Fiandre, dove tutto è ciclismo. Qui le pietre non sono solo un simbolo che ritrovi riprodotto nei bicchieri di una certa marca di birra. Qui i muri fanno male, eppure non vedi l’ora di affrontarli e il giorno della Ronde si trasformano in stadi a cielo aperto. 

Fiandre 2022: qui Pogačar e van der Poel sono il motore che mette in azione la corsa. Attraverso le Fiandre, ovvero quella parte di Belgio dove tutti vanno pazzi per il ciclismo. Espressione agonistica massima di un mezzo di trasporto che accompagna quotidianamente la vita dei belgi e te ne accorgi quando vedi in ogni centro cittadino la segnaletica stradale che indica come le automobili non debbano superare i ciclisti. Attraversare le Fiandre per assistere a qualcosa che non sarà mai una semplice serie di corse in bicicletta da seguire distrattamente la domenica, o che fa imprecare perché chiudono le strade, ma è qualcosa che condiziona l’esistenza di centinaia di migliaia di persone. Il giorno della Ronde quella di oltre un milione.

Tutti, in Belgio, seguono le gare di ciclismo.
«È un rito religioso» dicono.
Un’esperienza radicata che a fatica i fiamminghi ti sanno spiegare. Sottopelle, nelle ossa, nel sangue, non si capisce. Si potrebbe definire fede. «Perché amiamo il ciclismo? Perché è così e basta. Forse un motivo può essere perché qui, nell’arco di trenta, quaranta chilometri, ogni anno si corrono una decina di gare per professionisti» la sintesi del belga-pensiero.
Oppure, come racconta Joeri del fan club belga di Daniel Oss, chiamato TifOSSi, una spiegazione la si trova in modo semplice e sta nel fatto che qui la bicicletta è al centro di tutto. Tutti girano in bicicletta, tutti amano la bicicletta. Racconta che quando era piccolo suo nonno era un patito di Briek Schotte, considerato il più fiammingo tra i fiamminghi. E quando Schotte smise di correre passava ogni giorno in bici davanti a casa sua e lui, bambino, usciva solo per vederlo transitare e salutarlo. Gli bastava quel momento per assaporare un po’ di ciclismo.
Avere avuto corridori come Merckx, De Vlaeminck, Boonen e ora van Aert non ha fatto che radicare ulteriormente l’amore per le due ruote. «E poi – aggiunge – in quale sport puoi toccare con mano il tuo idolo, vederlo passare più volte affaticato sui muri anche solo per pochi secondi, e a fine gara chiedergli un autografo e una borraccia?».

Ciclismo, oppure Fiandre. Sinonimi. Ovunque si parla di ciclismo. L’attesa della Ronde su una stazione radio è interrotta solo da qualche canzone. Si parla di van Aert e di cosa sarà la sua assenza, di van der Poel e Pogačar. Megaschermi dappertutto scendendo dal Oude Kwaremont e attraversando piccoli centri abitati. Gente accalcata nei bar per seguire il finale di gara.
Palchi con dj e gruppi che suonano dal vivo cover di rock inglese e americano, ma rivisitato in nederlandese. Fan club ovunque e per qualsiasi corridore. Le televisioni dedicano speciali alle corse, ai loro protagonisti, ma anche a quelli che sono l’anima dell’evento: i tifosi.
«Emozionante – dirà Pogačar a fine Ronde – ho fatto tutta la gara con la pelle d’oca». Si dice come le corse di bicicletta siano il contorno di una festa popolare, qui la festa popolare è la corsa in bicicletta.

David e Anne-Sophie, del fan club belga di Sonny Colbrelli, si prestano nell’accompagnarci durante la Dwars door Vlaanderen, la Attraverso le Fiandre, l’ultima pietra da incastonare prima di tirare fuori il gioiello più prezioso: la Ronde Van Vlaanderen. Seguiamo con loro la corsa per comprendere in qualche modo un amore che sta tra il brillante e l’ossessivo che a tratti sfocia in momenti di autentica follia.
Siamo a Waregem ed è il secondo giorno del nostro viaggio. Qualche ora prima abbiamo attraversato luoghi che definire sacri significherebbe fare un torto alla loro importanza. Abbiamo visto Geraardsbergen da dove parte e finisce Kapelmuur, o semplicemente De Muur. Salendo, in un normale pomeriggio di inizio settimana, incontriamo diversi cicloamatori che provano l’ebbrezza di passare da qui. Intorno alla strada che porta verso De Muur, un confuso insieme di casette in mattoni che caratterizzano tutto il Belgio. Edifici di ogni colore e forma che paiono gettati alla rinfusa da un bambino stufo di giocare con i Lego. Passiamo davanti a un grande giardino dove all’interno convivono daini e gatti. Arriva un signore in auto che inizia a suonare il clacson e i gatti abbandonano i loro giochi per avvicinarsi: padrone è uguale a cibo.
Gli chiediamo come sia possibile che un posto del genere, con la sua storia e la sua magia, sia stato tolto dalle ultime edizioni del Fiandre, poi rimesso, ma lontano dal traguardo, ora di nuovo eliminato. «È una questione politica – risponde – di soldi. Volevano fare una zona VIP come sull’Oude Kwaremont, far pagare il passaggio, qui, il giorno della Ronde, ma la gente non ha voluto. Vedi, a me il ciclismo non interessa – e mentre lo dice apre il cofano della sua auto mostrandoci con un eloquente gesto delle braccia delle cassette di verdura – però in quei giorni si respirava un’aria che nessuno ci ridarà più indietro».

C’è un silenzio rotto solo dal vento, mentre ogni decina di metri alcune pannelli celebrano le grandi fiammate di questo sport, dipinte a pedali e ruote su De Muur. Ci sono gli eroi delle Fiandre – Museeuw, Boonen – o, come nel caso di Gilbert, uno che attraverso il ciclismo ha messo d’accordo valloni e fiamminghi. Prima di svoltare sulla destra, quattro piccole case anche loro messe alla rinfusa una di fianco all’altra, una più alta e una più bassa, una più larga e una più stretta. All’entrata di una di queste c’è la riproduzione di una Venere di Milo.
Poi si passa verso la parte dura di De Muur, dove il pavé, all’improvviso, attraversando un boschetto, prende una forma più ostica e l’aria diventa mistica, odora di storia. Si arriva lassù, crediamo che chi lo fa in bicicletta imprechi nonostante si dica che qui la statua della Madonna abbia un potere purificativo. C’è un certo timore del sovrannaturale che si erge in cima alla collina. Nella nostra testa da italiani più che pensare ai santi o a Cancellara che lascia lì sul posto Boonen, rivediamo Ballan accelerare o il moto elegante di Michele Bartoli, uno dei più fiamminghi tra i nostri corridori dell’epoca recente, che quando vinse qui si meritò l’appellativo di Leoncino delle Fiandre.
Quando arriviamo in cima – siamo a poco più di 100 metri sul livello del mare – la raccomandazione del proprietario del bar sulla curva finale che immette verso la Cappella: «Arriva lassù, fai una bella foto a Nostra Signora e se giri dietro godrai di una magnifica vista». Si vede infatti una parte di Belgio. Il cielo grigio e fiammingo, infinito, che si staglia all’orizzonte con dei contorni non troppo delineati a causa di una leggera nebbiolina che fa parte della normalità.

Scendendo da Geraardsbergen, per tornare verso Waregem, attraversiamo la statale. L’asfalto ha del bizzarro: dalla televisione si notava, ma non si comprendeva. Una buca in verticale divide esattamente a metà la carreggiata delineando per chilometri le due corsie e ora capisci come siano possibili certe cadute in gruppo, mentre una linea taglia la strada in modo trasversale ogni 8-10 metri. In auto sei continuamente sollecitato e pensi di aver forato una gomma o di avere problemi alle sospensioni. Ai lati, invece, scorrono velocissime le piste ciclabili. Ti chiedi quanta follia devono avere i corridori, i wielrenner, nel mettersi un caschetto, allacciare gli scarpini, agganciarli ai pedali e rischiare l’osso del collo su queste strade. Capisci che per andare forte o ci sei nato, cresciuto, le hai pedalate al punto che potresti percorrerle a occhi chiusi, oppure devi avere un legame particolare. Ingenuamente pensiamo che queste strade siano fatte apposta per non far correre troppo veloce gli automobilisti, ed esaltare le doti dei fiamminghi in bici, ma la risposta è che semplicemente sono vecchie, non c’è nessun’altra spiegazione se non che le strade belghe sono pessime. Pascoli di mucche e giardini con capre e pecore. Incrociamo ciclisti su ciclisti: professionisti che si stanno allenando in vista della Dwars door Vlaanderen che si svolge il giorno successivo: due in particolare, un Lotto Soudal e uno Sport Vlaanderen che stanno tornando a casa correndo a tutta: è appena iniziato un acquazzone che in pochi minuti lascerà il posto a un bel sole improvviso, ma che poco dopo scomparirà ancora dietro al grigio delle nuvole.

Fiandre, non ci si poteva aspettare nulla di diverso: quattro stagioni in un pomeriggio. Quattro stagioni in una settimana come quando venerdì ci siamo svegliati con i muri coperti dalla neve. E pur essendo un giorno feriale, c’erano centinaia di ciclisti di ogni età, genere, divise e con ogni tipo di bicicletta. Questa è la settimana della Ronde e questi sono gli ultimi rintocchi che suonano nelle loro gambe prima della Cyclo, la gara amatoriale in programma sabato. Ci fermiamo vicino a un incrocio per assistere alla scena di un nonno che sta cambiando la ruota a un ragazzino in lacrime. Ci sono i pendolari che si fanno su e giù per le colline vestiti da impiegati ma con bici da corsa e caschetto. Immaginatevi arrivare di fronte a un edificio e leggere l’insegna Après-velo B&B Bar; guardare dentro e notare magliette e cappellini di ogni epoca, le sacche del rifornimento di ogni squadra, biciclette di diverse generazioni e l’arredamento fatto da sellini, manubri. Nell’enorme campo dietro l’edificio una specie di scultura post-moderna: sono due ruote giganti messe parallele in orizzontale a una decina di metri l’una dall’altra: sopra sono appese carcasse di migliaia di biciclette. In sacrificio al Dio Ciclismo.

Ma torniamo a Waregem, la città dove si conclude la Dwars door Vlaanderen. Waregem è la città dei cavalli. Arrivando qui si notano decine di scuderie. Cavalli ovunque: statue per tutta Waregem persino dentro al municipio. Il simbolo della città è un cavallo. Qui, ogni anno, dal 1847, si corre la Waregem Koerse. È una festa cittadina, ma è anche una delle corse di più importanti al mondo, alla stregua degli eventi ippici francesi e inglesi. I migliori cavalli vengono mandati qui per correre all’interno dell’Ippodromo dove c’è una delle riviere più celebri e difficili: Gaverbeek. L’evento dura una settimana: è la festa più grande del paese. Il vincitore, come tradizione, si getta nell’acqua del Gaverbeek così com’è, vestito da fantino. Ci dicono che nel 2024 per i Giochi di Parigi in vista delle gare di equitazione, i cavalli verranno mandati qui per allenarsi.
Le connessioni tra cavalli e la Dwars door Vlaanderen esistono. Il premio, ad esempio: un cavallo di pezza che finirà tra le braccia dei vincitori, Chiara Consonni e Mathieu van der Poel. La gara femminile parte proprio dall’Ippodromo dove musica dance e odore di patatine fritte intrattengono il pubblico e riempiono il naso. La gara maschile prima di giungere al traguardo passa nell’Ippodromo. Subito usciti da qui, quest’anno, Mathieu van der Poel ha letto perfettamente l’allungo di Tiesj Benoot, lo ha seguito, ha collaborato, lo ha battuto allo sprint. Un van der Poel improvvisamente più maturo. Vincente come lo è sempre stato, ma con un istinto risolutivo che su strada, a volte, era venuto a mancare. Non più il van der Poel un poco ingenuo e con la faccia da bambinone arrabbiato, ma un van der Poel concreto e con la faccia da bambinone felice. Ugualmente spettacolare. Una gara che ha visto Pogačar studiare e osservare con gli occhi di chi era venuto qui praticamente per la prima volta. Sarà solo il preludio alla Ronde.

Abbiamo seguito la Dwars in compagnia di alcuni tifosi saltando di muro in muro, da punto strategico in punto strategico. Vivendola come i fiamminghi vivono le loro classiche. La sera prima si stampano la cronotabella con tutti i passaggi. In auto solitamente salgono un pilota e un copilota. Il copilota tiene in mano il foglio pieno di appunti con gli orari dei passaggi della corsa – alcuni persino corretti rispetto a quello segnalato dall’organizzazione ufficiale – e dà le indicazioni. Si arriva in un tratto dove transita il gruppo, si parcheggia, si salta giù al volo dall’auto, ci si incrocia con un altro centinaio di tifosi che hanno fatto la stessa cosa, si vede il gruppo passare, si incita e poi via, di nuovo di corsa tutti in macchina per riprendere il gruppo in altre zone, vederlo per pochissimi istanti e rispettando al secondo il tempo prestabilito per non rischiare di rimanere imbottigliati.
«Questo è possibile – ci racconta David – perché qui in Belgio le strade non vengono mai chiuse al traffico durante le gare, se non pochissimi minuti prima e vengono poi subito riaperte». Al Fiandre, dice che non sarà possibile fare una cosa del genere, e infatti non lo sarà: perché se alla Dwaars giravano migliaio di persone, alla Ronde c’è un numero dieci volte superiore.
Entriamo allora per quattro ore dentro a questa specie di centrifuga. Riusciamo anche a infilarci in mezzo ad alcune ammiraglie e stare con loro nelle zone del rifornimento. A un tratto incrociamo Davide Martinelli dell’Astana: si è ritirato e si mescola con il pubblico all’entrata di una salita in pavé. Lo chiamiamo dall’auto, si avvicina come nulla fosse e si ferma a parlare raccontando di non passare un momento particolarmente felice di forma.
Viaggiamo quindi veloci fino al traguardo, in tempo per notare gli allibratori con la loro lavagnetta e le quote segnate a pennarello. Prendono scommesse su un quaderno a quadretti scritto a penna e non parlano mezza parola che non sia nederlandese. Ci sono i chioschi: birra, hamburger e patatine. Tra i molti tifosi trovi piccoli fan club che seguono neoprofessionisti: è il caso di Arnaud De Lie. Oppure chi arriva dalla Francia per sostenere la B&B Hotels e alla partenza si fa fare una foto a fianco del bus della squadra. A fine gara, spostandosi tra i mezzi dei vari team, c’è un’altra parte di questo spettacolo. I bambini a caccia di borracce. Tutti si rendono disponibili, ma ci colpisce il gesto di un corridore della Uno-X che esce in boxer dal pullman, nonostante il freddo e la corsa appena finita, e regala a un bambino la sua divisa da gara con tanto di numero ancora attaccato.

Ma il nostro viaggio è, soprattutto, Ronde van Vlaanderen, il Giro delle Fiandre. Qui c’è gente da tutto il mondo. I camper arrivano sul Koppenberg fin dal giovedì e già dal pomeriggio il rischio è quello di non trovare posto. Sei ragazzi dai Paesi Baschi hanno noleggiato un vecchio furgone e si sono fatti 1400 chilometri per venire sin qui. Non pedaleranno la Cyclo, ma in bicicletta cercheranno per quanto più possibile, domenica, di spostarsi tra Oude Kwaremont e Paterberg.
C’è Jan, un signore belga di una certa età, accompagnato da moglie e barboncino. Ha parcheggiato il camper di prima mattina, ha costruito con palo e filo un recinto in un campo di fianco alla cima del muro, ha tirato fuori la bandiera di van der Poel, il suo preferito, di Van Avermaet e di Naesen. «Pazienza – ci dice – se Naesen forse non correrà domenica. Noi lo tifiamo uguale». Ha con se uno scooter, gli domando perché: «Nel caso finissimo il cibo sono pronto a correre in città».
Ci sono gruppi di tifosi organizzati: sostengono qualsiasi corridore. Chiedo a Joeri il perché e ci spiega che per loro fondare un fan club, seguire un corridore, vuol dire in qualche modo far parte di questo mondo. È appartenenza, ma è anche un fatto normale. Lo scelgono per simpatia spesso, oppure se appartiene al loro stesso paese o se, come nel caso di Daniel Oss, sentono una particolare affinità. È un modo per fare festa, per portare al massimo la loro passione per il ciclismo.

Inno alla passione, appunto: come quella che spinge 16.000 persone a iscriversi alla Ronde van Vlaanderen Cyclo, che si disputa alla vigilia del Fiandre. E quest’anno si è corsa nonostante la fitta nevicata del giorno prima. Ma per fortuna – ci raccontano molti di loro – il giorno dopo era già tutto asciutto. «Faceva freddo sì, ma con tutta questa gente, con tutto quello che vuol dire essere qui a pedalare, nemmeno te ne accorgi».
Passione, religione. Le vetrine dei negozi sono a tema ciclistico, nelle librerie trovi borracce da collezione, usate, a volte molto rare, appese ai muri che scendono con un filo, oppure messe in vetrina.

Il giorno della gara è il big bang. C’è la banda sul Paterberg. Ci sono i VIP su un tratto dell’Oude Kwaremont, quelli che la gente nomina storcendo un po’ il naso. Delirio in partenza ad Anversa e all’arrivo a Oudenaarde. Tutto esplode. Viviamo l’esperienza sull’Oude Kwaremont, la salita diventata simbolo dopo l’esclusione dal percorso del Muur, insieme ai tifosi di Oss e a quelli di Lampaert. Il fan club Forza Lampaert si chiama così perché un amico del fondatore è di origini italiane e quel nome suonava bene.
Sull’Oude Kwaremont ci passano sotto gli occhi per due volte. La prima Pogačar detta il ritmo al gruppo; la seconda lo frantuma piombando da solo sui fuggitivi. I commentatori fiamminghi dicono: Mai vista una roba del genere. Sul terzo e ultimo passaggio se ne va via con van der Poel.
Grazie all’infiammata partecipazione di chi segue la corsa a bordo strada capiamo il significato di Fiandre e ciclismo. Vengono incitati non solo i corridori, ma chiunque e quel tratto di strada si trasforma in una curva da stadio in un derby sudamericano. La più grande festa ciclistica immaginabile. Un poliziotto passa e batte il cinque a tutti quelli appesi alla transenna.

Luca Mozzato ha un ghigno che sembra quasi un sorriso nel sentire tutto il supporto che gli arriva sull’Oude Kwaremont. Lampaert e Oss, per forza di cose, sono i più attesi, e non importa se uno si ritirerà e l’altro si staccherà nel momento decisivo della corsa. Si incitano bambini che salgono in bicicletta e spingono il rapportino e sbandano. Cicloamatori che continuano a venire su spostandosi dal vecchio Kwaremont al Paterberg. Si urla persino per le ammiraglie e i camion. Si vedono da vicino i corridori che si prendono a spallate per superarsi lungo il terreno viscido e accidentato. Capisci, vedendo tutta la gente accalcata alle transenne, tra boati e sirene, come abbia fatto Sagan a cadere qui, nel 2017, mentre provava a inseguire Gilbert. Quando passa l’ambulanza, dall’abitacolo filmano quello che si vede fuori. Cori da stadio, musica dance che si alterna al rock. Colori e bandiere di ogni tipo e provenienza. Famiglie intere che seguono sulle sedie da campeggio, qualche panino, tante birre. Alcuni poliziotti chiedono documenti a chi, con la faccia da sbarbato e visibilmente ubriaco, potrebbe non essere maggiorenne. Mi raccontano che nelle ore di corsa nessuno gira per le città: o sei a vedere il Fiandre per strada oppure sei a casa, insieme a tanti altri amici, davanti allo schermo gigante, zuppa e griglia. E birra a fiumi.
«Qui nelle Fiandre abbiamo cinque cose – mi racconta un tifoso decisamente alticcio – ciclismo, birra, patatine, cioccolato e… ciclismo».

Una domenica che è un’esplosione di emozioni. Qui è la normalità, ma ogni volta, ci dicono, ti conquista. Una domenica speciale come quella vissuta da chi sul traguardo di Oudenaarde ha stretto i denti ed è arrivato, in mezzo a un frastuono assordante, e anzi trovando le ultime energie proprio grazie a quel frastuono. Seguiamo la fine della corsa dentro il tendone montato dei tifosi. L’ultimo chilometro ti lascia con il fiato in gola, siamo in centinaia tutti ammassati davanti al maxi schermo. Sono rimasti in due, i due più forti, van der Poel e Pogačar. Si alzano cori da stadio. Lo sloveno col ciuffo prova a giocare d’astuzia, ma gli va male. L’olandese dai dorsali d’acciaio, vince.

E a fine gara, dopo la premiazione, si divora un panino con l’hamburger. «È delizioso» si fa scappare con la bocca piena. È vero che da queste parti il tifo è per tutti, senza badare troppo a lingue e bandiere. Ma i belgi non avranno trovato propriamente delizioso il fatto che da cinque anni la loro Festa nazionale non riesca a festeggiare la vittoria di un loro connazionale. L’ultimo è stato, nel 2017, Philippe Gilbert, vallone e neanche fiammingo, come abbiamo già detto. E che rimane l’unico belga a salire sul gradino più alto del podio negli ultimi dieci anni di corsa, in un albo d’oro peraltro a fortissima percentuale di vittorie endogene: in 106 edizioni, per 69 volte il successo è andato a un campione nazionale. Ma in fondo a questa domenica di birre e bandiere, un po’ di delizia, per fortuna, è arrivata da Lotte Kopecky, vincitrice della Ronde femminile. Per la belga Lotte il Leone nero in campo giallo è tornato a ruggire di gioia. In fiammingo.

Foto: Ashley e Jared Gruber
Articolo apparso sul numero 20 di alvento

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