Tour de l'Avenir: tre giorni decisivi

Oggi riparte il Tour de l'Avenir dopo un po' di riposo per i ragazzi sotto i ventitré anni che competono per portare a casa "il Tour dei giovani".
Cos'ha detto finora la corsa? Intanto che la Germania conferma le buone impressioni viste in fase di presentazione: la miglior Germania probabilmente mai schierata su queste strade, superiore anche a quelle che nel 2016 si presentò con un trio che poi si è rivelato niente male anche nella massima categoria: Ackermann, Schachmann, Kämna.

Michel Hessmann, diventato capitano dei tedeschi strada facendo, oggi dovrà difendere la maglia gialla - e sarebbe una notizia se il portacolori della Jumbo Devo concludesse domenica la corsa nei primi 5. Ha sfiorato il successo in una tappa a livello individuale e vinto la cronosquadre che gli ha permesso di vestire il simbolo del primato. A dimostrazione della completezza e compattezza del team teutonico.
Forte sul passo, si difende bene sulle salite brevi, lo scorso anno su quelle più lunghe non andò male, anzi, chiuse in crescendo, anche se non è lui l'uomo forte di questa squadra per la classifica finale. Si attendevano Steinhauser ed Engelhardt, ma sarà Hannes Wilksich (DSM Devo, 3° in classifica a 33'' e già 7° al Giro Under 23 ) colui che proverà a far salire la Germania sul podio de l'Avenir a 13 anni da Sergej Fuchs. Da valutare però le sue condizioni dopo essere stato preso in pieno dalla bici dell'etiope Berhe in una rocambolesca caduta avvenuta in volata l'altro ieri nella quale è rimasto coinvolto anche uno dei favoriti assoluti, Uijtdebroeks.

Tra i maggiori pretendenti alla classifica finale è spuntato - si fa per dire - Tom Gloag (2° a 25''), pareva promesso sposo della Ineos e invece nel 2023 andrà a correre con la Jumbo Visma. Gloag è uno scalatore, ma dotato anche di spunto veloce come ha dimostrato nel giorno del successo di tappa a Chaillac, si difende bene sul passo e arriva da una stagione fin'ora sotto tono a causa di guai fisici. Lo scorso anno cadde in discesa nell'ultima tappa e si ritirò quando lottava per un piazzamento nei primi cinque.
Al 4° posto (35'') segue Lennert Van Eetvelt. Sempre attento fino a ora il belga, 2° al Giro alle spalle di Hayter e dal 2023 con la Lotto-Dstny, sarà una delle tre carte che si giocherà la nazionale tricolore nelle prossime giornate. Le altre due: Cian Uijtdebroeks, già professionista con la BORA-hansgrohe nonostante la giovanissima età - è un 2003 e sarebbe un primo anno tra gli Under -, è 9° in classifica a 1'16'' dopo aver perso terreno giorni fa a causa di una caduta.
La terza punta è William Junior Lecerf (5° a 48'') piccolissimo, scalatore puro, corridore che a causa delle sue dimensioni potrebbe avere difficoltà nel passaggio tra i professionisti, ma questo non è il momento di pensarci. Il giovane belga è stato protagonista di un piccolo caso alla vigilia della corsa; corre nella Lotto Under 23, ma dall'anno prossimo passerà in quella che diverrà la squadra di sviluppo della QuickStep. Ebbene, i tecnici della sua attuale squadra, innervositi dalla scelta, hanno deciso di non fornire al ragazzo le biciclette per disputare la corsa con la maglia della nazionale.
Tutti e tre i belgi sono rientrati prepotentemente in classifica dopo la cronosquadre - vittoria sfiorata per 2", grazie all'importante contributo di Alec Segaert e Thibau Nys - e da oggi pomeriggio proveranno a far saltare il banco.

Come ci proverà la nazionale di casa, la Francia, che l'altro ieri si è sbloccata dopo un avvio complesso - ma calcolato vista la squadra a disposizione - vincendo con Romain Grégoire l'arrivo di Oyonnax. Grégoire, come gli è riuscito più volte in stagione, nonostante sia anche lui un 1° anno e dalla prossima stagione a tutti gli effetti professionista in maglia Groupama, ha vinto da strafavorito provando prima ad attaccare sull'ultimo strappo, e poi, dopo essere stato ripreso, vincendo allo sprint.
A proposito di sprint: nei primi giorni notevole lo spettacolo messo in mostra da tre corridori: l'ormai esperto norvegese Waerenskjold, vincitore della prima tappa, non un semplice velocista, ma un corridore resistente e di fondo, che non disdegna attaccare, molto simile a un altro norvegese che l'anno prossimo ritroverà nella stessa squadra - la Uno X - ovvero Kristoff.
Van Uden, Olanda (e DSM), anche lui sta facendo la spola tra professionisti e under 23, era in avvio il favorito per le volate e una l'ha portata a casa, e terrà duro per vincere la maglia verde. A proposito di Olanda da sottolineare anche la buona corsa disputata sin qui da Loe van Belle (maglia gialla simbolica indossata dopo la crono esibizione del primo giorno, fondamentale in pianura per i suoi e 2° dietro Grégoire l'altro ieri), forse il meno quotato alla vigilia della nazionale dei Paesi Bassi.
Sebastian Kolze Changizi, Danimarca, che come il britannico Sam Watson di tappe non ne ha vinte, ma è sempre arrivato con i primi e come i due sopra menzionati ha provato a lasciare il segno cercando pure di anticipare le volate. Oltretutto la nazionale danese, senza una vera e propria stella a questo Avenir, ha vinto una tappa con Adam Jorgensen, che ne ha sfiorata un'altra ed è stata tra le formazioni più attive in fuga, cercando il successo da lontano anche con più di un corridore alla volta.
Tornando alla Francia: il peso della classifica è tutto sulle spalle di un altro 2003 prossimo al passaggio tra i professionisti, ovvero Lenny Martinez (13° a 1'50''). Talentuosissimo figlio (suo padre Miguel è stato campione olimpico nella Mountain Bike, medagliato mondiale nel ciclocross e ha corso anche su strada con la Mapei) e nipote d'arte (suo nonno Mariano vinse la maglia a pois al Tour nel 1978), Martinez, già in evidenza in alcune corse tra i professionisti, in salita è il corridore più atteso per fare la differenza e provare a vincere la corsa che la Francia insegue dal 2016 quando Gaudu vinse davanti a Ravasi e Costa. Quello di Gaudu è anche l'ultimo podio transalpino in questa gara. Il suo distacco può sembrare importante, ma terreno per recuperare ce ne sarà in abbondanza.
Capitolo Italia: Davide Piganzoli (10° a 1'29'') si conferma una garanzia di risultato dopo il 10° posto al Giro '21 e '22 e il 9° alla Corsa della Pace '22. Corre molto bene in gruppo, si è scoperto versatile - ha rischiato di vincere la tappa di Oyonnax (3°) in uno sprint ristretto ed è il campione italiano a cronometro - non ha dei veri e propri punti di forza al momento, ma nemmeno deboli e fa della regolarità e della continuità la sua arma migliore.
Alessandro Fancellu era il nome da recuperare e ci siamo: è stato in fuga l'altro giorno in una tappa difficile da correre e interpretare e con un bel gruppetto dove i danesi facevano la voce grossa. Non è ancora il Fancellu che ci si aspetta, ma sta ritrovando il colpo di pedale e ieri, nonostante la fuga, ha chiuso alla fine a ridosso dei migliori, davanti anche a diversi corridori blasonati. Anche la classifica, è a 2' di ritardo, è tutt'altro che compromessa.
Di Lorenzo Milesi se ne parla poco ma l'utilità del corridore della DSM in questo Avenir non ha confini. I primi giorni ha provato a vincere, è stato fondamentale per una buona cronosquadre e per tenere i capitani davanti. Ha piglio, motore, sa correre: appare già pronto per il grande salto.
Davide Dapporto c'ha provato a farsi vedere con una fuga; chiude l'esperienza all'Avenir finendo fuori tempo massimo nella cronosquadre a causa di un problema fisico. Quest'anno ha fatto il salto di qualità, ma correre più gare all'estero dovrebbe essere (anche) per lui una chiave fondamentale per capire che livello di corridore potrà essere e ambire così al passaggio tra i professionisti a stretto giro di posta.

Difficile giudicare invece le prove di Alberto Bruttomesso, velocista resistente, è il più giovane della compagnia azzurra (2003), ha sicuramente faticato nei primi giorni per l'alto livello incontrato, ma sarà tutta esperienza utile, e di Alessio Martinelli, talento importante per i percorsi vallonati, l'altro ieri arrivato staccatissimo, ma purtroppo per lui questa è una stagione partita benissimo ma che da un certo punto in avanti si è complicata parecchio per un problema fisico prima del Giro Under 23. Entrambi hanno qualità importanti da coltivare.
Restano fuori da questo discorso altri corridori che in salita proveranno a ribaltare e perché no, a vincere la corsa, ma questioni di ansia sulla prolissità personale impongono di restringere il tutto a un breve elenco: Leo Hayter (7° a 1'01''), l'altra punta della Gran bretagna, sorprendente dominatore del Giro Under, Johannes Staune Mittet (6° a 56''), che cerca il terzo successo di fila per la Norvegia in questa corsa dopo Foss e Johannessen, gli scalatori Dinham (18° a 2'33''), Australia, e Arrieta (20° a 2'46''), Spagna e due corridori meno forti in salita ma apparsi in ottima forma: Karel Vacek (26° a 3'29''), Repubblica Ceca e Arthur Kluckers (11° a 1'41''), Lussemburgo. I tre giorni decisivi partono da oggi.


Le bici da crono appartengono al ciclismo?

Su una bici da crono, Chris Froome ha consolidato gran parte dei suoi successi al Tour, ma non solo: ha conquistato tre medaglie di bronzo, due ai Giochi Olimpici e una al Mondiale.
Su una bici da crono Chris Froome, probabilmente, salvo smentite in questo 2022, ha messo fine a una carriera ad altissimi livelli, forse anche a medio-alti.

Chi se lo dimentica: era il 12 giugno del 2019 e Froome era in ricognizione della tappa a cronometro al Critérium du Dauphiné, che si sarebbe disputata nel pomeriggio. «Mi stavo soffiando il naso - raccontò qualche tempo dopo - quando all’improvviso una folata di vento ha travolto in pieno la ruota anteriore, mi ha fatto sbandare e sono finito contro un muretto». Storia nota il seguito, i brandelli in cui si era ridotto, il bollettino medico.

Di bici da crono e dell'uso che se ne fa, parla Froome nel suo canale YouTube dove ogni tanto fa capolino raccontando senza troppi peli sulla lingua alcune dinamiche legate al suo mestiere - seguitelo (https://www.youtube.com/channel/UC-Kpp0NLi-Y3d7rKWscjZ3A) perché ha sempre cose interessanti da raccontare, mostrandosi mai banale e perfettamente in linea con il personaggio che è.

Le bici da crono appartengono davvero al ciclismo su strada, si chiede Froome? «Non fraintendetemi: amo le crono - racconta nel video, dopo aver mostrato cosa gli piace fare per rilassarsi nel tempo libero.

In garage, in mezzo a, indovinate un po'? Un sacco di bici. Appese al muro la collezione di quelle a cui è più legato, le Pinarello con le quali ha vinto i Grandi Giri (e difatti se ne vedono con livrea rosa, gialla e rossa); in garage mentre fa un po' di manutenzione dopo un allenamento: «Quando ero ragazzo lavoravo in un negozio di biciclette e questo è quello che mi piace fare, questo è il mio piccolo spazio» racconta fiero. Così come si dice interessato all'evoluzione tecnica delle bici.

È appena rientrato da un giro, Froome, un allenamento su bici da crono. «Stavo riflettendo, stamattina, proprio sulle bici da crono. Premessa: amo le prove contro il tempo, sono arte, abilità, sono qualcosa che devi conoscere bene per essere un ciclista professionista. Una delle cose magiche dei Grandi Giri è proprio l'equilibrio tra scalatori e corridori che vanno forte a cronometro. Questo è uno degli elementi più interessanti delle corse a tappe. Solo che le bici da cronometro non sono pensate per essere utilizzate su strada. Se nel Tour è inclusa una cronometro, spesso si tratta di uno sforzo di un'ora. Sta diventando sempre meno comune, è vero, ma per essere pronto per un esercizio così, dovrai uscire con la tua bici da cronometro per simularla. Su quante strade è possibile guidare per un'ora senza traffico, segnali di stop, semafori, persone che ti attraversano la strada? Nel mondo reale da nessuna parte. E poi - prosegue il 4 volte vincitore del Tour, che arriva a questa riflessione probabilmente anche dopo quello che è successo a Bernal - quando sei su una bici del genere sei chino sulle appendici e non hai le mani sui freni: non è una cosa sicura! Un conto è farlo in gara, un altro è su strade normali aperte a tutti».

E quindi Froome pone la questione: «Sono davvero necessarie le bici da crono nel ciclismo su strada? Eliminarle significherebbe, oltre a ridurre i pericoli, anche garantire condizioni di parità fra i contendenti. A fare la differenza potrebbe essere più l'abilità del corridore che il materiale, l'aerodinamica o le ore trascorse nella galleria del vento. Dobbiamo fare qualcosa: l'ironia della faccenda è l'UCI che sta escogitando diversi stratagemmi per ridurre i pericoli in corsa, come la posizione sulla bici in discesa, e questo sarebbe un passaggio facile da introdurre; qualcosa che avrebbe un impatto maggiore sulla sicurezza dei ciclisti. Siamo arrivati a un punto in cui bisogna pensare in modo più logico al nostro sport. Bisogna renderlo più sicuro. Certo, per me potrebbe essere uno svantaggio, ma bisogna pensare a un quadro più ampio e alla sicurezza dei corridori».

Qualcuno obietterà come Froome proprio grazie alle bici da crono ha arricchito il suo palmarès, d'altra parte lo specifica anche lui, ma si tratterebbe di guardare il dito e non la luna. E poi, chi meglio di uno che è sempre andato forte a cronometro potrebbe spiegarci il rischio nell'uso di questo mezzo sulle strade i tutti i giorni? Meriti sportivi o esperienza di Froome a parte, l'UCI ha il compito di ascoltare la voce dei diretti interessati, ponendo all'ordine del giorno la questione. Che poi l'opinione la diffonda un corridore così blasonato, non può che giovare a un'idea di cambiamento.

Foto: ASO/Gautier Demouveaux


Un girasole per Ernesto Colnago

Ai girasoli gialli associo la voce di Auro Burbarelli e il sapore di cedrata Tassoni, immancabili compagni dei pomeriggi di Luglio spesi in un bar di paese in Valsesia: un occhio al tavolo dei vecchi che giocano a scopone scientifico, un occhio alla TV nell’angolo, in alto a sinistra. Il Tour de France, quando non è montagna e non è Parigi, è una distesa di girasoli gialli tagliati da righe di matita a volte infinitamente dritti, a volte sinuosamente curvi. A non sapere che la colpa è di un giornale verrebbe da pensare che la maglia gialla sia un tributo a quei testimoni silenziosi.

Chissà quante ore ha passato Ernesto Colnago davanti alla TV a sperare che un suo atleta rubasse il colore dei girasoli e lo portasse a Parigi. Alla fine ci è riuscito un ragazzino sloveno nel 2020, nell’unico Tour che passava tra i girasoli appassiti di fine settembre: precisamente domenica 20 Tadej Pogačar portava finalmente una bici Colnago gialla in parata sugli Champs-Élysées.

Mi succede spesso di percorrere l’A4 avanti e indietro, in solitaria, e tutte le volte che appare l’uscita Cambiago in automatico leggo Colnago, anche perché onestamente non so nemmeno cos’altro ci sia a Cambiago se non l’azienda e la casa di Ernesto. Succede anche quel lunedì, il 21 settembre, che il cartello arriva.

Metto la freccia, cerco un fiorista e suono a casa Colnago con un girasole in mano:
“Buongiorno Ernesto, questo è per Lei. Complimenti per il Tour”.
“Scusi ma lei chi è?”
“Questo non è importante”.
"Beh, grazie. Io non so cosa dire”.

Oggi non passerò da Cambiago per caso e non saprei nemmeno se ci siano dei fiori indicati per un novantesimo compleanno.

In ogni caso, auguri Ernesto. Altre cento di queste maglie gialle.


A piccoli passi: intervista a Filippo Zana

Mancavano pochi chilometri all'arrivo della prova in linea per Under 23 dell'Europeo di Trento, quando Filippo Zana rompeva gli indugi. In Piazza del Duomo la gente si affollava davanti al mega schermo e si sentiva il boato della folla: tutto questo per aver visto le maglia azzurre davanti.

Il suo scatto faceva saltare la corsa come quando lo spumante cerca di uscire dalla bottiglia. Gli spagnoli, fin lì padroni del gruppo come cattivoni di un b-movie, si facevano da parte. Davanti restavano in sette.

«Baroncini e io stavamo bene» mi racconta Zana giorni dopo, soddisfatto per come è andata la corsa, nonostante il piazzamento finale: Baroncini 2° e Zana 6°. «Ho fatto il forcing: meno corridori fossimo rimasti lì davanti e più possibilità di medaglia avremmo avuto. Io non sono molto veloce, sono un passista scalatore e amo fare la differenza su salite di massimo 6/7 chilometri. Ho provato di nuovo la sortita arrivando in città. Alla fine non è andata male, una medaglia che ci dà fiducia per il futuro».
A sorprendere tutti Thibau Nys, che fa base nel ciclocross, ma mostra da tempo eccellenti qualità su strada e allo sprint. «Fare ciclocross ti dà qualcosa in più - afferma sempre Zana – l'ho praticato da ragazzo e quest'inverno tornerò anche io a sporcarmi nel fango. Parteciperò a qualche corsa per fare fatica e prendere freddo; per affinare il motore quell'ora che fai fuori soglia è tutto un guadagno quando riprenderai l'attività su strada».

Arriva dalla provincia di Vicenza, Zana, fa parte di quella classe '99 che tanto pare possa dare al ciclismo italiano. I suoi genitori hanno una birreria e lui ama i cavalli. Un doppio binomio: birra-fatica, cavalli-ciclismo che pare scritto apposta. «In realtà io sono la pecora nera degli Zana: da noi ha sempre dominato il calcio. Però i cavalli sono stati una parte della nostra famiglia. Me ne sono comprato uno qualche anno fa con i risparmi, le paghette, i premi vinti da ragazzo. Si chiama Vior; l'ho preso che si chiamava così e gli ho lasciato il nome: dicono che ai cavalli non vada cambiato». D'inverno, racconta, va nei boschi a fare legna per mantenere la forma fisica e Vior è sempre con lui.

Se scrivesse un programma politico, il suo impegno avrebbe un motto: "A piccoli passi". Dice di aver scelto di restare un altro anno in Bardiani-CSF-Faizanè perché è la realtà perfetta per uno come lui, perché se avrà la possibilità di passare nel World Tour vorrà essere pronto al 101% e qui trova lo spazio giusto per crescere con calma. «Se fai il passo più lungo della gamba rischi di bruciarti. Guarda tutti quei ragazzi che passano da junior a professionisti. Te lo puoi permettere se sei Evenepoel, ma se non sei un fenomeno cosa fai? Sbagli un anno e rimbalzi indietro e magari nemmeno una Professional ti vuole più».

Sesto all'Europeo, terzo all'Avenir, vincitore della classifica finale del Sazka Tour in Repubblica Ceca, risultati tutti ottenuti con la nazionale Under 23: la maglia azzurra lo gratifica, e lui vuole portarla in alto. «A inizio stagione con Amadori (il CT della nazionale Under 23, N.d.A.) ci siamo parlati e abbiamo programmato la stagione così. Che dite, secondo voi ho ripagato la fiducia?».
Vorrebbe far scorrere tutto il possibile sotto le sue ruote: ama la Roubaix, sogna la classifica in un Grande Giro («devo migliorare a cronometro e sulle salite lunghe, ma mi sono accorto di avere buone doti di recupero»), ma quest'anno l'infatuazione più grande è arrivata alla Strade Bianche. «Sullo sterrato e sugli strappi mi sono divertito un mondo. Certo che van der Poel ha fatto quello che voleva».

Racconta di non avere un proprio punto di riferimento in gruppo, ma di captare segreti da ognuno: «Ma soprattutto cerco gli errori per non commetterne in futuro io stesso». Si allena guardando watt e dati, ma in gara si lascia trasportare dalle sensazioni. Se pensa al ciclismo pensa al sacrificio, agli allenamenti, al “non si molla mai un metro”: freddo, pioggia o caldo che sia. Ma soprattutto, sostiene, il massimo è la soddisfazione che ti dà una vittoria. E prima o poi, a piccoli passi, arriverà anche quella importante.

Foto: Bettini