FLANDRIEN CHALLENGE, SFIDA TOTALE

Prendete tre amici, appassionati di ciclismo, dategli un furgone nero, anzi, Nerone! Macinate 1.200 chilometri per raggiungere con brio le Fiandre, il tempio del ciclismo, e condite il tutto con delle barzellette anni ’80, qualche puzzetta e un sacco di risate. Aprite uno Strava fresco fresco e preparatevi a fare il pieno di muri… Ops, segmenti.
Annaffiate il tutto con dell’ottima blanche e ovviamente patatine fritte a volontà. Questa è la ricetta per la felicità, questa è The Flandrien Challenge…
Amigo, i campioni sono così!

Intervista: Claudio Ruatti
Ospiti: Davide Caccia, Stefano Francescutti, Matteo Serone
Sound design: Brand&Soda


IL TOUR A CASA ZILIOLI

Italo Zilioli è stato una delle figure più intriganti, misteriose e persino divertenti del ciclismo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, gli anni del passaggio dall’epoca eroica alla contemporaneità, tra Coppi e Merckx. Lo scorso luglio siamo andati a trovarlo per farci raccontare la sua storia, dagli esordi in bicicletta alla forte amicizia che ancora lo lega ad Eddy Merckx. Una chiacchierata a 360°, nel salotto di casa sua, prima di accendere la televisione e guardare assieme la tappa dell’Alpe d’Huez (di cui potete leggere sul numero 22 di Alvento).

Intervista: Filippo Cauz e Gino Cervi
Sound design: Brand&Soda


Quando Nibali andò all'inferno

Il cielo è pioggia, la strada è un sentiero, i corridori procedono in fila indiana. E’ una processione dolorosa.
Grande pubblico, due ali di folla che accompagnano i corridori, il popolo del ciclismo incoraggia tutti, dal primo all’ultimo, soprattutto gli ultimi.

Nella sporca dozzina di corridori in testa alla corsa, infangati, c’è anche la maglia gialla del leader della classifica generale. E’ Vincenzo Nibali.
Vincenzo stringe i denti, assottiglia le labbra, affila il naso, riduce gli occhi a due fessure. E allunga. Mancano 10 chilometri al traguardo. Ora, si dice, o mai più.

E’ il 9 luglio 2014. E’ il Tour de France. Ed è la quinta tappa: da Ypres ad Arenberg, in programma 155,5 chilometri con nove tratti di pavè, ma due tratti – quelli di Orchies e Mons-en-Pévèle – vengono subito condonati per le proibitive condizioni del tempo e della strada, è una giornata invernale in piena estate, e i chilometri sono d’autorità ridotti a 152.

Al ritrovo di partenza, a Ypres, in Belgio, e in Belgio il cielo sembra sempre più basso che altrove, bandiere gialle con il leone delle Fiandre che sventolano fra gli ombrelli, davanti alla Lakenhalle, il mercato dei tessuti, capolavoro dell’architettura gotica. L’atmosfera è tesa: quella di oggi è la temutissima tappa del pavé, una parte del percorso comprende le pietre della Parigi-Roubaix, “l’inferno del Nord”. In una giornata asciutta, questa corsa è polvere; in una giornata bagnata, è fango; in una giornata di ciclismo, è – sempre e comunque – guerra. Cento anni prima, proprio qui, si combatteva la Grande Guerra: il dipartimento del Nord era stato il teatro di stragi immani sul fronte franco-tedesco, e la Parigi-Roubaix veniva considerata il suo equivalente ciclistico, una lotta per la sopravvivenza, da cui bisognava sentirsi fortunati a uscirne illesi. E un po’ così, lotta per la sopravvivenza, cento anni dopo, la Parigi-Roubaix continua a esserla. I corridori dicono: portare la bici al traguardo.

Nibali guida la classifica del Tour de France già dal secondo giorno. Ha vinto, a sorpresa, sorprendendo anche sé stesso, la York-Sheffield, la seconda tappa interamente corsa in territorio inglese, sotto la pioggia: uno scatto nel finale aveva sorpreso gli avversari, forse timorosi, forse infreddoliti, forse impreparati a rispondere a quella che sembrava soltanto una provocazione. Si dice che la maglia gialla, così come la maglia rosa, sia importante indossarla l’ultimo giorno, non il primo e neanche il secondo. Ma Vincenzo pensa che sia importante indossarla, prima o poi, meglio poi che prima, ma anche meglio prima che mai. Perché la maglia gialla è onore, è orgoglio, è privilegio, e fa la storia.

Alla firma del foglio di partenza da Ypres gli avversari di Nibali – il campione uscente britannico Chris Froome, con i suoi compagni l’australiano Richie Porte e il gallese Geraint Thomas, e poi gli spagnoli Alberto Contador, Alejandro Valverde e Purito Rodriguez, lo statunitense Tejay Van Garderen… – lo guardano, lo osservano, lo scrutano. C’è elettricità, c’è timore, c’è attesa. La pioggia spoglia, rivela, mette a nudo, a rischio, anche se i corridori indossano le mantelline per proteggersi dalla pioggia, e sotto le mantelline hanno giubbetti impermeabili per non patire il freddo. Più a loro agio sembrano gli specialisti delle classiche del Nord, abituati al freddo e al pavé, e più muscolosi, più pesanti: lo slovacco Peter Sagan, lo svizzero Fabian Cancellara, l’olandese Niki Terpstra…

Al raduno di partenza ci sono, come sempre, anche i campioni di ieri a onorare quelli di oggi: il belga Eddy Merckx, è lui che ha la bandierina a scacchi in mano, perché è lui che darà il via, poi i francesi Bernard Hinault, Bernard Thevenet e Gilbert Duclos-Lassalle, il più amato è il loro vecchio connazionale Raymond “Poupou” Poulidor, che indossa una camicia gialla (lui, che la maglia gialla, in 14 Tour de France, non è mai riuscito a indossarla neppure per un solo giorno), e “Poupou” firma autografi e si concede per i “selfie” dei suoi tifosi. E c’è anche Filippo, il re del Belgio.

Dieci minuti prima del via una campanella ordina ai corridori e al pubblico di abbandonare il villaggio e di portarsi alla partenza. Pronti, via, il via ufficioso alle 13.48 dal cuore della città medievale. Davanti, i leader delle classifiche (la maglia gialla Nibali, la maglia verde Sagan, la maglia a pois Cyril Lemoine, francese, e la maglia bianca Romain Bardet, francese), protetti fino all’ultimo istante dagli ombrelli delle miss. Dietro, tutti gli altri, confusi, uniti, silenziosi. In tutto, 194 dei 198 che hanno cominciato il Tour quattro giorni prima. I corridori pedalano ordinatamente dietro l’ammiraglia di Prudhomme. Il via ufficiale dopo una passerella di tre chilometri e mezzo per le vie della città, alle 13.57, dal cimitero militare. Qui il silenzio si fa ancora più pesante, e consapevole.

Poi, ed è una fortuna, la corsa. Chilometro zero. Striscione. L’andatura è subito forte, si va a più di 50 all’ora. Per spezzare l’attesa, per combattere il freddo, forse anche i timori, se non la paura.

Il Tour de France è la più importante e imponente corsa per i professionisti del ciclismo. Nacque nel 1903, sei anni prima del Giro d’Italia. Consisteva in sei tappe, per un totale di 2428 chilometri. Si iscrissero in 80, partirono in 59, arrivarono in 21. Vinse Maurice Garin, uno spazzacamino valdostano, che però era emigrato in Francia per trovare lavoro e, trovato il lavoro, come per ringraziamento, aveva scelto la cittadinanza francese. Garin era un faticatore inesauribile: in quel primo Tour staccò il secondo, il francese Lucien Pothier, di quasi tre ore, e il terzo, anche lui francese, Fernand Augereau, di quasi quattro ore e mezza.

Garin – un’aria più vecchia dell’età, i capelli corti e i baffi a manubrio, e un’altezza, 1,62, ideale per intrufolarsi nei camini ma anche per scalare le montagne o superare, ma sotto, i passaggi a livello chiusi – era una stella: nella prima Parigi-Roubaix della storia, nel 1896, era arrivato terzo, poi aveva vinto quelle del 1897 e 1898. E in quei giorni ottocenteschi era ancora italiano! Invece, nel secondo Tour, Garin venne squalificato perché durante la corsa aveva preso il treno… Dalla vittoria di Garin a oggi sono passati 111 anni, e il Tour si è fermato solo per le guerre: dal 1915 al 1918 per la Prima guerra mondiale, dal 1940 al 1946 per la Seconda. Poi si è sempre ingigantito, per fama, gloria, prestigio, anche soldi. Finora, cinque corridori italiani hanno conquistato otto volte il Tour de France: Ottavio Bottecchia nel 1924 e 1925, Gino Bartali nel 1938 e 1948, Fausto Coppi nel 1949 e 1952, Felice Gimondi nel 1965 e Marco Pantani nel 1998.

Dopo la vittoria di Pantani, è cominciata l’era di Lance Armstrong. Il texano ha scritto la storia: sette vittorie consecutive. Ma quando si è scoperto che, per vincere, lui e la sua squadra si erano dopati, le sette vittorie gli sono state cancellate. E pensare che Nibali credeva in Armstrong e nella sua favola: da un letto d’ospedale, operato di cancro al cervello, al podio sui Campi Elisi, padrone del mondo, almeno di quello che va a pedali.

Intanto il gruppo si è allungato. E poi già spezzato. Pozzanghere, rotaie, spartitraffico. Nibali – dorsale 41 – sa che deve concentrarsi soltanto sulla corsa, sgombrare la mente da pensieri e preoccupazioni, liberare il corpo da emozioni e timori. “Qui, oggi, non ci si può distrarre neppure per un solo istante”, ha detto il direttore sportivo Beppe Martinelli, nella riunione del mattino, sul pullman, prima della partenza. “Qui, oggi, ci giochiamo il Tour de France”, ha ripetuto Martinelli, cercando di cogliere lo sguardo dei suoi corridori e penetrare, se non nella loro anima, almeno nella loro testa. Non sono quei 2 secondi di vantaggio di Nibali sui suoi diretti avversari, ma sono quei 13 chilometri di pavé che li separano dal traguardo, e che sono rischiosi, crudeli, infidi, perfino fatali. “Qui, oggi, scriviamo la storia”, ha esclamato Martinelli alzandosi in piedi e chiudendo la riunione, convinto che la storia si faccia anche a forza di pedali.

Il primo ad attaccare è un francese, Samuel Dumoulin. “Occhio!”, urla Martinelli nella radiolina, “la miccia è già stata accesa, la corsa sta per esplodere”. E la pioggia, invece che spegnere gli spiriti, li incendia.

Nibali è circondato dai suoi compagni dell’Astana. C’è il bergamasco Alessandro Vanotti, il suo compagno di camera, magro e saggio. C’è l’olandese Lieuwe Westra, uno specialista nelle corse del Nord. C’è il danese Jakob Fuglsang, fin troppo bello per fare il corridore, che potrebbe fare il capitano, ma in un’altra squadra, e che qui a Nibali ha giurato fedeltà. C’è Tanel Kangert, un estone con la faccia pulita da ragazzino. C’è Andriy Grivko, un ucraino che abita in Toscana. Ci sono i kazaki Maxin Iglinskiy e Dmitriy Gruzdev, impenetrabili. E c’è anche Michele Scarponi, un marchigiano smilzo, allegro, scatenato, soprannominato “l’aquila di Filottrano” perché in salita va forte, qualche volta addirittura… vola. E “Scarpa”, come sempre, cerca di sdrammatizzare: “Ragazzi, ricordiamoci bene questi posti, ché l’anno prossimo veniamo a passarci le vacanze con la famiglia”.

Il secondo ad attaccare è un estone, Rein Taaramae. “Tira vento di guerra”, pensa Nibali. “Dentro!”, ordina Martinelli nella radiolina. Sembra che il comando di Martinelli sia stato ascoltato da tutti i corridori, non solo quelli della sua Astana. Infatti, nella scia di Taaramae, che ha già raggiunto Dumoulin, si lanciano i tedeschi Tony Martin e Marcus Burghardt, il colombiano Janier Acevedo, il francese Tony Gallopin, gli australiani Simon Clarke e Matt Hayman, e poi anche Westra, il compagno di Nibali. Totale: nove uomini in fuga. “E bravo il nostro olandese volante”, commenta Martinelli nella radiolina. Aggiunge: “Tu, Westra, davanti, dai cambi regolari”, “E gli altri, dietro, a ruota, ma sempre in testa al gruppo”. Ricorda: “Tutti per Nibali”. E conclude: “Oggi è vietato addormentarsi in corsa”.

Nibali studia le facce dei suoi avversari. Nel ciclismo le facce non simulano, non fingono, non nascondono: è anche per questo che la maggiore parte dei corridori usa gli occhiali scuri anche in giornate buie. Nibali studia le facce a cominciare da quella di Froome: “Oggi mi sembra ancora più magro, più bianco, più teso, perfino più sgraziato del solito”, pensa Nibali. E conclude: “Su queste strade è a disagio, in difficoltà”. Froome era caduto nella seconda tappa, porta i segni delle ferite e delle medicazioni su gomito e ginocchio, le cadute creano dubbi e certi dubbi sono difficili da nascondere o cancellare. Froome è un corridore misterioso: nato in Kenya, da ragazzo era l’unico bianco in una squadra, anzi, in un gruppo di neri. Al primo Tour de France lottava fra gli ultimi per arrivare entro il tempo massimo, e c’è stato un Giro d’Italia in cui è stato squalificato per essersi fatto trainare da una macchina, poi invece è diventato fortissimo, quasi invincibile: secondo al Tour del 2012, primo in quello del 2013.

Poi Nibali valuta Contador: “In salita è sicuro, spavaldo, spettacolare, un ballerino acrobatico, invece sotto la pioggia sembra paralizzato”. E commenta: “Anche per lui oggi sarà una giornataccia”. Contador è un fuoriclasse: ha già vinto tre Tour de France, due Giri d’Italia e due Vuelta di Spagna, anche se un Tour e un Giro gli sono stati revocati perché risultato positivo a un controllo antidoping. Lui si è difeso sostenendo di avere mangiato bistecche contaminate da farmaci, a sua insaputa.

Intanto il gruppetto dei nove fuggitivi perde i pezzi. Il primo è Acevedo: cade, si ferisce, viene ripreso. Nibali pensa: “Per lui sarà dura arrivare al traguardo”. Il secondo è Burghardt: la sua squadra lo richiama in gruppo perché ha deciso che è meglio che aiuti i suoi capitani Van Garderen e il belga Greg Van Avermaet stando accanto a loro, non davanti a loro. “Invece tu, Westra, rimani davanti, così dietro non dobbiamo tirare”, sentenzia Martinelli.

Bene così – pensa Nibali -, la fuga va”. E per un attimo disobbedisce al comandamento di tenere alta la concentrazione. La bicicletta è una macchina del tempo e della memoria: chi ha detto che pedalare aiuta a ruminare i pensieri?

Nibali ricorda quella volta, la prima volta, la prima corsa: a Sant’Antonino vicino a Barcellona Pozzo di Gotto, dalle parti di Milazzo. “Un circuito da ripetere più volte. La maglia con la scritta Vivai Pietrafitta. La bici Vetta. L’obbligo di rimanere in gruppo il più possibile. Poi quel tizio che scatta, io che lo inseguo, fino all’ultimo giro, quel tizio sempre più imbufalito, io sempre più incollato alla sua ruota, lo sprint, quel tizio primo e io secondo, ma tutti che festeggiano me come se avessi vinto io e non lui. E mio padre che mi confida che il signor Pietrafitta era così emozionato che si è fumato un intero pacchetto di sigarette”.

Attenzione: Froome è caduto”. E’ il km 29. Nibali viene avvertito da Martinelli, via radio, attraverso gli auricolari. Froome si rialza, è aspettato da quattro compagni di squadra della Sky, che lo aiutano a rientrare in gruppo. Ha una faccia grigia, grigia come la pioggia, come la strada, come il cielo.

Froome sta rientrando”, avverte Martinelli, che sull’ammiraglia siede nel posto del navigatore. Martinelli dice: “Ma si vede che ha una paura boia”. E incita: “Dacci dentro, Vincenzo”.

Vincenzo ci dà dentro. Quando un avversario cade o fora, una volta se ne approfittava per attaccare, invece adesso si è combattuti fra l’istinto dell’attacco e la ragione di attenderlo, senza infierire. Lo chiamano “fair play”, ma tutti sanno che è un concetto vago: dipende da dove succede, da quando succede, da a chi succede.

Si continua a pedalare a 50 all’ora. Si continua anche a cadere, e i tratti in pavé non sono ancora cominciati. E continua anche la fuga dei sette, che però diventano sei, cinque, quattro: Gallopin, Clarke, Hayman e Westra. “Bravo il nostro olandesone”, lo incita Martinelli. Così, dietro, Nibali può sempre risparmiare fiato, sostenuto da un altro compagno, Fuglsang.

La prima ora vola via: 49,2 chilometri. “Siamo matti, siamo tutti matti”, commenta Nibali. “Se non fossimo tutti matti, non avremmo fatto i corridori”, spiega Vanotti. “E matto sarà lo scacco che oggi molliamo agli altri”, profetizza Scarponi.

E’ una gara a selezione naturale. Alexander Kristoff, norvegese, cambia la bici. André Greipel, tedesco, soprannominato “il Gorilla”, cade. Cade anche Arnaud Démare, il campione di Francia. Cade anche il tedesco Marcel Kittel. Si rialzano, tornano in bici, ricominciano a pedalare, ma staccati. Il gruppo perde i pezzi, si sgretola, si sbriciola.

La corsa diventa un martirio, il percorso un calvario.

Altre cadute. A terra anche Tejay Van Garderen e Valverde. E mancano ancora 70 chilometri all’arrivo.

Al km 60 la fuga ha più di tre minuti di vantaggio. Sarà il massimo vantaggio della giornata.

Froome è caduto un’altra volta”, esplode Martinelli alla ricetrasmittente in ammiraglia. “Incredibile”, si lascia sfuggire il direttore sportivo, incollato a radio-corsa e al minischermo televisivo. E’ il km 85. “Stavolta non si rialza… cioè, si rialza, ma non risale in bici… si avvicina all’ammiraglia… stanno parlando… il meccanico gli prende la bici e lui sale in macchina… Froome si è ritirato”.

Il vantaggio dei fuggitivi è già sceso a due minuti e mezzo.

Nibali non ha pensieri, se non quello di lottare, di sopravvivere, di lottare per sopravvivere. Pedala, pedala, pedala. Pedala, e ogni tanto bevi. Pedala, e ogni tanto mangia. Pedala, e ogni tanto pulisci gli occhiali. Pedala, e non perdere mai di vista la strada. Pedala, e cerca sempre la migliore traiettoria. Pedala, e scegli sempre la migliore ruota. Pedala, e pedala sempre come se tu fossi una parte della bicicletta, il motore, ma anche l’anima, o come se la bicicletta fosse una parte di te, le gambe, oppure le ali. Pedala, e senti quello che ti dice il corpo. Pedala, e ascolta se il pedalare non è una musica, un ritmo, un’andatura, un’armonia, una canzone. Pedala, Enzino, pedala e basta.

Sta per arrivare il primo tratto di pavé. Temutissimo. E’ quello del Carrefour de l’Arbre, l’incrocio dell’albero. Il punto decisivo della corsa potrebbe essere proprio questo: è un falsopiano, leggermente in salita, 2100 metri di pietre irregolari e, stavolta, scivolosissime. E’ uno dei punti storici e simbolici della Parigi-Roubaix. Nibali è concentratissimo: suo padre gli ha raccontato, fino alla noia, di quando Francesco Moser si era lanciato verso il primo settore di pavé con tanto impeto da volare a terra non appena la sua ruota aveva toccato le pietre bagnate. Poi, però, si era rialzato ed era andato a vincere.

Comincia la pietraia. Le bici sobbalzano, le ruote rimbalzano, i corridori vibrano. Le pietre sono sconnesse come sulle strade consolari degli antichi romani. I corridori sembrano, forse sono gladiatori. “E’ la prima volta che la faccio in vita mia”, pensa Nibali, quasi impaurito di ammetterlo perfino a sé stesso. “Però”, cerca di incoraggiarsi, “non è poi così diverso dalle strade dove andavo da piccolo”. Strade bianche, sterrate, piene di buche e di sassi, dove era indispensabile fare acrobazie per rimanere in sella. “Finora il pavé l’ho visto sui libri o alla tv, ma da vicino, sopra, addosso, è tutt’un’altra cosa”. La terra trema, la bici trema, tremano anche i corridori. E le borracce schizzano acqua o saltano per aria e ricadono sulle pietre. E fra gli spettatori c’è perfino qualche ragazzino che, sfidando bici e moto, cerca di conquistare le borracce come un trofeo.

L’”ardoisier” – è l’addetto a segnalare i distacchi, seduto dietro un motociclista – mostra la lavagna: adesso fra fuggitivi e inseguitori ci sono due minuti.

Anche la seconda ora è volata via: la media è scesa a 47,8 chilometri orari, ma rimane altissima. Una velocità folle, se si pensa alle condizioni in cui si corre. Davanti ci sono i verdi della Cannondale, la squadra di Sagan, che vuole vincere la tappa. E il gruppo si spezza in due parti: davanti Nibali, Sagan, Contador, Bardet, Lemoine e il portoghese Alberto Rui Costa, dietro Kwiatkowski, Talansky, il francese Pierre Rolland, il lussemburghese Frank Schleck… E Valverde rientra nella prima metà del gruppo. “E’ un cagnaccio”, commenta Nibali.

Comincia il conto alla rovescia. Manca una cinquantina di chilometri all’arrivo. E comincia il secondo tratto di pavé, quello di Pont-Thibault, 1400 metri. Nibali svirgola, derapa, rischia di cadere, ma rimane fra i primi del gruppo, invece Contador e Valverde sono a disagio, tirano i freni, arretrano nella seconda parte del gruppo. Cade Andrew Talansky, americano, un altro dei favoriti al Tour dopo avere conquistato il Giro del Delfinato.

Contador e Valverde sono rimasti indietro”, conferma Martinelli.

Nibali cerca di ricordare quello che ha imparato studiando le imprese di Moser: “Non stringere troppo il manubrio, non affondare troppo le pedalate, non perdere mai di vista la strada”. Nibali cerca di fare quello che ha ascoltato dai racconti di Franco Ballerini: “Trovare quel ritmo, e quella armonia, e infine quella velocità, per poter galleggiare sulle pietre”. Nibali cerca anche di ritrovare quelle emozioni, e soprattutto quella voglia, e quella felicità, di quando andava per i sentieri, da piccolo, in Sicilia, su una mountain bike. E di quando tornava a casa, la sera, sporco e sudato, magari anche con le ginocchia e i gomiti sbucciati per una caduta, e la mamma Giovanna alzava gli occhi al cielo e sospirava, e il papà Salvatore corrugava la fronte e minacciava di segargli la bici.

Segargli la bici? Un giorno il papà Salvatore gliela segò veramente. Vincenzo aveva dieci anni quando portò a casa la pagella del primo quadrimestre, su cui era scritto: “Il ragazzo litiga violentemente con i compagni di scuola all’uscita di classe”. Salvatore – che gli amici avevano soprannominato “il Lupo” per il suo spirito anticonformista – annunciò: “Adesso ti sistemo io”. Vincenzo pensava a un castigo, come non uscire di casa, e temeva una pena, come una sberla o una cinghiata, ma il papà Salvatore aveva deciso per qualcosa di peggio. Vincenzo seguì il papà in cantina, e quando il papà aprì l’armadietto degli attrezzi e prese una sega di metallo, Vincenzo capì. Il papà Salvatore avrebbe segato la bici. Dicendo: “E noi che lavoriamo per farti studiare… Adesso ti faccio vedere io…”.

L’”ardoisier” espone la lavagna: 1’18” tra fuggitivi e gruppo maglia gialla, 30” tra gruppo maglia gialla e Contador.

Alé, alé, alé. Lo ripete Martinelli, lo dice con gli occhi Fuglsang, se lo dice anche Nibali. E’ il momento di fare la differenza. Ha 54” di distacco dai fuggitivi, ma 20” di vantaggio su Bardet e Van Garderen, e 45” su Contador. Alé, alé, alé.

Davanti Taaramae cede, e rimangono in sei: Dumoulin, Westra, Martin, Gallopin, Clarke e Hayman. Dietro cadono il belga Jurgen Van den Broeck e l’americano Talansky. E dal gruppo di Nibali evadono l’olandese Lars Boom e il belga Sep Vanmarcke. “Quei due vanno come il vento”, pensa Nibali.

Ai meno 34 all’arrivo, Martinelli ordina a Westra di rallentare e aspettare Nibali. Westra si mette subito a tirare. Ai meno 30 Boom e Vanmarcke sono ripresi, ai meno 26 si esaurisce la fuga, e il gruppo, davanti, è composto da 18 corridori. Contador ha più di un minuto di ritardo. Ai meno 17 davanti sono rimasti 12 uomini, che stanno per affrontare il penultimo tratto di pavé, quello da Wandignies-Hamage a Hornaing, 3700 metri che non finiscono mai. Westra insiste. Quando un corridore va forte, fortissimo, si dice che vada come una moto. Nibali lo vede proprio così: trasformato in una moto. E Westra fa selezione: attaccati alla sua ruota rimangono soltanto Nibali, Fuglsang, Boom, il belga Jens Keukeleire, Cancellara, Lemoine e Sagan.

I corridori hanno maschere di fango.

Meno 10 all’arrivo, ed è qui che Nibali si dice: “Enzino, ora o mai più”.

E’ asfalto. Nibali allunga. Gli tengono dietro solo Fuglsang e Boom. Gli altri mollano: spenti, sfiniti, esauriti, anche chi – come Sagan e Cancellara – non aspettava altro che queste pietre per primeggiare, e questo tempaccio per decollare.

Dai, Enzino”. Sei chilometri e mezzo di strada, e l’ultimo tratto in pavé, da Hélesnes a Wallers, 1600 metri. Boom accelera, veleggia, si allontana. Nibali e Fuglsang lo seguono, non lo inseguono.

Dai, Enzino”. Boom ha qualche secondo di vantaggio, alza le braccia al cielo, e vince: “Bravo”, pensa Nibali. Fuglsang secondo a 19”: “Bravissimo”, gli dice Nibali. Terzo Nibali, dietro a Fuglsang: “E adesso aspettiamo gli altri”. Avvolto da una coperta, rimane sul traguardo. Quarto Sagan a più di un minuto, poi Cancellara. Un altro italiano, Matteo Trentin, a 1’21”. Il tempo passa. Il tempo è dalla parte di Nibali. Arriva un gruppetto di fantasmi: c’è Tony Martin, c’è Gallopin. Sono trascorsi più di due minuti. I secondi scorrono, inesorabili. Ecco finalmente anche Contador: a 2’25”.

Interviste al volo, fra palco tv e zona mista. Boom: “La corsa più bella della mia vita”. Nibali: “Bisogna rimanere con i piedi per terra”. Westra: “Sapevo che Vincenzo avrebbe potuto farcela”. Nibali: “Bisogna vivere alla giornata, tappa dopo tappa”. Lemoine: “Tanto di cappello a Nibali”. Nibali: “Non è successo nulla, tutto può ancora succedere”. Contador: “E’ stata una giornata molto complicata”. Nibali: “Oggi è andata bene a me, domani chissà”. Sagan: “Contento di non essere caduto, ma deluso di non avere vinto”. Nibali: “Il Tour è ancora lungo, lunghissimo, e siamo appena arrivati in Francia”. Dave Brailsford, team manager di Sky: “Una tappa devastante per Froome e tutta la nostra squadra”. Nibali: “Il pavé? In certi momenti mi sembrava di essere dentro una lavatrice”. Scarponi: “Evviva, cento di questi giorni”.

Poi il podio. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Boom, vincitore della tappa. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Nibali, maglia gialla, primo in classifica. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Sagan, maglia verde, primo nella classifica a punti. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Kwiatkowski, maglia bianca, primo nella classifica dei giovani. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Lemoine, maglia a pois, prima nella classifica della montagna. Premio per la Astana, prima nella classifica a squadre. E premio della combattività a Westra.

Interviste in sala-stampa. Giornalista: “Davvero era la tua prima volta sul pavé?”. Nibali: “Sul pavé sì, sulle pietre no. Da piccolo, sulla mountain bike, che io chiamavo ‘mauntebbai’, non esisteva più un centimetro quadrato, sterrato o accidentato, della provincia di Messina dove non avessi pedalato”. Giornalista: “C’è un segreto da rivelare”. Nibali: “Mio padre diceva sempre che la bicicletta è libertà. E spiegava che quando la vita si fa noiosa, o arrivano le preoccupazioni, per cancellare i cattivi pensieri basta saltare in sella e pedalare forte. Ed è quello che ho fatto anche oggi”. Giornalista: “A che cosa pensavi quando pedalavi sul pavé?”. Nibali: “A quello che ripeteva Albert Einstein: la vita è come andare in bicicletta, se vuoi stare in equilibrio, devi pedalare”. Giornalista: “Sei stato un eroe”. Nibali: “Gli eroi erano quelli che andavano, sono quelli che ancora lavorano in miniera. Noi siamo dei privilegiati, andiamo in bicicletta”. “Ultime due domande”, avverte l’addetto stampa del Tour de France. Giornalista: “E’ stata un’impresa?”. Nibali: “Niente confronto a quello che fece Alfonsina Strada, l’unica donna nella storia ad avere corso il Giro d’Italia, ma quello degli uomini”. Giornalista: “Una dedica a questa maglia gialla?”. Nibali: “Sempre a loro due, mia moglie Rachele e nostra figlia Emma Vittoria”.

Nibali scende dal palco, si nasconde in un angolo, estrae il telefonino e chiama casa. “Vincenzo!”. “Rachele!”. “Bravo, hai vinto”. “Ma no, sono arrivato terzo”. C’è anche la figlia, Emma. “Emma? Sono il tuo papà”. “Pa-pà”. “Emma, sono lontano, ma ti sento vicina. E ti vorrei svelare un piccolo segreto: oggi, in corsa, mi sei stata vicinissima, addosso, dentro, in tasca. Ho preso una tua fotografia, l’ho avvolta in una busta di plastica perché non si bagnasse e non si sciupasse, e l’ho messa in tasca, una delle tasche dietro, e da dietro mi hai spinto fino all’arrivo”. Nibali si asciuga la faccia – era una goccia di sudore o una lacrima sul viso? -, sale sull’ammiraglia dell’Astana, va in albergo, entra in una camera, fa la doccia, si stende sul letto, si affida ai massaggi di Michele Pallini, e finalmente si rilassa, si riposa, chiude gli occhi. Ed è qui che, finalmente, i pensieri si sciolgono in chilometrici sogni. Se il primo sogno è vincere il Tour de France, quel sogno diventerà realtà.

Testo e interpretazione: Marco Pastonesi
Sound design: Brand&Soda


Laurent Fignon, il professore

«Ah, ma io ti riconosco: tu sei quello che ha perso il Tour per 8 secondi!»
«No, signore, sono quello che ne ha vinti due».

La nuova puntata di Parole Alvento è un viaggio nell’universo dello sconfitto più famoso della storia del ciclismo. Un omaggio a Laurent Fignon, a quarant’anni dal suo esordio tra i professionisti e a pochi giorni dall’inizio del Tour de France, la corsa a cui più ha saputo legare il suo destino. Ripercorriamo la sua parabola ciclistica e non solo insieme a Filippo Cauz e Gino Cervi, curatore dell’edizione italiana di “Eravamo giovani e incoscienti”, l’autobiografia del campione parigino che testimonia il passaggio di un’epoca, la fine di un ciclismo all’insegna della spensieratezza, e forse anche l’ispirazione per un approccio al ciclismo che sta ritornando.

«Devo ammettere che non ho mai pensato che ai miei tempi fosse meglio di adesso. Era solo diverso, tutto qui. Come ogni epoca è diversa dall’altra. Credo, tuttavia, di aver attraversato la breve parentesi hippy del ciclismo. Credo persino di esserne stato uno dei principali ispiratori. Qualcuno mi ha definito un “capobanda”. Ma ero un capo curioso. Ed era una curiosa banda».

Voci: Filippo Cauz, Gino Cervi
Ospiti: Giovanni Fidanza, Laurent Galinon, Valerio Tebaldi, Stefano Zanatta
Sound design: Brand&Soda


Lost in Tuscany

«Pedalare in Toscana è come mangiare la pasta al sugo della mamma. L’hai fatto mille volte, però poi capita il periodo che per un po’ non riesci a tornare a casa, oppure quello in cui hai la fissa dell’etnico, in cui hai voglia di quella cucina un po’ da fighetto e non la mangi per un po’. A un certo punto torni a casa e al primo maccherone ti dici che – sticazzi i cuochi stellati – quella è la cosa più buona del mondo.
Il Tuscany Trail è un bel piatto abbondante di pasta al sugo della mamma. Abbondante sì – per i chilometri, ovviamente – però di quelli che ci fai pure la scarpetta e se fossero avanzati due maccheroni nella pentola non ti tireresti di certo indietro. Ma andiamo con ordine e usciamo dalla metafora, perché comunque poi a rimanere in cucina toccherebbe spostarsi su pici, fiorentina e cantucci e andrebbe a finire che di bici se ne parlerebbe un’altra volta».Questa è la descrizione di Federico Damiani, su Alvento 16.
Quest’anno ci siamo andati proprio per realizzare una puntata del nostro podcast!

3.000 persone da tutto il mondo, per pedalare sulle strade della Toscana in uno dei trail più partecipati al mondo. 460 km e 6.600 metri di dislivello di cui il 66% su strade sterrate.

Abbiamo pedalato il Tuscany Trail in quattro giorni per raccontarlo in presa diretta e trasferire le impressioni live dei partecipanti e degli addetti ai lavori direttamente dalla strada!

Voce (e pedalata): Claudio Ruatti
Sound design: Brand&Soda


Black Boy Fly

È stato il più grande campione afroamericano della storia del ciclismo, uno del primi campioni mondiali di velocità su pista, un’icona che va ben oltre l’ambito sportivo ma che per decenni ha finito per essere dimenticata.

La quarta puntata della seconda stagione di Parole Alvento è dedicata a Marshall ‘Major’ Taylor, in occasione dell’uscita di Black Boy Fly, il nuovo libro della collana Pagine Alvento.
Un viaggio nel ciclismo dei pionieri e nella cultura afroamericana, tra velodromi, corse e musica. Un racconto a tre voci, con Marco Ballestracci, autore di Black Boy Fly, Gino Cervi, curatore di Pagine Alvento, e Luca Mich, storyteller ed esperto di cultura black.

Voci: Marco Ballestracci, Gino Cervi, Luca Mich
Sound design: Brand&Soda


1909, primo Giro di ruota

Testo e interpretazione: Marco Pastonesi
Sound design: Brand&Soda

Due e cinquantatrè. Di notte. La notte del 12 e del 13 maggio, ormai 13 maggio, del 1909. Milano, Rondò Loreto. La zona nord della città. Centoventisette corridori ciclisti – a quel tempo si chiamano così per distinguerli dai corridori podisti – danno il primo colpo di pedale. Il primo colpo di pedale della prima tappa del primo Giro d’Italia. La prima lettera di una storia infinita, la prima lettera di un’appassionata dichiarazione d’amore, la prima lettera di un romanzo rotondo, sudato, avventuroso, alpino e appenninico ma anche lacustre e marino, urbano e rurale, imprevedibile e ancora misterioso, la prima lettera di una divina commedia umana.

Ma non si può raccontare il Giro d’Italia, innanzitutto il primo Giro d’Italia, senza raccontare “La Gazzetta dello Sport”. Che lo organizza allora, che lo organizza ancora adesso. Il primo numero esce tredici anni prima, venerdì 3 aprile 1896. Non si chiama ancora “La Gazzetta dello Sport”, ma “Il Ciclista e la Tripletta” (che qui non significa tre gol in una partita, ma indica una bicicletta a tre posti), due testate e due giornali che si fondono in uno solo. La prima pagina – a cinque colonne, titoli a una colonna, senza disegni o fotografie, soltanto testo – è interamente dedicata al ciclismo. Si presenta la riunione in pista a Milano, organizzata dalla Forza e Coraggio al Trotter, con i più forti specialisti italiani, da Pontecchi ad Alaimo, da Pasini a Tommaselli e Momo. Si presenta anche la corsa su strada Milano-Lecco-Erba, 70 chilometri, e si aggiunge che contemporaneamente si organizza una gita turistica Milano-Erba. Si propone il parere di Tom Eck, un allenatore americano passato dall’ippica al ciclismo, cioè dai cavalli ai corridori, compreso il formidabile Johnnie Johnson (qui peraltro ribattezzato Antonio), che fa parte di un sedicente World Team, la squadra mondiale, con cui si esibisce negli Stati Uniti e in tournèe in Europa, da Londra a Parigi. Si annuncia la sfida lanciata da tre milanesi – De Peccati, Pereda e Delmont – che intendono cimentarsi in una corsa ciclistica di mille chilometri, sempre nel ciclodromo del Trotter a Milano, scommettendo, ciascuno, 250 lire. E si precisa che due dei tre contendenti, De Peccati e Pereda, si sono già sfidati un anno prima, in una giornata di freddo e pioggia, ma – come si scrive – “al tour de force d’allora mancò quella garanzia di controllo e di disposizioni che occorrono per dare serietà all’avvenimento”. E si danno i risultati di una riunione, sempre ciclistica, disputatasi a Londra nell’Agricultural Hall, trequarti di miglio per gli uomini, mezzo miglio per le donne. Sulle altre tre pagine: ippica, scherma, tiro a segno, tiri a volo (compresi tiro alle quaglie, tiro alla tortora e tiro al piccione), sport pedestre (cioè corsa a piedi), ginnastica, lawn-tennis (cioè tennis sull’erba), pattinaggio, alpinismo, automobilismo e caccia. E anche la pubblicità, che però riguarda soltanto il ciclismo.

La Gazzetta dello Sport” ha dunque quattro pagine, formato lenzuolo, carta di un verde pallido, smunto, anemico, prezzo di ciascun numero cinque centesimi, prezzo dell’abbonamento da aprile a dicembre quattro lire, due uscite settimanali, il lunedì e il venerdì, cioè dopo gli avvenimenti sportivi che a quel tempo si tengono sempre la domenica e il giovedì. La redazione è a Milano, a due passi dal Duomo, in via Pasquirolo 14, nella sede della società editrice Sonzogno. Le macchine da stampa sono quelle del quotidiano “Il Secolo”, giudicate “le più potenti rotative che abbiamo in Italia”, capaci di stampare 40 mila copie all’ora. La prima tiratura è di 20 mila copie. 20 mila copie che andranno completamente esaurite.

Dodici anni più tardi, è il 1908, per incrementare il numero delle vendite del giornale, nasce l’idea del Giro d’Italia. L’idea è rubata. E’ l’agosto 1908 quando trapela la notizia di un Giro ciclistico d’Italia, a imitazione del già esistente Giro automobilistico d’Italia, che il “Corriere della sera” con la collaborazione del Touring club italiano (che nasce eallora si chiama ancora Touring club ciclistico italiano) e della Bianchi allestirebbe per elevare le vendite del giornale. Il triumvirato convocato d’urgenza nella sede della “Gazzetta dello Sport” – uno dei soci Tullo Morgagni, il direttore Eugenio Costamagna, il cui pseudonimo è Magno, e il responsabile della redazione ciclismo Armando Cougnet – decide di precedere i rivali sparando la notizia in prima pagina. Al resto ci avrebbero pensato: regolamento, percorso, iscrizioni, squadre e corridori. Si può ben immaginare: non è stato facile. Ma nove mesi dopo sboccia il primo Giro: otto tappe, la prima partenza e l’ultimo arrivo a Milano, sede del giornale, in tutto 2447 chilometri e 900 metri. E poi la punzonatura: nel Salone del Giardino Teatro Margherita all’Albergo Loreto di Milano. Il ritrovo: nell’Albergo Loreto. La partenza: dal Rondò Loreto dalla parte di viale Monza. Gli iscritti: 166. E i partenti: 127, di cui cinque stranieri, quattro francesi e un austriaco, che viene da Trieste, che fa ancora parte dell’Impero asburgico, cioè austro-ungarico. La prima tappa: da Milano a Bologna, 397 chilometri. Il saluto: del dottor cavalier Carlo Cavenaghi, presidente della Uvi, l’Unione velocipedistica italiana. Il mossiere: Gilbert Marley, inglese, poi milanese, poi campione italiano di biciclo e triciclo nell’Ottocento, poi fondatore dell’Unione sportiva Milanese, carte e biliardo, ciclismo e calcio, poi cronometrista, il re dei cronometristi. Il giorno, anzi, la notte, già detto, quella del 13 maggio. L’ora, già detto: le 2.53 di notte. Non si corre a tempo, ma a punti: vince chi meno ne fa (un punto al primo arrivato, due al secondo, tre al terzo e così via). C’è un’altra premessa da fare, ed è doverosa: i francesi ci hanno preceduto, il primo Tour de France è scattato sei anni prima, nel 1903.

Ma torniamo al nostro Giro. Il giorno prima del pronti-via “La Gazzetta dello Sport” apre il trisettimanale con il titolone “La grande battaglia tra i giganti della strada”. E nell’editoriale “Il congedo” si declama, militarmente e retoricamente: “Corridori!! L’ora è prossima, la battaglia incombe. Gli amatori del ciclismo di tutte le nazioni vi ammirano e attendono. Ognuno ha fra di voi il suo favorito, la sua speranza. Come corridori italiani avete il gran compito di difendere i colori della nazione. Come forestieri ed ospiti, troverete fra i nostri campioni avversari degni ma leali e cortesi”. E ancora: “Corridori! Concorrenti tutti! Più che il premio vi sia incitamento l’amore puro per lo sport. In questo amore, in questa passione sana e sincera, voi troverete le forze per vincere, per trionfare”.

Chi sono questi concorrenti? Fra gli “inscritti” (con la enne) spiccano il tre volte campione italiano (e a quel tempo campione in carica) il tortonese Giovanni Cuniolo, l’astigiano Giovanni Gerbi soprannominato il Diavolo Rosso ricordato e cantato anche da Paolo Conte, il pavese Giovanni Rossignoli detto Baslot per il recipiente, la scodella, con cui il padre – oste – versa il vino nella sua osteria, e Luigi Ganna, muratore – magutt, in dialetto – varesotto di Induno Olona, allenatissimo perché ogni giorno fa sessanta chilometri per andare a lavorare a Milano e altri sessanta per tornare a casa. Fra gli “inscritti” ci sono anche i migliori “routiers” francesi, da Petit Breton (è il soprannome che si è dato Lucien Maze per non farsi riconoscere dal padre, contrario al ciclismo, negli ordini di arrivo) a Louis Trousselier, per tutti semplicemente Trou-Trou. Fra gli “inscritti” i corridori ciclisti che fanno parte delle squadre, le squadre delle case costruttrici di biciclette, e i corridori ciclisti definiti dilettanti, isolati, individuali e addirittura individualisti, e ancora peggio, diseredati, costretti ad arrangiarsi da soli nell’assistenza meccanica, ma anche nel mangiare, bere e dormire, nel sostenere le spese, tanto che molti devono ricorrere all’aiuto economico – collette, adesso si direbbe “crowdfunding” – dei concittadini, o più semplicemente, gli amici del bar.

Alle 2.53 lo storico via. “I piedi premono, i garretti scattano, il piccolo esercito di ciclisti si stacca – è la cronaca della “Gazzetta dello Sport” -. La folla scoppia in un lungo ululato di ammirazione, di entusiasmo, di augurio, di gioia. Un lampo, una luce bianchissima, abbagliante che tutto avvolge e illumina come di pieno meriggio. La schiera ciclistica sembra per un istante lunghissima, infinita, eborme; la folla stacca nel buio che la circonda in tutta la sua urlante compattezza variopinta”.

Neanche il tempo di accendere le luci che per qualcuno già si spengono. Ancora “La Gazzetta dello Sport” scriverà in toni angosciosi: “Il Primo Giro d’Italia ciclistico si è iniziato con un incidente drammatico”. Poi tranquillizza: “Non c’è sangue, non ci sono morti, ma non per questo il dramma è meno intenso e meno commovente, non per questo meno fosca vi appare l’ombra di ciò che gli antichi chiamavano ‘fato’ – che i francesi hannosportivamente volgarizzato sotto il nome di ‘guigne’ – e che a Napoli traducono ‘jettatura’”. Gerbi, il Diavolo Rosso, millcinquecento metri dopo il pronti-via, è coinvolto in una caduta, forse contro un carretto, provocata da un bambino che attraversa la strada e che genera un groviglio di uomini e biciclette. Tutti si rialzano, anche Gerbi, ma non la sua bici. “La Gazzetta” riprende con enfasi: “Il piccolo gioiello d’acciaio, accuratamente miniato e irrobustito per la battaglia, giacerà solo, nella polvere, con una ruota spezzata quasi senza rimedio. E sopra di esso, spezzato, pure, un audace sogno di gloria – affranta un’energia delle più invidiate e più temute – piangente, di dolore e di rabbia, il Campione”.

Gerbi, è lui “il Campione”, non ha la possibilità di sostituire la ruota e ripartire, come succede oggi, perdipiù con l’assistenza dell’ammiraglia e del meccanico. Ma deve tornare, a piedi, alla partenza, cercare un’officina e riparare da solo la ruota. Un problema, data l’ora. Tant’è che deve camminare un altro chilometro e mezzo prima di trovare un meccanico che lo accolga e, senza intervenire con le mani, lo consigli con le parole. Morale: tre ore più tardi, mentre il gruppo è già a Brescia, Gerbi ricomincia il suo Giro dal Rondò Loreto. “La macchia rossa – tinteggia “La Gazzetta dello Sport” – riprende la via, che poteva essere della vittoria e che diventa quella del Calvario”. E subito commenta: “Gerbi ha avuto molte colpe, che oggi non si richiamano per rinfaccio”. Non a caso era soprannominato “il Diavolo Rosso” per i suoi diabolici trucchi. Poi una citazione evangelica: “Molto sarà perdonato a chi molto ha amato”. Infine la dura realtà: “Ma egli, in questa sua ‘stagione nera’ ha subito la più terribile delle espiazioni. Mentre scriviamo la corsa continua. Da ogni parte, per telegrafo, per telefono, ci arrivano lo stupore, il dolore, la tristezza infinita, perché Gerbi non c’è, perché Gerbi non passa. Bergamo, alle 7,40, tre ore dopo il gruppo di testa, lo accoglie col plauso della più affettuosa simpatia, lo incoraggia, lo spingerebbe, se potesse…”.

La corsa è vera. Ai rifornimenti c’è sempre qualcuno che prova ad attaccare. Dopo Lonato il gallaratese Domenico Ferrari ripara una gomma, si specifica, “penosamente”. A Desenzano, sopra un carro, una fanfara accoglie il gruppo. Prima di Peschiera Petit Breton cade e si lussa un braccio, ma si rimette in sella e ai pedali, e insegue. Cuniolo confessa di essere ammalato, fatica, si stacca. Trou-Trou cerca di andare in fuga, ma viene controllato da Ganna e da Eberardo Pavesi. Fa caldo: il forlivese Attilio Zavatti – documenta “La Gazzetta dello Sport” – vede una ragazza con una secchia d’acqua, balza di sella, corre alla giovinetta, le toglie la secchia e vi tuffa la testa tra le più matte risate degli astanti”. L’arrivo, dopo 397 chilometri, è allestito nell’ippodromo Zappoli di Bologna, la pista in terra battuta, e siccome piove a dirotto, il fondo è molle, quasi fangoso e insidioso soprattutto per chi è costretto a fare la volata larga, all’esterno. A vincere, in 14 ore, sei minuti e 15 secondi, alla media di circa 28 chilometri all’ora, è il romano Dario Beni. Ultimo, Gerbi, a tre ore e mezzo dal primo. Quando Gerbi arriva a Bologna, è ormai notte. L’ippodromo è stato chiuso. Per lui il traguardo è diverso da quello di tutti gli altri, sistemato fuori dall’ippodromo, davanti a un’osteria, l’unico punto illuminato del quartiere.

Ma chi è Dario Beni, il primo vincitore di tappa al Giro d’Italia? Quattro giorni prima della grande partenza del Giro da Milano, Dario Beni è a casa sua, a Roma. Andare in treno a Milano sarebbe la soluzione più ovvia, ma Beni non ha i soldi per acquistare il biglietto e deve campare una quindicina di giorni fuori da casa. Quindi, in bici. Seicento chilometri, in due tappe, la prima da Roma a Firenze, la seconda da Firenze a Milano, prima la Cassia, tutta su e giù, poi la via Emilia, diritta e polverosa, da condividere con altri tre corridori romani. Beni, vent’anni, ha ottenuto la bici – gratis – da un rappresentante della Bianchi a Roma, e la collauda in queste due tappe – per così dire – di riscaldamento. I quattro si arrangiano come possono. In Toscana accade quello che loro definiscono “inevitabile”. Alla fine del pranzo, robusto, anche perché a pancia vuota non si pedala, i quattro avviano un’animata discussione su chi tra loro dovrà pagare. Visto che l’accordo era impossibile, chiedono all’oste di fare lo starter di una particolare volata: l’ultimo sarebbe andato alla cassa. Inorgoglito ma anche ingenuo, l’oste abbassa la salvietta e dà il via alla sfida, salvo accorgersi che i quattro non hanno alcuna intenzione di tornare indietro.

Quei seicento chilometri da Roma a Milano si rivelano allenanti. Nell’ippodromo di Bologna Beni parte lungo, infilandosi fra Trousselier che è scattato e il bordo della curva, tiene duro per trecento metri, in testa, alla corda, e vince quasi per distacco. E poi si lascia andare: grida, urla, esulta. Vede gente che corre verso di lui. Si esalta. Ma quando gli cantano “Viva Ganna, viva Ganna”, capisce che lo hanno confuso con il vincitore della recente Milano-Sanremo. Si riprende dalla delusione quando viene avvicinato dai dirigenti della Bianchi. A bordo di un’automobile viene portato in un grande albergo a Bologna, bagno caldo, massaggi, cena, infine una banconota da mille lire e la promessa di uno stipendio di 250 lire al mese. Beni non si dimentica di Ottorino Celli, 19 anni, con cui ha diviso l’alberghetto a Milano in corso Venezia: “E’ mio cugino e il mio gregario”. Alla Bianchi fanno le cose in grande stile. Ingaggiato anche Celli, con uno stipendio di 125 lire al mese. Affare fatto. Beni fa i conti: per la vittoria di tappa ha guadagnato anche mille lire per il chilometraggio e trecento lire di premio tappa. “Commendatore – dice al direttore tecnico della Bianchi – i soldi, tutti sti soldi, li tenga lei, me li darà a Milano quando vincerò ancora”.

La seconda tappa va da Bologna a Chieti, 378 chilometri e mezzo, primo il redivivo Cuniolo. La terza da Chieti a Napoli, i chilometri diminuiscono, quasi 243, ma le condizioni delle strade peggiorano, primo il tenace Rossignoli. La quarta tappa va da Napoli a Roma, 228 chilometri e 100 metri, primo Ganna.

Un prezioso libriccino, s’intitola “Cronache del primo Giro d’Italia”, Edizioni La Vita Felice, ripubblica i pezzi della “Gazzetta dello Sport” di allora. Le note, soprattutto le più semplici, sono illuminanti, e anche divertenti per la loro ingenuità. Per esempio: “Tutte le equipes, per qualche disgraziato incidente, ne escono ferite, smembrate. Le ferite però non sono inguaribili”. Per esempio: “Gli umili, quelli che compiono il Giro ‘en promenade’, passano pressoché inosservati: tutta l’attenzione della folla è rivolta ai grandi nomi”. Per esempio: “Le simpatiche cittadine romagnole ci hanno tutte preparato una accoglienza trionfale. Si lanciano migliaia di cartoline allegoriche al Giro d’Italia e noi ci divertiamo al getto come a una battaglia di fiori”. E ancora: “Al lancio di foglietti multicolori si unisce quello dei fiori, veramente, e dalle finestre sciami di signorine salutano e inneggiano, sorridendoci e sventolando i fazzoletti”. I giornalisti assistono e partecipano a momenti emozionanti: “Gaioni ci chiama disperatamente, ma non possiamo essergli pietosi”, “Ceccarelli si sente male e vuol prendere la ferrovia. Ma il poveraccio non ha soldi. Gli do venti lire. Voglio sperare che siano poche queste defezioni, altrimenti…”, “Alla sommità della salita (350 metri) troviamo l’amico Banfi. Egli ci domanda sorridendo con che treno si parte per Napoli. Poi ci dice di voler ritornare a Chieti, perché la tappa è troppo dura”, “Inseguiamo il veterano Nanni Enrico di Bologna, un simpaticissimo routier. Ha quarantaquattro anni ed è padre di quattro figli. Scende filosoficamente, allargando le gambe. Buona fortuna, nonno!”, “Ferrari Domenico rimonta a raccattare la pompa che ha perduto”, “Como scarta violentemente e minaccia di andarsi a schiacciare contro un muro. E’ un urlo di paura e raccapriccio. Fortunatamente riesce a frenare in tempo, con molta energia, e si salva per miracolo. Tuttavia cade, e si rialza leggermente contuso”. C’è anche chi fa il furbo: alla partenza da Napoli, quarta tappa, Giuseppe Brambilla da Gorla viene squalificato perché beccato mentre prende il treno nella Bologna-Chieti, seconda tappa. Anche la giustizia sportiva ha i suoi tempi. Ma Brambilla non ci sta, protesta, contesta, infine minaccia i delatori: “Quando passerà quello che m’ha denunciato gli spaccherò una bottiglia sulla testa”. Giustamente preoccupato, un ispettore di Pubblica Sicurezza allontana Brambilla, lo chiude in una stanza guardato a vista dai carabinieri e lo libera un’ora dopo la partenza. E il vecchio Nanni, anche se estromesso dalla classifica perché giunto al traguardo fuori tempo massimo, parte da Napoli con gli altri, perché vuole almeno arrivare – chissà perché – ad Aversa.

La corsa è un’orgia di incidenti, cadute, forature. Anche di bestemmie. “Dio fauss, due gomme”, si sfoga il torinese Luigi Chiodi. Si corre per vincere, per arrivare, anche per sopravvivere. Davanti a una cascina ci sono tre bici, i concorrenti sono dentro a lavarsi e rinfrescarsi e rifocillarsi. Annibale Magni, milanese, 45 anni, il più vecchio in gara, procede solitario. Un giornalista della “Gazzetta” gli grida “forza!”, Magni gli risponde in milanese: “Con comod vegni anca fina all’Arena”, con comodo arrivo anche fino all’Arena, l’Arena di Milano, il traguardo finale. Intanto l’arrivo a Roma è caotico. “Un mare umano – Armando Cougnet registra sulla “Gazzetta dello Sport” – e uno spazio strettissimo per il passaggio dei corridori”, “Al traguardo vi sono ben ventimila persone. Il servizio di pubblica sicurezza quantunque abbondante, è insufficiente a contenere l’entusiasmo della folla, collettivamente stupida”, “Quasi tutti si fanno lavare e si sdraiano sul letto, o si fanno fare il massaggio e la doccia”, “Una vera gragnuola di scoppi di gomme ha modificato un po’ la lotta ultima. Ma questi sono pure gli inevitabili incerti delle gare su strada”. Cougnet conclude salomonicamente: “Il ‘guignard’ (lo sfortunato) d’oggi è il fortunato di domani, e viceversa”.

Siamo a metà dell’opera. Mancano quattro delle otto tappe. La direzione della “Gazzetta” e del Giro non nasconde qualche timore: se “da Milano noi abbiamo avuto una partenza imponente, meravigliosa, davanti a diecine diecine di migliaia di persone accorse all’epico spettacolo”, “sapranno Firenze, Genova, Torino essere degne della sorella, più di quello che le altre città del Giro non siano state fino ad oggi?”. Ma sì, lo saranno. Il 23 maggio si riparte con quinta tappa, la Roma-Firenze, 346 chilometri e mezzo, primo ancora Ganna. La sesta tappa va da Firenze a Genova, 294 chilometri e 100 metri, e Rossignoli concede il bis. La settima è la Genova-Torino, 354 chilometri e 900 metri, e il finale è rocambolesco. Fuggono Rossignoli e Ganna. A Pinerolo l’ultimo rifornimento. Rossignoli ci arriva prima di Ganna, si precipita per avere un bicchiere di tè, invece Ganna beve correndo per cercare di scappargli. Ma Rossignoli lo insegue e lo raggiunge. E ricomincia la lotta, che i giornalisti al seguito definiscono “snervante e titanica”. Finché Rossignoli “leva le braccia al cielo, desolatissimo”. Ha forato la gomma posteriore. Deve femarsi a cambiarla, “ma l’operazione – sempre nelle parole scritte sul giornale – è lunghetta”, e già si profila il colle di Superga. Ma non è tutto. Causa sovraffollamento, per prudenza il traguardo viene spostato indietro di tre chilometri, a undici dal centro di Torino. Così, quando Ganna giunge al traguardo, ci sono solo tre o quattrocento spettatori. E, ancora sulla “Gazzetta dello Sport”, la marea urlante è laggiù. E Ganna prosegue, seguito dall’automobile della Giuria. L’accoglienza” è “qualcosa di grandioso, di colossale, di indimenticabile. Lo portano in trionfo, non può nemmeno firmare” il foglio d’arrivo.

L’ottava e ultima tappa porta quello che resta del gruppo da Torino a Milano, i cinquantuno arrivati alla settima, più il veterano Nanni che aveva promesso di fermarsi ad Aversa e che invece ha proseguito fuori classifica, e in attesa di giudizio partono anche Giovanni Carena, piemontese di Bosco Marengo, e Camillo Carcano, lombardo di Soncino, “risultando a loro carico la taccia di aver usufruito del treno”. E’ la frazione più breve, 206 chilometri, ma ormai i concorrenti sono sfiniti, e il risultato finale non è ancora scontato, Ganna è in testa alla classifica generale, ma Carlo Galetti, tipografo di Corsico, alle porte di Milano, potrebbe ancora aggiudicarsi il Giro. Cento metri dopo il via il primo imprevisto: il milanese Pietro Molina, “per scansare sulla banchina una vecchia”, così è scritto, cade in malo modo e abbandonerà. A Borgomanero lo stato di tregua si esaurisce e comincia la battaglia. Attacchi e controattacchi, fughe e contro fughe, polveroni che si alzano dalla strada e quando Ganna fora, Galetti lo attacca. “Magno”, Eugenio Costamagna, fondatore e ancora direttore della “Gazzetta dello Sport”, si prodiga con la retorica: “Il momento è emozionante, ma nel tempo stesso lascia come una pena dolorosa nel cuore. Si approfitta delle disgrazie altrui”. A questo punto esibisce la sua conoscenza delle lingua e della letteratura latina: “Hodie mibi cras tibi”, oggi a me domani a te. E prosegue: “I corridori sono meno sentimentali degli osservatori. Corrono, corrono staccando altri concorrenti sino a ridursi ad un gruppo di cinque”. E’ Galetti a spingere più di tutti. Al passaggio a livello di Busto Arsizio i corridori non aspettano, scavalcano la sbarra e passano: il primo gruppetto è condotto da Galetti, poi ce n’è un secondo, quindi un terzo, ed è quello di Ganna. Che subito raggiunge e sorpassa il secondo gruppetto e si lancia all’inseguimento del primo. C’è un nuovo passaggio a livello, ma stavolta il cantiniere non permette ai corridori di scavalcare il cancello. E Ganna raggiunge Galetti. “L’epica lotta – conclude “Magno” – è compiuta”. Nessuno, né gli atleti né gli spettatori, sanno con precisione dove sia stato stabilito lo striscione d’arrivo. Il motivo è la pubblica sicurezza. Non si vogliono creare pericolosi assembramenti, così tutti si dispongono lungo la statale del Sempione fino al cimitero Musocco e infine, lungo il viale Sempione (oggi si chiama corso Sempione), all’Arena. Lo striscione viene alzato, proprio all’ultimo momento, davanti alla trattoria Isolino. I corridori sono protetti, si fa per dire, dai cavalleggeri al galoppo. A vincere la tappa è Dario Beni, il romano che ha vinto la prima e che aveva promesso di vincere anche l’ultima. A vincere il Giro è Ganna. A vincere la scommessa, forse anche la storia, è “La Gazzetta dello Sport”.

Ma chi è Ganna? E’ un povero cristo. Dignitoso, rispettoso, forte, atletico, povero. La povertà ha il suo peso. Quando nasce Luigi, o Luisìn come lo chiamano in famiglia, Induno Olona ha la scuola elemnatare (lui frequenterà un paio di classi), ma non il telegrafo, non la farmacia, non l’ospedale. E’ il nono di dieci figli, ma tre sono già morti. E’ del 1883, lo stesso anno in cui nasce Benito Mussolini. Alla nascita, in casa, e dove se no?, il medico è sostituito dalla levatrice. Luigi imparerà a scrivere, ed è già tanto. Strada facendo, cioè facendo lavori di strada, imparerà anche a fare di conto. Imparerà soprattutto a soffrire. A 13 anni perde la mamma, a 19 il papà. Resta l’unico maschio di casa: una colonna d’Ercole. Fa il muratore. In dialetto, magutt. Come muratore sarà anche Learco Guerra, “la Locomotiva Umana”, nato 19 anni dopo vicino a Mantova, poi campione del mondo. La fatica scolpisce, la fatica fortifica, la fatica struttura, la fatica fa e farà sempre la differenza, anche su una bicicletta.

Ganna, nel ciclismo, esordisce a vent’anni. Oggi, a vent’anni, c’è chi già nauseato ha smesso di correre. Gianni Brera scrive che, alla prima uscita, a Milano, in Piazza d’Armi, Ganna batte tutti. E’ il 1903. Un anno più tardi vince la Milano-Melegnano-Milano, 60 chilometri, per dilettanti di seconda categoria. Il mondo delle corse è il Far West, i pionieri sono cowboy, cavalcano bici invece di puledri e stalloni. La gavetta è lunghissima. La rincorsa lunga. La rivelazione nella Milano-Piano dei Giovi-Milano, 250 chilometri: primo davanti a due fuoriclasse come Pavesi e Galetti. Da quel momento in poi Ganna entra in un’altra dimensione: quella dei campioni.

Dunque, la classifica finale del primo Giro d’Italia recita: primo Ganna Luigi punti 25, secondo Galetti Carlo punti 27, terzo Rossignoli Giovanni punti 40. Carena, sospettato di essere salito e sceso da un treno, assolto, figura trentasettesimo. L’altro sospetto, Carcano, probabilmente giudicato colpevole, non c’è più. Se nelle otto tappe Ganna colleziona 25 punti, Giuseppe Perna, siciliano di Regalbuto, provincia di Enna, ne somma 297. Quarantanovesimo e ultimo, Perna è uno di quei corridori che Cougnet definisce “attori generici”, che “hanno una parte importante e servono a dare maggiore risalto alle linee del dramma”. Ma chi è l’ultimo se non il primo da un altro punto di vista? E chi dice che non sia quello il punto di vista giusto? Di certo, è il punto di vista più umano. Perfetto – e lo avrebbe dimostrato un altro ultimo, Luigi Malabrocca, il primo ufficialmente capace di ribaltare la classifica generale – perfetto per il Giro d’Italia, questa divina commedia così umana.

E Milano ha il cuore in mano. Si dimostra affettuosa e generosa. Secondo i calcoli degli organizzatori (ma su questi bisogna andarci sempre con molta cautela) gli spettatori al finale dell’ultima tappa potrebbero essere anche centomila. Ganna, quando fa per proseguire in bici dall’arrivo all’Arena, viene fermato dalla folla e portato in trionfo.

La sera di quel 30 maggio 1909, alla festa organizzata al Teatro Dal Verme, a Milano, un giornalista della “Gazzetta dello Sport” domanda a Ganna come si senta. E Luigi, dopo quasi 2500 chilometri su strade infernali e con bici pesanti ed elementari come cancelli, risponde, semplicemente: “Me brusa el cu”. Che non ha bisogno di traduzione.

 


Jacopo Guarnieri, l'ultimo uomo

Di volate e di spallate, di vittorie e di cadute, di crescita e di paternità, di diritti e opportunità, di un mondo che cambia e di un ciclismo che vorrebbe o dovrebbe cambiare.
E di musica. E di un Giro d’Italia che sta per partire e che, quando toccherà a lui, lo vedrà ancora una volta protagonista.

La seconda puntata della seconda stagione di Parole Alvento ci porta a Castell’Arquato, in provincia di Piacenza, a casa di Jacopo Guarnieri. Siamo andati a trovarlo per registrare un’intervista di una quarantina di minuti, è durata il doppio, e sarebbe potuta andare avanti ancora, a chiacchierare di ciclismo e oltre il ciclismo.

Intervista: Filippo Cauz
Sound design: Brand&Soda


125 anni di attesa

Testo e interviste: Filippo Cauz
Interpretazione: Filippo Cauz, Claudio Ruatti
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Tra Hornaing e Wandignies la strada, se così la possiamo chiamare, scorre parallela a un fosso. È un tratto comune a tante strade nelle campagne di questa zona del nord francese, a ridosso del confine belga, sempre che si possa chiamarle proprio strade. Anche il dubbio lessicale, in effetti, è un tratto che le accomuna tutte.
Ciclisticamente si chiamano settori. Sono numerati a scalare e contraddistinti da stellette come fossero alberghi. Ma se nel turismo le stelle vanno di pari passo col comfort, alla Parigi-Roubaix sono il metro di valutazione del disagio. Sulla mappa della corsa, il settore numero 17, Hornaing à Wandignies, è indicato con quattro stelle, ovvero: vade retro. 

La strada – continuiamo a chiamarla così – è una riga grigio-beige di pietre scomposte. Al centro, la terra e il fango illudono sull’uniformità delle pietre, ma verso i margini i blocchi di pavé scoprono spigoli vivi come denti aguzzi in un sorriso minaccioso. Tra una pietra e l’altra, naufragati in canyon profondi pochi centimetri, si affacciano dei sassolini e qualche detrito. Qualcuno ha rabberciato i tratti peggiori con piccole colate di cemento, sporadiche lingue più grigie del grigio che si ricongiungono come flussi lavici agli irregolari margini stradali, perlopiù invisibili, nascosti dalle pozzanghere e dal fango. 

E quando si alza lo sguardo ai lati della sede stradale, i panorami si alternano senza alcuna fantasia. A sinistra i cespugli, qualche albero sbatacchiato dal vento, una casa o una stradina qua e là, un po’ di pali elettrici. A destra i campi, quasi solo i campi, con le reti che li delimitano e due grandi silos che si stagliano nell’orizzonte. In mezzo, tra la strada di pietre sconnesse e le reti che segnano i confini dei campi, c’è il fosso. 

Stranamente, il fosso è asciutto. Il clima umido, il cielo grigio e il fango marrone, farebbero pensare diversamente. Tanto che è dentro al fosso che due famigliole della zona si sono appostate per veder passare la corsa.
Hanno parcheggiato il passeggino di uno dei piccoli faccia alla direzione di gara e al vento, un altro bimbo lo hanno preso in braccio, gli ultimi due ragazzini saltano e si rotolano nel fosso.
Il freddo spinge le mani in fondo alle tasche, solo uno dei padri cede all’impulso di immortalare il passaggio con la fotocamera di un cellulare. I ragazzini hanno giacconi pesanti e ridono. Quante centinaia di volte gli sarà capitato di buttarsi nei fossi nella loro infanzia di campagna? Eppure il gioco resta intatto, la gioia uguale, come se intorno non stesse accadendo nulla di nuovo. E mai percezione fu più falsa, perché lì davanti qualcosa di nuovo sta accadendo eccome.

Arriva la corsa, la si sente prima nelle orecchie, poi nel mulinare dell’aria, quindi in una sorta di vibrazione elettrica. Arriva la corsa ed è un esordio per tutti, tranne che per il gioco del fosso: è il primo settore in pavé della prima edizione femminile della Parigi-Roubaix. Ed è la prima ciclista a transitare di lì. Prima tra le prime il giorno della prima. 

I bambini si issano dal fosso: dritti sulle gambe o accovacciati osservano con un certo stupore lo spettacolo naturale di un corpo così atletico ed efficace. Non sanno che Lizzie Deignan, partita all’attacco quasi involontariamente all’imbocco del settore 17, non cambierà mai la sua posizione in classifica. E non sanno, o forse non considerano, la straordinarietà di questo momento. Ma scrutano stupiti, strizzano gli occhi per schermarli dal vento e cercano di vivere questo istante esatto. Forse lo ricorderanno a lungo, forse l’hanno già scordato troppo presi dal richiamo del fosso. Non sempre ce ne si rende conto quando la storia ci passa davanti. Non sempre, ma in questo sabato di inizio ottobre sì, più che mai, questo sabato si fa la Storia.

Quest’ingombrante presenza con la S maiuscola, termine dentro al quale sono racchiusi tutti gli avvenimenti che hanno interessato la specie umana negli ultimi due milioni abbondanti di anni, si aggirava in maniera ben percepibile nel centro di Denain, sabato 2 ottobre 2021. In quasi un migliaio di anni di vita, la cittadina francese aveva avuto poche occasioni per incrociarsi con la Storia.
Sia ben chiaro, ogni luogo e ogni essere vivente ha la sua storia, e sono tutte storie importanti, ma andando a ritroso negli annali di questa cittadina campagnola del Dipartimento del Nord si trova poco più di una singola traccia: la Battaglia di Denain, che nel 1712 vide l’inizio della controffensiva francese durante la Guerra di Successione. Fino al 2 ottobre 2021, quando il richiamo dell’eternità irrompe nel parcheggio di Rue de Villars dove fino a poco prima girava solo un furgoncino dai cui altoparlanti si annunciava lo spettacolo de Le Cirque Français, in programma alle 16.

Uno dopo l’altro si allineano i mezzi delle squadre e ne escono a ondate cicliste sorridenti e orgogliose. Because something is happening here, direbbe Bob Dylan. Qualcosa sta accadendo, e sta accadendo esattamente qui e ora.

Annemiek van Vleuten è assediata dai microfoni, ed è felice, perché «possiamo mostrare che le donne tenaci possono correre gare dure come la Roubaix».
Anche Elisa Balsamo è circondata, gli occhi seguono il candore di una maglia iridata fresca di una settimana, il cui bianco durerà ben poco: «alla fine oggi faremo la storia, quindi correre con questa maglia è qualcosa di incredibile».
Un’opinione condivisa da tutte, a partire dalla più titolata, Marianne Vos: «Credo che sia una cosa grande essere qui», dice Vos.
Una corsa il cui valore va oltre il semplice evento sportivo, come nota Marta Cavalli: «È una bella occasione per noi perché è un altro passo verso l’essere considerate uguali al mondo maschile».

E questo passo non è stato completato in un giorno. C’è voluto tanto lavoro e tanta pazienza. Anche tanta attesa, per una gara che era stata annunciata il 5 maggio del 2020, inserita a sorpresa per l’autunno in un calendario rivisto dopo l’arrivo della pandemia, e infine rinviata di nuovo alla primavera successiva. E poi di nuovo in autunno. Finalmente, dice Elena Cecchini.

«Sono felice che finalmente ci sia questa gara. Perché l’abbiamo voluta tanto e aspettata altrettanto. Il nostro movimento sta migliorando e sviluppandosi di più anno dopo anno. Abbiamo sempre più gare, per cui questo era un grande obiettivo per noi. Penso che ci meritiamo questa classica oggi».
Tanto che ciò che si percepisce alla partenza è soprattutto emozione. Elisa Longo Borghini trema.

«È sicuramente emozionante essere qui oggi. Un po’ tremo per il freddo e un po’ per l’emozione, per la verità. L’ho sempre pensato realizzabile. Oggi è un bellissimo giorno per il ciclismo, e spero che anche voi possiate godervi lo spettacolo».
C’è tensione, c’è emozione, c’è paura e c’è curiosità al via di Denain. C’è soprattutto attenzione. Marta Cavalli non aveva mai visto un’attenzione del genere.

«Abbiamo avuto a che fare per quattro giorni con giornalisti da tutte le parti, cosa mai successa. A livello mediatico ha un bacino d’utenza enorme che non avevamo mai visto. Quindi tra di noi scaturisce anche un po’ più di tensione per questo punto di vista».

Eppure la corsa è la corsa, e anche la storica emozione si stempera mano a mano che le squadre si susseguono al foglio firme e le cicliste si dispongono in strada, pronte a partire.
Sono solo 115,6 i chilometri in programma, motivo per cui la partenza è prevista addirittura nel primo pomeriggio. Sul bus della Trek, Lizzie Deignan inganna l’attesa leggendo un libro, ma la stagione è stata lunga e arrivata a inizio ottobre la stanchezza fa sentire la sua presenza più che mai, tanto che Lizzie finisce presto per appisolarsi sul libro. Uno sbadiglio, gli occhi chiusi, il sonno che arriva e si prende qualche momento, quando meno ce lo si aspetterebbe. La sua compagna Longo Borghini se ne accorge, la guarda e pensa: oggi vince lei. 

Alla partenza della corsa più attesa dell’anno, attesa da più di due anni per i ripetuti rinvii, Deignan è talmente rilassata che si addormenta.  Una trentina di chilometri più avanti sarà già da sola.

Non era programmato l’attacco. Voleva soltanto prendere il pavé davanti per evitare guai. 

Non era attesa una fuga vincente di 82 chilometri, più di quanto abbiano mai fatto Tom Boonen, Fabian Cancellara o gli altri grandi interpreti della Roubaix in questo millennio. 

E non era prevista l’attenzione di fotografi e giornalisti verso le sue mani prive di guanti, che al traguardo sono colorate di sangue. I guanti, Lizzie non li usa mai, e non li ha indossati nemmeno qui. Come attenzione extra ha deciso solo di sfilarsi l’anello nuziale e attaccarlo ad una collanina al collo. 

Non era stato pianificato nulla in questa giornata storica, eppure tutto è andato alla perfezione. D’altronde la Storia raramente è prevedibile, si può girarsi indietro e leggerne i segnali a posteriori, ma quando i fatti accadono lo fanno quasi sempre col fragore della sorpresa. Così Lizzie si avvantaggia appena il pavé fa la sua comparsa in gara. E se ne va. 

Transita davanti ai bambini che giocano nel fosso a Wandignies con le avversarie poco distanti, che si interrogano se sia il caso di andarle dietro o si domandano che effetti hanno sortito le prime cadute. Se ne va da sola a Orchies, dove rombano i camion sulla vicina autostrada. Pedala in solitaria a Mons-en-Pévèle, dove la pioggia è cominciata a cadere accumulando a bordo strada pozzanghere d’acqua marrone che l’indomani saranno strabordanti piscine in grado di rendere ogni pietra uno scivolo e ogni volto una maschera. Resiste all’inseguimento a Templeuve, tra tifosi belgi che hanno allestito improvvisati salotti all’asciutto nei cassoni dei camion e abitanti locali che, addossati ad alti ziggurat di balle di fieno, urlano a tutte indistintamente: «Allez! Tout va bien!».
È sola sul Carrefour de l’Arbre, dove le lumache sono tornate a prendere possesso degli umidi campi autunnali, finita la stagione del raccolto delle barbabietole da zucchero che ha reso il panorama più omogeneo che mai. E stringe i denti al comando tra Willems e Hem, settore due ovvero penultimo, dove le pozzanghere si sono mischiate con i liquami che colano dal letame. 

È uno sport di merda, diceva un video ciclistico di successo. 

Oggi Deignan non sarebbe d’accordo, e con lei nessun’altra delle partecipanti.

La pioggia cade leggera sul velodromo André-Pétrieux di Roubaix quando Lizzie Deignan sbuca in pista. È un’immagine che chiunque segua il ciclismo ha visto decine, se non centinaia di volte: l’ultimo vialetto lastricato in città, la doppia curva, il boato della folla. 

No, non è vero, è un’immagine che non aveva mai visto nessuno. 

Nell’aprile del 1895 gli imprenditori tessili Theodore Vienne e Maurice Perez cominciarono a costruire un velodromo nel parco che divideva i comuni di Croix e Roubaix, lo chiamarono Roubaisien. Per pubblicizzare il nuovo impianto proposero al giornale parigino Le Vélo di organizzare una corsa, con partenza dalla capitale e arrivo al velodromo.
Esordì nel 1896 e oggi, 125 anni più tardi, è il velodromo di Roubaix ad accogliere Lizzie Deignan per il suo rituale di un giro e mezzo. Non più il medesimo velodromo, ma il suo erede, sorto sulle sue ceneri. È una storia che continua: pochi metri più in là, sorge il velodromo regionale coperto Jean Stablinski, quello che due settimane dopo l’arrivo di Lizzie Deignan ha ospitato i campionati del mondo su pista del 2021. Cambiano le architetture, rimane il rituale, il giro di pista.
Una processione ellittica che dopo un secolo e un quarto continua a rendere omaggio a quel velodromo a cui si deve l’idea della Roubaix. Luogo unico e sacro dove il pubblico accede ancora gratuitamente e applaude chiunque irrompa sull’anello di cemento.

Si affacciano una dopo l’altra, sotto una pioggia leggera che si farà diluvio nella notte, e c’è un elemento che riunisce tutte le partecipanti: il sorriso. Dentro quei sorrisi ci sono gioia, stupore e soprattutto orgoglio. Quasi nessuna si accascia subito sul prato, quasi nessuna si precipita immediatamente verso le docce. Tutte vogliono prima abbracciarsi e in ogni abbraccio condividere le emozioni del giorno in cui sono divenute protagoniste della Storia. 

Per Deignan l’ingresso in velodromo è stato surreale. Marta Cavalli non riesce a frenare l’emozione e non vede l’ora di riviverla. «Purtroppo ero e sono abbastanza stanca e non me la sono potuta godere a pieno. Probabilmente domani alla televisione me lo riguarderò e potrò dire: io c’ero, ero tra i primi concorrenti che sono entrati nel velodromo».

Audrey Cordon-Ragot è in lacrime. Le atlete e lo staff della NextGen Racing si stringono tutte, tra loro c’è anche Britt Knaven, che completa la Roubaix vent’anni dopo la vittoria di suo padre, Servais, nell’edizione più fangosa di questo millennio. 

Teniel Campbell taglia il traguardo fuori tempo massimo mano nella mano con la compagna Jessica Allen. È tentata di salire sulla curva parabolica ma l’asfalto umido la intimorisce un po’. Così si ferma al centro, raggiante. «Ero felicissima. Mi sono divertita così tanto. Ho incrociato le dita e sperato così tante volte di non cadere ma è stato così maledettamente fantastico. Non vedo l’ora che sia l’anno prossimo per rifarla e spero che piova di nuovo, è molto più bella così che con l’asciutto», dice. E ride.

Le condizioni estreme nella corsa che per più di un secolo è stata ritenuta di suo troppo estrema per le cicliste hanno finito per sottolineare il fascino di una gara che, come dice Elisa Longo Borghini «è fatta di caos e cadute; bisogna solo abbracciare il caso e sapere che si sfiderà l’ignoto». 

Al suo fianco, ad accompagnarla sul podio, c’è Marianne Vos. Favorita alla partenza ma solo seconda al traguardo, la nederlandese è ugualmente sorridente e consapevole di quanto ha appena vissuto: «non poteva esserci di meglio che la pioggia e il fango, hanno reso questa giornata più epica». 

Certo, quella che resta da fare è ancora una lunga strada, sempre che si possa chiamare strada.
Nonostante il peso del suo status, la Roubaix femminile è stata confinata a soli 115,6 chilometri, meno della metà di quanti ne hanno affrontati gli uomini l’indomani.
E non è un caso isolato. Poche settimane dopo l’Inferno del Nord è stato presentato il ritorno del Tour de France femminile, previsto nel luglio del 2022, a 19 anni di distanza dall’ultima edizione completa. Ma sarà solo una settimana di corsa, a fronte delle tre riservate agli uomini. 

Le televisioni hanno mostrato soltanto un’ora e mezza di corsa della prima Parigi-Roubaix femminile. Una differenza notevole rispetto alle dirette integrali delle prove maschili, e in questo caso anche un clamoroso buco nell’acqua perché il collegamento ritardato non si è perso soltanto una partenza storica ma pure l’azione che ha deciso la corsa. «È come se nel tennis le dirette delle partite femminili cominciassero dal secondo set», ha commentato la giornalista ed ex-ciclista Kathryn Bertine. 

E nonostante l’interesse globale, meno visibilità corrisponde a meno soldi, un problema che appare ben lontano dall’essere risolto. Lo si legge chiaramente nella tabella delle somme spettanti ai vincitori, con i settemila euro di montpremi per la prova femminile che rappresentano un tredicesimo dei novantunomila stanziati per la gara maschile della domenica. Con i suoi 1’535 € Lizzie Deignan ha guadagnato venti volte in meno di Sonny Colbrelli, seppur vincendo la medesima corsa. Persino il sesto classificato Christophe Laporte ha riscosso un premio più sostanzioso. 

Eppure il destino ha voluto che la corsa femminile andasse a una ciclista della Trek, la squadra che sin da inizio stagione ha deciso di integrare le differenze, pareggiando la somma dei premi tra gare maschili e femminili. Una bella beffa della Storia, nel giorno in cui si è fatta concreta.

Ci sarebbero tanti elementi in più per definire storica la Roubaix del 2021. Una corsa fissata e rimandata per tre volte e infine disputata in autunno, un’altra prima volta. 

Alla giornata memorabile del sabato è seguita una notte di acqua a catinelle e una domenica ancor più infangata. La Roubaix non si correva in condizioni simili dal 2002, e già questo è un fatto eclatante. Così come ancor più sorprendente è assistere a un podio occupato per intero da corridori all’esordio nella classica del pavé: una gara in cui contano fortuna ed esperienza, che non premiava un esordiente dal 1953, di colpo si è concessa ai debuttanti, per un intero weekend. 

Usciti tutti dal fango, dal vincitore Sonny Colbrelli, che si rotola inzaccherato per celebrare il risultato più importante di una carriera, sino a Tom Paquot, ventunenne belga della Bingoal che la sua prima Roubaix l’ha conclusa quaranta minuti più tardi. Fuori tempo massimo come altri nove corridori, tra cui il vincitore del 2014 Niki Terpstra, ma ultimo corridore a varcare il cancello del velodromo. Coperto di melma, come Colbrelli, e come lui in lacrime. «Nei cinque chilometri conclusivi ho pianto di più che negli ultimi due anni della mia vita», ha detto Paquot all’arrivo, godendosi un ultimo giro sotto il sole, a differenza di tutti coloro che lo hanno preceduto.

La storia distribuisce i suoi privilegi in maniera imprevedibile. A qualcuno un’accoglienza sotto il sole, a qualcuno un fosso in cui giocare, a qualcuno un trofeo di pietra da esibire in salotto, ad altri soltanto una doccia calda. 

Per raggiungere le docce più famose del ciclismo bisogna uscire dal velodromo, attraversare la strada e infilarsi in un anonimo edificio di cemento grigio. Un percorso a cui quasi tutti i ciclisti ormai rinunciano, preferendo i comfort dei bus delle squadre.
Al termine della corsa femminile, però, nessuna ha voluto rinunciare all’appuntamento, che rappresenta il completamento della lunga e strana avventura chiamata Parigi-Roubaix. 

Sono trascorsi 125 dall’inizio di questa storia, e per 125 anni ci sono stati solo uomini tra i vincitori, tra i direttori sportivi, tra i dirigenti delle squadre, tra gli organizzatori, tra chi ha governato il ciclismo e chi tutt’ora lo governa. Fino al 2 ottobre 2021.

Per ogni nome entrato nell’albo d’oro della corsa c’è una placchetta di metallo sulla parete di cemento di una doccia. Ora su una di quelle docce c’è anche il nome di donna, Lizzie Deignan, e non ci saranno acqua o fango in grado di cancellarlo. In attesa del prossimo nome, della prossima doccia, della prossima storia. 


Il richiamo delle Fiandre

Le Fiandre, per chi ama il ciclismo, sono un Paese speciale.
Storia, tradizione, riferimenti culturali: tutto rimanda alla bicicletta.
Siamo andati a pedalare sul percorso dei Campionati del Mondo 2021, quelli vinti da Julian Alaphilippe con quell’attacco fulminante a pochi chilometri dall’arrivo del circuito cittadino di Lovanio.
Ma abbiamo anche trascorso tre giorni a guardarci in giro, ad assaggiare birre e parlare con le persone del luogo.
Volete leggere il nostro speciale Fiandre? Ecco il link

Per tutto il resto, non vi resta che ascoltare questa puntata di Parole Alvento in compagnia di Filippo Cauz che racconterà tutto quello che non ci stava (o non si poteva dire) nel servizio pubblicato sulla rivista.

Il richiamo delle Fiandre – ep. 14
Intervista: Claudio Ruatti
Ospite: Filippo Cauz
Sound design: Brand&Soda