d’Italia, a Novi Ligure, in quel modo, al termine di una giornata più dura del previsto. C’è tanta fatica in gruppo ma quando si vince ce la si dimentica. Quando accade la seppur minima cosa buona ce la si dimentica. Ed è così che il Giro va avanti.
La fatica è quella dei velocisti che avrebbero voluto lanciare la volata in una delle ultime occasioni, ora restano solo Milano e Roma. Invece non hanno potuto farlo perché le intenzioni in gruppo erano diverse, la strada lo permetteva e un ritmo indiavolato, pur su una salita modesta, Bric Berton, ha scremato il plotone e li ha lasciati dietro, ad inseguire, non prima di aver aggiunto chilometri e pendenza nei loro muscoli. In momenti diversi ma non si è salvato quasi nessuno: Magnier, Milan, Groenewegen e la lunga lista delle ruote veloci. Hanno fatto di tutto per rientrare, ad un certo punto si sono rassegnati perché il Giro è ancora lungo e a Milano o a Roma bisogna comunque arrivare. Però c’è un’occasione in meno ed anche questa è fatica. Pensare che la strada si accorcia.

Nelle gambe di Lorenzo Milesi ce n’è di fatica, anche se a vedere come “mena” non sembra. L’altro giorno, quando era questione di tempo e di lancette di orologio, è partito per la cronometro con addosso il giubbotto refrigerante e non è un peso da poco in un’epoca in cui contano anche i grammi. Ha corso ed ha fatto un buon tempo, certo senza avrebbe fatto meglio, ma questo racconta molto della condizione che ha. Verso Novi Ligure era ancora in testa al gruppo a tirare e se i velocisti sono rimasti dove sono rimasti è anche per le sue gambe, per quanto hanno spinto e sanno spingere. Non è vero che certe cose vengono più facili in certi giorni, è vero, semmai, che, in certi periodi, riescono ed in altri no. Un ciclista in testa al gruppo può starci sempre, quanto lo sgrana o quanto lo tira è un altro discorso. Filippo Zana ieri è caduto, in corpo non ha solo fatica, ha male. Eppure il lavoro che ha messo sulla strada per Magnier lo hanno visto tutti. Quando si sta male, quando ci si è fatti male è una fatica differente. E, forse, riuscire a fare fatica è l’unica risposta che convince un atleta che, pure con la pelle strappata e le ossa doloranti, il Giro d’Italia può andare avanti.
Stasera, al ritorno al sul bus della squadra, Afonso Eulalio ha sei secondi in più di vantaggio su Vingegaard. Il danese ha senza dubbio ragione, non sono quei secondi a decidere la corsa, soprattutto adesso che arrivano le salite e sabato sarà un giorno decisivo, comunque la si veda e comunque vada. Quello sprint per gli abbuoni non cambia la classifica, non di molto, ma è un altro segnale. Uno di quelli che curano la fatica ed il pensiero che il prossimo attacco di Vingegaard sarà difficile da sostenere e se lui se ne va, se ne va anche la maglia rosa. Un segnale è anche lo scatto di Ciccone, che non ci è riuscito nemmeno oggi. Però provarci è antidoto per la fatica di tutti i giorni. Anche di quelle tappe piatte che sembrano passare tra la noia ed il nulla. Invece qualcosa c’è sempre e, magari, mentre tutti festeggiano e ti chiedono di scendere dal bus, tu vorresti essere altrove. L’ha detto Ciccone, tempo fa, Alec Segaert, diversamente, non ha parlato di tutto questo. Ha fatto un colpo da finisseur e tutti i computer, in sala stampa, battono la sua storia. A ventitré anni è bene non pensare troppo e scattare, anche in curva. Capita che non ti riprendano più.