Quando il Tour de France Femmes, giunto ormai alla sua sesta tappa, si risveglia a Montbrison, la notte non ha portato via la stanchezza, dei muscoli e della mente, come nei primi giorni. C’è la fatica in bicicletta, dopo una frazione frastagliata e mossa, e c’è questo caldo che nella prima settimana di agosto continua a stringere la sua morsa su tutta la Francia. Ci sono, poi, anche tutti i pensieri e le preoccupazioni che ogni atleta ha ma non dice. In partenza, questa volta, Noemi Rüegg non ha nascosto nulla. Arrivate a questo punto, ogni atleta è stanca, anche chi vince, anche chi sorride e svia il discorso, non parliamo di chi è in crisi, di chi viene da una giornata no o di chi, dopo una notte insonne, con un problema allo stomaco, alla gola, o a un’articolazione, sa che andrà incontro alla fatica nuda e cruda, senza quel minimo di soddisfazione, di orgoglio personale che la giustifichi. Rüegg, stamani, si è chiesta come si fa ad andare all’arrivo e, ancor più, come si fa a pensare di affrontare altre tre giornate così, perché il Tour finisce domenica, a Nizza, ed è solo giovedì. La risposta non l’ha trovata, ma ha richiamato alla mente l’esperienza: alla fine, quasi d’istinto, talvolta per inerzia, si va da un giorno all’altro e Nizza arriva. È sempre arrivata.
Domani c’è il Mont Ventoux e l’idea serpeggia in gruppo, lunare quanto il monte calvo, bianca ed inquietante come i fantasmi. Si parla di fuga e si pensa che, oggi, le donne di classifica potrebbero lasciarla andare e per chi resta nel plotone potrebbe essere una giornata tranquilla. Più o meno insomma. Ma la fuga che va non è tale da quietare gli animi. Vanno via in tre Nikola Noskovà, Loes Adegeest e Katrine Aalerud ed il gruppo non lascia spazio. Chissà che forma ha la stanchezza per chi fugge, perché anche chi fugge è stanco. Quell’inseguimento a un sogno che è spesso un miraggio, dovrebbe rendere ancora più stanche, svuotate, invece qualche volta sembra che quell’impossibile sospeso nell’aria contribuisca a non far calare definitivamente la voglia. Forse è più facile combattere la stanchezza quando si è ancora capaci di credere all’impossibile. O, forse, “è solo un tarlo di chi ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo” e le atlete in gruppo agiscono e basta, perché sono cicliste al Tour. Ma, oggi, nel giorno in cui se ne va Francesco Guccini, via Paolo Fabbri 43 è più vicina e Pavana si sente e si sente da ogni dove. Il plotone, dicevamo, non lascia spazio, perché quando la stanchezza morde, la vittoria è l’unica cura. Una soddisfazione è l’unica cura. Far vedere che si esiste in quel gruppo è l’unica cura.
A innescare l’azione decisiva è Célia Gery che da queste parti è di casa. Gery ha il dorsale numero tredici e non è superstiziosa. L’organizzazione ha stampato il numero al contrario, come di solito lo portano gli atleti, lei l’ha indossato come niente fosse: il tredici si vedeva benissimo, il suo nome, invece, era capovolto. La stanchezza toglie inutili fronzoli, va alla radice, a “quell’erba di scarpata ferroviaria” di Autogrill: che cresce nonostante tutto, che non sarà bellissima, che avrà un’eco triste se vista dai giorni migliori, ma in giorni così no. In giorni come questi, con l’asfalto raggrinzito e l’aria che non si sente nemmeno a scendere in discesa bisogna essere come quell’erba, come quei fiori, per farcela dopo aver pensato di mollare. Al modo di Kim Le Court che quando la fuga decisiva, con Longo Borghini, Van Dam, Lippert, Kerbaol e Pieterse se ne va, ha già passato una giornata senza senso. Ha avuto un problema meccanico in salita e solo l’aiuto della squadra le ha permesso di rientrare. E la fatica che non si conta. Longo Borghini, abbiamo detto. Sì, Longo Borghini dopo i problemi di ieri è la prima a inseguire Gery in discesa. Di testa. Ed è la prima a dare man forte al tentativo, non lesinando niente, non risparmiandosi mai. Le altre pensano al Ventoux, lei dice che, in fondo, non gliene frega niente, che è solo una corsa in bicicletta e vuole divertirsi. Longo Borghini è in “Cirano”: “Per la mia rabbia enorme mi servono giganti, ai dogmi, ai pregiudizi da sempre non abbocco, e al fin della licenza io non perdono e tocco”.
Insegue Le Court, insegue Kerbaol, insegue Markus, nulla può quando Le Court lancia la sua volata e supera nell’ordine Kerbaol e Pieterse. Longo Borghini guadagna secondi preziosi in classifica generale, forse una giornata che porta un pochino di dimenticanza di due giorni dannati, Le Court si prende una vittoria che inseguiva dall’inizio di questo Tour e che le sfuggiva di continuo. Una vittoria che aveva messo in discussione dopo una cronometro sofferta, conclusa senza più nulla, invece le possibilità non sono finite dove temeva potessero essere finite e oggi ne è stata la prova. Da qualche parte, intanto, c’è quel ragazzo a cui l’altro giorno Le Court ha regalato una bandiera delle Mauritius, dopo aver fatto una foto. Piangeva di felicità quel ragazzo. E, sì, contro il caldo e la stanchezza, di qualunque tipo, che appesantisce lo sguardo e l’animo serve che passi una ciclista. Non perché smuove l’aria, ma perché smuove le persone.
“Non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia? Non lasciamo che trabocchi, vieni, andiamo, andiamo via”.