Anche se tra Chambéry e Voiron, nel corso della diciassettesima tappa del Tour de France, succede praticamente di tutto, almeno una telecamera resta su Adam Yates che, quando mancano poco meno di cinquanta chilometri all’arrivo, si sposta da un lato della strada, quasi smette di pedalare, poi riprende così lentamente che si è portati a pensare ad un problema alla bicicletta, magari alla catena. Invece no, il problema lo ha Adam Yates. Un problema allo stomaco che lo ha colpito ieri e lasciato come sacco vuoto alla vigilia di una tappa che, si sapeva, sarebbe stata un andirivieni di attacchi senza soluzione di continuità, prima dell’arrivo di domani a Orcières Merlette, dei due giorni sull’Alpe d’Huez e della serata di Parigi. Sì, Il Tour sta finendo ed anche per questo succede di tutto. Eppure quella telecamera continua a seguire Adam Yates, il corridore per cui non sta accadendo nulla.
È senza forze, pedala senza avanzare, suda, si apre la maglietta, mentre il sale gli segna i pantaloncini e la divisa. Dall’ammiraglia dicono a Tim Wellens di fermarsi, di fargli strada verso il traguardo, di portarlo, anche se nel ciclismo non si porta nessuno, tranne la propria persona, a Voiron entro il tempo massimo. Poi verrà notte, poi verrà domani ed il domani dei ciclisti contiene tutte le speranze lasciate agli angoli del mondo. Sì, talmente tante che non ci stanno, talmente tante che viene voglia di dare dei sognatori a quegli uomini in sella, sognatori che, tra l’altro, hanno perso contatto con la realtà perché certe cose non passano in dodici ore. Ma noi non siamo ciclisti e non possiamo capire. Noi guardiamo e appena appena capiamo quella telecamera. Non quella che scruta nel dolore, nella sofferenza, che è intima, privata, non va violata, non va inghiottita da quell’occhio a cui non sfugge nulla e memorizza tutto. Quella che ha imparato a non scappare dagli angoli di corsa in cui non succede qualcosa che stravolga il pomeriggio, che faccia saltare in piedi, gridare o avvicinarsi alla televisione felici. Il ciclismo ce lo ha insegnato sin da bambini.
Perché chi ha seguito il ciclismo si è sentito dire almeno una volta, se non di più, in tanti anni, che quelle dirette erano troppo lunghe, che diventavano sempre più lunghe, con il passare degli anni e che per molte ore non accadeva nulla. Chi ha seguito il ciclismo in televisione si è sentito dire più di una volta che quella tappa di pianura poteva ridursi agli ultimi chilometri e non alle tre ore precedenti. Chi ha seguito il ciclismo in televisione ha visto il divano affollarsi negli ultimi chilometri di una tappa di montagna, proprio dopo lo scatto decisivo e lui magari era lì dal primo minuto del collegamento, a più di cento chilometri dal traguardo. Chi segue il ciclismo si è sentito chiedere il senso di andare ad aspettare il gruppo per ore e vederlo qualche frazione di secondo, magari cento metri prima o cento metri dopo che accadesse qualcosa, restando con un pugno di mosche in mano. O forse no. Per questo chi segue il ciclismo capisce quella telecamera, vuole sapere di Yates. Per questo chi segue il ciclismo aspetta Yates, al traguardo o in televisione. Fino a quando lo vede arrivare con oltre ventisei minuti di ritardo, accanto a Wellens, assieme a Anders Johannessen, poco prima di Jefferson Cepeda.
Allora chi segue il ciclismo capisce anche Jasper Philipsen quando dice che ha dovuto aspettare la diciassettesima tappa del Tour de France per ottenere la vittoria che aspettava dal primo giorno, dopo aver fatto tutto al meglio durante la preparazione, tutto come al solito, come quando le cose funzionavano, invece in questo Tour non ha funzionato nulla, nemmeno l’alchimia con Mathieu van der Poel nel pilotarlo in volata. Almeno fino ad oggi. Il giorno in cui i velocisti prima hanno inseguito i fuggitivi, poi sulla scia di uno straordinario Mads Pedersen, purtroppo a bocca asciutta a Voiron, sono stati loro stessi fuggiaschi e la volata se la sono presa così, con un volo di fantasia e di anarchia. Allora chi segue il ciclismo capisce benissimo quel che dice Mathieu van der Poel, quando afferma di aver aspettato tutto il Tour questo momento. Lo capisce perché si è sentito chiedere tante volte il senso di quell’attesa eppure oggi, mentre davanti succedeva di tutto, si è chiesto almeno una volta se Yates riuscisse ad arrivare al traguardo nel tempo massimo. E Yates ce l’ha fatta. E Philipsen ha vinto.