Café de Colombia

Words: Alessandro Autieri
Voice: Luca Mich
Sound design: Brand&Soda

Chiudete gli occhi. Quello che stiamo per raccontarvi richiede una buona dose di immaginazione, non perché ci siano cose inventate sia chiaro, ma perché molto di quello che ascolterete arriva da lontano nel tempo e nello spazio. Vi invito a pensare a questa storia come ad una serie di fotografie. Le prime di un color seppia sbiadito dal tempo, che rende difficile distinguerne i contorni, intrisi come sono di realtà e leggenda; altre di un nitido bianco e nero, che ci permette di delineare meglio il contesto. Fino alle immagini dei giorni nostri, dove i colori diventano la forma, mentre la sostanza si nasconde dietro cocenti delusioni, a volte risulta effimera come un talento sprecato, altre, come vedremo poi, raggiunge quello che sarà il massimo splendore nelle vicende del ciclismo colombiano.

Dobbiamo immaginarci l’inizio di questa storia come un esercizio di fatica in sella a bici pesanti come cancelli, che percorrono strade impolverate: è il ciclismo dei pionieri andini. 

Sono visi scavati quelli dei protagonisti della nostra storia. Tutti zigomi e mento. Espressioni tagliate dalle rughe e arse dal sole, povertà, pesanti maglie di lana e corse disputate con divise e scarpe da calcio.

Ci sono secchiate di acqua prese in faccia dai tifosi che incitano, o bastonate date da quelli che urlano contro. Lunghi allenamenti in bicicletta passati fumando decine di sigarette seduti in sella, fughe notturne in mezzo a strade così rappezzate che persino le bestie da soma si rifiutano di attraversare. Serate concluse a raccogliere le energie bevendo brandy o tequila. 

Sono racconti di tubolari appesi al collo, foglie di verza messe sotto il berretto per difendersi dal caldo, polvere che ti soffoca i polmoni e brucia palpebre sottili come unghie. E i protagonisti sono personaggi di una povertà tale che quando scendono dal loro paese per recarsi in una città più grande, e vedono per la prima volta una bicicletta, pensano si tratti di parti smontate di un’automobile. Spesso sono ragazzi poco più che analfabeti, ma che diventano, nell’immaginario collettivo della cultura popolare colombiana, così simili agli Dei da costruirci attorno storie intrise di un alone di mistero e anche di un tocco di magia.

Le prime apparizioni in Europa sono quelle di corridori scambiati per oggetti del mistero e del folclore. Le bici diventano via via più moderne: ma non i visi. Tratti inequivocabili di discendenze andine, di sangue chibcha, di stregua riluttanza alle più svariate avversità della vita. Di campi seminati a mais e coltivazioni di platani, di vette silenziose, altipiani che formano il carattere e donano resistenza ad altitudini impossibili per i rivali europei. “Buffi topolini scuri”, venivano chiamati così inizialmente quando ancora non erano presenza costante in gruppo. Snobbati, guardati dall’alto in basso da occhi petulanti come si fa quando in una locanda di un piccolo paese di provincia entra uno straniero mai visto, spaesato dalle fatiche di un lungo viaggio.

Nei decenni successivi arrivano in Europa, proprio a compimento di lunghi viaggi, corridori che hanno sempre addosso quello stampo che sa di antico. Volti scuri, a volte di statura piccolissima, altre volte enormi con mani da gigante, ma spesso poco avvezzi al dispotismo del grande ciclismo europeo. Perlopiù scalatori, con gambe autentiche e febbrili, muscoli intagliati da quei continui su e giù nelle province più disparate della regione dei Cafeteros tra Bogotà e Medellin. Capaci di sfoderare potenti attacchi in salita e di smarrire la bussola non appena la strada smette di salire e si lancia in discesa. «Sono sempre stato nervoso all’idea di cadere» raccontava Ramon Hoyos Vallejo, ma dobbiamo immaginarcelo come un pensiero comune allo scalatore colombiano. Una specie di legge che appare nelle loro sacre scritture. «Ho sempre temuto di uccidermi in una curva in discesa ed è per questo che cercavo sempre di prendere più vantaggio possibile in salita».

Si arriva così ai giorni nostri, a quelle foto colorate, accese, a quella generazione che sogna, oggi come allora, di vincere il Tour de France. Di ragazzi che ora riescono a frequentare con più regolarità la scuola mentre i genitori lavorano nei campi o nelle fattorie. Sognano un riscatto per la propria famiglia e corrono su bici più che decenti, se paragonate a quelle del passato. Nel giro di poco tempo si ritrovano a pedalare per il mondo arrivando giovanissimi in Europa e cavalcando bolidi che fino a un momento prima avevano visto solo in televisione – chi la possedeva – o nelle fotografie, oppure descritte in radio dai giornalisti colombiani. 

In Europa iniziano ad andarci a vivere attratti da contratti sostanziosi, dalla possibilità di diventare veri atleti sulla falsariga dei grandi campioni. Diventano veri atleti con la mentalità giusta e vanno a correre nelle squadre più importanti, imparando le abitudini del corridore europeo, pur mantenendo vive le radici dalla loro terra. Sono corridori che più moderni non si potrebbe e con una caratteristica prettamente colombiana: la capacità innata, grazie alla statura e alla struttura fisica e biologica, di andare forte in salita. 

Ma torniamo al principio. A quelle immagini prima color seppia e poi in bianco e nero. Partiamo dagli anni Cinquanta per raccontare il lungo viaggio di evoluzione della specie ciclistica colombiana. Iniziamo da Efraín Forero: “El indomable Zipa”. Zipa, perché arrivava da Zipaquirá, a una manciata di chilometri da Bogotà. Dove, oltre mezzo secolo dopo, nascerà un certo Egan Bernal. Ecco da dove tutto comincia, da dove parte la grande epopea del ciclismo colombiano che ha come obiettivo, come sogno di un popolo intero mosso dalla passione per il ciclismo, di vincere, un giorno, il Tour de France. Anche se, almeno inizialmente, è già un grande traguardo poterlo correre. Si parte da Efrain Forero, si diceva, capace di mettere assieme un atto eroico ancora più che sportivo e che ancora oggi lui stesso ha la forza di rievocare, nonostante i novant’anni suonati.

Efraín Forero aveva vent’anni nel 1950, uno in più quando vinse la prima edizione della Vuelta a Colombia. Una corsa nata per permettere la propagazione di quel lungo suono che proveniva dall’Europa e dove Giro d’Italia e Tour de France riempivano le pagine dei giornali. E come in Italia e in Francia anche in Colombia sarà un giornale a organizzare l’evento. Non vi è nulla di più calzante alla narrazione di uno sport come il ciclismo e anche i direttori dei quotidiani d’oltreoceano lo comprendono, cogliendo al volo il momento e ne facendone la loro fortuna. 

Naso appuntito, occhi chiari, sopracciglia folte, Efraín Forero nel 1950 voleva dimostrare che sì, anche nella povera Colombia, così lontana dal centro nevralgico del ciclismo conosciuto, era possibile organizzare una corsa a tappe; voleva mostrare come qualsiasi cosa fosse possibile in bicicletta. Anche in Colombia. Il tutto mentre in Europa Bartali, Coppi, Kübler, Koblet e pochi anni dopo Bobet, Gaul e Anquetil sarebbero diventati leggende dello sport. 

Forero salì sul Parámo de Letras: ottantatré brutali chilometri di ascesa a 3.760 metri di altitudine. Alcune cronache narrano di chi, prima di lui, morì nel tentativo.

«Salendo verso il Parámo de Letras lo scenario cambiò velocemente. A un certo punto mi imbattei in villaggi bruciati: era la guerriglia? mi domandai. Andai avanti lo stesso. Mi fermai un po’ dopo quando trovai un luogo dove poter bere aguapanela e prima di scollinare trovai un lago così limpido da avere sfumature cristalline. Mi fermai nuovamente e feci il bagno». Dopodiché si gettò in picchiata e quando Efrain raggiunse il centro abitato di Manizales era notte fonda. Ma non c’era il canto dei grilli o lo stridere delle cicale a fare da contorno. C’era solo un cielo buio con disegnata una mappa di puntini bianchi. C’era una schiera di gente che lo attendeva come di solito si fa con gli eroi. La prova, giudicata impossibile dai più, era stata superata. Gli scettici si convinsero: l’anno dopo toccava alla Vuelta. 

Forero vinse sette delle dieci tappe organizzate, compresa proprio quella che prevedeva l’arrivo a Manizales con la scalata del Parámo de Letras. Si avviò con quel suo attrezzo a due ruote per un viaggio di quasi 1.200 chilometri. Partirono in 35 quasi tutti colombiani e secondo le cronache del tempo, arrivarono in 30, anche se c’è che chi dice che furono in 33 a finire quella corsa. 

Dimostrarono che era possibile percorrere quelle strade, superare il Parámo de Letras, l’Alto de la Linea, scavallare la cresta della Cordigliera attraversando, bici in spalla, torrenti che con la pioggia si tramutavano in fiumi indomabili, strade piene di buche e polvere, che mutavano forma in impraticabili campi di fango. Temperature che oscillavano da oltre trenta gradi a vicino lo zero: scenari da romanzo. 

La corsa maturò grande interesse nella popolazione, nonostante fossero gli anni de “La Violencia” in Colombia, in cui morirono circa duecentomila persone. Era uno scontro tra chi apparteneva a due diversi schieramenti politici, che seminarono il terrore per tutta la nazione. Omicidi, rappresaglie, sparizioni, interi villaggi bruciati. Il dramma di quegli anni si incrociò con la strada della Vuelta a Colombia. 

Efraín Forero lasciò il ciclismo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Doveva lavorare per coprire le spese dei numerosi viaggi a cui lo costringeva questo sport. «Sono stanco di dover andare in giro a cercare sponsor e farmi dire che sono un vagabondo» fu il suo commiato. Erano altri tempi. 

Prima di abbandonare, Forero incrociò la strada di Ramón Hojos Vallejo. Gelataio prima, macellaio poi, persino muratore. Divenne in breve tempo “Don Ramón de Marinilla”, il primo degli Escarabajos, dei coleotteri o scarabei diremmo noi, più o meno, il nome con cui ancora oggi vengono chiamati gli scalatori colombiani. Idolo nazionale, cinque volte vincitore della Vuelta a Colombia: fu accolto in aeroporto, al rientro a casa al termine di una corsa, da duecentomila persone, tanto per darne la misura della grandezza.

Imparò ad andare forte in bicicletta facendo il fattorino. «Dopo essere caduto il primo giorno di lavoro divenni esperto nel gestire le regole della strada e del mezzo, ma le consegne avrei preferito farle correndo a piedi». Una volta lo credettero morto. «Una notte ci fu una rapina in macelleria. Uno degli apprendisti che dormiva nel negozio fu pugnalato a morte. Lo chiusero nel congelatore e lo trovarono due giorni dopo a faccia in giù, disteso sul pavimento, i suoi vestiti intrisi di sangue nero. Rattrappito e indurito dal ghiaccio. Quando rinvenirono il corpo io ero via a fare una commissione: al mio rientro cercai di farmi spazio nella confusione della folla, davanti alla porta della macelleria. Chiesi a uno sconosciuto cosa stesse succedendo. Mi rispose: ma niente, è che hanno ucciso Ramon Hoyos».

Fu raccontato da Márquez e poi dipinto da Botero che lo conobbe quando ancora faceva il fattorino e consegnava carne a casa dell’artista: quel dipinto si chiama La Apoteosis de Ramón Hoyos ed è una delle opere più importanti nella collezione del grande pittore. «Non mi assomiglia per niente» disse un giorno Ramon Hoyos, a un incontro con la stampa, riferendosi al soggetto del dipinto. «Mi ricorda più “El Pajarito” Buitrago» – uno dei suoi più grandi rivali.

In compenso il nostro sconfisse Coppi e Koblet, in Colombia in una gara di esibizione. Era il 1958, e quell’evento, nonostante fossimo nella fase calante della carriera dei due corridori, divenne in poco tempo il più importante della storia sportiva del paese sudamericano. Il Campionissimo, l’ex vincitore del Tour de France ed ex detentore del record dell’ora che vola in Colombia per partecipare a una corsa di esibizione contro il grande campione antioqueno . Salendo i quarantadue chilometri de l’Alto de Minas, Coppi e Koblet svennero per il caldo, si racconta. La leggenda si mescola ai fatti chiaramente, dopo oltre mezzo secolo. Si dice addirittura che alla vigilia di quella tappa, Ramon Hoyos offrì a Coppi e agli altri avversari europei chorizos ed empanadas ripiene di patate e carne: tutto pur di metterli in difficoltà, e com’è come non è, funzionò.

E se inizialmente furono i campioni del Tour a recarsi in Colombia, bisogna aspettare ancora qualche anno prima che accada il contrario. Succede a metà anni ‘70, Quando Martin Emilio Rodriguez, detto “Cochise” per la sua grande passione per i film western andò a correre nel vecchio continente. siamo a metà degli anni ’70 e in Colombia era stato già eletto come “personaggio sportivo dell’anno”. «Ti hanno votato dieci milioni di colombiani: perché l’anno prossimo non ti candidi alle elezioni presidenziali?» – gli chiese un giorno Gonzalo Arango un noto poeta e scrittore colombiano, fondatore del movimento di controcultura artistica chiamato Nada-ismo. 

Il suo soprannome, Cochise, è perché andava pazzo per i film western con gli indiani: pare che dopo aver visto un film sulla vita del grande capo Apache non smettesse mai di parlare di lui. 

Il sogno di questo ragazzo era gareggiare in Europa – in Italia e Francia. Discriminato, arrivò tardi nel professionismo e divenne fedele gregario e amico di Felice Gimondi con il quale conquistò un trofeo Baracchi. Vinse due tappe al Giro d’Italia e disputò il Tour de France: fu il primo colombiano a raggiungere traguardi di questo tipo. Era uno sui generis: portava caratteristici basettoni e possedeva uno sguardo intelligente e malinconico. Era una locomotiva in pianura tanto da conquistare, tra i dilettanti, un controverso record dell’ora e il titolo mondiale dell’inseguimento individuale. Quando si parla di lui si afferma con convinzione: “se fosse arrivato più giovane in Europa, forse Eddy Merckx non avrebbe conquistato cinque volte il Tour de France”. 

Intanto con Cochise quei “buffi topolini scuri che non sanno cosa sono le Alpi”, come scrisse un giornalista italiano, fanno un altro passo in avanti. Patrocinio Jimenez mette in croce gli europei e attacca sul Tourmalet. È il Tour del 1983 e il belga Lucien van Impe, uno dei più forti scalatori di quegli anni, non riesce a tenere la sua ruota. Jimenez passerà primo sulla salita più alta di quell’edizione della Grande Boucle, conquistò la maglia a pois quel giorno, ma non riuscì a vincere la tappa buttando via la possibilità anche di vincere la classifica finale dei gran premi della montagna, perché si sosteneva, probabilmente a ragione, di come i colombiani ancora non sapessero correre in maniera tatticamente accorta. 

Qualche anno dopo arriva il tempo di Lucho Herrera, detto “El Jardinerito de Fugasugà” per il lavoro che faceva per mantenersi e aiutare la famiglia; Lucho, che da ragazzino, per sfuggire ai suoi genitori, si nascondeva tra gli alberi come il protagonista di un romanzo di Calvino. È il primo colombiano a vincere una tappa al Tour. In breve tempo diventerà lo sportivo più conosciuto del suo Paese tanto da finire, nel 2000, vittima di un’imboscata e di un rapimento da parte dei narcos. Vincerà la Vuelta nel 1987: il primo grande Giro conquistato da un colombiano. 

Ma è forse quello del 1984 l’aneddoto più interessante che riguarda Herrera, quando conquista l’Alpe d’Huez davanti a Laurent Fignon, il suo più grande rivale per via di vicende di corsa non sempre limpidissime… «Fignon era un ragazzo complicato. Odiava i colombiani: prima di morire scrisse un libro in cui ci accusava di aver corrotto lui e la sua squadra per corse che nemmeno avevamo vinto. Non ci rispettava, diceva che eravamo inferiori a loro e cercava sempre di farci del male: ci attaccava quando stavamo facendo i nostri bisogni o nelle fasi di rifornimento» racconta Herrera in un’intervista di qualche anno fa. 

E resta celebre quello che scrisse Laurent Fignon nel suo libro a proposito di una corsa che il francese disputò quell’anno in Colombia, il Clasico RCN: «All’epoca quelle gare erano sponsorizzate dalle mafie locali. Giravano soldi, pistole e cocaina. Ricordo un suiveur che nel bagagliaio della sua macchina metteva a disposizione di tutti chili e chili di polvere bianca». E una notte la provò anche lui quella polvere: aspirò un grammo in un colpo solo. «Stavo volando, avevo perso completamente conoscenza. Avevo l’impressione che le idee venissero spinte più velocemente di quanto la mia mente potesse analizzarle». Dopo una notte sveglio a far festa Fignon vinse pure l’ultima tappa, pensò di essersi rovinato la carriera, ma all’antidoping risultò pulito. Volava, letteralmente.

E così i colombiani iniziano a contare sulla scena mondiale: passo dopo passo, sembrava avvicinarsi addirittura la possibilità di vincere il Tour de France. E nel 1988 arriva infatti il primo podio nella corsa francese: il merito è di Fabio Parra, “El Condor de los Andes” che finirà terzo in classifica generale. 

Dopo alcuni anni di ribalta però, i ciclisti colombiani tornano ad essere solamente corridori capaci di grandi cose in salita, ma che poi nel momento decisivo finiscono sempre per essere deficitari in qualcosa. Mejia e Rincon nei primi anni ’90 per esempio, sono corridori d’alta classifica, ma non vinceranno mai un grande giro, leggeri, abilissimi in salita, ma spesso inadatti a correre in gruppo. 

Si arriva così nei primi anni 2000 a Santiago Botero. Così diverso da molti suoi predecessori: forte a cronometro, è biondo, dalla pelle chiara e gli occhi di ghiaccio. Di lui, però non resteranno che promesse non mantenute, qualche buon piazzamento e uno splendido profilo tracciato sempre dal grande giornalista milanese: “A Medellin abita non lontano dalla casa di Pablo Escobar, dice, ma dell’argomento non vuole assolutamente parlare. Anche i suiveurs hanno un cuore e non gli fanno più domande in merito. Risulta che gli abbiano già tirato un paio di bombe in casa e che quando sta in Colombia si alleni con un poliziotto in moto davanti, uno dietro e una jeep di tifosi armati e pronti a tutto”. 

In Colombia, nel frattempo il ciclismo acquista importanza, anche a livello sociale. Vengono fatti importanti investimenti, il centro di Bogotà diventa pedalabile grazie a una ciclovia introdotta nel 1976 e che andrà via via sviluppandosi. Oggi quella strada si chiama Ciclorrutas de Bogotá, è lunga oltre trecento chilometri (è la più grande del Sudamerica e una delle più estese al mondo) e forma una rete che unisce la capitale colombiana alle aree vicine più popolose. I colombiani cambiano così il loro modo di spostarsi, la bicicletta vive un momento florido sotto molti aspetti, vengono organizzati giri turistici e veri e propri festival culturali per visitare la città e i dintorni, rigorosamente su due ruote. Il ciclismo diventa così uno degli sport più praticati, la bicicletta un mezzo di trasporto irrinunciabile e dall’epoca dei pionieri a quella dei grandi corridori che lasceranno il segno nel ciclismo, il passo è breve.

Ma noi vogliamo credere che, lontani dal razionalismo della nostra epoca, dalle nozioni sui grandi mutamenti socio culturali, ci sia qualcosa di magico, che davvero influenzi il cammino di un corridore proveniente da quei luoghi. Ai tempi di Hoyos si scriveva che, dopo di lui, dalla regione di Antioquia sarebbero usciti altri campioni capaci di rinverdire i fasti dei grandi di quell’epoca. 

Ed è così che si arriva ai giorni nostri. A Rigoberto Uran, nato proprio nel Dipartimento di Antioquia, idolo colombiano, emigrato giovane in Europa, accompagnato da titoli di giornali, che lo definivano come colui che avrebbe finalmente assicurato alla Colombia la prima vittoria in un Tour de France.

Uran va forte ovunque, ma non vince praticamente mai. Ma è proprio con lui che avverrà un cambiamento epocale nel modo di comunicare: Uran è uno che si presenta sempre sorridente nelle interviste, parla un italiano fluido, è aperto, simpatico: diventa il pioniere della nuova generazione; l’anello di congiunzione tra il colombiano di ieri e quello di oggi. Dopo di lui arriveranno Chaves e Lopez, Martinez e Higuita: tutti corridori ormai veri e propri professionisti inquadrati e consolidati, ma anche loro, almeno fino a oggi, incapaci di lasciare per davvero il segno. E a vincere quella maglia gialla non ci riuscirà nemmeno Nairo Quintana. Quando partecipa al suo primo Tour de France, Quintana ha appena 23 anni; conquista la maglia bianca di miglior giovane, quella a pois dei Gran Premi della Montagna, vince in salita l’arrivo di Annecy e finisce secondo in classifica generale alle spalle di Chris Froome. Negli anni vincerà un Giro d’Italia – sarà il primo colombiano – una Vuelta, e al Tour si batterà, ma arrivando solo vicino a conquistarlo. Già, scartiamo anche il suo di nome, perché non sarà lui il primo (e sinora unico) andino a portarsi a casa la vittoria del Tour de France. Nonostante, a una lettura più attenta, dovremmo considerarlo come il più forte colombiano di sempre e di sicuro come uno degli scalatori più vincenti degli ultimi vent’anni. 

All’inizio di questa storia vi avevamo chiesto di chiudere gli occhi e immaginarvi facce dure, imprese tra leggenda e realtà. Siamo partiti da Zipaquirà, vi abbiamo raccontato di come tra i pionieri ed i corridori dei giorni nostri, nessuno avesse mai vinto il Tour de France, e di come nonostante ciò, alcuni di loro siano considerati eroi assoluti, capaci persino di far dimenticare il dramma sociale ed economico che la Colombia vive da decenni. 

Vi chiediamo allora un ultimo sforzo, chiudete nuovamente gli occhi e tornate a Zipaquirà dove sorge la Catedral del Sal, considerata la prima delle sette meraviglie dello stato colombiano. Dentro quel luogo i colori si sprecano, le sfumature si consolidano, tra viola e blu elettrico, statue di sale e di marmo. La cattedrale è un luogo sacro all’interno delle miniere di sale. Il suo custode si chiama Germàn Bernal. Sua moglie, Flor Gomez, seleziona e raccoglie garofani in un’azienda agricola, è un giorno come tanti mentre è a lavoro e inizia a sentirsi male. Vertigini, nausea, dolore allo stomaco. Pensa si tratti di un’intossicazione alimentare. Si reca dal medico di famiglia, il quale, laconico, dopo una breve visita afferma: «Sei incinta!» per poi aggiungere «Dammi la possibilità di scegliere il suo nome: chiamiamolo Egan, è un nome greco, mi pare voglia dire qualcosa come campione». Egan Bernal nasce così poco dopo la mezzanotte del 13 gennaio del 1997. 13 gennaio, come Marco Pantani guarda caso. La sua sarà un’infanzia difficile: mingherlino e fragile viene ricoverato fin da piccolissimo per una polmonite e di certo non sembra possedere i geni del campione.

E invece la sua è un’ascesa rapida, ripida, repentina. Una parete verticale che Bernal inizia a scalare giovanissimo in mountain bike, dove finirà per conquistare diverse medaglie mondiali tra gli juniores. Ma lui sogna la strada, mentre suo padre si oppone fermamente: «Il ciclismo su strada è troppo faticoso, figlio mio, richiede troppi sacrifici e non paga bene». Ma Gianni Savio, team manager dell’Androni, lo nota. O meglio: gli segnalano questo ragazzino che non ha praticamente mai corso su strada ma con valori fisici stupefacenti.

Lo porterà a vivere in Italia, in Piemonte, nella zona del Canavese dove oggi sorge un suo fan club, dove hanno persino dato il suo nome a dei biscotti, e dove lui andrà a formarsi correndo insieme ai dilettanti del posto. Va talmente forte in salita che «sembra salire come se avesse una sigaretta in bocca» dice di lui Franco Pelizzotti, dopo uno dei primi allenamenti. Ma non è solo il valore fisico, c’è dell’altro che colpisce in Bernal. «È un ragazzo serio, deciso, intelligente. Quando l’ho preso in squadra aveva 19 anni e sembrava ne avesse 30» – gli fa eco Gianni Savio. Cercava un colombiano per continuare con la tradizione che da anni lo legava al Sudamerica, e si è ritrovato in casa uno scalatore d’eccellenza, che si difende a cronometro, sa correre con intelligenza in mezzo al gruppo, districandosi tra i ventagli come un belga, e che a nemmeno vent’anni già faceva paura ai grandi del ciclismo. 

Vincerà il Tour de l’Avenir nel 2017 e dopo aver corso nella corazzata Team Sky, poi Team Ineos, passati due anni vincerà quel tanto agoniato Tour de France. È il più giovane vincitore in epoca moderna, almeno fino a quel momento, della corsa francese; il primo colombiano, finalmente, persino il primo latino americano. 

Dai fasti di Efrain Forero e Don Ramon, passando per i vagiti di Cochise, Herrera e Parra, le apparenti delusioni di Uran e Quintana, la Colombia ha fatto così tanta strada chiudendo il cerchio con Egan Bernal. E oggi, in Colombia tutti vorrebbero essere come lui. 

Geraint Thomas, suo compagno di squadra, parlò così alla fine del Tour de France vinto dal ragazzo colombiano. «Egan è il presente, ma sarà anche il futuro. Quando io avrò quarantacinque anni e sarò vecchio e grasso e seduto al pub ad osservarlo vincere il suo decimo Tour de France, potrò dire: Ehi, a quel ragazzo lì ho insegnato tutto quello che so».

Se è vero ciò che dici Thomas, la Colombia ti ringrazia.


Atlas Mountain Race

testo / Federico Damiani
interpretazione / Claudio Ruatti
Editing e montaggio / Brand & Soda

 

Pane, incertezze e biscotti marocchini, ovvero 1000 chilometri
 per sentirsi vivi.

Ci sono tanti motivi diversi per cui ciascuno di noi pedala e altrettanti bisogni che la bicicletta ci aiuta a soddisfare. Per me, dopo attenta riflessione, quelli decisivi sono due. Il primo: guardare in faccia e affrontare con i mezzi che hai situazioni incerte
che possono avere un esito inaspettato. Diciamolo pure, negativo. Esplorare un territorio sconosciuto, dentro o fuori di me, il secondo. Probabilmente sono due facce della stessa medaglia, ma tant’è. 

Il giro in bici della domenica, quello di cui sai anche a occhi chiusi che lì c’è una buca da schivare, a me proprio non esalta. Stessa cosa per le granfondo: non ho le gambe per vincerle, ma so che in un modo o nell’altro, al traguardo, si arriva sempre. 

Oh, se fai qualche cappella lì sei veramente fottuto. Chissà cosa succede se provi a farlo? Se penso a questo tipo di cose allora sì che si mette in moto tutto e che la testa inizia a frullare, perché il più delle volte è quella, più delle gambe, a fare la differenza. E non è una questione di eroismo: l’incerto lo puoi trovare ovunque, anche in un giro da 50 chilometri. Esagero, anche su Zwift. Basta guardarsi in giro e trovare un evento che ti provochi qualche sorta di disagio cognitivo e il gioco è fatto. 

Se non lo trovi, basta inventarlo.Dopo invenzioni passate di diverso genere e specie,il 2020, tre le tante cose negative che ha portato in dote fino ad ora, mi ha consegnato un evento perfetto, senza bisogno di mettere in campo la fantasia. Niente poteva essere migliore della prima edizione della Pedaled Atlas Mountain Race. Inventore Nelson Trees, lo stesso organizzatore della Silk Road Mountain Race in Kirghizistan. Uno che si è fatto una fama per i percorsi non proprio ovvi e scontati. Un maestro dell’incertezza, diciamo. 

Le informazioni che hai all’iscrizione sono queste.
 Una gara di 1.145 chilometri e circa 20.000 metri di dislivello in completa autonomia, con partenza da Marrakesh e arrivo a Sidi Rabat, sul mare, dopo aver attraversato le montagne dell’Atlante e dell’Anti Atlante su strade coloniali e sentieri sterrati. Una traccia su Komoot e una descrizione di alto livello con qualche indicazione comunque piuttosto generica. 

L’incerto: il terreno, il tipo di bici da utilizzare, il set-up corretto, la preparazione per arrivare pronti il 15 febbraio. Il territorio sconosciuto, almeno per me: il Marocco e una gara di più giorni. C’è materiale, penso. Aggiungo alla seconda lista un compagno di avventura per gareggiare come coppia, altra cosa che non ho mai fatto, e ci siamo. Si va: io e Andrea, il 13 ottobre siamo iscritti alla AMR. 

Mancano quattro mesi. Un po’ mi sento stupido, mala cosa che mi esalta è che, dopo aver cercato a lungoun modo per introdurre complessità e incertezza nel sistema, arriva il momento di lavorare per minimizzarle. Capire e analizzare il problema pezzo per pezzo, con pa- zienza, per presentarsi alla partenza con tutto quello che serve per affrontare il mostro nella miglior condizione e con i migliori strumenti possibili per infilarlo nel sacco. 

Decidiamo di aggiungere anche Mattia alla nostra spe- dizione. Più menti e più confronto pensiamo possano essere utili. Noi correremo in coppia, lui da solo, ma sceglieremo materiale e preparazione insieme. Siamo di fronte a grandi scelte: quale bici usare, che abbigliamento portare, quali borse montare, come attrezzarsi per dormire, per dirne giusto alcune. Scegliamo anche un tema, giusto per complicare un po’ le cose. Con quello ci personalizziamo le bici e le maglie. Optiamo per la bici gravel. Come le maglie, che disegniamo e realizziamo insieme ad artisti e designer. Non sappiamo se sopravviveremo, ma saremo elegantissimi. 

Incastrare tutto è un’impresa titanica. La preparazione fisica non presenta molte variabili, si pianifica e basta. Tutto il resto è una catena infinita di prodotti in arrivo, decisioni da prendere, ipotesi da fare. Preparare una gara così, scopro, è un’esperienza totalizzante: ti risucchia ogni energia e minuto libero dal lavoro e per quanto tu possa iniziare per tempo, ti troverai ad aspettare un corriere in arrivo a Mestre con un componente elettronico a 12 ore dalla partenza. Storia vera. Ma alla 

fine le borse si chiudono, quel che c’è, c’è. Quel che non c’è, se ne fa a meno. Ci si vede a Marrakesh.Uscire dall’aeroporto e controllare che le bici siano intere è il check point zero. Le bici non vanno d’accordo con gli aerei, le duecento batterie che abbiamo in borsa, invece, con le dogane. Ma tutto bene: è tempodi briefing. Nelson spiega un po’ di cose, ci si mette in fila per il cappellino con il numero che indosseremo con orgoglio e con disprezzo di ogni regola igienica nei prossimi giorni. Tutti, nel frattempo, guardano sospetti i setup delle bici parcheggiate fuori dall’hotel. C’è un buon mix tra gravel e mountain bike, diverse idee di carico, qualche soluzione creativa. Tutti si chiedono chi avrà fatto le scelte giuste. Ci si promette di rivedersi e parlarne all’arrivo. 

L’ambiente è bellissimo, la gente dell’ultracycling meglio ancora. Un misto di personalità eterogenee.Dal vecio-randonnee, definizione di Andrea, al super hipster tatuato. In mezzo ci siamo anche noi, che andiamo a fare la spesa e prepariamo panini per un esercito. Carichiamo le bici e infiliamo cibo in ogni fessura rimanente delle nostre Miss Grape: riesco anche a infilare un tubo di biscotti tra il reggisella e la borsa sopra il telaio. Sembra fatto apposta. Ultimo controllo e si va a dormire presto. Sarà l’ultimo letto che vedremo per giorni, meglio sfruttarlo al meglio. 

15 febbraio. A colazione Andrea dice che si è sveglia-to alle quattro e ha ribaltato le borse perché non era convinto e ha cambiato tutto. Non benissimo, ma si parte. Ad aspettare il via, vicino a noi, c’è Sofiane Sehili. A colpo d’occhio parte leggerino e decisamente punk; non ha la front bag, quella in cui si tiene il necessario per dormire. Infatti lo rivedremo all’arrivo, dopo che avrà vinto la corsa in 3 giorni, 21 ore e 50 minuti. E avrà dormito 3 ore complessive. 

Si parte per davvero ed è una liberazione. Mesi di preparazione sono lì sotto il culo e nelle borse che ti porti in giro. Da qui in avanti le giornate saranno il sogno di ogni ciclista. Portato all’estremo, ma un sogno. Svegliarsi, prendere la bici, guardare l’alba in corsa, pedalare, fermarsi a mangiare, pedalare, guardare il tra- monto, pedalare, dormire. Zero pensieri, se non quelli che servono per gestire l’immediato e il futuro molto prossimo. Nessuna energia sprecata per altro, se non per arrivare a quel maledetto albergo in riva al mare dopo 1.145 chilometri.Dopo i primi 40 chilometri di asfalto arriva lo sterrato, i villaggi diventano più piccoli e il dislivello segnato sul display inizia a crescere. Mattia ha un altro ritmo e va per la sua strada, io e Andrea comunque non vogliamo perdere tempo. Sappiamo che il passo più alto della gara, 2.500 metri, è dopo 100 chilometri e la discesa successiva è da camminare. Vogliamo farla con la luce e arrivare al check point 1 prima di sera. 

Ci riusciamo e al CP1 ci rendiamo conto di esserela prima delle coppie a timbrare la brevet card. È il momento che segna il nostro approccio all’intera gara. Non eravamo partiti con la minima idea di correre per vincere. Ma mi conosco e so che non sono mai riuscito a giocare nemmeno a calcio balilla all’oratorio senza metterci un po’ di agonismo. Abbiamo un po’ di imbarazzo a dircelo, ma entrambi ormai stiamo pensando perché non provarci, già che ci siamo. 

Spingere, in una gara di ultracycling, non vuol dire andare forte. Vuol dire essere efficienti, fermarsi poco e farlo quando si ha bene in testa cosa bisogna fare una volta giù dalla sella. Molti sostengono che ci si debba fermare solo quando ci sono almeno tre cose da fare. Mangiare, caricare il telefono e vestirsi. Riempire le borracce, controllare la traccia, sistemare le borse. Vuol dire accettare qualche compromesso in termini di ore di sonno e comfort lungo la strada. Ognuno trova il suo equilibrio, a seconda di dove posiziona la soglia di sopportabilità.Siamo solo all’inizio e la prima notte pedaliamo e camminiamo. Abbiamo idea di essere in un posto bellissimo, un deserto probabilmente, ma è buio e proviamo ad immaginarcelo. Sappiamo solo che ci sono un milione di fiumi secchi da attraversare. Scendere nei letti e risalire dall’altra parte, a volte su muri alti quattro o cinque metri, è estenuante. Alle 5 finalmente vediamo il fondo e decidiamo di dormire un paio d’ore vicino ad una pianta. Ci sveglieremo con entrambi i materassini bucati. La pianta aveva le spine: evviva. 

Il menu del secondo giorno ci consegna una colazione con omelette da un benzinaio, un guado e un altopiano infinito. 100 chilometri, molti dei quali da camminare. Le valli di fronte a noi sono bellissime, conformazioni di rocce a strati di colori diversi a perdita d’occhio. Riesco a godermele meglio riguardando le foto: probabilmente questo è il momento più duro della nostra Atlas Mountain Race. 

Dieci ore, senza rifornimenti. L’acqua finisce molto presto e arriviamo al paesino successivo esausti e quasi disidratati. Ci troviamo Mattia, con un manubrio spez- zato a metà, riparato con del nastro isolante e un pollice aperto, riparato con dell’Attack. Non riesce a chiudersii vestiti e le cerniere con la mano: non può più essere autosufficiente, la regola base per entrare nella classifica di questo tipo di eventi. Con una forza di volontà incre- dibile decide di continuare e, d’accordo con Nelson, si aggrega a noi perché possiamo fornirgli assistenza. Pedaliamo fino a dopo il tramonto e dormiamo in cima ad una salita. Il terreno è di ghiaia sottile, l’inclinazione è perfetta, è riparato dal vento. Nei cinque secondi prima addormentarmi, esausto, guardo un cielo stellato che non posso descrivere dalla rete del mio bivy. Il mondo è bellissimo. Basta tornare all’essenziale e farselo bastare.Il giorno 3 è business as usual da Atlas Mountain Race. Salite, discese, gravel, un po’ più gravel, omelette, persone ospitali, qualche tratto da camminare, paesaggi incredibili. Ripetere, dalle 5 di mattina alle 2 di notte. Fossero tutti così, nella vita, i business as usual… 

L’indomani si punta ad arrivare in mattinata a CP2, finalmente. Partiamo già provati da una notte di cani ululanti e rumori molesti. Il falsopiano di 14 chilometri dritto, sterrato, mi svuota completamente mentreil sole sorge. Il Garmin non segna mai una velocità superiore a 9-10 all’ora. Fate voi i conti di quanto possa essere durata questa agonia. 

Ma CP2 arriva dopo che scolliniamo e una strada sterrata ci porta in mezzo a un’oasi bellissima. Con lui la possibilità di fare una doccia, riposare qualche minuto e mangiare un pasto intero: omelette, tajine di polloe insalata. Un paradiso con biglietto d’ingresso decisamente alto: il conto del pranzo è soggetto a un’inflazione che neanche la Germania a fine prima guerra mondiale. Ci restano pochi Dirham in tasca e il primo bancomat è 150 chilometri fuori traccia: da qui in avanti c’è da arrangiarsi con tonno e sgombro in scatola, pane e biscotti marocchini. Pasto completo con 15 Dirham, 1,36 € al cambio attuale. 

In ogni caso c’è da pedalare, tra paesaggi surreali e ospitalità dei Berberi. Beviamo il tè con donne che stanno tessendo un tappeto, ceniamo in un paesino in cui l’unico negozio ha finito il pane. Tempo due minuti un amico porta quello che aveva in cucina e il problema è risolto. 

Ci aspetta molto asfalto. Vedere sul Garmin asfalto tra 10 km mentre rimbalzi da tutto il giorno è una liberazione. Ma è come quando ti chiama la tua ex per chiederti di vedersi per un caffè. Sembra una bellissima idea, ma due minuti dopo ti ricordi perché vi eravate lasciati. L’asfalto, in Marocco, vuol dire drittoni infiniti di 10, 20 km che ti spaccano il cervello e lo spirito. 

Quando torna lo sterrato siamo su una strada coloniale costruita a mano. È molto smosso, si va pianissimo esi fa fatica, di testa e di gambe. Ma è il contrappassoper il paesaggio che attraversiamo, lontani dalla civiltà. Che in Marocco non vuol dire essere da soli, perché ovunque, lontano da qualunque forma di villaggio, puoi trovare una persona seduta su un sasso che ti guarda passare. In cima c’è un berbero solitario; non resisto a dargli la bici per una foto. 

E fu sera e fu mattina. Quinto giorno. Arriviamo a CP3 a tarda sera, hanno finito il cibo. Ci sono solo pasta e riso, dice il proprietario, a cui rispondiamo di portare tutto. Si presenta con un piatto in cui ha condito la pasta con il riso. O il riso con la pasta. Tutto in bianco. Va bene tutto, per quanta fame abbiamo. Siamo ancora primi, con un paio d’ore sulla seconda coppia e decidiamo di dormire due ore e ripartire alle 4. Mancano solo 190 chilometri, speriamo di arrivare con la luce, una birretta in mano e un tramonto sul mare. 

Nelson, invece, la pensa diversamente. La traccia ci catapulta da luoghi che a tratti sembrano la Sicilia, a tratti la Toscana, per poi tornare nel deserto prima di scendere sulla costa. Una bella salita di 3 chilometri a piedi e qualche altro passaggio ci portano a vedereil tramonto quando ne mancano 40 all’arrivo, prima dell’ultima discesa.Da qualche ora il mio ginocchio destro sta esplodendo, le piante dei piedi bruciano talmente tanto che in discesa stringo la sella tra le cosce per non appoggiarle. Sono al di là di ogni mio precedente livello di sofferenza patito in sella a una bici. In questo stato, di fronte al tramonto, piango dietro le lenti dei miei occhiali mentre scendiamo verso il mare. Ci sono voluti 1.100 chilometri e tanta sofferenza, ma momenti come questo sono quelli per cui vale la pena essere vivi. 

Gli ultimi 5 chilometri si cammina nella sabbia, chiedendoci perché Nelson abbia voluto mettere ulteriormente alla prova la nostra pazienza. Ma poco importa, l’arrivo e la grande famiglia dell’Atlas Mountain Race ci aspettano per l’ultimo timbro sul brevetto, un giro di birre e, finalmente, una doccia. Poco importa che siamo riusciti a mantenere la nostra posizione, la festa è per tutti quelli che arrivano. La classifica non conta. 

Poco importano anche i momenti di difficoltà, il terreno sconnesso, le paure e i dubbi, le crisi di nervi, le 14 ore di sonno in quattro notti. Il giorno dopo svanisce tutto e rimangono i momenti belli, i luoghi e le persone. Rimane solo un’avventura talmente forte da segnarti per sempre, perché ti ha fatto scoprire, ancora una volta, che l’incerto si può affrontare e che c’era un posto, soprattutto dentro di te, ancora tutto da esplorare.

 

LE 10 REGOLE PER AFFRONTARE UNA ULTRACYCLING.
PRIMA REGOLA, NON IMPROVVISARE

Ovvero i dieci consigli per preparare una ultracycling scritti da chi ha dovuto sbatterci il naso per la prima volta in occasione dell’Atlas Mountain Race

Non sostituisce una dieta sana ed equilibrata, c’è scritto su tutti gli integratori. Anche sull’etichetta di quanto segue c’è un disclaimer bello grosso, che recita così: non sostituisce una sana ed equilibrata pianificazione e una contestualizzazione delle informazioni in esso contenute. Ognuno ha le sue preferenze, le condizioni cambiano e una valutazione personale è sempre necessaria. Anche per lo stesso evento, Mattia, Andrea e io abbiamo fatto scelte diverse e, a posteriori, le abbiamo valutate con diverse opinioni. Non esiste quindi una scienza esatta, ovviamente. Qualche regola generale, però, si può dare. Come per il Fight Club.

01 La prima regola dell’ultracycling non è non parlare dell’ultracycling. La prima regola è non improvvisare. Qualunque scelta facciate, se possibile, fatelacon anticipo e pedalateci sopra. Soprattutto la sella, provatela con anticipo, specie se cambiate stile. Ad esempio, se passate a una sella corta, come noi abbiamo fatto con la Fizik Argo, datevi tempo per abituarvi. 

02 La seconda regola è trovate tutte le informazioni che potete per scegliere bici, rapporti, ruote e copertoni. Alcuni setup saranno quelli ideali, ma molto dipende anche dalle vostre preferenze e dal vostro stile. Non rinunciate se non potete avere il setup ottimale: spesso la bici migliore è quella che avete in garage. Sul setup, per qualunque occasione, c’è solo una certezza assoluta: tubeless tutta la vita. 

03 La terza regola è fatevi mettere in bici da qualcuno bravo. Non importa se sono anni che pedalate con quella posizione e non avete mai avuto problemi. Stare in bici 20 ore al giorno, per più giorni, porta a galla tutti i minimi errori di postura e li esaspera. Noi abbiamo fatto la nostra posizione con il sistema Retul insieme ad Andrea Fusaz, a Udine. Nessun sabato pomeriggio fu meglio speso. 

04 La quarta regola è la bici è solo l’inizio. Vi sembrerà di essere a metà del lavoro, ma è da qui in avanti che viene il bello. A partire dalle borse. La borsa davanti con tutto quello che serve per dormire: meno l’apri- te, meglio è. La borsa sottosella con vestiti e cose che servono poco: non esagerate con la capienza. Se non vi bastano 15 litri, state portando cose inutili. La frame bag con tutto quello che serve a disposizione: manicotti, gambali, documenti, attrezzi vari. È la borsa fondamentale, può valer la pena investire per un custom adatto alla propria bici, come abbiamo fatto con le nostre Miss Grape. 

05 La quinta regola è abbigliamento e sleeping system si valutano su tre fattori, in quest’ordine: performance, comprimibilità, peso. La prendo in prestitoda James Hayden, che ne sa più dime. Valutate per prima cosa clima e scenari possibili per decidere cosa vi serve. Da lì partite con la scelta degli elementi, tenendo a mente che ilpeso è l’ultima cosa da considerare. Quanto e cosa portare dipende davoi, ma finirete per portare più del necessario: guardate la bici due ore prima di partire e sforzatevi di togliere almeno uno o due capi. Ciò che non può mancare: giacca antipioggia, guanti, gambali, manicotti, piumino leggero. In generale, quando mancano le forze (o le calorie), si percepisce più freddo: tenetene conto. Per dormire la grande scelta è tra il bivy bag o la tenda. Dipende da voi, dal clima, dal vostro spirito: noi abbiamo optato per il bivy. Per l’abbigliamento, il nostro kit personalizzato Sportful. 

06 La sesta regola è sapere dove andaree vederci chiaro. Studiate il percorso, mettetelo su un dispositivo di navigazione e accertatevi che funzioni per tempo. Se disponibili, caricate le mappe, non solo la traccia. Per sicurezza tenete la traccia su un disposiivo di backup e sul cellulare, in una app come Komoot o Garmin Connect. Le luci sono fondamentali. Se potete, investite in un buon prodotto. Per luci e navigazione, assicuratevi di avere abbastanza batterie o una dynamo che vi consenta di ricaricarle. Soprattutto per il fuoristrada, viste le velocità più basse, preferisco le batterie alla dynamo. Ricordatevi di caricarle tutte le volte che è possibile, anche quando vi sembra che non ce ne sia bisogno. 

07 La settima regola è mettersi nelle condizioni di riparare tutto. Più che una regola, è la legge di Murphy applicata al ciclismo: se dimentichi un pezzo di ricambio o un attrezzo, sarà esattamente quello di cui avrai bisogno. Da avere sempre: camere d’aria, valvola tubeless di scorta, multi-tool, tacchette e pastiglie freni, false maglie, pompa, toppe. Cose che non pensavi di dover portare: nastro isolante e nastro americano (ci si riparano anche i manubri), Attack (ci si riparano anche le ferite), accendino, coltello. Ah, l’olio della catena non è mai abbastanza. 

08 L’ottava regola è l’igiene va bene, ma deve occupare poco posto. Spazzolino, dentifricio, crema solare, crema soprasella, sapone e salviettine umidificate sono il set base. Tutto il resto, se ci sta e ne sentite il bisogno. La carta igienica è il primo lusso che ci si può concedere, un asciugamano e il deodorante fanno meno differen- za. Sempre con voi un piccolo kit di emergenza con disinfettante, bende e qualche cerotto. 

09 La nona regola è il cibo non è mai troppo. Riempite ogni angolo delle borse, le tasche della maglia, le tasche dei pantaloncini di cibo. Vi sembrerà troppo. Aggiungetene ancora; e poi ancora. Barrette ma anche e soprattutto cibo normale. Fate anche bene i conti per l’acqua. 

10 La decima regola è non fatevi troppe paranoie. Più si avvicinerà l’evento, più sarete assaliti dai dubbi. Ma se vi siete preparati bene non avrete problemi. Partite, in qualche modo poi ci si arrangia sempre. La parte difficile è fatta: ora basta pedalare. 


The Slovenian Affair

La prima puntata del nostro podcast è dedicata al ciclismo sloveno. In realtà è un’analisi ad ampio raggio per capire come sia possibile che da una nazione di due milioni di abitanti, con relativa tradizione sulle due ruote, possano essere usciti nel 2020 il corridore numero uno e due nella classifica mondiale.
Di seguito il testo completo di ‘The Slovenian affair’.

Testo: Alessandro Autieri
Con il prezioso contributo di Sergio Tavcar.

Si dice che il boato che accompagna una giocata di Luka Dončić all’interno dell’American Airlines Center di Dallas si possa sentire lungo le pareti del Triglav. Come una scossa di terremoto che smuove le passioni, scende dal Monte Tricorno, passa per i laghi di Bled e Bohinj, specchi d’acqua misteriosi e incontaminati, per arrivare fino alle vie di Lubiana.

La Ljubljanica è il fiume che bagna la capitale slovena, e l’eco che arriva dai palazzetti dell’NBA si amplifica lungo il suo cammino, vibra, arrivando fino a quelle botteghe artigiane sempre in fermento, tra le bancherelle del mercato centrale, nelle splendide strade cittadine che fioriscono in mezzo all’architettura classica ma allo stesso tempo all’avanguardia creata da Jože Plečnik, artista capace di dare un tocco di genio visionario a un capoluogo con tratti più mitteleuropei che balcanici.

Lubiana, oggi, è una città aperta, più viva che mai, ricca di influenze ma dalla forte identità e che trasuda l’operosità e l’eleganza slovena e la sua voglia di farsi conoscere nel mondo.

Un numero fatto col pallone a spicchi da Goran Dragić, in maglia Miami Heat, echeggia negli occhi di un ragazzo appollaiato davanti alla televisione.
Quello stesso ragazzo che sogna nel campetto sotto casa, mentre imita i movimenti dei suoi idoli, asciugandosi il sudore che scende dalla fronte e bagna la canotta da basket della nazionale slovena, squadra tutt’ora campione europea in carica dopo il titolo conquistato in Turchia nel 2017.
Sempre quel ragazzo, o forse uno qualsiasi dei suoi coetanei, si esalta facendo pratica con i tiri da tre in quel centro polifunzionale all’avanguardia sia dal punto di vista architettonico che delle sue funzionalità e che sorge subito fuori Lubiana.

Un luogo che permette di unire l’estro slavo alla disciplina e al duro lavoro che caratterizza da secoli il DNA di questo popolo. Completato nel 2010, l’impianto è una delle tante tessere di un puzzle di segreti, mosse indovinate, semplice divenire delle cose, che rendono grande la Slovenia sportiva.

Pare che una giocata di Ilicic, stavolta con il pallone tra i piedi, provochi godimento. Estasi. Quella palla te la nasconde, lui, figlio di una tradizione slava che col pallone ha sempre mostrato di avere una marcia in più.

Slavi, uomini che hanno preferito dilettarsi nei giochi di squadra e in particolare con sfere di ogni peso e dimensione: calcio, pallacanestro, pallavolo, pallamano e pallanuoto.
Dentro di loro, si fa strada una linfa definita nadmudriti, un atteggiamento all’apparenza denigratorio che letteralmente significa irridere l’avversario, come scriveva Sergio Tavčar nel suo libro sul basket jugoslavo.
E così Ilicic prova a scacciare i pensieri negativi con quel suo sinistro che pare irreale, con una veronica, una punizione intrisa di magico realismo che si infila nel sette. A volte c’è riuscito, altre è piombato nel male oscuro della depressione che lui ha provato a mandare via attraverso lo sport – c’è riuscito, almeno in parte, o almeno così vogliono le maledette apparenze.

Eccoli i pensieri negativi!
Come quelli che girano nella testa di un ragazzo che guarda ammirato l’imponente struttura di Planizza che ospiterà nel 2023 i mondiali di sci nordico.

Quel ragazzo si prepara, sci ai piedi, a lanciarsi da un trampolino che solo a misurarlo vengono le vertigini. È un trampolino e quindi un’opportunità. E lì non puoi avere pensieri negativi, né vertigini. Perché se guardi giù, da quella striscia in pendenza ricoperta dal ghiaccio, puoi solo avere la convinzione di essere il migliore. Magari non il migliore tra tutti gli uomini, o per meglio dire, tra tutti i ragazzi, ma il migliore contro la natura, come quando la carne sfida il vento che fende schiaffi.
Ti batti contro di lei prima ancora che contro te stesso. Ora puoi solo fidarti, farti cullare e ipnotizzare dal senso delle lamine che impongono forza e attrito su quella neve mista ghiaccio che fa un rumore che sembra polistirolo sgranocchiato.

Primož Roglič è quel ragazzo o forse è solo emblema di una generazione di sportivi che arrivano dalla Slovenia per dominare il mondo nei rispettivi sport.
Primož Roglič i pensieri negativi li ha scacciati e li ha schiacciati.
Non come un cestista di tradizione slava, ma come uno sciatore di tradizione slovena che sfrutta l’impeto e lo slancio della multidisciplinarietà, per diventare, nel giro di qualche anno, il ciclista numero uno al mondo.
Multidisciplinarietà: un’altra chiave del successo, un’altra tessera del puzzle – tenetelo a mente.
Primož Roglič ha mandato via le nubi nere che si addensavano davanti ai suoi occhi e che provavano a tempestare il suo cammino. Lo ha fatto più di una volta quando sciava. O meglio, quando balzava in alto, apparentemente nel vuoto, con gli sci.
Ha iniziato così. Ha fatto pratica così. Come fanno tutti da quelle parti.

Perché se lo sci ha la sua importanza vitale, il Salto con gli Sci è una specie di rito di iniziazione.

Tra le Alpi Giulie ogni impianto ha il suo trampolino. Ogni ragazzo parte così. È una sfida, quasi un modo di essere. È radicato, diventa la base di ogni sport.
In passato, quando esisteva la Jugoslavia, nelle scuole era d’obbligo partecipare alla settimana bianca. Ora le abitudini sono cambiate, è vero, recentemente, alcuni test fisici e attitudinali che hanno fatto sui ragazzi sloveni a scuola, dimostrano come i giovani non sanno più arrampicarsi, non hanno sviluppato il sistema muscolare delle spalle e della schiena.
Cresce lo standard, la gente si imborghesisce: d’altra parte con la fine della Jugoslavia la nazione è emersa in fretta, più delle sue ex sorellastre e hanno iniziato a girare soldi e affari: ci sono aspetti negativi figli di quest’epoca e che spesso vanno di pari passo con quelli positivi.
Ma nonostante qualche cenno avverso, questo è il momento dello sport sloveno in cima al mondo.
Gira denaro e lo si sfrutta bene, e lo sport è spesso cartina tornasole dello stato di salute di una nazione: in Friuli tra i primi dieci migliori clienti nel settore turismo, quattro sono sci club sloveni.

A Portorose, paese sul mare di quasi tremila abitanti: gran parte di loro è iscritta a uno sci club.
Nello sloveno scorre ghiaccio nelle vene. Piste da sci si fanno spazio tra le arterie; paletti, trampolini, anelli, poligoni sono cellule e atomi. È una lunga tradizione che li accompagna.

«State zitti, voi, che siete un popolo di sciatori».
Per decenni gli sloveni venivano derisi così dagli altri popoli della ex Jugoslavia.

E così, Primož Roglič inizia, come fan tutti.
Arriva da un piccolo borgo vicino a Kisovec, tra Troblje e Krastnik, zona di miniere di carbone, e nel suo sangue scorre l’etica del lavoro.
Ha tredici anni. Non c’è alcuna derisione per quello che fa, né lui accampa mai scuse né alibi che diverranno tratti distintivi che lo porteranno al vertice del ciclismo mondiale.
In questo momento della storia ha solo un paio di sci larghi e piatti ai piedi. Una tuta che richiede una ricerca spasmodica dell’aerodinamica. Ci sono investimenti importanti, test nelle gallerie del vento come fossero automobili.
È sempre l’uomo contro il vento anche se viene soffiato da macchine costruite per l’occasione.

Roglič con gli sci ai piedi sapeva vincere! Poi un giorno cadde. Ed eccoli i cattivi pensieri.
Siamo a Planìzza, si diceva. Test di allenamento per le gare di volo con gli sci che dovete immaginarvela come una versione ancora più estrema di uno sport già estremo di suo.

Siamo in mezzo alle Alpi Giulie al confine con l’Italia, in una terra verde, ma così verde che quel colore è anche simbolo nazionale e si calcola come circa il sessanta percento dell’intero territorio sloveno sia ricoperto di boschi. Lubiana stessa è stata insignita nel 2016 del titolo di “capitale verde d’Europa”.

Quasi metà del territorio sloveno è considerato protetto, sono circa quindicimila i siti con lo status di luogo di interesse naturalistico e il centro storico di Lubiana è interamente pedonale. Un posto verde dove ovunque ti giri trovi parchi, montagne a delimitarne la cornice, fiumi, laghi.
Una varietà di territorio che sorprende e colpisce considerando una superficie grande più o meno come una regione italiana e la bandiera che sventola non mente: in mezzo al tricolore sloveno c’è disegnato il Triglav.
Anche così gli sloveni fanno conoscere il loro rispetto per la natura, e si preparano tutti i giorni per essere al vertice dello sport. Qualunque sia!

E le tute degli appartenenti alle nazionali dei vari sport?
Fateci caso: sono verdi, come questa terra, e bianche, come la neve. E proprio su quella neve Primož Roglič finisce per sbatterci sopra con violenza. È un salto andato male, capita purtroppo.
Capita che nel momento esatto in cui ti lasci alle spalle il trampolino, puoi sbagliare il timing nella fase di stacco, puoi prendere una folata e ti scomponi in volo, quei gesti ripetuti a memoria vanno a farsi benedire, ti sbilanci e finisci a terra.
Capita che mentre sei in alto puoi ritrovarti ancora a vedere la città sullo sfondo, l’orizzonte, un tramonto di settembre con i suoi colori sfumati dal blu al rosso, poi chiudi gli occhi e ti ritrovi a terra.
È un attimo. Sbatte la testa, Roglič, sviene e viene trasportato d’urgenza in ospedale: contusioni multiple ma nessuna frattura. Riprenderà a saltare, vincerà persino un titolo mondiale tra gli juniores e crescerà fino a gareggiare in Coppa del Mondo.

Ma Roglič ha il fuoco dentro.
Non vuole essere uno dei tanti, è arguto, vuole essere il migliore, e capisce che nel salto con gli sci non ci riuscirà.

In Slovenia, la scuola pone un accento fondamentale all’educazione sportiva. Questo è un richiamo di quello che è sempre stato alla base in Yugoslavia dove lo sport vive al centro di tutto.
Si gioca a palla principalmente, “uno sport logico per gente intelligente” scrive sempre Tavčar nel suo libro. Ma quando ci si sposta dal mare e ci si avvicina alle montagne, lasciandosi dietro l’eco di un pallone che rimbalza tra palestre e campi sportivi, oltre allo sci si scopre la bicicletta.

La bici in Slovenia ha sempre avuto una certa funzione sia dal punto di vista agonistico che sociale.
Per dire: le proteste contro il governo in Slovenia le facevano, fino all’avvento del maledetto Covid, ogni venerdì, con una grande parata ciclistica in centro città.

Se giri per Lubiana trovi di continuo persone in bicicletta: la capitale slovena è attraversata da un anello verde di ben trentaquattro chilometri da percorrere in bici: il “Sentiero della rimembranza e della fratellanza”, lungo il quale sorgono più di settemila alberi.

E Il ciclismo? Come tutti gli sport di fatica è radicato nel “Na sončni strani Alp”, ovvero il “versante soleggiato delle Alpi” come recitava lo slogan di promozione turistica della Slovenia.
Il ciclismo, sport di fatica, di polmoni, di muscoli tirati fino a mettere continuamente sotto stress ogni fibra, si addice a una società che è sempre stata sotto il dominio altrui.
Il ciclismo è costante nella pratica quotidiana e questo si riflette poi nello sport. In Slovenia si è sempre pedalato. Certo, prima c’era la cortina di ferro e non era possibile esportare talenti, ma basti pensare ai pionieri come Agustin Prosenik, nato a Obrezje, un tempo parte dell’impero austro-ungarico, oggi Slovenia.
Prosenik vinse la primissima edizione della Course de la Paix, gara che fino agli anni 2000 è stata un punto di riferimento per il mondo dilettantistico e vinta nella sua penultima edizione da Michele Scarponi.
Eravamo negli anni in mezzo ai due conflitti mondiali e Prosenik aveva un grande rivale: Janez Peternel. Quest’ultimo proveniva dalla Alta Carniola –  zona di montagna da dove arrivano molti dei corridori sloveni conosciuti oggi. Peternel era considerato il più forte ciclista jugoslavo della sua epoca, ma la sua carriera fu pesantemente condizionata dal conflitto mondiale.

Durante la seconda guerra mondiale, Peternel combatterà di fianco ai partigiani, ma fu catturato, deportato e imprigionato nel campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, un posto dove si andavano a infrangere i sogni, la vita, le speranze e realizzato nel 1941 dal regime fascista.
Al suo interno venivano internati tutti i civili rastrellati nei territori occupati dall’esercito italiano in Jugoslavia. Peternel riuscì a scappare ma lo aspettavano i fucili che gli vomitarono la morte addosso.
Aveva solo 30 anni.

Da Prosenik a Peternel, passando per Valjavec, Hauptmann, Hvastija, Murn, Stàngelj e Klemencic, fino a Roglič e Pogačar. Da una corsa per dilettanti, passando per buoni risultati al Giro e al Tour fino alla cima del mondo del ciclismo. Primož Roglič non trova il ciclismo per caso, forse più per un incidente di percorso.

Dopo quella caduta scopre che andare in bici gli piace. Qualche anno più tardi inizia a pedalare come cicloamatore. Partecipa a diverse Gran Fondo, ma mentre lui arrivava al traguardo, gli altri erano ancora a metà percorso, ci racconta Sergio Tavcar.
L’Adria Mobil, storica squadra Professional di Novo Mesto, venne a conoscenza dei prodigi di questo ragazzo che non era nemmeno dilettante. Lo chiamano per farlo correre per loro e gli fanno fare tutti i vari test; rapporto peso potenza, capacità polmonare: tutto il necessario per capire la struttura e le risposte fisiche del ragazzo. Dopo quei test contattano Martin Hvastija il commissario tecnico della nazionale slovena di ciclismo su strada. «Tu cerchi qualcuno per la nazionale. Vero? Ti mandiamo un cicloamatore». Sembra uno scherzo telefonico. «Mi state prendendo in giro?” Risponde il ct. «Un cicloamatore per correre con la nazionale?» Una volta visti i risultati dei test, cambia repentinamente idea. «Una roba simile noi non l’abbiamo mai vista», afferma sgranando gli occhi e a bocca spalancata.

Non c’è un vero segreto perché la Slovenia sia in cima al mondo, quanto un insieme di tasselli al posto giusto nel momento giusto. È disciplina, è fame di vittoria e senso del dovere, è tradizione, sono soldi ben investiti, è cultura sportiva e del lavoro: ma trovarsi con due fuoriclasse come Roglič e Pogačar, nati a nove anni di distanza l’uno dall’altro, è anche fortuna. Perché i corridori buoni ci sono sempre stati e sempre ci saranno: ma i campioni non si possono programmare.

Sono congiunzioni astrali, non è solo frutto di quello che si impara a scuola, o dell’importanza che viene data allo sport e alle ore di educazione fisica. Fino a qualche anno fa nelle scuole slovene c’erano cinque ore obbligatorie a settimana di educazione fisica, ora sono diventate tre. Uno dei vantaggi della struttura scolastica slovena è quella di avere il corso delle scuole primarie frequentata da ragazzi che vanno dai sette ai quindici anni di età. Questo significa meno scuole, ma strutture di qualità. Sono scuole dotate tutte di una palestra polifunzionale nelle quali si pratica sport nel vero senso della parola.

Molti paesi, in Slovenia, all’interno della propria palestra scolastica, vedono giocare le proprie squadre anche di livello professionistico: pallamano, pallavolo, basket. Lo standard è alto. Ci sono tribune, c’è una preparazione altissima: il sistema delle infrastrutture è radicato sin dai tempi della Jugoslavia e ha trovato nella crescita slovena un terreno florido nel quale affondare le mani ed estrarre talento e successo. Lo sport fa parte della loro cultura, del loro DNA. E i professori di ginnastica sono qualificati e fanno svolgere attività fisica vera e propria che sta alla base di tutti i successi sportivi che gli sloveni hanno ottenuto fino a oggi. Non basta? Lo sloveno è popolo di contadini, di minatori, di grandi lavoratori, si è sempre spaccato la schiena: la sofferenza è scritta nei geni e quando loro praticano lo sport non hanno problemi a soffrire.

Un segnale per capire quello che è lo sloveno è il fatto stesso che oltre agli sport più conosciuti, in Slovenia c’è una grande tradizione di ultra maratoneti che si dilettano a fare gare da costa a costa in America, o gare a piedi che durano ventiquattro ore. In Slovenia tutti vanno matti per il Triathlon, per l’Iron Man: c’è sempre stata questa tendenza a soffrire quando si fa sport.
Lo sloveno soffre e ama soffrire. E Pogačar soffre in bicicletta e fa soffrire gli avversari.

A ventidue anni vince il Tour, secondo corridore più giovane della storia a conquistare uno degli eventi sportivi più importanti e conosciuti del pianeta. Lo fa ribaltando quel suo fratello maggiore in gruppo, Primož Roglič, lasciandolo affondare tra i fantasmi, lungo le rampe che portavano i corridori a La Planches de Belles Filles, il penultimo giorno del Tour. Ed è una storia di fratelli quella che caratterizza Pogačar.
Arriva da una famiglia numerosa tutta casa e chiesa in un posto vicino Kranj, chiamato Komenda.
Un villaggio di poco più di cinquemila abitanti.

Dovete sapere come in Slovenia, in tutte le scuole, le varie società dei più svariati sport fanno dei test per vedere se qualcuno degli studenti potrebbe intraprendere la loro disciplina.

Un giorno andarono nella scuola frequentata da (Pogàciar) Pogačar, a Lubiana, gli emissari della Rog-Lubliana, l’altra storica squadra di club di livello internazionale e dove Rog non è altro che il marchio delle biciclette in voga già ai tempi della Jugoslavia. Trovarono questo ragazzo molto dotato, ma non era Tadej, era Tilen Pogačiar. Il fratello grande – “Ta vel’ki Poghi”. «Ci sembri adatto al ciclismo, vuoi venire?». «Certo, però guardate. Io vi darei un consiglio, se prendete me, prendete anche il mio fratellino. Mi batte sempre quando corriamo in bicicletta». Si unì anche “il piccolo Tadej” – “Ta Mau Poghi”, come lo chiamano tutti ancora oggi tanto che è pure il suo hashtag nei profili Social.
Vuol dire “il piccolo” e quel piccolo iniziò a gareggiare, a bruciare le tappe: bastano pochi anni per vincere il Tour de France. Pogačiar è stato anche campione sloveno di ciclocross e d’inverno pratica sci di fondo: cosa abbiamo detto? Multidisciplianerietà, un termine che a qualcuno spesso ancora non va giù. Sergio Tavcar definisce Pogačar “l’ultimo prototipo dello sloveno 3.0. Quelli che da eterni piagnoni perdenti sono diventati vincenti nati”.

La Slovenia ha poco più di due milioni di abitanti, ma negli anni è stata, e continua a essere, fucina di grandi interpreti dello sport mondiale: Maze, StuheZ e KranjeZ nello Sci Alpino, Lampich nel Fondo, Prevc nel Salto con gli Sci, Dragic e Doncic nel basket, Ilicic, Handanovic e Oblak nel calcio.
Nella pallamano sono stati bronzo mondiale nel 2017, nella pallavolo due volte consecutivamente vice campioni d’Europa nelle ultime due edizioni. Hanno preso parte alle ultime due olimpiadi nell’Hockey su Ghiaccio, Ianja Garnbret a 17 anni ha iniziato a dominare la Coppa del Mondo di arrampicata sportiva, vanno forti nel kayak e nella canoa. Nel 2016, 2019 e nel 2020 conquistano i titoli mondiali nella classe regina del motocross con Tim Gajser, fenomeno della specialità, uno che ha inchiodato Tony Cairoli, impedendogli di vincere il tanto agognato decimo titolo. Gajser è un eroe che emerge da un’incredibile tragedia familiare. Suo padre Bogomir correva nel motocross e si portava in giro alle manifestazioni suo figlio Zan. Il padre correva e quel figlio scorrazzava spesso a bordo pista. Non era incoscienza era attrattiva, era sangue, è sempre quel DNA che torna e fa capolino nelle storie di sport, di arte e mestiere e che si tramanda di generazione in generazione. Bogomir spicca il volo con la sua Honda e quando atterra, atterra addosso al suo ragazzo che si era gettato in pista. Il bambino muore. «Sono tornato a correre nel motocross poco dopo. Mi dicevano che ero un mostro, un pazzo. Ma cosa avrei dovuto fare? Arrendermi? Uccidermi? Ubriacarmi? Quando ho iniziato a fare questo sport non avevo soldi. Mia madre vendeva uova e latte. Vidi una gara di motocross e iniziai a sognare motociclette». Oggi Bogomir è manager, allenatore, psicologo dell’altro figlio, Tim, che esalta la Slovenia in motocross. Salta con la moto, invece che con gli sci, ma l’adrenalina e la velocità è simile solo che al posto dell’odore della neve c’è la puzza di benzina. «Prima di salire in moto ho fatto judo e e altri sport. E tutto quello che ho imparato lo trasmetto a mio figlio in modo che sia sempre preparato fisicamente».

Nel 2019 la Slovenia ha vinto la Vuelta con Roglič, terzo è arrivato Pogačiar al suo esordio assoluto in un Grande Giro. Nel 2020 Roglič e Pogačar chiudono il ranking mondiale individuale al primo e secondo posto e la Slovenia si piazza alle spalle della sola Francia in quello per nazioni.
In due hanno vinto Tour, Vuelta e Liegi Bastogne Liegi.

L’ultima volta che all’Italia successe una cosa simile era il 1998 con la doppietta Giro-Tour di Pantani e la vittoria alla Liegi di Bartoli.

Nella classica belga, sul rettilineo finale, dietro una transenna sventola profeticamente una bandiera slovena e tra i cinque a giocarsi il successo ci sono proprio tre sloveni. Vince Roglič, terzo Pogačar, quarto è Mohoric. Mohoric è stato il primo e fin’ora unico corridore nella storia del ciclismo a conquistare il titolo mondiale juniores su strada e l’anno dopo quello tra gli Under 23. Ma Mohoric oltre a essere una speranza luminosa del ciclismo sloveno è anche uno studente modello. Al liceo, un anno, è stato tra i cento migliori allievi di tutta la Slovenia venendo anche premiato dalle massime autorità statali. Forte in bici, bravo a scuola: sloveno modello. Ha 26 anni, solo quattro più di Pogačar, sembrava l’astro nascente del suo paese e al momento viene oscurato – ma senza quei due verrebbe considerato ugualmente un autentico campione. Quale forse diventerà.

La Slovenia in questa stagione ha conquistato anche una tappa al Giro d’Italia con Ian Tratnik. Siamo a San Daniele del Friuli, città del prosciutto, è vero, ma circondata anche da meravigliose colline e da tanto di quel verde da avere affinità con la Slovenia. Tratnik arriva da Idrija, a un centinaio di chilometri da San Daniele. Idrija è un paesino di montagna dell’Alta Carniola dove ha sede la seconda miniera di mercurio più grande del mondo, ma ormai chiusa da tempo. Non solo la miniera, ma caratteristici del luogo sono anche i meravigliosi lavori ad uncinetto, e gli “žlikrofi”, cappelletti dal ripieno speciale ottimi sia con il ragù di selvaggina che in brodo. Sergio Tavcar ci racconta anche che, secondo vulgata popolare, l’acqua del fiume Idrijca, contaminata nei secoli dal mercurio, ha reso tutti i suoi abitanti notevolmente pazzerelloni, per non dire un po’ “fuori”. In campo sportivo esistono solo due sport, il basket e il ciclismo dopo che si è persa la grande tradizione sciistica che c’era prima della seconda guerra mondiale – quando Idria faceva parte dell’Italia. Idrija in Slovenia è sinonimo di manicomio, in quanto il massimo centro di cure mentali in Slovenia è proprio lì. “È bello pronto per Idrija” si dice. Tratnik, che prima di andare in bici ha iniziato col basket, è in fuga quel giorno, vuole lasciare il segno distintivo da sloveno in questo 2020, avrà pensato anche lui di unirsi a questa incredibile baraonda. Attacca a inizio tappa, prima con una ventina di corridori, poi da solo. Successivamente, nell’ombrosa quanto ripida salita che porta in cima al Monte di Ragogna, viene ripreso dall’australiano O’Connor che lo stacca. «Ho trovato la forza per vincere quando ho visto la mia ragazza che mi incitava sull’ultima salita» racconterà a fine tappa. Tratnik, in Slovenia, è detto “il fratello dell’ubriacatore di Nachbar” e la sua storia è emblematica per capire come sono fatti gli slavi. Arriva da una famiglia di sportivi, è noto per essere un burlone, un tipo scherzoso sempre pronto alla battuta. Suo fratello Igor gioca a basket a buon livello, in passato ha militato anche nella Olimpia Lubiana. Quando era giovane, durante un camp di selezione dei migliori talenti sloveni del basket, Igor viene chiamato, insieme ad altri, a sfidare nell’uno contro uno Bostjan Nachbar, stella slovena dell’NBA, con un passato tra Houston Rockets, New Jersey Nets e New Orleans Pelicans. Igor lo canzona, a tratti lo umilia con il pallone tra le mani. Da lì diventerà per tutti “l’ubriacatore di Nachbar”.”

Ora si sente di nuovo un’eco che arriva dalla strada. Si diffonde tra Pirenei e Alpi e diventa poesia.
Si fonde con il sibilo silenzioso di una catena, con quell’ impercettibile clic del cambio, con l’odore di vino e cevapcici e si confonde tra le bandiere bianco, rosso e blu dei centinaia di tifosi che hanno sfidato la pandemia e si sono riversati sulle strade del Tour e della Vuelta, nonostante tutto. Sarà magari solo un momento di passaggio, lo vedremo, ma se conta ancora quello che succede oggi, beh, la Slovenia è in cima al mondo e per qualche anno ha intenzione di restarci saldamente.