Oggi, ad Hautacam, Tadej Pogačar ha fatto esplodere il Tour de France: si è ripreso la maglia gialla e ha lasciato a minuti e minuti i più diretti rivali in classifica generale. Oggi, ad Hautacam, iniziavano i Pirenei, c’era il sole, persone e persone, suoni, rumori e tanto colore. Si notavano le venature più scure delle strade che, da queste parti, il calore scioglie, lasciando i segni dell’asfalto più scuro a riparare le rotture.
In bella vista erano anche le bende ed i cerotti sul corpo di Pogačar a coprire e proteggere le escoriazioni dopo la caduta di ieri, a causa di un repentino cambio di traiettoria di Tobias Johannessen. Era dispiaciuto e preoccupato il corridore norvegese, avrebbe voluto tornare indietro, avrebbe voluto cancellare quel momento, se solo avesse potuto. Invece non si può cancellare nulla e non lo scopriamo di certo qui, ma oggi, al Tour de France, o da qualunque altra parte, vicino o lontano dal ciclismo, vorremmo questa possibilità e accettare di non averla è difficile.
Samuele Privitera non aveva nemmeno vent’anni: non c’è più, dopo una caduta al Giro della Valle d’Aosta, nella giornata di ieri. Cosa può importare del resto? Siamo abituati a parlare di ciclisti che si staccano, che attaccano, che si ritirano, che vincono o che perdono. Non è concepibile l’idea che un ciclista, un ragazzo, non arrivi, non parta o non torni. Che non sia a ridere e scherzare, pure senza quella bicicletta. Non si può pensare. Ma la bicicletta, chissà perché, non possiede retromarcia, le persone nemmeno; allora l’una e le altre muovono in avanti. Per dovere, per necessità. Tadej Pogačar ha pensato negli ultimi chilometri ai giorni di dolore che lascia il ciclismo. Oggi, ad Hautacam, è uno di quelli. Silenzio, rispetto. La cronaca di quel che accade. non serve a nulla, non cambia nulla, ma tant’è.
Ben Healy non è più la maglia gialla di questo Tour e ce lo si poteva anche aspettare. All’arrivo, a circa 14 minuti da Pogačar, ha alzato una mano, in segno di rispetto per il Tour, in segno di rispetto per la maglia gialla. Ha ceduto sul Soulor, Healy, a più di cinquanta chilometri dal traguardo. La telecamera lo cercava impietosa. Accanto a lui è rimasto per lungo tempo Harry Sweeny: impotente di fronte a quella fatica. Oltre al caldo ed al sudore, c’è solo l’acqua, nelle borracce. Non abbiamo tenuto il conto di quante borracce abbia preso dall’ammiraglia, di quanta acqua abbia spruzzato in volto, sulla testa, sulle gambe, sulla schiena e sui capelli di Healy. Non sarà servito a molto, però è un gesto gregario che fa bene, un piccolo attimo in cui pure il male fisico della salita concede respiro. Il resto lo fanno le gambe, se ci sono, e la testa. Così Evenepoel è riuscito a rientrare sul gruppo pur essendosi staccato ai 53 chilometri dal traguardo, sul Soulor, la prima volta. Così non è riuscito a resistere al ritmo di Pogačar e della sua squadra sull’Hautacam. I Pirenei segnano la strada del Tour da oltre cent’anni e, più o meno da quel momento, segnano le crisi ed i giorni no. Segnano le gambe con il loro caldo appiccicoso che screpola le strade. Ci si arrende all’evidenza: non si può tenere quel passo, meglio accorgersene e salire del proprio passo che fare fuori giri. Cent’anni di solitudine quando quassù non è il giorno buono.
Soli. Oggi, al Tour de France, ci si sente soli e non è certo solo la salita ad affaticare gli occhi ed il cuore. In altre occasioni avremmo parlato di duello con Jonas Vingegaard. Se duello è stato, è stato un duello a distanza. Pogačar non dimentica: ricorda quel giorno del 2022, quando proprio il danese lo lasciò sul posto, proprio in questa salita. Non dimentica e sa che certe cose vanno sistemate il più presto possibile altrimenti resta qualcosa fuori posto. Vingegaard l’aveva staccato attraverso il ritmo di Wout van Aert, lui l’ha levato di ruota attraverso quello di Wellens e Narvaez, prima di agire in prima persona e andarsene via. Solo. Crediamo che Vingegaard pensasse di perdere meno tempo. crediamo tutti i suoi tifosi, sulla curva danese, fossero tanto dispiaciuti dal vederlo così staccato, quanto ammirati dallo sloveno. Perché è una corsa in bicicletta e si può restare a guardare uno di quei gesti da matti messi in piede da un rivale e pensare che, alla fine, è bello così. Pogačar non dimentica e ha la consapevolezza, come ognuno di noi, che nello sport sono possibili tante cose impossibili nella quotidianità.
Dove certe giornate storte proprio non si riescono a mettere a posto, anche se ci si racconta com’è andata la tappa al Tour de France. Anche se il cielo d’estate e la carovana possono trarre in inganno per qualche istante o poco più. Anche se davanti, in fuga, ci sono 52 corridori e l’ultimo a resistere è un certo Bruno Armirail, dal cognome di mare, all’avventura sulle vette. Anche se ci sono cartelli con la scritta “bidon” e piccoli e grandi canestri in cui fare centro. Dopo le montagne ancora montagne e una cronoscalata. La prossima pedalata, serve quella. Nelle salite o altrove. La speranza è che porti lontano, che porti via da quel che non vorremmo. Spesso non è possibile, ma la prossima pedalata arriva comunque. E poi un’altra e un’altra ancora. Tocca agli esseri umani.
Foto: Poci’s Pix