Di Transaphar Tel Aviv-Il Cairo 2022 vi avevamo già parlato, questa estate, prima che questa storia partisse, ancora meglio, prima che i suoi protagonisti, Niccolò, Giovanni e Lorenzo, partissero per un viaggio di 1000 chilometri e 10000 metri di dislivello fra queste due città. Le storie, però, si raccontano almeno due volte: quando si progettano e quando si vivono. Così il filo del viaggio di questi tre ragazzi lo abbiamo ripreso questo autunno, proprio da dove lo avevamo lasciato. Da quel ponte per arrivare in Giordania per cui i tre non avevano il visto necessario e dal timore che in bicicletta a Il Cairo avrebbero potuto non arrivare mai. Le altre strade erano più lunghe, troppo lunghe, rispettivamente cento e quattrocento chilometri in più.
«Abbiamo provato- spiega Niccolò- ci siamo avvicinati a quei militari e, sotto a quel sole, a più di quaranta gradi, abbiamo iniziato a spiegare quel che avremmo voluto. Ci avevano detto tutti che sarebbe stato impossibile, forse non avremmo dovuto crederci più, invece…». C’è qualche istante di silenzio, poi la voce torna: «Hanno guardato le biciclette, hanno controllato tutto, ci hanno fatto firmare molti fogli, ma, alla fine, ci hanno fatto passare. Hanno compreso, hanno capito e di tutto il viaggio questa comprensione è forse una delle cose più belle». Una parola nuova arriva proprio a questo punto della conversazione: audacia. La convinzione di questi tre viaggiatori parte da quel detto “la fortuna aiuta gli audaci”.

«Si pone sempre l’accento sulla fortuna, noi crediamo che forse l’accento vada posto sull’audacia. A patto di essere coraggiosi si può anche essere fortunati, qualcosa di buono può capitare, ma, senza coraggio, non c’è fortuna». Loro, per quella fortuna, hanno viaggiato in piena notte, per sfuggire al caldo, e si sono fatti forza anche di fronte alle parole più brutte.
Prima di una salita, a tarda notte, in un’aria di servizio, Lorenzo si ferma a parlare con il benzinaio: un signore di mezza età che proprio non vuole credere al loro viaggio, che lo ritiene impossibile, che ritiene assurdo scalare quella salita in piena notte: «Voi non sapete cosa c’è fra quelle strade: è una fornace per cani randagi». Il traduttore del telefono restituisce queste parole, ma Lorenzo, Giovanni e Niccolò non vogliono crederci, credono si tratti di un errore. Di lì a poco tutto sarà chiaro.
«Era davvero una fornace- chiosa Giovanni- e in cima c’erano davvero cani, tanti cani randagi. Siamo riusciti a passare grazie alle luci di un’auto che ha illuminato il percorso, Niccolò ha forato all’inizio della discesa. La paura è rimasta con noi per molto tempo quel giorno». Insieme alla paura, però, anche la gentilezza: quella delle persone per strada, delle famiglie che applaudivano al loro passaggio, quasi li conoscessero, certamente incuriosite dalle biciclette. Lorenzo racconta così: «Le poche biciclette che abbiamo visto erano quelle dei bambini, un gioco per loro che cercavano di batterci il cinque, di festeggiarci».
La gentilezza, sempre importante, quando è incontrata per strada vale di più, cambia le cose perché, in strada, siamo tutti soli, almeno in un certo senso: «Quando su una salita, a quaranta gradi, finisce l’acqua, si spegne la luce, anche se non hai sete, anche se non ci stavi pensando. Da quel momento ci penserai ogni minuto. Anche lì la gentilezza ha cambiato le cose: un camionista si è fermato, ci ha lasciato tre litri d’acqua, ci ha permesso di proseguire».

In fondo, spesso basta un gesto, un segnale. Niccolò, Lorenzo e Giovanni erano nei pressi del Mar Morto quando l’imprevedibile si è ripresentato: tre forature in un tratto sterrato e la strada che corre veloce lontano da locali, supermercati e hotel. Chilometri e chilometri senza nulla, la stanchezza, ad un certo punto la fame. Solo una base militare, solo quella. «Mi sono avvicinato a quei militari e ho fatto il classico gesto di chi ha fame, portando la mano alla bocca. Dal volerci mandare via, ci hanno aperto le porte dei locali in cui sostavano tutti i militari e hanno iniziato a mettere di tutto su un tavolo: tonno, pizza, pomodori, bevande. Alla fine ci si capisce, alla fine basta un gesto». Qualcuno tra quei militari ha anche voluto provare le loro biciclette.
Ancora chilometri, ancora pedalate, ancora acqua e cibo, ancora stanchezza, sudore, notti sempre più brevi e giorni sempre più lunghi, anche se fuori è buio, poi Il Cairo. «Si sente, si sa che è là in fondo, ma non ci si crede mai davvero. Almeno fino a quando si intravedono le piramidi. Non è una novità che in Egitto ci siano le piramidi, ma vederle quando arrivi da quattordici giorni di viaggio in bici fa la differenza. Si tratta di una botta di felicità». Simile alle matite portate nelle borse e donate ai bambini ad Amman o a tutte le volte in cui,. durante il viaggio, le luci delle moschee li hanno sorpresi nella notte. Simile a tanti altri piccoli momenti, semplici.
Nel negozio di un distinto signore egiziano, i tre ragazzi comprano tre pettini, un ricordo, un souvenir, in realtà l’unica possibilità perché si vendono solo pettini. Li porteranno a casa, saranno un simbolo, di quel viaggio e di ciò che accade sulle strade che meno si conoscono quando si parte e si ha un pizzico di coraggio in più.
Questo viaggio lo racconteranno ancora, molte volte, ed è giusto così. Perché le storie si raccontano sempre almeno due volte, ma in realtà molte di più.